Immanuel Kant

la non-riconoscibilità razionale del Mistero

Der bestirnte Himmel über mir,
und das moralische Gesetz in mir.

importanza di Kant

Crocevia obbligato?

superabilità ... del superamento (della metafisica)

Sulla importanza di Kant si possono avere, in sintesi, due grandi tesi: c'è chi lo ritiene pensatore della massima importanza, vero crocevia del pensiero occidentale, imprescindibile pietra miliare della storia della filosofia, che si dividerebbe addirittura in un "prima" e "dopo" Kant; si tratta, in genere, di chi nega la possibilità, per la conoscenza umana, di raggiungere la realtà, di cogliere le cose stesse (le cose-in-sé). Si tratta cioè del pensiero, egemone nella cultura occidentale nel XIX e XX secolo, antimetafisico, ivi includendo anche idealismo e neoidealismo, che concordano nel negare la conformità dell'intelligenza a un dato, che la precede e la giudica. Non per nulla Hegel stima Kant come un punto di passaggio essenziale del cammino della filosofia.

C'è però chi relativizza l'importanza di Kant, e mette in discussione l'idea, storicistica, che la metafisica sia inappellabilmente superata. Kant, in questa prospettiva, è sì un pensatore importante, ma come esponente di spicco di uno dei tanti possibili modi di affrontare la questione della conoscibilità della realtà in sé stessa. Un modo che non è conseguenza inevitabile del sapere scientifico, ma rischia di diventare non perché lo stesso Kant lo volesse, ma al di là delle sue possibili intenzionidi fatto funzionale a un progetto, antropocentrico, di indipendenza dall'oggettivo. Questa seconda posizione appare più ragionevole.

una critica ... non del tutto criticabile

Tuttavia rimane che Kant, pur dandogli una soluzione inadeguata, e per certi aspetti persino rozza (perché incompatibile con come mette ben in luce Paolo Musso, ne La scienza e l'idea di ragione, opera in cui sostiene anche un'altra tesi importante su Kant: la sua vicinanza all'averroismo.), ha posto un problema reale: quello di un eccessivo “ottimismo” del pensiero classico (antico e medioevale) nel modo di concepire la conoscibilità dell'essere e quindi la natura della metafisica. C'era stata in effetti da parte del pensiero metafisico classico la tendenza a credere che si possa conoscere tutto della realtà, o comunque più di quanto se ne possa davvero conoscere; ma più ancora c'era stata la tendenza a pensare che l'interpretazione ultima della realtà sia qualcosa di automatico, che non richieda il coinvolgimento dell'intera soggettività umana, affettività inclusa. Su questo la Patristica e S.Agostino avevano intravvisto giusto, secondo un filo ripreso poi da Blondel nel '900. Questo eccessivo “ottimismo gnoseologico” del pensiero classico aveva poi avuto delle conseguenza sul piano pratico, legittimando atteggiamenti e comportamenti più o meno intolleranti, poco rispettosi cioè del mistero e della libertà personali.

📔 Opere principali di Immanuel Kant

titolo originale titolo tradotto anno
Gedanken von der wahren Schätzung der lebendigen KräftePensieri sulla vera natura delle forze vive1747
Principiorum primorum cognitionis metaphysicae nova dilucidatio[titolo latino]1755
Monadologia physicaMonadologia fisica1756
Der einzige mögliche Beweisgrund zu einer Demonstration des Daseins GottesL'unico argomento possibile per una dimostrazione dell'esistenza di Dio1763
Träume eines Geistersehers, erläutert durch Träume der MetaphysikI sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica1766
Dissertatio de mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis[titolo latino]1770
Metaphysische Anfangsgründe der NaturwissenscaftPrincipi metafisici della scienza della natura1786
Kritik der reinen VernuftCritica della Ragion Pura1787
Kritik der praktischen VernuftCritica della Ragion Pratica1788
Kritik der UrteilskraftCritica del Giudizio1790
Die Religion innerhalb der Grenzen der blossen VernuftLa religione entro i limiti della semplice ragione1793
Zum ewigen Frieden Per la pace perpetua1795
Die Metaphysik der SittenLa metafisica dei costumi1797

🪪 Cenni sulla vita

una vita all'insegna del dovere («dovere, sublime parola!»)

Immanuel Kant nacque nel 1724 da famiglia modesta (il padre era sellaio e gli morirono ben sei fratelli in giovane età). Ricevette dalla madre una educazione ispirata al pietismo, con una sottolineatura della bellezza del creato come segno dell'esistenza di Dio.

Poté studiare prima al liceo classico della sua città natale, Königsberg e poi filosofia all'Università Albertina della stessa, dove ebbe come maestro Martin Knutzen, seguace, attraverso Ch. Wolff di Leibniz, laureandosi con una tesi intitolata Pensieri sulla vera misura delle forze vive (1746).

Dal 1747 al 1755 fece il precettore privato presso varie famiglie benestanti della sua città e dei dintorni, nel frattempo studiando fisica ed elaborando originalmente la teoria dell'origine dell'universo da una nebulosa primitiva, ripresa indipendentemente quarant'anni dopo da Laplace (e nota perciò come teoria di Kant-Laplace).

