la copertina del libro

Una guerra totale

la 2a guerra mondiale e le sofferenza dei civili

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la recensione

Loreto Di Nucci

«La Seconda guerra mondiale fu una guerra totale perché coinvolse massicciamente i civili. A rimanere vittime dei massacri, dei campi di sterminio e dei bombardamenti non furono infatti soltanto i soldati, ma anche le donne, i vecchi e i bambini. Assumendo questo dato storico come riferimento imprescindibile, Gabriella Gribaudi esplora il territorio della Campania e del basso Lazio. Un territorio esemplare, poiché in quell’area le dinamiche della guerra totale si svilupparono con eccezionale intensità. E non soltanto perché Napoli fu la città più bombardata della penisola, ma anche perché le popolazioni dovettero subire le violenze della Wehrmacht nonché gli stupri di massa del Corpo di spedizione francese nel maggio 1944.

Incrociando i documenti con i racconti dei testimoni, l’autrice fa rivivere l’esperienza bellica sul fronte meridionale in pagine dense e originali al tempo stesso. Rileva le contraddizioni del conflitto, aiutandoci a capire le ragioni per cui la memoria pubblica della Seconda guerra mondiale non coincida talvolta con la memoria delle comunità. Non le sfugge di certo quale fosse l’obiettivo strategico dei bombardamenti alleati, ossia spingere l’Italia fuori dal conflitto. E tuttavia, ribaltando il luogo comune secondo cui le bombe alleate erano comunque benedette, perché portavano la libertà, osserva che se è vero che per alcuni spianarono la strada della liberazione, è altrettanto vero, però, che per altri significarono morte e distruzioni.

Sicché non stupisce che a Capua, ad esempio, sia ancora vivo il ricordo di quelle bombe, che provocarono circa mille morti. Allo stesso modo, ritiene che non si possa negare che lo sfondamento del fronte sulla linea Gustav ad opera del Corpo di spedizione francese abbia costituito una decisiva vittoria, che contribuì, di lì a poco, alla liberazione di Roma. Ma, nota, per le popolazioni di molti paesi degli Aurunci, della Ciociaria e del Frusinate non rappresentò affatto una liberazione; si trattò, invece, di un’autentica via crucis, dal momento che il corpo di montagna marocchino commise migliaia di stupri. Nelle testimonianze, pertanto, «i portatori della democrazia vestono qui i panni dei criminali».

Tenendo conto di ciò, Gabriella Gribaudi si pone il problema di come valutare le violenze. E si domanda se vi sia differenza fra l’essere messi al muro ed essere costretti a guardare in faccia la propria morte e il morire lentamente sotto le macerie provocate da un bombardamento. A ben guardare, in effetti, le vittime dei bombardamenti alleati non possono essere liquidate come danni collaterali, così come gli stupri di massa dei reparti marocchini non possono essere certo ridotti ad incidenti di percorso. Sia gli uni sia gli altri dimostrano che la guerra ai civili non fu affatto un’esclusiva della Wehrmacht. Riconoscere questo non significa, naturalmente, non fare distinzioni fra gli schieramenti in campo o rivedere il proprio giudizio sul significato generale della guerra stessa.»

Il libro: Gabriella Gribaudi, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-1944, Bollati Boringhieri, 2005.

un brano dal libro

Gabriella Gribaudi

«La guerra totale è anche una guerra condotta contro un nemico totale, in cui chi combatte è dominato dall’odio verso il nemico e cerca di annientarlo. In questo senso i conflitti civili sono anch’essi alle origini della guerra totale, per il loro carattere ideologico e per il carico di violenze cui la popolazione è sottoposta, per la difficile, spesso impossibile, distinzione fra civili e combattenti. [...]

Una guerra totale è stata definita quella condotta contro le popolazioni dei paesi colonizzati. [...] Negli scontri con le popolazioni native uccidere tutti, bruciare i villaggi e distruggere i raccolti era normale. Non ci si poneva il problema dei prigionieri di guerra, l’ordine era «non fare prigionieri». I primi grandi bombardamenti vennero attuati sulle popolazioni ribelli dei paesi colonizzati. [...] Il carico di violenza sprigionato contro gli «indigeni» si legava al profondo razzismo insito nella conquista coloniale e a un nazionalismo aggressivo, inegualitario, antidemocratico. Il disprezzo e la disumanizzazione del nemico caratteristici del colonialismo si sarebbero riversati nei teatri di guerra europei [...].

Per altri aspetti la guerra totale è la conclusione di un percorso che nasce con la costruzione delle nazioni ottocentesche caratterizzate da un’identità militare e virile [...]. L’educazione alla nazione attraverso l’esercito fu uno degli elementi decisivi in quel processo che è stato definito di nazionalizzazione delle masse [...]. A cavallo dei secoli XIX e XX la nazionalizzazione delle masse si incontrava con la formazione di stati estremamente autoritari, che enfatizzavano il ruolo dell’esercito e basavano la loro forza reale e simbolica sulle armi, che usavano anche contro i loro cittadini ribelli. Intanto nascevano quelli che Hobsbawm ha definito nazionalismi etnici: il mito di nazioni culturalmente omogenee, con radici storiche lontane nel tempo, identità territoriali costruite contro altre identità. Emergevano logiche di tipo totalitario che provocarono una sorta di mobilitazione negativa conducendo alla costruzione di nemici interni, a politiche razziali, espropriazioni coercitive, deportazioni di popolazioni. Tutto ciò contribuì ad accelerare i meccanismi di imbarbarimento e di brutalizzazione della guerra.

Nella prima guerra mondiale tutti questi principi entrarono in gioco: nazionalismi aggressivi dipingevano l’avversario come un demone; si incominciavano a deportare e rinchiudere in campi reticolati le popolazioni nemiche; i fronti si trasformavano in luoghi di morte seriale e casuale. [...] Per convincere normali cittadini a uccidere e a farsi uccidere largo spazio fu dato all’ideologia del nemico assoluto, al mito del combattente, alla solidarietà virile. Mosse2 ha definito ciò un processo di banalizzazione della morte e di brutalizzazione della politica: popolazioni intere furono condotte con la prima guerra mondiale a familiarizzarsi progressivamente con la morte. [...]

I simboli della morte di massa tecnologica sono i bombardamenti aerei e le camere a gas. Fra la prima e la seconda guerra mondiale si attuava un processo di perfezionamento delle tecniche, [...] con lo scopo dichiarato di trovare armi che uccidessero quante più persone possibili. E le persone che entravano nel mirino di tali armi non erano i soldati ma le popolazioni civili [...]. La strategia di guerra si trasformava in una strategia apertamente terroristica: bisognava seminare morte e panico nel campo avversario per disorganizzarlo, terrorizzarlo, per spingere i suoi governanti e i suoi comandi militari alla resa. [...]

L’immagine della guerra totale tecnologica ha tuttavia offuscato altri elementi presenti su entrambi i fronti nella seconda guerra mondiale, ricomparsi nei conflitti di fine Novecento. Ai metodi moderni si sono ampiamente mescolati metodi antichissimi: stupri, saccheggi, massacri compiuti vis-à-vis dai soldati che avanzano in territorio nemico. La popolazione presa in ostaggio con i bombardamenti diventa anche preda di violenze inusitate, bottino di guerra, come lo era per gli eserciti mercenari dei secoli passati.»