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la filosofia nel XIII secolo

il pieno sviluppo della Scolastica

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Introduzione

Il XIII secolo è considerato il secolo d'oro della filosofia Scolastica, che a sua volta rappresenta uno dei periodi più fecondi della filosofia medioevale. E' il secolo di giganti come Tommaso d'Aquino e Bonaventura di Bagnoregio.

Il pensiero cristiano medioevale in effetti dispiega al massimo la sua capacità di integrare ed esaltare la razionalità dentro l'orizzonte della fede.

1) l'apporto esterno: Aristotele

In questo secolo le opere (e le tesi) di Aristotele, grazie anche alla mediazione materiale della filosofia araba, vengono conosciute e studiate.

Così il pensiero dello Stagirita va ad integrare quello di Platone, che era stato riferimento decisamente prevalente nei secoli precedenti: ciò non avviene solo per la circostanza dell'arrivo delle sue opere, finalmente tradotte in latino, ma perché risponde a una nuova sensibilità, propria della civiltà bassomedioevale e del XIII secolo in particolare. In effetti il pensiero platonico si attagliava bene alla sensibilità altomedioevale, tutta protesa verso l'invisibile, o meglio, cristianamente, l'Eterno. Progressivamente, dopo il Mille, viene invece precisandosi una nuova attenzione verso il mondo materiale, e nel XIII secolo questa trova, nell'utilizzo della filosofia aristotelica un importante strumento per concettualizzarsi compiutamente.

il problema della recezione di Aristotele

Peraltro l'ingresso del pensiero aristotelico non fu indolore: già nel pensiero islamico il rapporto con Aristotele era stato causa di attrito e di frattura con il dogma religioso. Il pensiero cristiano seppe meglio affrontare la recezione dell'aristotelismo dentro una sintesi incentrata sulla fede. Tuttavia ci furono diverse posizioni nei confronti dell'aristotelismo, come schematizziamo di seguito.

                              accettazione acritica [ averroismo latino]
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davanti all'aristotelismo -- recezione critica [Tommaso d'Aquino]
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                              maggiore diffidenza [S.Bonaventura]

Da notare che se già nel XII secolo non si potesse parlare, a proposito di S.Bernardo, di un vero e proprio fideismo, meno ancora se ne può parlare a proposito di S.Bonaventura, la cui distanza da Tommaso d'Aquino non deve essere esagerata.

La differenza tra i due può essere resa dalla metafora (allusiva al miracolo di Cana) che i due impiegarono: mentre Bonaventura era preoccupato che la troppa acqua della filosofia aristotelica potessa annacquare e togliere sapore al vino della dottrina sacra, Tommaso era fiducioso che il vino della Rivelazione non potesse annacquarsi, avendo in sè la forza di trasformare l'acqua in vino. Per cui mentre per il grande Dottore francescano c'era il concreto rischio di utilizzare troppo la filosofia aristotelica, per l'Aquinate non si dava tale rischio, purché l'aristotelismo venisse rettamente inteso e corretto dai suoi errori. Operazione, quest'ultima, che non veniva fatta dal cosiddetto averroismo latino, che, appunto sulle orme di Averroè, accettava Aristotele in modo acritico e dogmatico.

2) lo sviluppo “interno”

Ma il fiorire della Scolastica non fu dovuto solo, nè soprattutto a quell'apporto, diciamo così esterno, che fu il pensiero aristotelico. Prova che ne sia che questo pensiero venne ricercato e recepito criticamente.

Lo sviluppo della Scolastica fu anche sviluppo di una capacità di riflessione e di sistematicità razionale, che non piovve dal di fuori, ma fu il lievitare di potenzialità che gradatamente, ma tenacemente l'Occidente cristiano aveva saputo coltivare.

Così nel XIII secolo vediamo lo sviluppo di quel grandioso fenomeno culturale e civile che furono le Università, che sorgono in sostanziale continuità con le scuole cattedrali.

Le maggiori Università di importanza filosofica furono Parigi (che fu il centro della elaborazione filosofica e teologica del XIII secolo) e Oxford.

il metodo della quaestio

Due erano le coordinate della cultura filosofica Scolastica, elaborate nelle Università: la tradizione e la elaborazione razionale, un fattore dunque di passività/recettività e uno di attività/creatività, ossia, in qualche modo il fattore fede e il fattore ragione, armoniosamente compaginati.

La Scolastica in effetti ritiene che le cose più importanti siano donate: il senso della vita ci è donato, in Cristo. A noi sta essenzialmente accogliere questo dono, per cui non è la forbita dialettica, ma la semplicità del cuore a determinare la ultima felicità di un essere umano (cfr. Lc 10, 21). In questo senso la massima attività dell'uomo è passività: accogliere un dono, per fede.

le funzioni dello studioso

Schematizziamo tali funzioni, nella terminologia medioevale.