Kant nella sua passeggiata
il filosofo nella sua quotidiana passeggiata

Nel 1755 ottenne la libera docenza di fisica e di metafisica (quest'ultima con la dissertazione Principiorum primorum cognitionis metaphysicae nova dilucidatio), il che gli permise di tenere da allora e fino al 1770 vari corsi all'Università di Königsberg.

Dal 1766 fu anche sottobibliotecario alla Biblioteca reale della sua città, incarico che svolse con molto scrupolo, come del resto con tutti i suoi impegni. Si racconta che egli andava in biblioteca anche quando il gelo era tale da ghiacciare l'inchiostro nel calamaio.

La regolarità della vita di Kant è espressa anche dall'aneddoto che i suoi concittadini regolavano gli orologi dalla sua immancabile passeggiata quotidiana. Forte in effetti era il suo senso del dovere, ereditato dalla religiosità materna, ma scarso era il sui senso di solidarietà: ogni individuo per lui doveva fare tutto ciò che doveva, ma anche solo ciò che doveva, nulla di più. Lo si vide quando le sue sorelle, in difficoltà economiche, gli chiesero un aiuto, vedendoselo negare, con la motivazione che “ognuno deve bastare a sé stesso”.

Nel 1770 vinse il concorso per la cattedra di metafisica e logica all'Università della sua città, con la dissertazione De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis, e da quel momento vi insegnò sempre, rifiutando anche trasferimenti in università più prestigiose. In generale si mosse pochissimo da Königsberg.

Il suo pensiero si sviluppò lentamente, e come si è visto lenta fu la sua carriera universitaria.

Morì nel 1804, avendo perso la piena lucidità. Le sue ultime parole furono Ist gut (sta bene).

il periodo pre-critico

Il nome: perché “pre-critico”?

Si distinguono nel pensiero di Kant due periodi, quello “precritico” e quello “critico”. Si tratta di nomi che non indicano alcuna “crisi” in Kant, ma traggono origine dal nome delle tre principali opere di Kant, che contengono appunto la parola “Critica” (“Kritik”). È il secondo periodo ad essere quello in cui Kant pubblicò le tre “Critiche” (Critica della Ragion pura, Critica della Ragion pratica e Critica del Giudizio), mentre il primo periodo è quello che ne precede la pubblicazione (dunque il periodo fino alla Dissertatio del 1770).

un sofferto percorso di rinuncia

Kant parte con una iniziale stima per la metafisica: nella prima fase della sua riflessione infatti essa gli appare come il fondamento necessario di quella cosa a cui egli tiene più di tutto, la morale, vista come qualcosa di assolutobisogna poter dire “bisogna” (“bisogna fare così”, “è mio dovere” fare così, non basta dire “mi conviene fare così”. Ma solo se la ragione può dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, il dovere viene fondato: altrimenti al massimo uno potrebbe dire “mi conviene agire in un certo modo”, ma non: “devo”. D'altra parte fin dall'inizio Kant nutre anche una forte stima per la scienza moderna, che ha l'indubbio pregio di essere rigorosa e controllabile: riesce, ha successo, le sue previsioni si avverano infallibilmente.

Kant dunque inizialmente vorrebbe salvare sia la metafisica sia la scienza, ma ben presto avverte la presenza di un conflitto tra le due forme di conoscenza.

La metafisica che Kant conosce infatti è quella di Leibniz, una metafisica tendenzialmente spiritualistica, che entra in rotta di collisione con una scienza interpretata in senso meccanicistico. Egli da un lato sembra ignorare la metafisica aristotelica (e scolastico-medioevale), che ha come oggetto non solo l'invisibile, ma tutto l'essere, a partire dal visibile, e d'altro lato non problematizza il meccanicismo galileiano-newtoniano, che rendeva il visibile fortemente eterogeneo all'invisibile.

In particolare il contrasto appare difficile da sanare sul problema di spazio e tempo: per la metafisica leibniziana essi non solo non sono assoluti (come in Aristotele), ma non sono nemmeno reali, viceversa per Newton, che agli occhi di Kant (del resto comprensibilmente) rappresenta la scienza, essi sono non solo reali (come in Aristotele), ma addirittura assoluti: lo spazio e il tempo esisterebbero anche se non esistessero corpi (mentre in Aristotele, essendo accidenti essi sono relativi alle sostanze corporee).

Kant dunque vede tale contrasto e in un primo tempo si sforza di conciliarlo: testimonianza di tale sforzo è la Monadologia physica (1756). In tale opera Kant sostiene da una parte che i corpi si riconducono a elementi inestesi (con Leibniz), ma d'altra parte tali monadi inestese irraggiano attorno a sé una sorta di campo tridimensionale, esteso, impenetrabile (con Newton).

Successivamente Kant abbandonerà tale impostazione e maturerà una crescente insofferenza per la metafisica. In tale evoluzione una parte importante l'ha avuta la lettura di Hume, che secondo le parole dello stesso Kant lo ha svegliato dal suo sonno dogmatico.

