Re Lear

la credulità vittima del cinismo

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Table of Contents

The Tragedy of King Lear
Tragedia in cinque atti

PERSONAGGI

 

Lear, Re di Britannia

Goneril, primogenita di Lear

Regan, secondogenita di Lear

Cordelia, ultimogenita di Lear

Duca di Albany, marito di Goneril

Duca di Cornovaglia, marito di Regan

Re di Francia

Duca di Borgogna

Conte di Kent, poi travestito da Caio

Conte di Gloucester

Edgar, figlio di Gloucester, poi travestito da Povero Tom

Edmund, figlio bastardo di Gloucester

 

Oswald, maggiordomo di Goneril

Matto al seguito di Lear

Tre Cavalieri

Curan, gentiluomo al seguito di Gloucester

Gentiluomini

Tre Servitori

Un Vecchio, affittuario di Gloucester

 

Due Messaggeri

Dottore al seguito di Cordelia

Un Capitano al seguito di Edmund

Un Araldo

Due Ufficiali

 

Cavalieri al seguito di Lear, altri gentiluomini, servitori e soldati

 

ATTO PRIMO

Scena PRIMA

 

[Sala nel palazzo di Lear.] Entrano Kent, Gloucester e Edmund.

 

KENT : Avrei detto che al re stesse più a cuore il duca di Albany che quello di Cornovaglia.

GLOUCESTER : Anche a noi è sempre parso così. Ma ora, con la divisione del regno, non è chiaro quale dei duchi egli stimi di più: i loro meriti si bilanciano a tal punto che neanche la più scrupolosa delle valutazioni saprebbe quale scegliere tra i due.

KENT : Questo non è vostro figlio, mio signore?

GLOUCESTER : L’ho cresciuto a mie spese. Sono arrossito tante di quelle volte a riconoscerlo che ormai mi è venuta la faccia di bronzo.

KENT : Come? Non riesco a concepire...

GLOUCESTER : Eh, a concepirlo c’è ben riuscita la madre, tanto da metter su un bel pancione e trovarsi un figlio in culla prima che un marito dentro il letto. Non subodorate un fallo?

KENT : Non posso augurarmi che sia disfatto il fallo che ha generato un così bel prodotto.

GLOUCESTER : Ho anche un figlio, signore, fatto a norma di legge, che ha più o meno un anno più di questo, ma che però non tengo in maggior conto. Anche se questo mascalzone è stato abbastanza impertinente da presentarsi al mondo prima di essere chiamato, sua madre era bella, crearlo è stato uno spasso e il figlio di puttana andava riconosciuto. Edmund, conoscete questo nobile gentiluomo?

EDMUND : No, mio signore.

GLOUCESTER : È il signore di Kent: d’ora in avanti tenetelo presente come mio onorevole amico.

EDMUND : Sono al servizio di vossignoria.

KENT : Vi vorrò bene, e sarò lieto di approfondire la vostra conoscenza.

EDMUND : Ed io farò di tutto per meritarlo.

GLOUCESTER : È stato via nove anni, e dovrà ripartire. Arriva il re.

(Squilli di tromba. Entra uno che porta una corona, poi Lear, Cornovaglia, Albany, Goneril, Regan, Cordelia e il seguito.)

LEAR : Gloucester, intrattenete voi i signori di Francia e di Borgogna.

GLOUCESTER : Sì, mio signore.                                               (Esce.)

LEAR : Noi nel frattempo renderemo noto

Il nostro più segreto intendimento.

Datemi quella mappa. Sappiate che in tre parti

Abbiamo suddiviso il nostro regno,

E siamo fermamente intenzionati

A scrollar via dalla nostra vecchiaia

Tutte le cure e gli affari di stato

Per affidarli a più giovani forze, mentre noi

Scivoleremo senza più fardelli verso la morte.

Duca di Cornovaglia, figlio nostro,

E voi, non meno amato nostro figlio

Di Albany, abbiamo ora la salda decisione

Di dichiarare le diverse doti

Che toccheranno alle nostre tre figlie,

Così da prevenire fin da adesso

Possibili conflitti nel futuro.

