Delacroix, la Libertà guida il popolo

I moti del '30 in Europa

un nuovo colpo all'ordine restaurato

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Table of Contents

🍹 Introduzione

si tratta della seconda ondata di ribellione all'ordine restaurato; e stavolta, poco, ma qualcosa cambia nel quadro politico europeo. La Francia torna, per quanto prudentemente, ad abbandonare la pretesa di un ritorno all'Ancien Régime; i cambiamenti non interessano subito il resto del continente, tranne il Belgio, ma un passo era fatto.

La rivoluzione di luglio

la Francia volta timidamente pagina

la politica reazionaria di Carlo X

Una delle maggiori cause prossime della “rivoluzione di luglio” fu l'incauto estremismo con cui Carlo X pensò di poter tornare ai tempi pre-rivoluzionari.

Questa stolta impostazione, incapace di tener conto deglle esigenze e degli umori di larghi strati di popolazione si snoda in una serie di scelte sbagliate, culminanti nella

  • emanazione di una legge detta "del miliardo", che stanziava appunto somme elevatissime per risarcire i nobili emigrati durante la Rivoluzione,
  • e nella “quattro ordinanze” (o “ordinanze di Saint-Cloud”) del 25 luglio 1830, che, tra l'altro, abolivano la libertà stampa e indicevano nuove elezioni con un tipo suffragio favorevole agli aristocratico.

Invano Carlo X cercò di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai problemi interni con la conquista dell'Algeria: sul piatto della bilancia pesarono molto di più una serie di cattivi raccolti, che ne compromise seriamente l'indice di gradimento.

la rivolta

Troppo ampia era ormai l'opposizione alla miope politica del Re, e il 27 luglio del 1830 Parigi insorse, con barricate e scontri a fuoco contro le truppe cioè fedeli al Re, al comando del maresciallo Marmontlealiste, contro di lui, costringendolo ad abbandonare la capitale.

Luigi Filippo nel 1841
Luigi Filippo nel 1841

A quel punto il Parlamento, egemonizzato dai liberali, chiama a succedere a Carlo X un nobile di vedute meno reazionarie, Luigi Filippo di Orléans, di un ramo cadetto dei Borbone. E in quanto tale non troppo lontano dal poter godere di una legittimità monarchica anche agli occhi delle potenze della Santa Alleanza.

Quindi la rivoluzione di luglio non porta né alla Repubblica, né al suffragio universale: i suoi obbiettivi furono più modesti e moderati. Si passa da un regime monarchico (quasi) assolutista a una monarchia parlamentare.

Il nuovo Luigi Filippo detto “Egalité”, assume significativamente il titolo non di re di Francia (come i sovrani di diritti divino), ma di Re dei francesi (il che implicitamente significava che il fondamento della sua sovranità era la volontà della nazione).

🇫🇷 Non solo, ma la bandiera di Francia torna ad essere il tricolore (blu,bianco e rosso), come durante la Rivoluzione.

un cambiamento moderato

La “monarchia di luglio”, così venne chiamato il regime istituzionale francese seguito alla rivoluzione di luglio, dal 1830 al 1848, si caratterizzò per un predominio dell'alta borghesia, e per scelte moderate e prudenti, tali da non impensierire troppo le potenze conservatrici della Santa Alleanza. Che infatti si guardarono bene dall'intervenire per contrastare questo cambiamento, per quanto esso fosse ben più profondo di quelli che vennero stoppati sul nascere nel moti del 20-21.

riverberi in Europa

La nuova Francia cercò di trarre più possibile vantaggi a livello europeo, ma stando attenta a non tirare troppo la corda, per non provocare la reazione delle potenze conservatrici.

il caso del Belgio

un aiuto interessato

Così essa, da un lato aiuta, del resto interessatamente, la rivolta indipendentista del il Belgio, che infatti riesce a staccarsi dall'Olanda. E questo era un altra crepa nell'ordine restaurato. Anche se era una crepa dal punto di vista della stabilità dei confini, me non dal punto di vista della nascita di regimi democratici, dato che il Belgio si diede una rassicurante forma di Stato monarchica.

D'altro lato, però, la nuova Francia, si rivelò cinicamente calcolatrice nel non fornire alun aiuto ad altri moti insurrezionali, ispirati alla rivoluzione parigina del luglio 1830.

la Polonia, abbandonata a sé stessa

un cinico disinteressamento

Particolarmente grave fu il cinismo con cui la rivolta indipendentista della Polonia venne abbandonata a sé stessa, nonostante la causa polacca fosse piuttosto popolare in Francia, anche per la presenza di emigrati politici come Adam Mickiewicz.

Così la Polonia, divisa al suo interno (anche per il mancato coinvolgimento del mondo contadino), viene nuovamente costretta a subire il dominio straniero (russo e austriaco). Tristemente celebre fu la frase, intrisa di cinismo con cui il ministro degli esteri francese, Horace Sébastiani, annunciò che per la Francia non c'era alcun problema nella situazione creatasi con la repressione della rivolta: «l'ordine regna a Varsavia»

il caso italiano

speranze deluse

Anche in Italia la rivoluzione di luglio accese delle speranze di un possibile cambiamento. ma anche in Italia la monarchia di luglio si guardò bene dall'intervenire.