Testimonianza di tale cammino di abbandono della metafisica è lo scritto del 1766 I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica. Il visionario in questione è un tale Swedenborg, svedese (1688/1772), che sosteneva di vedere e parlare con i defunti allo stesso modo con cui vedeva e parlava con i viventi. Kant osserva che tale pretesa facilità nel raggiungere l'invisibile è frutto della pretesa della metafisica, di raggiungere razionalmente l'invisibile.

la conoscenza (la Critica della ragion Pura)

La teoria della conoscenza del Kant maturo è contenuta nella Critica della Ragion Pura (17811, 17872). Egli vi si chiede quali siano la natura e i limiti della conoscenza umana. Benché la struttura di tale opera sia più complessa, è scolasticamente utile tripartirla in Estetica trascendentale (sulla sensazione), Analitica trascendentale (sul pensiero legittimo) e Dialettica trascendentale (sul pensiero illegittimo).

Il fontespizio della Critica della Ragion Pura

chiarimenti terminologici

Chiariamo anzitutto il senso del termine “trascendentale”, ossia “che trascende”, “che va oltre”. È trascendentale ciò che trascende le distinzioni, che possono essere

Se trascendentale è ciò che trascende, va-oltre, le divisioni, esso è ciò che è esteso a tutto:

Nel vocabolario di Kant molto vicino al termine “trascendentale” è il termine “puro”: esso è equivalente a “a-priori”, ossia è ciò che non è ricavato dai sensi, ma è già da sempre presente in noi, alla struttura conoscitiva del soggetto che noi siamo. In base alla rivoluzione copernicana ciò che è “posto” dal soggetto (ciò che è presente in noi, per come è fatta la nostra capacità di conoscere) si estende a (è presente in) ogni conoscibile, in ogni possibile cosa conosciuta; dunque è “trascendentale”, almeno al suo livello.

la rivoluzione copernicana

È lo stesso Kant a chiamare “rivoluzione copernicana” la svolta del pensiero con cui lui stesso riteneva di aver risolto una volta per tutte il problema della conoscenza ribaltando quanto si era pensato prima di lui, analogamente a come Copernico aveva radicalmente riformulato i termini del problema astronomico. Come per Copernico non è il sole a girare attorno alla Terra, ma il contrario, così per Kant non è il soggetto a ruotare attorno all'oggetto, ma al contrario è l'oggetto a ruotare attorno al soggetto, ossia non è il soggetto che deve adeguarsi all'oggetto, ma è l'oggetto che si adegua al soggetto, si piega docilmente alle sue leggi e alle sue strutture conoscitive.

Di conseguenza non dobbiamo più chiederci se le nostre idee siano conformi alle cose, perché sono le cose che si conformano alle nostre forme conoscitive a-priori:

«Finora si è creduto che ogni nostra conoscenza debba regolarsi sugli oggetti; ma tutti i tentativi, condotti a partire da questo presupposto, di stabilire, tramite concetti, qualcosa a priori intorno agli oggetti, onde allargare in tal modo la nostra conoscenza, sono andati a vuoto.

È venuto il momento di tentare una buona volta, nel campo della metafisica, il cammino inverso, muovendo dall'ipotesi che siano gli oggetti a dover regolarsi sulla nostra conoscenza; ciò si accorda meglio con la auspicata possibilità di una conoscenza a priori degli oggetti, la quale affermi qualcosa nei loro riguardi prima che ci vengano dati.» Bisher nahm man an, alle unsere Erkenntnis müsse sich nach den Gegenständen richten, aber alle Versuche über sie a priori etwas durch Begriffe auszumachen, wodurch unsere Erkenntnis erweitert würde, gingen unter dieser Voraussetzung zunichte.
Man versuche es daher einmal, ob wir nicht in den Aufgaben der Metaphysik damit besser fortkommen, daß wir annehmen, die Gegenstände müssen sich nach unserem Erkenntnis richten, welches so schon besser mit der verlangten Möglichkeit einer Erkenntnis derselben a priori zusammenstimmt, die über Gegenstände, ehe sie und gegeben werden, etwas festsetzen soll.

l'estetica trascendentale

Questa parte della Ragion Pura si occupa della sensazione. Il nome si riferisce al senso originale del greco αἴσθησις (aisthesis), che è appunto “sensazione”, per cui “estetica” ha in Kant un senso diverso da quello comunemente inteso (riferito alla bellezza e all'arte).

Gli oggetti della sensazione sono collocati nello spazio e nel tempo (sono sempre in un “qui e ora”), e per Kant il problema fondamentale di questa parte è proprio quello della natura di spazio e tempo, argomento che, come abbiamo visto, egli aveva già affrontato nella Monadologia physica.

La soluzione qui data da Kant è che spazio e tempo siano forme a-priori, ovvero “intuizioni pure”, qualcosa che è presente in noi e che perciò avvolge tutto ciò che conosciamo: non sappiamo cioè se lo spazio e il tempo, come noi li conosciamo, esistano realmente nel mondo in-sé, fuori di noi, sappiamo però che noi applichiamo, sempre e necessariamente, tali caratteristiche ad ogni possibile oggetto sentito. Quindi non può succedere che sentiamo (vediamo, udiamo, tocchiamo) qualcosa che non sia dentro queste coordinate, lo spazio e il tempo.

In questo modo spazio e tempo sono universali e questo ha dei riverberi sulla attendibilità della scienza. Il suo oggetto infatti è la realtà sensibile, la realtà oggetto dei sensi, quella che noi vediamo e tocchiamo; ma se tale realtà è necessariamente accompagnata dalle caratteristiche (universalmente presenti) di spazio e tempo, allora l'oggetto della scienza ha un carattere di stabilità e di regolarità, non è cioè qualcosa di capriccioso e imprevedibile, ma è governato da leggi universali e necessarie. Ed è perciò prevedibile e “studiabile”. Il che permette alla scienza di essere attendibile.

