Il positivismo secondo Giussani

un blocco innaturale

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Il positivismo blocca la dinamica naturale

«Il positivismo che domina la mentalità dell’uomo moderno esclude la sollecitazione alla ricerca del significato che ci viene dal rapporto originario con le cose. Questo ci invita alla ricerca di una consistenza, cioè appunto di un significato; ci fa presentire questa presenza di consistenza che le cose non sono, tanto è vero che io (ed è qui che si definisce la questione), io stesso non lo sono; io, il livello in cui le stelle e la terra prendono coscienza della propria inconsistenza. Il positivismo esclude l’invito a scoprire il significato che ci vien rivolto proprio dall’impatto originario e immediato con le cose. Vorrebbe imporre all’uomo di fermarsi a ciò che appare. E questo è soffocante.»

Giussani, Il senso religioso (compra su IBS), Conclusione

Il positivismo come miopia grave

«L’atteggiamento positivista è come quello di uno che, in posizione da miope, portasse l’occhio a un centimetro da un quadro e, fissando un punto, dicesse: «Che macchia!»; ed essendo il quadro grande potrebbe percorrerlo tutto centimetro per centimetro, esclamando a ogni mossa: «Che macchia!». Il quadro apparirebbe un insieme senza senso di macchie diverse. Ma se arretrasse di tre metri vedrebbe il dipinto nella sua unità, nella prospettiva esauriente, e direbbe: «Ah, ho capito! Che bello!». La misura positivista sembra guardare il mondo con una miopia grave.

Einstein era ben lontano da questa miopia, quando affermava l’implicazione enigmatica ultima della realtà, e quindi il valore di segno che inestirpabilmente fa vibrare il mondo: «La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero; sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza».7 E per questo poteva accusare la sconsolatezza soffocante che da quella miopia deriva: «Chiunque crede che la sua vita e quella dei suoi simili sia priva di significato, è non soltanto infelice, ma appena appena capace di vivere».»

Giussani, Il senso religioso (compra su IBS), cap. 12

Il positivismo contraddetto dalla ricerca di Ulisse

«Ulisse, l’uomo intelligente che vuole misurare col proprio acume tutte le cose. Una curiosità irrefrenabile: egli è il dominatore del Mare Nostrum. Immaginate quest’uomo con tutti i suoi marinai, sul suo battello, che vaga da Itaca alla Libia, dalla Libia alla Sicilia, dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Sardegna alle Baleari: tutto il mare nostrum è misurato e governato, tutto è percorso in lungo e in largo da lui. L’uomo è misura di tutte le cose. Ma arrivato alle colonne d’Ercole si trova di fronte alla persuasione comune che tutta la saggezza, vale a dire la misura sicura del reale, non è più possibile. Al di là delle colonne d’Ercole non v’è più nulla di sicuro, è il vuoto e la pazzia. Come chi va al di là di esse è un fantasioso che non avrà più nessuna certezza, così al di là dei confini sperimentali positivisticamente intesi c’è solo fantasia o, comunque, impossibilità di sicurezza. Ma lui, Ulisse, proprio per la stessa «statura» con cui aveva percorso il mare nostrum, arrivato alle colonne d’Ercole, sentiva non solo che quella non era la fine, ma che era anzi come se la sua vera natura si sprigionasse da quel momento. E allora infranse la saggezza e andò. Non sbagliò perché andò oltre: andar oltre era nella sua natura di uomo, decidendolo si sentì veramente uomo. Questa è la lotta tra l’umano, cioè il senso religioso, e il disumano, cioè la posizione positivista di tutta la mentalità moderna. Essa direbbe: «Ragazzo mio, l’unica cosa sicura è quella che tu constati e misuri scientificamente, sperimentalmente; al di là di questo c’è inutile fantasia, pazzia, affermazione immaginosa».

Ma al di là di questo mare nostrum che possiamo possedere, governare e misurare che cosa c’è? L’oceano del significato. Ed è nel superamento di queste colonne d’Ercole che uno comincia a sentirsi uomo: quando supera questo limite estremo posto dalla falsa saggezza, da quella sicurezza oppressiva, e si inoltra nell’enigma del significato. La realtà nell’impatto con il cuore umano suscita la dinamica che le colonne d’Ercole hanno suscitato nel cuore di Ulisse e dei suoi compagni, i volti tesi nel desiderio di altro. Per quelle facce ansiose e quei cuori pieni di struggimento le colonne d’Ercole non erano un confine, ma un invito, un segno, qualcosa che richiama oltre sé. Non perché andarono oltre, sbagliarono Ulisse e i nocchieri odisseici.»

Giussani, Il senso religioso (compra su IBS), cap. 14