I due principi illustri di Francia e di Borgogna,

Grandi rivali in lizza per l’amore

Della più giovane delle nostre figlie,

Da tempo ormai protraggono

L’amoroso soggiorno a questa corte. Ditemi, figlie mie –

Poiché siamo sul punto di spogliarci

Di ogni potere, rendita, e ogni cura di stato –

Quale fra voi diremo che ci ama di più,

Sì che la nostra generosità

Possa estendersi con maggior larghezza

Là dove la natura fa a gara con il merito. –

Parla per prima, Goneril, in quanto prima nata.

GONERIL : Vi amo, signore, più di quanto riescano

A illustrare il concetto le parole;

Voi mi siete più caro della vista,

E dello spazio, e della libertà,

Al di sopra di quello che si stima

Prezioso e raro; non meno di una vita

Ricca insieme di grazia e di salute, di bellezza e di onore.

Più di quanto abbia mai amato un figlio

O un padre si sia mai sentito amato:

È un amore che impoverisce il fiato,

E che rende incapace la parola: vi amo

Più di quanto si possa dire quanto.

CORDELIA (a parte): Che dirà mai Cordelia? Ama e sta’ zitta.

LEAR : Di ciò che esiste fra questi confini, da questa linea a questa,

Con ombrose foreste e fertili campagne,

Fiumi abbondanti ed ampie praterie,

Ti rendiamo signora.

Alla tua stirpe e a quella di Albany

Resti in perpetuo. – Cos’ha da dire la seconda figlia,

La carissima Regan, sposa del Cornovaglia? Parla.

REGAN : Sono fatta, signore, dello stesso metallo

Di mia sorella e mi stimo al suo stesso valore.

Nel mio cuore sincero

Trovo il suo stesso contratto d’amore:

Ma lei è un troppo avara. Io infatti mi professo

Ostile a ogni altra gioia che derivi

Dal più perfetto equilibrio dei sensi,

E solo nell’amore di vostra cara altezza

Io mi scopro felice.

CORDELIA : In questo caso, povera Cordelia...

...oh no, non povera,

Perché io sono certa che il mio amore

Pesa molto di più della mia lingua.

LEAR : A te e agli eredi tuoi resti per sempre

Questo ampio terzo del nostro bel reame,

Non minore, per estensione, valore e bellezza,

Della parte assegnata a Goneril –

Ma, adesso, nostra gioia, tocca a te,

Quantunque tu sia l’ultima e più piccola:

Tu, il cui giovane amore si contendono

I vigneti di Francia e il latte di Borgogna,

Che puoi dire per ottenere un terzo più opulento

Di quelli avuti dalle tue sorelle? Parla.

CORDELIA : Niente, signore.

LEAR : Niente?

CORDELIA : Niente.

LEAR : Ma via! Da niente non verrà fuori niente.

CORDELIA : Me infelice! Non riesco a sollevare

Il mio cuore all’altezza delle labbra.

Amo vostra maestà come m’impone,

Né più né meno, il vincolo filiale.

LEAR : Via, via, Cordelia. Su, correggi un poco

Le tue parole, o comprometterai le tue fortune.

CORDELIA : Buon signore,

Mi avete generata, allevata ed amata.

Ripago i debiti come si conviene:

Vi obbedisco, vi amo, altamente vi onoro.

Perché le mie sorelle hanno un marito

Se dicono di amare solo voi? Dovessi mai sposarmi,

Chi avrà in mano il mio pegno prenderà

Le metà del mio amore, metà delle mie cure,

Metà dei miei doveri. Sicuramente non mi sposerò,

Come le mie sorelle, per amare

Solamente mio padre.

LEAR : Ma c’è il tuo cuore in queste tue parole?

CORDELIA : Sì, mio signore.

LEAR : Così giovane e così arida?

CORDELIA : Signore: così giovane e sincera.