                                   auctor
                     commentator
            compilator
    scriptor

Tuttavia la fede, e la tradizione (umana) che la veicola, non azzera la razionalità, ma la stimola e la attiva: i filosofi di questo periodo non vogliono limitarsi a recepire passvamente una tradizione, ma la vogliono assimilare creativamente e personalmente. A loro, in particolare, non basta sapere che altri hanno detto certe cose sulla realtà: non gli basta essere compilatores, e nemmeno semplici commentatores: quello che essi desiderano è essere auctores, cioè sapere come stanno le cose, in realtà.

Nella quaestio, che è come l'unità minima in cui si possono scomporre le opere maggiori di questo periodo, come le Summae o le Quaestiones disputatae, si ritrovano tanto il momento della recezione di un dato (autorevole, e come tale accolto), quanto quello della elaborazione autonoma, che non si placa finche non giunge alla realtà stessa.

l'inizio: videtur quod

Ogni quaestio comincia con le obiezioni (in genere almeno due, fino a oltrepassare la decina), dunque non affermando fanaticamente la propria tesi, non eludendo ciò che la potrebbe inficiare.

Vediamo in questo una stima, una fiducia nella ragione, frutto della fiducia che è davvero il Creatore della realtà (e dunque anche della ragione), che si è rivelato in Cristo: niente di reale, e niente di razionale quindi possono essere obiezione alla verità di Cristo, ma anzi tutto ciò che davvero è reale e vero concorre e converge a tale verità, la celebra e la documenta.

sed contra est: l'argomento di autorità

L'uomo medioevale, e quindi anche l'intellettuale medioevale, si sente immerso in una tradizione buona, e, come dicevamo sopra, crede che le cose più importanti della vita siano state donate all'uomo. Non pensa perciò che tutto dipenda dal suo sforzo di ricerca. Perciò non gli ripugna ripiegarsi su tale tradizione, non smania di poter rivendicare la sua originalità, ma è ben contento di essere dentro un alveo ben più grande di lui. Ciò che più gli preme non è affermare la propria bravura, ma essere nella verità: se altri, prima di lui, hanno visto (magari meglio e di più) le stesse cose che vede e crede lui, ciò non lo rattrista, ma lo rallegra.

Così, il ricorso all'autorità non è per tarpare le ali alla elaborazione personale, né per tacitare arrogantemente avversari delle proprie tesi, ma è il frutto di questo sapersi dentro un alveo, che assicura la propria corretta collocazione in una realtà retta da un Padre buono.

respondeo dicendum: la sententia del magister

E' il cuore della quaestio, lì dove il magister è auctor, cioè non si limita a commentare ciò che hanno detto altri, ma si assume la responsdabilità di dire: “ io dico che le cose stanno così„.

La parola autorevole, citata nel sed contra est, conforta e guida, ma alla fine è la propria intelligenza che deve vedere ed essere convinta. E il filosofo scolastico vuole vedere più chiaro possibile, definendo a argomentando fin dove la ragione si può spingere.

Da ultimo, conclusa la parte centrale, il magister affronta la risposta alle obiezioni. Da notare che nell'affrontare obiezioni i medioevali non cedono mai all'insulto o all'invettiva, ma procedono sempre con il massimo impegno di rigorosità.

summae e quaestiones

La quaestio è l'unità minima, che poi si raggruppa in unità sempre più ampie fino a formare quelle opere più complesse che erano le Quaestiones disputatae e le Summae. Le prime vertevano su un certo tema, ad esempio la verità, o il male, o la virtù, sviscerandolo in ogni suo aspetto; le seconde erano invece delle vere e proprie sintesi di tutto lo scibile filosofico e teologico.

Da notare che sia le Summae sia le Quaestiones disputatae avevano una architettura razionale decisamente ordinata e articolata: le si potrebbe paragonare alle cattedrali gotiche, dove l'unità dell'insieme va di pari passo con la ricchezza di dettagli.

“democraticità” della cultura medioevale

Degna di nota è l'esistenza di momenti di apertura del mondo universitario alla realtà della gente comune. In occasione dell'Avvento e della Quaresima tutti potevano partecipare a dei momenti di chiarimento assembleare e porre delle domande ai magistri: da qui nacquero le Quaestiones quodlibetales, che raccolgono in forma scritta quanto richiesto e risposto in quelle occasioni. Ovviamente, essendo le domande a sopresa tali opere non hanno la sistematicità delle Quaestiones disputatae, ma ci danno una vivida rappresentazione di quel mondo.

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