I moti del 1831 scoppiarono solo in alcune limitate zone dell'Italia centrale, partendo già col piede sbagliato, perché il duca di Modena, che all'inizio era d'accordo coi congiurati, si tirò indietro qudno vuide che l'ASustria avrebbe opposto ogni resistenza al cambiamento. Così i moti vennero presto e facilmente repressi.

Maggiori dettagli

primi sviluppi

Le insurrezioni che scoppiarono all'inizio del 1831 nei Ducati di Modena e di Parma e in una parte dello Stato pontificio furono una diretta conseguenza della nuova situazione creatasi dopo la rivoluzione del luglio 1830 in Francia. D'altro canto, però, quelle insurrezioni furono il risultato di una precedente trama cospirativa che aveva il suo centro nel Ducato di Modena e si giovava dell'ambiguo appoggio dello stesso duca Francesco IV.

Personaggio ambizioso, il duca sperava di profittare di un eventuale sommovimento politico per diventare sovrano di un Regno dell'Italia centrosettentrionale. Per questo entrò in contatto con alcuni esponenti delle società segrete operanti nel Ducato, fra cui Ciro Menotti, imprenditore e commerciante, che lavorò per allargare allo Stato pontificio e alla Toscana la trama di una cospirazione destinata, nei suoi piani, a porre le premesse per un'Italia unita sotto una monarchia costituzionale. Francesco IV non era però l'uomo più adatto per realizzare progetti di questo genere.

Quando, dopo lo scoppio della rivoluzione in Francia, si rese conto che l'Austria si sarebbe opposta con le armi a qualsiasi mutamento in Italia, abbandonò rapidamente ogni idea di cospirazione e fece arrestare i capi della congiura. Era però troppo tardi per fermare il progetto rivoluzionario.

Bloccata a Modena, la rivolta scoppiò il 4 febbraio a Bologna e si estese immediatamente a tutti i centri principali delle Legazioni pontificie, ossia la Romagna con Pesaro e Urbino, oltre alle attuali province di Bologna e Ferrara (territori che il papa amministrava non direttamente, ma per il tramite di “cardinali legati”). Dalle Legazioni il moto dilagò nel Ducato di Parma e in quello di Modena (da cui avrebbe dovuto aver inizio), costringendo alla fuga Francesco IV.

Novità rispetto ai moti del '20-21

Questa volta a muoversi non furono tanto i militari, quanto i ceti borghesi appoggiati dall'aristocrazia liberale e sostenuti in qualche caso da una non trascurabile mobilitazione popolare. Sia a Bologna sia nei Ducati, questa mobilitazione - che si manifestava attraverso dimostrazioni e tumulti di piazza - fu sufficiente ad aver ragione di un potere strutturalmente debole e poco preparato all'uso sistematico della repressione militare. Per quanto riguarda lo Stato pontificio, questa debolezza era accentuata dalla vacanza del trono papale in quanto lo scoppio dei moti coincise col conclave da cui sarebbe stato eletto Gregorio XVI.

Un altro elemento di novità fu il tentativo - peraltro riuscito solo in parte- di coordinare le singole insurrezioni cittadine in un moto unitario: nelle Legazioni fu costituito un Governo delle province unite, con sede a Bologna, e fu organizzato un corpo di volontari col compito di marciare verso Roma.

la repressione

L'esito negativo del moto fu però condizionato negativamente sia dal persistere delle divisioni municipaliste, sia dal riproporsi del contrasto fra democratici e moderati: decisi i primi ad assumere subito l'iniziativa e a portare la lotta fin nel cuore dello Stato pontificio; favorevoli i secondi a una tattica attendista, che faceva assegnamento soprattutto sulla presunta opposizione della Francia a un intervento austriaco nella penisola.

In realtà, come visto, il regime orleanista non si impegnò in difesa di rivoluzioni “lontane”. E in marzo il governo austriaco, una volta accertate le intenzioni di Luigi Filippo, poté procedere indisturbato a un nuovo intervento militare. Il ritorno al vecchio ordine fu accompagnato dall'inevitabile repressione.

Ciro Menotti fu condannato a morte e impiccato. Anche il nuovo papa Gregorio XVI usò la mano pesante nei confronti degli insorti emiliani e romagnoli, che furono condannati a lunghissime pene detentive, quando non riuscirono a riparare all'estero.

in conclusione

I “moti del 30-31” riuscirono a intaccare più in profondità di quanto avessero fatto quelli del 20-21 l'ordine restaurato.

Certo, si tratta di cambiamenti ancora modesti, ma lo sgretolamento della Restaurazione era in atto, inesorabilmente e irreversibilmente. Diciotto anni dopo, con le grandi rivoluzioni del '48, esso avrebbe ricevuto un colpo ben più duro.

In ogni caso, in questa nuova ondata, oltre alla contestazione dell'assolutismo, affiora il tema nazionale (in Belgio, in Polonia, in Italia), che poi avrebbe ulteriormente acquistato importanza, nel '48 e nel decennio '60, con le unificazioni italiana e tedesca.

Per un giudizio

Dato che l'ordine stabilito al Congresso di Vienna era un irrealistico tentativo di portare indietro le lancette dells storia, il cambiamento, oltre che inevitabile, era potenzialmente positivo. E non era di per sé un male che esso avvenisse nel modo meno violento e brusco possibile.

Tuttavia la cautela di Luigi Filippo ebbe un che di grettamente egoistico e, come già detto, di cinico. Soprattutto per quanto riguarda la causa polacca.

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