La Gran Bretagna nel XIX secolo
uno sviluppo impetuoso, ma senza strappi
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I primi decenni
la questione irlandese
L'Irlanda aveva sempre mantenuto una sua identità, favorita anche dalla fedeltà al cattolicesimo romano, che la contraddistingueva dall'Inghilterra anglicana (e con l'anglicanesimo come religione di Stato, sottomessa alla Corona e poco o tanto strumento di essa), e non aveva mai accettato di lasciarsi assimilare alla Gran Bretagna. Nel XIX l'insofferenza al dominio inglese prende sempre più corpo, creando un problema per l'Inghilterra fin dai primi decenni del secolo.
Agitazioni sociali
Con lo sviluppo industriale si forma la classe operaia, il proletariato industriale, che già dagli anni 1816/18 compare sulla scena politica con agitazioni durante la crisi economica.
In un primo tempo il governo reagisce duramente, con i Combinations acts che vietavano l’associazionismo operaio.
Successivamente, però, i governi cercano di migliorare le condizioni del proletariato.
Riforme Politiche
Il sistema politico inglese, nel corso del XIX, conosce una serie di piccoli ma inesorabili adattamenti alla evoluzione della società, in senso sempre più democratico. In pratica vengono via via emanate nuove leggi elettorali, che allargano sempre di più il suffragio a cerchie sempre più estese di elettori.
Un primo importante passaggio fu il Riform Act del 1832.
Il Riform Act del 1832
La situazione precedente vedeva un netto predominio della classe dei proprietari fondiari:
- il reddito in base al quale si poteva essere eletti era reddito da proprietà terriera (immobiliare), non reddito mobiliare (600 sterline per i deputati delle contee, 300 per quelli dei borghi)
- i collegi elettorali erano disegnati ignorando le nuove realtà urbane, cui non assegnavano una adeguata rappresentanza.
con il Riform Act pur non cambiando tanto il numero di elettori (dal 2% al 3%), ne cambiò la tipologia, dando nuovo spazio all'elettorato delle città.
Di conseguenza la contrapposizione tra tories e whigs assunse dei connotati più di classe
il movimento cartista
Sviluppatosi dal 1836 rivendicava il suffragio universale (il voto segreto, l'abolizione del censo per l'eleggibilità, parlamenti annuali) e nel 1839 presentò in tal senso una petizione con oltre un milione di firme alla Camera dei Comuni, che la respinse.
Ci riprovò nel '42 e nel '48, senza successo.
Riforme Sociali
Vennero varate delle leggi sul lavoro, culminanti nella riduzione dell'orario di lavoro a 10 ore giornaliere, nel 1847. Importante fu anche l'abolizione dei dazi sul grano importato, presa dal governo nel 1846, che favorì, oltre ai ceti industriali, le classi meno abbienti.
Il “Victorian Age”
Il lungo regno della Regina Vittoria (1837-1901) vide l'apogeo della potenza britannica, con un ulteriore, imponente, sviluppo economico, e con la massima estensione dell'impero coloniale.
Dal punto di vista economico
L'agricoltura ebbe un ulteriore sviluppo il numero di lavoratori impiegati in tale settore diminuì molto (a metà secolo era già ben al di sotto del 50%, anticipando quello che poi sarebbe accaduto anche nel continente), dato l'impiego di moderne tecniche, il cui costo era accessibile alla ristretta classe di proprietari terrieri.
Molto attivi furono i settori minerario e industriale (tessile, metallurgico), il che portò allo sviluppo di grandi città, come Liverpool e Manchester.
Lo sviluppo industriale si intrecciò con quello bancario, e si accompagnò con quello dei trasporti: nel 1867, ad esempio, esistevano circa 25.000 linee ferroviarie, e la flotta commerciale britannica era la più potente del mondo.
Tale sviluppo venne favorito anche dall'atteggiamento pragmatico dei sindacati inglesi, le Trade Unions, aliene da qualsiasi massimalismo astratto: i loro obbiettivi non erano totalizzanti o troppo pretenziosi, ma miravano al possibile, evitando inutili conflittualità.
