
Censura e isteria
due fenomeni legati
Table of Contents
Francesco Bertoldi
🍹 Introduzione
Questa pagina verte sui concetto di censura e su quello (in qualche modo relazionato) di isteria. Va detto che quest’ultimo concetto verrà qui inteso non in un senso tecnico-clinico, ma nel senso più diffuso e volgare. In estrema sintesi la tesi che verrà sostenuta è che, se la censura consiste nel far finta di non sapere (che esiste) qualcosa che esiste, l’isteria può essere considerata come un cane da guardia della censura. Essa infatti è una reazione irosa contro chi in qualche modo tende a compromettere ciò che si è censurato.
la censura
Come osservava Freud il significato originario della parola censura è di carattere politico: è l’opera con cui un regime antidemocratico cerca di impedire che la gente sappia quanto potrebbe essere pericoloso per la sopravvivenza del regime stesso. Ma giustamente Freud estendeva questo concetto anche alla vita individuale, come il meccanismo per cui un individuo cerca di nascondere a sé stesso qualcosa che pur sa benissimo esistere.
Vediamo allora anzitutto un confronto tra il concetto freudiano di censura e quello pascaliano di divertissement, di “divertimento”. In effetti anche il divertissement pascaliano è un cercare di eludere qualcosa, di fare come se non fosse qualcosa che è: fondamentalmente gli esseri umani per Pascal passano gran parte della loro vita cercando di dimenticare qualcosa di reale, in particolare il male, la sofferenza e la morte. Cercando così di dimenticare (di “rimuovere”, per usare un lessico freudiano) ciò che essi credono sia impossibile da risolvere, come se il problema della vita se fosse senza soluzione.
Che analogia c’è allora tra divertissement pascaliano e censura freudiana? Innanzitutto si potrebbe osservare che il divertissement è qualcosa di più consapevole o perlomeno di meno profondamente nascosto alla consapevolezza, in quanto per Pascal gli esseri umani in qualche modo sono più consapevoli di stare effettuando un’operazione appunto menzognera. Quindi il divertissement pascaliano è più vicino alla superficie della consapevolezza rispetto alla "censura" freudiana, che invece seppellisce qualcosa molto più in profondità, Tanto che solo un impegnativo lavoro psicoanalitico, un lavoro “di scavo”, riesce a far emergere quanto si è censurato, rimosso. Oltre a questa differenza, c’è il fatto che Freud circoscrive il campo di azione di questo concetto a quella che per lui è la sfera decisiva della psiche umana, la sfera sessuale. Mentre in Pascal il divertissement riguarda essenzialmente la questione del senso ultimo della vita.
Qui si può osservare in generale che il grosso limite del freudismo è la sua cornice interpretativa globale e filosofica, che come già osservava Maritain è di tipo materialistico e deterministico. Ma osservava lo stesso (in Quattro saggi sullo spirito umano nella condizione d'incarnazione )Maritain , la cornice filosofica del freudismo può essere distinta dal livello propriamente scientifico delle teorie freudiane e dal suo metodo terapeutico, e queste ultime due cose possono ben essere “salvate” anche da chi non condivide la cornice filosofica freudiana. Quest'ultima che in qualche modo risente, al limite suo malgrado, di una impostazione positivistica: fa cioè come se la scienza potesse spiegare tutto. Si potrebbe anche aggiungere che, curiosamente, questo è un limite che tendono ad avere anche dei suoi seguaci di indirizzo religioso, cristiano. Del resto è una tendenza di ogni essere umano quella di fare del proprio particolare un assoluto, e a questa tentazione nessuno sfugge.
In ogni caso, tornando al filo principale del discorso, c’è censura quando c’è il tentativo di negare l’esistenza di qualcosa che esiste e che si sa che esiste: un po’ più consapevolmente nel concetto pascaliano di divertissement, un po’ meno consapevolmente nel concetto freudiano di censura.
l'isteria
E l'isteria in questo senso può essere vista come il cane da guardia della censura, si anticipava sopra: nel senso appunto che è un tipo di reazione in qualche modo spropositato che si ha quando qualcuno o qualcosa tende a smantellare una nostra operazione di censura.
isteria e rabbia
È ora opportuno fare un confronto tra isteria e rabbia. Apparentemente infatti una reazione isterica è una reazione rabbiosa, ossia un fenomeno che sembra molto contiguo al fenomeno della rabbia, al punto da non apparire facilmente distinguibile. Eppure si tratta di due cose diverse. Esiste infatti una rabbia sana, non patologica.
