Il calvinismo
una fredda impositività moralistica
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Francesco Bertoldi
un temperamento diverso da Lutero
Diverso dal passionale e istintivo Lutero, il freddo e lucidamente calcolatore Jehan (Giovanni) Calvino è in realtà la italianizzazione di Cauvin, cognome originarioCalvino (1509/64) elaborò una nuova Riforma, che non faceva appello ai principi e ai Re, ma alla coscienza degli individui, specialmente appartenenti alle élites (economiche, sociali o intellettuali).
la predestinazione
Centrale, in Calvino, è l'idea di predestinazione, che approfondisce l’idea luterana che il peccato originale ha fortemente debilitato la natura umana, così da rendere l’uomo incapace di fare il bene. Calvino si spinge oltre, sostenendo che tale debilitazione ha privato l’uomo della stessa capacità di scegliere, il libero arbitrio, un punto sul quale Lutero aveva lasciato un certo margine di ambiguità e di oscillazione.
E se l'uomo non ha più il libero arbitrio, significa che chi decide tutto è Dio. Dio governa infallibilmente non solo il mondo naturale, ma anche la vita e il destino degli uomini, predestinando gli uni alla eterna salvezza, gli altri alla eterna dannazione.
Si parla così della doppia predestinazione: non solo, appunto, alla salvezza eterna, ma anche alla dannazione eterna.
gli effetti storico-concreti di questa idea
Una tale concezione avrebbe potuto portare al fatalismo: se è Dio che ha già deciso tutto, è inutile da parte nostra qualsiasi sforzo. Tuttavia non è questo il senso che ne ricava Calvino: infatti, per lui, anche se il suo destino è già scritto, l'uomo deve impegnarsi in tutti i modi per diventare certo della sua predestinazione alla salvezza. In effetti lo sforzo non può essere teso a meritare la salvezza (che è già decisa), ma solo ad esserne certo. Qual è, dunque, il segno, per l'uomo, della propria predestinazione alla salvezza eterna?
Il segno è il successo: da qui l'insistenza calvinista sull'importanza del successo, anche e soprattutto economico, come segno; e di qui la totale decolpevolizzazione del profitto, che ha autorizzato Max Weber a indicare nel calvinismo un potente impulso ideologico al capitalismo.
Se il cattolicesimo aveva in passato frenato sul valore di un arricchimento individuale sganciato da riferimenti comunitari, ora non solo non sussiste più alcun freno, ma viene attivato un potente incentivo: guadagnare, in questa vita, è garanzia anche di salvezza nell'altra, e definitiva, vita.
il rapporto con lo Stato
Inoltre Calvino volle che le realtà dominate dalla sua nuova interpretazione del Cristianesimo, come Ginevra, «la Città dei Santi», fossero governate con ferrea disciplina per far osservare il più possibile la legge morale.
Al contrario di Lutero quindi, che affidava la stessa chiesa allo Stato, Calvino pretese che lo Stato fosse sottomesso alla sua Chiesa.
una tendenza impositiva
Da notare che lo sforzo calvinista di moralizzare non solo la vita pubblica, ma anche quella privata, va ben oltre l'idea tradizionalmente cattolica. Per il Cattolicesimo, anche nel Medioevo, pur auspicandosi che tutti, sempre e ovunque accolgano la proposta di Cristo, non si concepiva una imposizione forzata di un certo livello di moralità.
Il progetto di Calvino è meno rispettoso del valore della coscienza individuale, e mette a repentaglio la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata; in qualche modo può essere visto come un inquietante prodromo di una mentalità totalitaria, che nel '900 avrebbe seminato amari frutti di violenza e di sopraffazione.
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📚 Bibliografia essenziale
Jedin H. (diretta da), Handbuch der Kirchengeschichte (IV). Reformation Katholische und Gegenreformation, Freiburg im Br. 1967, tr.it. Storia della Chiesa (vol.VI: Riforma e controriforma), Jaca Book, Milano 1975 (o
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- Max Weber, Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, Tübingen 1934, tr.it. L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1991 (
o
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