LEAR : E allora sia. Abbi in dote la tua sincerità,

Ché, per il sacro sole che ci illumina,

Per Ecate e i misteri della notte,

Per tutta l’influenza delle stelle

Che ci danno la vita e poi la morte,

Io qui rinnego ogni cura paterna,

Ogni diritto e affinità di sangue,

E, a partire da adesso, sarai sempre

Un’estranea per me e per il mio cuore.

Il barbarico scita o chi distrugge

Per levarsi la fame i propri nati

Avranno nel mio petto più accoglienza,

Più conforto e pietà

Di te, che un tempo mi sei stata figlia.

KENT : Mio buon sovrano...

LEAR : Sta’ zitto, Kent,

Non metterti fra il drago e la sua rabbia!

L’amavo più di tutte, e già pensavo

Di affidare alle sue cure gentili

Quel poco che mi resta. Sparisci dai miei occhi!

Mi dia pace la tomba quanto è vero

Che qui le tolgo l’affetto di un padre.

Chiamate il re di Francia... Ma come, tutti fermi?

Chiamate qui il Borgogna.

Albany e Cornovaglia:

Nella dote delle altre mie due figlie

Incorporate quella della terza.

Vada in sposa all’orgoglio, che lei vuole chiamar sincerità.

Investo qui voi due, congiuntamente,

Del mio potere, di ogni dignità

E preminenza, e di quei privilegi

Che fanno scorta allo stato regale.

Per quanto ci riguarda, a mesi alterni,

Riservandoci cento cavalieri

A vostre spese, fisseremo a turno

Presso di voi la nostra residenza;

Conserveremo unicamente il titolo

E gli onori che son dovuti al re;

Vostri siano il potere, il reddito e il disbrigo

Di ogni altra faccenda, amati figli; e a conferma di ciò,

Dividete tra voi questa corona.

KENT : Regale Lear,

Sempre da me onorato come re,

Amato come un padre nonché servito come mio signore,

E nominato nelle mie preghiere come mio gran patrono...

LEAR : L’arco è carico e teso: schiva il dardo!

KENT : Scoccalo, invece, a costo che la sua forcuta punta

Penetri la regione del mio cuore:

Sia pur villano Kent, se è pazzo Lear.

Ma che vuoi fare, vecchio? Tu pensi che il dovere

Debba stare in silenzio per timore,

Quando il potere si piega così

Alla lusinga?

L’onore ha l’incombenza di esser franco

Se la maestà cade nella follia. Conserva il tuo potere,

E, con giudizio più assennato, frena

La tua orribile fretta. Di questo mio giudizio

Rispondo con la vita: non ti ama meno

La tua figlia minore, e non ha un cuore vuoto

Chi ha voce bassa e non fa risuonare

Altro che il vuoto che si porta dentro.

LEAR : Ah, Kent, basta così, per la tua vita!

KENT : La mia vita non l’ho considerata che una posta

Che ho messo a rischio contro i tuoi nemici;

Perderla non mi ha mai fatto paura

Quando era in gioco la tua sicurezza.

LEAR : Sparisci dal mio sguardo.

KENT : No, guarda meglio, Lear, e fa’ che io resti

L’autentico bersaglio dei tuoi occhi.

LEAR : Questa, poi, per Apollo...

KENT : Poi, per Apollo, re,

Inutilmente bestemmi i tuoi dèi.

LEAR : Oh, schiavo! Rinnegato!

ALBANY /CORNOVAGLIA: Fermatevi, signore!

KENT : No, fallo:

Uccidi pure il medico e paga la parcella

Al tuo orrido morbo. Revoca il tuo dono;

O fin quando mi resta fiato in gola

Ti dirò che fai male.

LEAR : Ascolta, traditore!

Per l’obbedienza che mi devi, ascolta!

Per aver tentato

Di farci venir meno a un giuramento –

Cosa che mai abbiamo osato fare –

Ed esserti interposto con pervicace orgoglio

Fra la nostra sentenza ed il potere

Nostro di attuarla (un fatto intollerabile

Per la nostra natura e il nostro ruolo),

Ricevi dalla nostra autorità ciò che ti spetta:

Ti vengono concessi cinque giorni

Per raccogliere quanto può servirti

A ripararti dai mali del mondo;

Al sesto volgerai l’odiata schiena al nostro regno.