Spazio e tempo li mettiamo noi (sono forme a priori), ma dalla realtà “esterna”, dal mondo, dalle cose-in-sé, proviene una “materia” che viene organizzata dentro tali due forme.

fenomeno e noumeno in Kant

L'oggetto della conoscenza, sensibile in questo caso, è così un fenomeno, derivante a) da una materia proveniente dalla realtà-in-sé e b) da una forma, lo spazio e il tempo, posti dal soggetto. Noi conosciamo solo il fenomeno, solo i fenomeni; ciò che invece sta “dietro” i fenomeni, cioè il noumeno, chiamato anche cosa-in-sé ci sfugge, è una x misteriosa irraggiungibile.

Come si vede Kant riprende qui due termini aristotelico-scolastici, forma e materia, come già aveva ripreso il termine trascendentale, dando loro, anche qui, un significato parzialmente diverso.

Da un lato infatti , come in Aristotele, materia e forma sono dei principi e non delle cose (non possono esistere separatamente) e svolgono una funzione determinante la seconda e indeterminata la prima; ma, d'altro lato, a differenza dallo cioè di Aristotele, nativo di StagiraStagirita, materia e forma hanno un senso gnoseologico e non ontologico. La materia ad esempio, non va immaginata come un effluvio materiale che attraverserebbe lo spazio partendo dalla cosa per raggiungere poi il soggetto.

l'analitica trascendentale

la scienza come modello del sapere

In questa parte della Critica Kant, dopo aver esaminato la conoscenza sensibile, affronta il tema della conoscenza razionale legittima, valida, chiedendosi quale ne sia la natura e quali i limiti.

Per sapere come si caratterizzi in generale la conoscenza valida egli parte da quella particolare conoscenza razionale, quel particolare sapere, che è sicuramente, indubitabilmente valido, per enuclearne i tratti costitutivi, che saranno per ciò stesso anche i tratti costitutivi del sapere valido in generale. Questo sapere particolare certamente valido è quello scientifico, in particolare la fisica e la matematica.

i giudizi sintetici a-priori

Come è strutturato, dunque, il sapere valido, matematico-fisico? Esso è sostanziato da un certo tipo di giudizi, i giudizi sintetici a-priori, che sono al tempo stesso

Kant in effetti distingue tre tipi di giudizi:

Chiariamo i termini usati:

analitico
significa che il predicato non aggiunge niente di realmente nuovo rispetto al soggetto, ma si limita ad esplicitarne il contenuto;
sintetico
al contrario indica che il predicato aggiunge qualcosa di non presente nel soggetto.
a-priori
indica la capacità di universalità e necessità, a-posteriori al contrario indica che un giudizio non raggiunge tale livello.

Si vede che i giudizi sintetici a-priori sintetizzano il meglio dell'empirismo (la fecondità) e del razionalismo (universalità e necessità): assicurano cioè che il sapere si accresca di nuove conoscenze, ma raggiungendo anche un livello di universalità, formulando ad esempio delle leggi valide non solo in certi casi, ma sempre.

come sono possibili tali giudizi (sintetici a-priori)?

Il passo successivo che cioè Kantil filosofo di Königsberg compie è chiedersi come siano possibili i giudizi sintetici a-priori. La risposta è che la loro condizione è che la conoscenza umana (valida) sia strutturata in un certo modo, tale da garantire da un lato la rigorosità e dall'altro la fecondità.

la forma a-priori, garanzia dell'universalità

Che cosa garantisce la rigorosità, il fatto cioè che un giudizio sia vero non solo qui e adesso, ma sempre e ovunque, necessariamente? Per Kant tale garanzia può essere data solo dal fatto che è il soggetto umano ad applicare infallibilmente quella data caratteristica, quel dato filtro, ossia quella data forma a-priori. Se siamo noi ad avere delle lenti gialle, che non ci possiamo togliere, è assicurato che vedremo sempre tutto giallo. Dunque il carattere di universalità e necessità poggia sull'a-priori, noi poniamo, applichiamo delle forme a-priori, cioè i concetti (puri).

l'origine dell'universalità

Come abbiamo visto in Kant l'universalità è posta dal soggetto, mentre in Aristotele essa è trovata dal soggetto nell'oggettività, mediante l'astrazione. Ciò significa che Aristotele è realista, è convinto che la mente umana rispecchi fedelmente la realtà, nei suoi aspetti intelligibili universali, mentre Kant non lo è, essendo convinto che non si dia garanzia di tale rispecchiamento.

la materia, garanzia della fecondità

Queste forme a-priori spiegano solo un lato della conoscenza valida, non sono complete in sé stesse, devono unirsi a una materia (come già dovevano spazio e tempo nel caso della sensazione), proveniente dal di fuori del soggetto, e che spiega il fatto che la conoscenza si arricchisca sempre di nuovi contenuti. Questa materia non è altro che l'intuizione sensibile, cioè la sensazione.

