un ritratto di Kant

La politica

il Kant migliore e più attuale

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il nesso dispotismi/guerra

La proposta politica di Kant è la parte più condivisibile del suo sistema, e quella che si rivela oggi più che mai di grande attualità.

Kant infatti difende la forma democratica (“repubblicana”) dello Stato, in pratica la democrazia, come quella che meglio può garantire la pace. Pace che Kant, a differenza di Hegel, ritiene possibile.

Ecco come Kant lo argomenta:

«Se (...) si richiede il consenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutte le calamità della guerra (combattere di persona, sostenere di propria tasca le spese della guerra, riparare le rovine che essa lascia dietro e, infine, per colmo di sventura, assumersi il carico di debiti mai estinti — a causa di sempre nuove guerre —, amareggiando così la stessa pace), essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio.

In una costituzione (...) che (...) non è repubblicana [in pratica, dove decide il despota, si può chiosare], la guerra è la cosa più facile del mondo, perché il sovrano non è membro dello stato, ma ne è il proprietario e nulla perde dei suoi banchetti, delle sue caccie, castelli, feste a corte ecc. a causa della guerra, e la può quindi dichiarare come una specie di partita di piacere per cause insignificanti, lasciando al corpo diplomatico, sempre pronto a questo, il compito di giustificarla per salvare le apparenze.»

(da Per la pace perpetua [1797])

Insomma, in democrazia i governanti devono cercare il consenso della gente, e dato che in genere, se ben informata (come appunto lo può essere solo in democrazia), la maggioranza della gente non vuole la guerra, se non per motivi davvero gravissimi e reali, è molto difficile che una democrazia intraprenda una guerra che non abbia ragioni più che solide.

Invece un tiranno, o una oligarchia dispotica, può pensare di non aver niente da perdere da una guerra (tende cronicamente a pensarlo, anche se spesso le guerre perse dai tiranni sono poi la loro fine, come fu per Mussolini e Hitler).

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