Trascorsi dieci giorni, se la tua

Esiliata carcassa verrà scorta

Dentro i nostri domini, per te sarà la morte.

Vattene via! Quest’ordine, per Giove,

Non verrà revocato.

KENT : Addio, re; se hai deciso di mostrarti così,

Qui non c’è libertà ma solo esilio.

Sotto la loro preziosa custodia

Ti pongano gli dèi, fanciulla cara

Che rettamente pensi, e ancor più rettamente

Hai parlato. (a Goneril e Regan) Possano i vostri atti

Avvalorare quei gonfi discorsi,

E dalle vostre parole d’amore

Scaturire dei buoni risultati.

In questo modo, o principi,

Kent vi saluta tutti per seguire

In una nuova terra il suo vecchio cammino.                   (Esce.)

(Squilli di tromba. Entra Gloucester con il re di Francia, il duca di Borgogna e persone del seguito.)

GLOUCESTER : I principi di Francia e di Borgogna, mio signore.

LEAR : Signore di Borgogna,

Ci rivolgiamo innanzitutto a voi

Che con il qui presente re di Francia

Avete gareggiato per il cuore

Di nostra figlia.

Quale minima ed immediata dote

Richiedete con lei per non desistere

Dalla vostra amorevole profferta?

BORGOGNA : Non più ne meno, o maestà regale,

Di quanto ha già proposto vostra altezza.

Offrireste di meno?

LEAR : Borgogna nobilissimo, noi la stimavamo

A quel valore quando ci era cara;

Ma il suo prezzo è crollato.

La vedete, signore: se qualcosa, o anche tutto,

In quella sua ben misera sostanza,

Vi fosse bene accetto, unitamente

Al nostro disfavore e niente più,

Eccola, è vostra.

BORGOGNA : Non so cosa rispondere.

LEAR : Volete voi, con tutti i suoi difetti,

Priva d’amici ed ora appena nata

All’odio nostro, unica dote una maledizione

E il nostro giuramento che è un’estranea,

Volete, dico, prenderla o lasciarla?

BORGOGNA : Perdonate, maestà,

Ma a tali condizioni non c’è scelta.

LEAR : E lasciatela dunque, perché, in nome

Della potenza che mi ha messo al mondo,

Io vi ho elencato ogni sua ricchezza.

Quanto a voi, grande re, preferirei

Non alienarmi il vostro amore al punto

Di volervi accoppiato a ciò che odio.

Perciò vi prego

Di dirigere il vostro gradimento

Verso qualcosa che abbia più valore

Di questa derelitta, che la stessa natura si vergogna

Quasi di riconoscere per sua.

FRANCIA : È proprio strano che colei che è stata

Fino a un attimo fa la vostra gioia,

Tema di lode, balsamo della vostra vecchiaia,

La migliore e più cara, abbia commesso,

In così breve tempo, un atto tanto abnorme

Da smantellare tutte le difese del vostro attaccamento.

Dev’essere talmente innaturale

Il suo peccato, da risultar mostruoso;

Altrimenti sarebbe screditato

L’affetto di cui facevate mostra.

Creder questo di lei richiede un atto

Di fede che, in assenza di un miracolo,

La ragione non può istillare in me.

CORDELIA : Vi supplico, maestà,

Se mi manca quell’arte untuosa e astuta

Di chiacchierare a vuoto – poiché io faccio

Quello che intendo ancor prima di dirlo –

Rendete noto che non fu un delitto,

Né una macchia infamante od immorale,

Né un atto impuro o disonorevole

A farmi priva della vostra grazia e del vostro favore,

Ma è stata la mancanza, che mi rende più ricca,

Di un occhio che seduce e di una lingua

Che son ben lieta di non possedere – anche se il non averla

Fa sì che ora io vi sia sgradita.