Notiamo che i concetti supremi (quelli più universali, più generali di tutti, quelli “sopra i quali” non ce ne sono altri), che per Aristotele e la Scolastica erano 10, per Kant sono 12, le dodici categorie (unità, pluralità, totalità, realtà, negazione, limitazione, inerenza e sussistenza, causa ed effetto, reciprocità, possibilità e impossibilità, esistenza e inesistenza, necessità e contingenza), che egli desume dai corrispondenti giudizi, quali erano classificati, pare, dai manuali di logica del suo tempo.

una sinergia necessaria

Kant è convinto che ci debba essere una sinergia tra il fattore formale (i concetti) e quello materiale (le intuizioni): entrami i fattori sono necessari e devono collaborare perché si dia conoscenza valida.

«I concetti senza le intuizioni sono vuoti, le intuizioni senza i concetti sono cieche.» «Gedanken ohne Inhalt sind leer, Anschauungen ohne Begriffe sind blind»

Anche da qui si vede la differenza tra i concetti kantiani e le idee innate del razionalismo moderno (Cartesio, Spinoza, Leibniz): mentre queste ultime sono autosufficienti, quelli devono integrarsi, per così dire, alle intuizioni (da soli non fanno conoscere).

la “deduzione trascendentale” delle categorie

Il dubbio: una proposta relativista?

una violenza alla realtà?

Kant si chiede, visto che i concetti, le categorie non sono astratti (ricavati) dal sensibile, come in Aristotele, ma sono imposti al sensibile, se ciò non si configuri come qualcosa di arbitrario, una alterazione della realtà. Chi ci garantisce insomma che le categorie che noi applichiamo alla materia sensibile corrispondano in qualche modo alla struttura profonda della realtà?

una rassicurante necessità

La risposta è che, certo, nulla garantisce, a livello teoretico almeno, tale corrispondenza. Tuttavia quello che ci deve importare, e bastare, è che possiamo essere certi che, proprio per il fatto che si tratti di “filtri” che noi applichiamo necessariamente al conosciuto, non ci potrà mai essere alcuna sbavatura in tale applicazione: tutti gli esseri umani sempre e comunque applicheranno al dato le categorie, garantendone così la universalità e necessità.

la dialettica trascendentale

la conoscenza non valida

Dopo aver esaminato la conoscenza valida, Kant esamina quella non valida, cioè la metafisica, che ora, superando definitivamente le incertezze del periodo precritico, abbandona decisamente.

La metafisica non è un sapere valido perché pretende di conoscere quel noumeno, quell'incondizionato, che è invece irraggiungibile. Solo il fenomeno è oggetto di una conoscenza legittima, poiché il soggetto umano condiziona sempre l'oggetto conosciuto, non possiamo conoscere invece l'incondizionato, la cosa-in-sé, l'essere.

Questo è vero in generale e basta a dimostrare che la metafisica, in generale, non è un sapere legittimo. Tuttavia Kant non si accontenta di questo argomento, ma cerca di mostrare l'illegittimità delle tre diverse branche della metafisica, ossia la psicologia razionale, imperniata sull'idea di anima, la cosmologia razionale, imperniata sull'idea di mondo, e la teologia razionale, imperniata sull'idea di Dio.

la psicologia razionale

il nostro irraggiungibile centro

è la branca della metafisica che pretende di conoscere il noumeno anima, usando dell'idea di anima. Essa non è valida perché cade in quelli che Kant chiama dei paralogismi, ossia dei sillogismi scorretti, quadrupedi, cioè implicanti non tre ma quattro termini, con il decisivo slittamento da un concetto all'altro.

Lo slittamento è appunto nel concetto di io: si parte dal concetto, puramente gnoseologico e legittimo, di io come io-penso (Ich denke) e si pretende di arrivare al concetto, ontologico e illegittimo perché noumenico, di io come sostanza spirituale, di anima come realtà ontologica. Tale slittamento, tale passaggio è illegittimo e inficia tutta la psicologia razionale.

Tutto ciò a cui possiamo giungere legittimamente è solo l'io-penso come unità logico-gnoseologica della conoscenza, come vertice, per così dire, del pensiero. Insomma siamo certi di pensare, di essere attività pensante, ma quale sia la radice profonda di questa attività (l'anima, aveva detto gran parte della tradizione filosofica), non possiamo saperlo.

la cosmologia razionale

l'universo, inspiegabile enigma

Essa pretende di conoscere il noumeno mondo, imperniandosi appunto su tale idea. Il suo carattere illegittimo è evidenziato dal fatto che essa cade nelle quattro antinomie, cioè la ragione si trova nella condizione di non poter scegliere tra due tesi opposte e inconciliabili, ognuna delle quali ha lo stesso titolo di affidabilità di quella contrapposta.

La prima antinomia riguarda il problema della finitezza/infinitezza del mondo: ci sono buone ragioni per sostenere che il mondo sia finito, spazialmente e temporalmente, ma ce ne sono di esattamente altrettanto buone per sostenere che esso invece sia infinito, in entrambi i sensi.

La seconda antinomia riguarda il problema della divisibilità del mondo in parti semplici, non ulteriormente divisibili; per la tesi il mondo consta di elementi semplici, per la antitesi esso è composto di elementi sempre ulteriormente divisibili (cioè di elementi estesi).

Nella terza antinomia si affronta il problema della libertà/necessità: per la tesi non tutto ciò che accade nel mondo è necessario, ma esiste anche la libertà, ciò che invece l'antitesi nega (sostenendo il determinismo).

