prigionieri in un Gulag

Guerra disumanizzante

un episodio di sfiorato cannibalismo in lager

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Table of Contents

🍹 Introduzione

un brano dal romanzo Il cavallo rosso di Eugenio Corti, tratto dalla sua personale esperienza di deportato in un un gulag: dei soldati affamati vengono a stento trattenuti dall'uccidere un altro soldato ferito, per poterne mangiare la carne

«Nel secondo giorno dal suo arrivo Michele - molto abbattuto (dopo avere prestato aiuto ai colleghi del box nel trascinar fuori i cadaveri, aveva provveduto quasi da solo alle pulizie, e infine accompagnato e sostenuto alcuni dei più sfiniti mentre defecavano) - giaceva immobile al pari degli altri sulla paglia, gli occhi chiusi. In quei due giorni aveva ricevuto solo cento grammi di pane nero. Nessuno parlava; malgrado il freddo ancora tremendo, don Turla s’era tolto il cappotto, e sfilatasi a metà la giubba si soffregava lentamente, con un cencio di lana, un braccio che lo faceva soffrire per postumi di congelamento.

Improvvisamente la porta della scuderia si spalancò e, simile a un forsennato, irruppe nel corridoio un alpino: «Padre! Dov’è padre Turla?» vociferava.

«Eccomi» gli rispose il cappellano «sono qui.»

Il soldato corse al box e si afferrò alle sbarre, appariva emaciatissimo: «Venite padre» urlò: «venite subito. Vogliono mangiare mio cugino.»

Il cappellano lo guardò un istante in silenzio, poi si affrettò a reinfilarsi gli abiti: «Vengo» disse.

«Ti accompagno» fece Michele al prete, alzandosi a sua volta.

Seguirono in gran fretta l’alpino. «È la vista del sangue che gli fa perdere la testa, sono come impazziti» riferiva quello in dialetto bresciano: «È stata una guardia a sparargli a mio cugino, maledetta»; raccontava a pezzi e bocconi: «Mentre rientravamo dal trasporto dei morti lui ha visto della porcheria sull’altro lato della strada: ‘Le patate’ ha detto ‘ci sono dei pezzi di patata...’ sono giorni che vede patate dappertutto; io non ho fatto in tempo a trattenerlo, appena è uscito dalla fila la guardia gli ha sparato, la troia, gli ha quasi stroncata una gamba. L’abbiamo riportato sopra il carro. Ma con tutto quel sangue... Oh, padre!»

Dove si trova adesso?»

«È al chiuso dentro la stalla. Lo difendono due paesani della vai Camonica.»

«E quanti sono quelli che lo vogliono... mangiare?»

«Quattro, sono in quattro.»

Entrarono nella più vicina scuderia, suddivisa non in box ma in stalle chiuse: nel corridoio una striscia di sangue fresco guidava a quella do vera il ferito. Di fronte alla cui porta sgangherata quattro soldati si davano da fare con accanimento: cercavano d’aprirla usando un legno appuntito come leva.

«Eccoli, li vedete?» sbraitò l’alpino.

Quelli non badarono ai nuovi arrivati; sembravano non vedere, non sentire, non pensare che a una cosa: al sangue rosso e alla carne e ai visceri freschi disponibili al di là della porta.

Correndo verso di loro il sottotenente gridò: «Ehi voi, cosa fate? Siete diventati matti? Fermi, fermi.»

«Fermatevi» ripeté anche don Turla, accorrendo a sua volta.

I due che, dall’altra parte della porta, si davano da fare per impedirne l’apertura, sembravano, alle voci, a loro volta mezzo invasati.

«Ragazzi, ascoltatemi» disse il prete rivolgendosi ai quattro con gravità: «Vi rendete conto di quello che volete fare? Vorreste uccidere un uomo, un disgraziato come voi, per bergli il sangue. È una cosa mostruosa, cercate di riflettere.»