LEAR : Meglio se tu non fossi nata mai

Che non avermi meglio compiaciuto.

FRANCIA : È tutto qui? Un riserbo naturale

Che spesso non articola in parole

Quello che intende fare? Signore di Borgogna,

Che dite a questa dama? Non è amore l’amore

Quando s’intreccia ad interessi estranei

Alla sua essenza vera. La volete?

È una dote in se stessa.

BORGOGNA : Regale Lear,

Voi datele la parte già proposta,

E qui prendo la mano di Cordelia,

Duchessa di Borgogna.

LEAR : Niente. Ho giurato. Sono irremovibile.

BORGOGNA : [a Cordelia]

Mi spiace allora che, perduto un padre,

Dobbiate adesso perdere un marito.

CORDELIA : Stia tranquillo il Borgogna:

Se il suo amore va solo al patrimonio,

Io non sarò sua moglie.

FRANCIA : Bellissima Cordelia, che sei tanto

Più ricca essendo povera, più scelta

In quanto ripudiata, e ancor più amata

Poiché sei disprezzata, io qui di te

E delle tue virtù prendo possesso. Sia lecito

Che io raccolga ciò che si butta via.

O dèi, dèi! Come è strano

Che dal loro più gelido rifiuto

Il mio amore si infiammi in ardente rispetto.

Questa tua figlia senza dote, o re,

Gettata al mio destino, è la regina mia,

Dei nostri, e della bella Francia.

E neanche tutti i duchi dell’acquosa Borgogna

Potranno ricomprare

Da me questa fanciulla deprezzata e preziosa.

Di’ loro addio, Cordelia, anche se son scortesi.

Qui perdi: troverai di meglio altrove.

LEAR : Tienila, Francia; sia tua, perché noi

Non abbiamo una figlia come questa,

E non ne rivedremo mai più il volto.

Dunque va’ via, senza la nostra grazia,

Senza amore, senza benedizione.

Venite, nobile Borgogna.

(Squilli di tromba. Escono Lear e il duca di Borgogna, Albany, Cornovaglia, Gloucester e il seguito.)

FRANCIA : Prendi congedo dalle tue sorelle.

CORDELIA : Gioie di nostro padre, è con occhi lavati

Che Cordelia vi lascia. Io so che cosa siete,

E, da sorella, mi ripugna chiamare

Le vostre colpe con il loro nome.

Amate nostro padre.

Lo affido al vostro sbandierato affetto.

Però se fossi, ahimè, nelle sue grazie,

Vorrei vederlo in un posto migliore.

E dunque addio ad entrambe.

REGAN : Non prescriveteci i nostri doveri.

GONERIL : Piuttosto preoccupatevi

Di far contento il vostro signore

Che vi ha accettato come un’elemosina

Della fortuna. Avara di obbedienza,

Ben meritate ora le privazioni

Che vi siete cercata.

CORDELIA : Il tempo svelerà ciò che l’astuzia

Nasconde tra le pieghe; il tempo, prima

Copre le colpe ma infine le deride

E le svergogna. Buona fortuna a voi!

FRANCIA : Bella Cordelia, andiamo.

                                            (Escono Francia e Cordelia.)

GONERIL : Ho non poco da dire, sorella, su quanto ci riguarda entrambe molto da vicino. Penso che stanotte nostro padre se ne andrà di qui.

REGAN : Certamente, e con voi; e il mese prossimo verrà a stare da noi.

GONERIL : Vedete com’è instabile la sua vecchiaia. Ce ne ha dato una gran bella prova. Ha sempre amato nostra sorella più di tutte, ed è fin troppo chiaro con quale scarso giudizio l’ha ora ripudiata.

REGAN : Questa è l’infermità della vecchiaia; sempre, però, ha conosciuto ben poco se stesso.

GONERIL : Anche quando era al meglio ed era ancora integro è sempre stato brusco. Ecco perché dalla sua vecchiaia dobbiamo attenderci non solo le imperfezioni ormai radicate nel suo carattere, ma anche quella ingovernabile bizzosità che l’età collerica ed inferma porta con sé.