Dal punto di vista teologico ciò appare chiaro dal fatto che il Fondatore del cristianesimo ha avuto dei momenti di rabbia, che non possono essere considerati come una forma di patologia. Gesù che scaccia i mercanti dal tempio si arrabbia. Gesù che litiga con i farisei discutendo con loro, si arrabbia. In tali casi egli non può essere considerato come un isterico, come uno psicopatico: quindi, dal punto di vista della fede, è possibile pensare che esista una rabbia sana; mentre una reazione isterica è qualcosa di patologico. È solo apparentemente simile alla rabbia. Vediamo di focalizzare qualcosa su dove possa stare la differenza.
Probabilmente uno dei sintomi che siamo davanti a un fenomeno isterico (e non un fenomeno di “fisiologica” rabbia) è la indisponibilità ad argomentare/giustificare la propria posizione, con conseguente pretesa di zittire l'altro, più che di convincerlo. Gesù scaccia i mercanti dal tempio portando degli argomenti:
«avete fatto della casa del Padre mio una spelonca di ladri».
(cfr. Gv, 2,16)
Non li scaccia silenziosamente, ma fornisce loro la motivazione della sua drastica azione, e non si vedono quali obiezioni di principio si possano immaginare sulla possibilità che Egli fosse disponibile a controbattere (ovviamente non con fredda flemma) chi eventualmente gli avesse portato dei controargomenti. Anche con i farisei Cristo porta degli argomenti, Egli dunque non è volto a zittire l'interlocutore, come sarebbe avvenuto con una reazione isterica.
Si potrebbe in effetti dire che una rabbia sana ha degli argomenti a volontà, e non teme perciò di andare fino in fondo in una discussione, non ha riserve di principio. Anche se questo non significa una disponibilità illimitata de facto: nella misura in cui l'interlocutore dimostrasse una evidente malafede, e dimostrasse di non potere/voler dialogare, non è che uno possa dialogare da solo. L’isteria invece ha obiezioni non de facto, ma de jure, obiezioni di principio sullo stesso concetto di dialogo, almeno relativamente a quelle questioni che sono oggetto di censura. L'isterico vuole che di certe cose non se ne parli proprio. Qui dunque ci ricongiungiamo al concetto di censura: ci sono cose di cui non si deve parlare.
Una ulteriore considerazione, più ipotetica, sulla differenza tra isteria e rabbia sana potrebbe venire dalla considerazione di come si arrabbiava il Fondatore del cristianesimo. Cristo si arrabbia non tanto nei confronti di persone che hanno fatto il male e lo ammettono. Anzi se un rimprovero veniva fatto a Cristo era di essere “troppo buono”, troppo misericordioso verso i peccatori, come prostitute e pubblicani. Egli era invece sferzante con chi si riteneva giusto, ma permaneva in un atteggiamento pervicace, coriaceo e malizioso di menzogna.
Ora, la menzogna può essere vista come mancanza di ragioni, di argomenti. Il peccato è assenza di logica, assenza di una logica che sia davvero tale, cioè adesione alla realtà. In questo senso Cristo si arrabbia contro chi permane un atteggiamento ostinato di mancanza di ragioni, si arrabbia con chi non ha (reali) argomenti, ma pretende di averli; mentre l’isterico si arrabbia contro chi ha argomenti, ha ragioni, ragioni che gli mostrerebbero la inconsistenza dei suoi argomenti.
“Stultas quaestiones” ℹ espressione di San Paolo, nella lettera a Tito, 3, 9: “Stultas autem quaestiones(...) devita”, ossia “evita (di affrontare) stupide questioni”
non è che convenga affrontare qualsiasi discussione
Anche questo è un punto che merita un chiarimento. In realtà è vero che ci sono argomenti stupidi di cui non conviene parlare, ma questo è cosa diversa dal non doverne parlare. Non conviene solo perché si tratta di questioni stupide, e il sintomo che è questa valutazione a muovere è che chi si rifiuta di parlare di questioni stupide non ha quella animosità (appunto isterica), che ha chi teme che gli si scompigli un artefatto, fragile castello di carta. Se infatti quello che uno ritiene vero non è un castello di carta ma è solido, uno non ha motivo di temere di difenderlo anche dialetticamente; non teme cioè di affrontare tutte le possibili e immaginabili obiezioni di questo mondo, perché è sicuro che non ci sia niente che possa distruggerlo. Anzi uno è ben contento che qualcuno gli faccia delle obiezioni, per verificare che quello in cui crede è davvero solido.
Ne segue che l'atteggiamento di chi non si lascia intrappolare in una questione “stolta” è connotato da un’ultima commiserazione verso chi glielo propone, lo lascia perdere, ma senza odiarlo, anzi compatendolo. Mentre rifiutare un argomento che uno teme possa mettergli in crisi il suo sistema censorio implica animosità e turbamento, e almeno un po' di odio. Stati d'animo, si può osservare, che sono indice di debolezza.