«Se io ammazzassi uno di voi, eh?» gridò l’alpino: «e vi giuro che se voi... io...» Il prete lo fermò con un gesto. «Calma» gli disse.

«Sì, calma» ripeté Michele.

L’alpino emaciato abbassò le mani che aveva alzato a mo’ d’artigli.

Sui quattro invasati ad ogni modo niente sembrava far presa. Continuavano ad accanirsi quasi con metodo. «Dai» si dicevano l’un l’altro stronfiando: «Dai, spingi di punta. - Qui, il legno qui. - Dai. Forza.»

Padre Turla, rannicchiatosi, si cacciò in mezzo a loro e gli emerse di fronte, con la schiena contro la porta. Michele mise la destra sul bastone che quelli manovravano, pronto a stringere: per lo meno non gli avrebbe permesso d’usarlo come arma. «Cerchiamo di ragionare un po’» disse con voce faticosamente calma il cappellano.

I quattro a questo punto si ritrovarono impediti. Uno aveva la faccia quasi contro quella del prete: sembrò stesse per azzannarlo in viso: «Aaah, cosa vuoi tu?» barbugliò, fissandolo con occhi offuscati.

«Voglio parlare con te» gli rispose don Turla: «sono un cappellano e sono venuto qui per parlare con te.»

«Un cappellano?» L’altro aprì e chiuse più volte gli occhi: «Un co... cooosa?» Sembrava non afferrare, intanto oscillava percettibilmente, indebolito com’era dalla fame.

«Sì, un cappellano» ripeté padre Turla. «Non volete parlare col cappellano, ragazzi?»

Non gli risposero, però adesso lo fissavano tutt’e quattro coi loro occhi straniti.

«La vostra casa in Italia» disse il prete. «Vostra madre. Non ci pensate?» Si rivolse a quello che gli stava di faccia: «Tua madre. Dove sarà tua madre in questo momento? Cosa starà facendo? Eh, dì? Tua madre. Tua madre.»

Quello, che seguitava a guardarlo col ceffo proteso, si ritrasse un poco, aprì di nuovo e chiuse ripetutamente gli occhi; cominciò a respirare con affanno: «Mia madre...» bofonchiò.

Anche negli altri pareva molto lentamente accendersi un barlume di riflessione. (...)

Il cappellano guardava or l’uno or l’altro dei quattro, chiedendosi se stessero tornando realmente all’uso della ragione: gli stavano ancora tutt’e quattro davanti, ma non più aggressivi.

Riprese a parlare, rivolgendosi sempre direttamente ora all’uno ora all’altro: gli parlava del suo paese, della casa lontana, di sua madre. Poi parlò di Dio, dell’empietà - davanti a lui - di ciò che essi, travolti dall’orribile fame, erano stati sul punto di fare. Si sentiva sfinito (egli pure dalla fame, nonché dal dolore reumatico al braccio, e ora anche da questo sforzo emotivo); uno dei quattro, forse meno incolto degli altri, finì col rendersene conto, gli prese a un tratto la destra, s’inginocchiò, e gliela baciò.

Il cappellano si chinò ad abbracciarlo; gli altri tre fecero un passo o un mezzo passo indietro. «Alzati» disse il prete all’uomo inginocchiato «alzati»; e si passò una mano sul viso rigato di lacrime.

A questo punto l’alpino batté con forza sulla porta, chiamando per nome quelli che stavano dall’altra parte: «Aprite, è finita» diceva nel dialetto della val Camonica: «non c’è più pericolo. Aprite che c’è qui il cappellano.» Gli ci volle un certo tempo per fargliela capire.

Finalmente la porta si schiuse: preceduti dall’alpino, padre Turla e Michele poterono entrare; gli altri quattro rimasero, intontiti e ancora mezzo stralunati, sul limitare.»

Da Eugenio Corti, Il cavallo rosso, parte II, cap. 5.