REGAN : Probabilmente dovremo attenderci altri scatti improvvisi come quello che gli ha fatto mettere al bando Kent.

GONERIL : Ci sono ancora formalità di commiato fra lui e il re di Francia. Vi prego, agiamo insieme. Se nostro padre continua a esercitare l’autorità con questo spirito, la sua recente abdicazione non farà che recarci danno.

REGAN : Dovremo ripensarci.

GONERIL : Bisogna far qualcosa, e finché il ferro è caldo.

(Escono.)

 

Scena SECONDA

 

[Sala nel castello di Gloucester.] Entra Edmund, con una lettera.

 

EDMUND : Sei tu, Natura, sei tu la mia dea;

Alla tua legge lego i miei servigi. Perché mai

Dovrei adattarmi a delle pestilenti

Convenzioni, e permettere così

A queste sottigliezze della gente

Di privarmi dei beni soltanto perché ho dodici

O quattordici mesi meno di mio fratello?

Perché bastardo? E perché mai ignobile

Se le mie membra son così perfette,

La mia mente altrettanto generosa

E la mia forma ben proporzionata

Quanto quella dei figli di una signora onesta?

Perché marchiare noi di “ignobiltà”,

Di “ignobili”, “bastardi”, vili, vili?

Noi, che dalla passione clandestina

Della natura traiamo miglior forma

E una tempra di più fiero vigore

Di quanta se ne impieghi per creare

In un rancido, pigro, stanco letto

Un’intera tribù di deficienti

Concepiti fra un sonno ed una veglia?

Allora, mio legittimo

Edgar, io devo avere la tua terra.

Nostro padre ama il bastardo Edmund

Quanto il legittimo (ah, bella parola,

“legittimo”). Però se questa lettera

Andrà a buon fine e il mio piano avrà successo,

Edmund l’ignobile scavalcherà il legittimo.

Io cresco. Io prospero.

Ergetevi ora, o dèi, per i bastardi!

(Entra Gloucester.)

GLOUCESTER : Kent bandito così? E il re di Francia

Andato via furioso? E il nostro re

È partito stanotte, dopo avere

Ceduto ogni potere, riducendosi solo a un vitalizio?

E il tutto sull’impulso di un momento?

Edmund, allora? Che altre novità?

EDMUND : Nessuna, mio signore.

GLOUCESTER : Ma perché tanto affanno per provare a nascondere quella lettera?

EDMUND : Non ho notizie, signore.

GLOUCESTER : Che foglio leggevate?

EDMUND : Oh, mio signore, niente.

GLOUCESTER : No? Perché allora ficcarvela in tasca con tanta furia? Il niente di per sé non ha alcun bisogno di nascondersi. Vediamola... Andiamo, se si tratta di niente non dovrò neanche mettermi gli occhiali.

EDMUND : Vi supplico, esentatemi, signore. È una lettera di mio fratello, che non ho neanche scorso per intero e che, per poco che l’abbia letta, reputo assai inadatta al vostro sguardo.

GLOUCESTER : Signore, a me la lettera.

EDMUND : Farei ugualmente male a darvela o a tenerla. Il contenuto, mi è parso di capire, è riprovevole.

GLOUCESTER : Vediamo, vediamo.

EDMUND : Spero, a giustificazione di mio fratello, che l’abbia scritta unicamente per mettermi alla prova, per saggiare la mia virtù.

GLOUCESTER (legge): «Quest’uso di riverire la tarda età ci rende amaro il mondo nei nostri anni migliori, tenendoci lontani dalle nostre sostanze finché, una volta vecchi, non siamo più in grado di goderne. Comincio a pensare che l’opprimente tirannia degli anziani sia un’inutile e sciocca schiavitù che ci domina non perché ne abbia il potere, ma perché noi tolleriamo che lo faccia. Se venite a trovarmi, parleremo più a lungo della cosa. Se nostro padre dormisse aspettando che lo svegli io, voi potreste godere per sempre di metà del suo reddito e sareste eternamente nel cuore di vostro fratello. Edgar». Ooh! Congiura! «...se dormisse aspettando che lo svegli io, voi godreste per sempre di metà del suo reddito». E mio figlio Edgar ha avuto una mano per scrivere queste cose? Un cuore e un cervello per concepirle? Quando l’avete avuta? Chi l’ha portata?