Infine nella quarta antinomia si fronteggiano la tesi che sostiene l'esistenza di un essere necessario come causa del mondo e l'antitesi, per cui non esiste alcun essere necessario, né nel mondo né fuori dal mondo che sia causa di esso.

tesi antitesi
il mondo è finito infinito
il mondo è composto di elementi indivisibili, semplici divisibili, estesi
nel mondo vi è libertà tutto è necessario
l'Essere necessario esiste ed è causa del mondo non esiste

la teologia razionale

Dio come indimostrabile

È questo il momento culminante della metafisica, che pretende di arrivare a dimostrare l'esistenza di Dio, facendo leva appunto su tale idea. A malincuore, Kant giunge a concludere che anche questa branca della metafisica è illegittima: con la ragione non possiamo dimostrare l'esistenza di Dio. Lo fa distinguendo tre tipi di prova dell'esistenza di Dio: quella ontologica, quella cosmologica e quella fisico-teologica.

De Chirico, nostalgia dell'infinito
l'uomo ha nostalgia dell'infinito
la prova ontologica

Era stata formulata da S.Anselmo e ripresa, tra gli altri, da Cartesio e Leibniz: pretendeva di dimostrare l'esistenza di Dio a partire dalla Sua idea. Siccome abbiamo l'idea dell'Essere perfettissimo, tra tutte le sue perfezioni tale Essere deve necessariamente avere anche l'esistenza. Tale argomento per Kant è sbagliato, perché passa surrettiziamente dall'ordine ideale, logico, all'ordine reale, ontologico esaminando una essenza, quella appunto di Essere perfettissimo.

Ora, egli osserva che l'esistenza non è un predicato, una caratteristica dell'essenza, ma qualcosa che può essere dato solo nell'esperienza. Infatti, egli osserva, l'essenza di 100 talleri puramente pensati, ideali, è esattamente identica all'essenza di 100 talleri esistenti (nel mio portafoglio): non è riflettendo sull'essenza di 100 talleri che potrò sapere se esistono, ma solo guardando dentro il portafoglio.

la prova cosmologica

È la prova formulata, tra gli altri, da Tommaso d'Aquino: si arriva a Dio come Causa prima, constatando che nel mondo da noi immediatamente conosciuto tutto ciò che inizia deve avere una causa e argomentando che non si può risalire all'infinito nella serie di cause.

Kant obbietta che il principio di causalità non essendo qualcosa di scoperto nella oggettività, ma di posto dalla struttura conoscitiva del soggetto, non può applicarsi al di là del mondo fenomenico, come invece fa questa prova che pretende di arrivare a Dio come noumeno, anzi Noumeno supremo.

la prova fisico-teologica

Ovvero teleologica: è quella che Kant stima di più, quella più facilmente accessibile anche alla gente semplice, ai non addetti ai lavori. Giunge a Dio come Fine ultimo di tutto, come Colui che finalizza tutto al massimo bene, partendo dall'ordine buono che si osserva nella natura, dove tutto appare, appunto, come finalizzato.

Kant osserva che tale prova, facendo comunque leva sul concetto di causa, non può trascendere il mondo fenomenico, al massimo dunque può giungere a ipotizzare un essere potentissimo immanente a tale mondo, una sorta di Demiurgo (platonico).

le idee della ragione

Ciò che resta della metafisica

Dunque la metafisica, della quale del resto Kant si dice innamorato e alla quale solo con rammarico deve rinunciare, non è un sapere legittimo: mentre l'intelletto (Verstand) usa legittimamente delle (dodici) categorie per costruire una scienza valida del mondo fenomenico, la ragione (Vernuft) usa illegittimamente delle (tre) idee pretendendo di costruire una metafisica attorno al mondo noumenico.

Tuttavia le tre idee della ragione, se non hanno un valore costitutivo, ostensivo, cioè non ci fanno conoscere il loro oggetto, hanno comunque un valore regolativo, euristico. Sono cioè un po' come delle frecce puntate, delle direzioni di ricerca, dei concetti-limite, non del tutto inutili. Del resto il noumeno, inconoscibile teoreticamente, verrà in qualche modo recuperato, perché presupposto, dal punto di vista etico-pratico e intravvisto in ambito estetico.

la morale (la Critica della Ragion pratica)

un rigore non motivato

la legge morale

Dire morale, in Kant, è dire legge morale: egli espelle dall'ambito morale i concetto di fine e quello, connesso, di ricerca della felicità, e in ciò si contrappone all'eudemonismo del pensiero cristiano e di Aristotele. Uno cioè non deve chiedersi se il suo agire lo renderà felice, se lo realizzerrà: deve fare quuello che deve fare, perché deve. Ci si può chiedere se questa impostazione soddisfi il nostro bisogno di motivazioni.

La legge morale in Kant ha tre principali caratteristiche: è autonoma, formale e categorica.

l'autonomia della legge morale

L'etica, secondo Kant, può essere eteronoma o autonoma. Nel primo caso l'etica dipende da qualcosa di altro, dalla metafisica, per il razionalismo, o dall'esperienza, per l'empirismo. Dalla metafisica: dato che sappiamo che la realtà è fatta in un certo modo (metafisica) ne consegue che dobbiamo comportarci in un certo modo; il dover essere consegue all'essere; sappiamo che esiste lo spirituale (Dio e l'anima) e che esso è superiore al materiale, quindi dobbiamo comportarci privilegiando i valori spirituali, che ad esso ci conducono, così da godere poi della felicità. Oppure dall'esperienza: ci comportiamo in quel modo che ci procura il massimo del piacere, come attestato appunto dall'esperienza.