Dal punto di vista politico
La Gran Bretagna non conobbe la polarizzazione tra destra e sinistra che caratterizzò la Terza Repubblica in Francia: i due schieramenti che si alternavano al potere, liberali e conservatori, si legittimavano reciprocamente, e la differenza tra le loro politiche c'era, ma non andava mai oltre un certo limite.
I liberali
I liberali ebbero come leader principale, dopo Palmerston, William Gladstone (1809-98). All’inizio egli era conservatore, ma a causa della sua ostilità verso il coinvolgimento britannico nella guerra di Crimea, si dimise dal governo, e aderì poi al partito liberale di Palmerston, succedendo a questi nel ‘67 e salendo alla carica di primo ministro nel ‘68.
Egli in politica estera fu (in qualche modo) pacifista, nel modo con cui affrontò il problema coloniale e la questione irlandese; riguardo a quest'ultima ipotizzò un governo autonomo per l'Irlanda, la Home Rule.
Attuò riforme politiche come l'allargamento della base elettorale e l'introduzione dello scrutinio segreto, che sottraeva i lavoratori dipendenti dal (potenzialmente ricattatorio) controllo dei loro datori di lavoro.
Attuò anche riforme sociali, consentendo una maggiore libertà per le associazioni sindacali, e stabilendo la giornata lavorativa di otto ore. Inoltre vennero promosse, a tutela dei lavoratori, assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro.
i conservatori
Il loro leader principale fu Benjamin Disraeli (1804-81). Di origini italiane ed ebraiche, si convertitì al protestantesimo.
In politica estera fu più marcatamente colonialista di Gladstone: riuscì, acquistando le azioni egiziane del canale di Suez, a farne dell'Inghilterra il principale proprietario, aprendo in tal modo alla penetrazione britannica nell'Africa Orientale e Settentrionale. Inoltre nel '82 l'Egitto divenne protettorato britannico. Sotto di lui la Gran Bretagna pose delle basi coloniali in Rodesia.
Nel 1876 fece proclamare la regina Vittoria imperatrice delle Indie. Durante la guerra turco russa del 1877-1878 impedì allo Zar Alessandro di occupare Costantinopoli e al Congresso di Berlino riuscì a far rivedere il trattato di Santo Stefano annullando tutti i vantaggi conseguiti dalla Russia e aumentando l'influenza inglese in Turchia dalla quale si fece cedere Cipro.
Fu molto meno disposto di Gladstone a fare concessioni autonomistiche all'Irlanda (del resto ogni destra che si rispetti si caratterizza per una minor apertura all'altro e per una autoaffermazione dell'identico, si veda al riguardo Le nostre società vedono, al loro interno, una sempre maggior presenza di diverse visioni del mondo (cristianesimo, islam, ateismo e così via).
Questo fatto pone sì un problema, a differenza di quanto pensa un multiculturalismo radicale.
Ma non si tratta di un problema insuperabile, a differenza di quanto pensa l'ultraconservatorismo identitario che sogna il ritorno a una società completamente omogenea.
Qui si cerca una soluzione equilibrata al problema, che ponga dei paletti vincolanti per tutti, e al tempo stesso rispetti le legittime differenze
Dia-logos.
Per una ragionevole convivenza multiculturale
).
⚖ Per un giudizio
Da un punto di vista politico-istituzionale la Gran Bretagna è stata più apprezzabile della Francia: uno sviluppo graduale e progressivo, e un reciproco rispetto tra le forze in campo.
Ma non si può tacere del prezzo sociale che soprattutto i ceti meno abbienti pagarono, in certi periodi almeno del XIX secolo, e di cui i romanzi di Dickens sono un prezioso documento.
📚 Bibliografia essenziale
- AA.VV., The Oxford history of Britain, Oxford 1999, tr.it. Storia dell'Inghilterra. Da Cesare ai giorni nostri, Milano, Bompiani, 1998,,
Bompiani,
Milano
2001 (
o
)[la traduzione Bompiani è un estratto condensato della ben più ampia edizione inglese].
- Charles Dickens, A Christmas Carol, 1843, tr.it. Canto di Natale,
,
(
o
).
- Charles Dickens, David Copperfield, 1849-1850 (
o
).
- Roland Marx, La regina Vittoria e il suo tempo, Bologna 2001 (
o
).