Una tale concezione però, per Kant, è insostenibile. Nel caso della metafisica lo è perché, come abbiamo visto parlando della Ragion Pura, essa è un sapere illegittimo, e quindi non può fungere da fondamento della morale. Nel caso dell'esperienza perché così facendo si priva la morale del carattere di assolutezza, di universalità e necessità, che invece le deve competere. Non resta dunque altra strada che quella di dire che l'etica è autonoma, non si appoggia ad altro da sé, ma ha in sé stessa la forza per autofondarsi.

la categoricità della legge morale

Se la morale è autonoma, il suo imperativo (la formula di ciò che la morale comanda) non potrà più essere un imperativo ipotetico, ossia “fà così se...” (“se vuoi essere felice”, nel caso del razionalismo metafisico, o “se vuoi raggiungere il piacere o l'utilità”, nel caso dell'empirismo), ma dovrà essere un imperativo categorico: “fà così perché devi”.

Kant infatti ritiene non si possa far dipendere l'azione morale da un fine ad essa esterno, perché ciò costituirebbe comunque qualcosa di traballante (sia nel caso della metafisica, sia nel caso dell'empirismo). Essa invece deve essere assoluta, e quindi deve autofondarsi.

il formalismo della legge morale

Non poggiando più sulla metafisica la legge morale non potrà più avere dei contenuti specifici, ma sarà, in qualche modo vuota. Non darà cioè indicazioni precise, contenutistiche, su ciò che debba essere fatto o evitato, ma si limiterà a fornire dei criteri assolutamente generali, universali, ossia fornirà delle “massime”, tre massime:

  1. agisci esclusivamente secondo la massima che possa nel contempo divenire universale;
  2. agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona come nella persona dell'altro, sempre come un fine e mai come un mezzo;
  3. agisci in modo che la volontà possa, in forza della sua massima, considerare sé stessa come legislatrice universale.

La prima e la terza massima si potrebbero tradurre così: “agisci in modo tale che se tutti agissero come stai facendo tu, il mondo andrebbe bene”. Ovvero “agisci in modo tale che tu non debba poi vergognarti di quello che stai facendo”, ossia che tu non debba desiderare che quello che stai facendo resti nascosto.

La seconda massima eprime un rispetto per il valore delle persona umana, un rispetto che è un'eredità della tradizione cristiana. Nessuno può essere strumentalizzato, trattato come un oggetto.

i postulati della legge morale

cacciato dalla porta, torna dalla finestra ...

L'incondizionato, il noumeno, non può essere raggiunto per via teoretica (non lo possiamo conoscere come qualcosa di certo), ma viene “postulato” dalla morale: è appunto il tema dei postulati. Il dato primo è la presenza in noi della legge morale, che come abbiamo visto, si impone senza appoggiarsi su niente di (a lei) esterno. Ma, una volta dato questa fattore, è possibile scoprirne come delle implicazioni, cioè i postulati. Perché la nostra azione morale sia pienamente compiuta abbiamo bisogno di pensare che siano veri questi postulati.

l'esistenza di Dio

Essa deve essere postulata come garanzia di una immancabile proporzione tra merito e felicità, cioè del fatto che facendo il bene se ne ha una ricompensa e facendo il male se ne ha uno svantaggio. Occorre che Dio esista perché i conti tornino, dato che nell'esperienza della vita attuale vediamo al contrario che i cattivi appaiono spesso più felici dei buoni, dei virtuosi. Dio è necessario per far tornare i conti, per dare a ciascuno il suo: ai cattivi il castigo e ai buoni il premio.

l'immortalità dell'anima

La motivazione che Kant ne dà è piuttosto bizzarra: l'anima deve essere immortale dal momento che nella vita presente, terrena, non riesce mai d essere fino in fondo virtuosa, non riesce ad essere quello che dovrebbe essere, a far coincidere l'essere col dover essere, a seguire sempre e fino in fondo la legge morale. Dunque occorre pensare che la vita non finisca con la morte e che ci siano dati come una specie di “tempi supplementari” per avvicinarci sempre più alla perfetta coincidenza tra dover essere ed essere.

Da notare quindi che Kant quindi immagina la vita ultraterrena non come il tempo del riposo, della pace, dopo quello della lotta, ma come un protrarsi della lotta all'infinito. Anche per certi Padri della Chiesa la vita eterna è progresso, solo che per loro è un progresso donato, cioè dovuto all'aiuto di Dio e non allo sforzo umano; mentre in Kant sembra che dovremo rimboccarci le maniche, sforzarci, per l'eternità. Una prospettiva non proprio esaltante.

la libertà del volere

È il postulato sul quale Kant si sofferma di meno, tanto esso appare ovvio: è ovvio infatti che per meritare un premio o un castigo occorra essere liberi di scegliere il bene o il male.

la religione nei limiti della ragione

Kant privilegia, come abbiamo visto, la morale sulla religione: non dobbiamo essere buoni per obbedire a Dio, ma Dio deve esistere perché dobbiamo essere virtuosi. Tuttavia egli ammette appunto la necessità morale dell'esistenza di Dio e quindi ammette che debba esistere una qualche forma di religione. Tuttavia essa deve rimanere, come dice il titolo della sua opera dedicata a questo, nei limiti della semplice ragione.

Egli perciò nega la Rivelazione (sia cristiana sia di altro tipo), il soprannaturale, il miracolo. Per lui Gesù non è che un uomo, non è il Figlio di Dio.

Tuttavia Kant recupera alcuni concetti cristiani, laicizzandoli. Ad esempio riprende il concetto di peccato originale, che in lui assume la forma di male radicale: esiste, stranamente, un male radicale, una strana difficoltà nell'uomo a seguire la legge morale.

Il male radicale dunque va combattuto, e per farlo è opportuno che i virtuosi, coloro che sono intenzionati a seguire la legge morale, si uniscano, uniscano le loro forze. E questo è un secondo importante concetto cristiano, che Kant recupera, sempre laicizzandolo, quello di chiesa. Anche se non si tratta di un organismo soprannaturale, ma di un associazione puramente umana, che di fatto finisce con l'assomigliare soprattutto alla massoneria.

Degna di nota è la avversione kantiana per quello che lui chiama il fanatismo, che però non è altro che la santità cristiana: per lui non bisogna fare niente di meno, ma neanche niente di più di quello che la legge morale prescrive, dunque perdonare settanta volte sette, o amare i propri nemici è follia, fanatismo irrazionale.

la politica

il Kant migliore e più attuale

Come anticipato la proposta politica di Kant è la parte più condivisibile del suo sistema, e quella che si rivela oggi più che mai di grande attualità.

Kant infatti difende la forma democratica (“repubblicana”) dello Stato, in pratica la democrazia, come quella che meglio può garantire la pace. Pace che Kant, a differenza di Hegel, ritiene possibile.

Ecco come Kant lo argomenta:

«Se (...) si richiede il consenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutte le calamità della guerra (combattere di persona, sostenere di propria tasca le spese della guerra, riparare le rovine che essa lascia dietro e, infine, per colmo di sventura, assumersi il carico di debiti mai estinti — a causa di sempre nuove guerre —, amareggiando così la stessa pace), essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio.

In una costituzione (...) che (...) non è repubblicana [in pratica, dove decide il despota, si può chiosare], la guerra è la cosa più facile del mondo, perché il sovrano non è membro dello stato, ma ne è il proprietario e nulla perde dei suoi banchetti, delle sue caccie, castelli, feste a corte ecc. a causa della guerra, e la può quindi dichiarare come una specie di partita di piacere per cause insignificanti, lasciando al corpo diplomatico, sempre pronto a questo, il compito di giustificarla per salvare le apparenze.» (da Per la pace perpetua [1797])

Insomma, in democrazia i governanti devono cercare il consenso della gente, e dato che in genere, se ben informata (come appunto lo può essere solo in democrazia), la maggioranza della gente non vuole la guerra, se non per motivi davvero gravissimi e reali, è molto difficile che una democrazia intraprenda una guerra che non abbia ragioni più che solide.

Invece un tiranno, o una oligarchia dispotica, può pensare di non aver niente da perdere da una guerra (tende cronicamente a pensarlo, anche se spesso le guerre perse dai tiranni sono poi la loro fine, come fu per Mussolini e Hitler).

la bellezza come ponte tra fenomeno e noumeno

le pleiadi
la bellezza fa pensare a Dio

Nella Critica del giudizio quel noumeno, che la scienza non può raggiungere, ma che la moralità postula, viene intravisto nell'esperienza della bellezza, tipicamente nel cielo stellato. Senza tale esperienza tra la sfera fenomenica, a cui si ferma il sapere valido, scientifico, e la sfera noumenica, postulata dalla moralità, sussisterebbe un abisso incolmabile. Invece la bellezza crea un ponte tra le due sfere.

La bellezza infatti è qualcosa di fenomenico, di visibile, dentro cui brilla, si rende in qualche modo trasparente il noumenico, anzi l'Assoluto.

In particolare Kant distingue due tipi di giudizio: quello determinante, proprio della scienza (della sfera teoretica) e quello riflettente, proprio dell'esperienza della bellezza.

Nel giudizio determinante il fattore formale viene posto dal soggetto, che attivamente plasma l'oggetto conosciuto, nel giudizio riflettente, che cioè riflette su altro da sé, il fattore formale viene scoperto nel dato oggettivo.

La bellezza, colta dal giudizio riflettente, è allora una traccia di noumenico colta nel fenomenico. Essa ci testimonia, sia pure in una modalità non concettuale-argomentativa, l'esistenza del noumenico, anzi dell'Assoluto, la sua maestosa positività.

Per un giudizio

Il giudizio complessivo su Kant è prevalentemente negativo:

Per un giudizio più articolato si può vedere una scheda di giudizio su Kant.

🤔 Quick test

Per Kant la mente umana

Per Kant i concetti

Per Kant

Per Kant

📖 Testi on-line

piccola antologia

📚 Bibliografia essenziale

Molto interessante quanto dice Maritain di Kant, ne La filosofia morale, qui sopra citato, al cap. VI.