EDMUND : Non me l’hanno portata, mio signore: è qui l’astuzia. L’ho trovata che me l’avevano gettata in stanza dalla finestra.

GLOUCESTER : Riconoscete la scrittura di vostro fratello?

EDMUND : Se il contenuto fosse buono, signore, oserei giurare che è la sua; ma proprio per questo preferirei pensare che non lo è.

GLOUCESTER : È la sua o no?

EDMUND : La mano è sua, signore; ma spero non ci sia dentro anche il suo cuore.

GLOUCESTER : Vi ha mai sondato prima sulla faccenda?

EDMUND : Mai, mio signore. Spesso però gli ho sentito sostenere che quando i figli raggiungono la piena maturità e i padri sono in declino sarebbe giusto che il padre fosse posto sotto tutela e il figlio ne amministrasse il patrimonio.

GLOUCESTER : O canaglia, canaglia! Ma è proprio ciò che dice nella lettera. Aborrita canaglia! Canaglia odiosa, snaturata, bestiale... ancor peggio che bestiale. Ragazzo mio, andate voi a cercarlo. Io lo faccio arrestare. Canaglia abominevole! Dov’è?

EDMUND : Non lo so, mio signore. Se però avrete la compiacenza di sospendere la vostra indignazione verso di lui finché non avrete tratto da mio fratello una miglior testimonianza delle sue intenzioni, agirete nel modo più giusto; mentre se procederete con violenza, fraintendendo i suoi moventi, si produrrebbe un grande squarcio nel vostro onore e andrebbe in frantumi il cuore stesso della sua obbedienza. Oso scommettere sulla mia vita che ha scritto questa lettera per mettere alla prova il mio affetto nei riguardi di vostro onore e senza alcun intento criminoso.

GLOUCESTER : Lo pensate davvero?

EDMUND : Se vostro onore lo ritiene opportuno, io vi sistemerò dove potrete sentirci discutere dell’argomento ed accertarvene con le vostre orecchie fino a risolvere ogni dubbio; lo farò senza indugio, stasera stessa.

GLOUCESTER : Non può essere un tale mostro...

EDMUND : Certo che non lo è.

GLOUCESTER : ...nei confronti del padre, che lo ama in modo così tenero e assoluto. Cielo e terra! Rintracciatelo, Edmund. Penetrate il suo animo per me, vi prego: conducete l’affare a vostra discrezione. Rinuncerei a tutto ciò che ho pur di ottenere una qualche certezza.

EDMUND : Lo cercherò all’istante, signore. Procederò come meglio potrò e vi terrò informato.

GLOUCESTER : Queste recenti eclissi del sole e della luna non ci prospettano niente di buono. Per quanto le scienze naturali possano spiegarle in vario modo, la natura si trova flagellata da ciò che ne consegue: si raffredda l’amore, vien meno l’amicizia, i fratelli entrano in contrasto. Nelle città, sommosse; fra i popoli, discordia; nei palazzi, tradimenti; infranto il sacro vincolo tra il padre e il figlio. Anche questa mia canaglia rientra nella profezia: ecco il figlio contro il padre. Il re devia dal suo corso naturale: ed ecco il padre contro il figlio. Il nostro miglior tempo l’abbiamo già vissuto. Complotti, tradimenti, falsità, disordini di ogni genere ci scortano senza requie fino alla tomba. Trovami la canaglia, Edmund; non avrai da perderci. Procedi con cautela. E il nobile e fedele Kent, bandito per un solo delitto: l’onestà! È troppo strano. (Esce.)

EDMUND : Ecco l’estrema idiozia del mondo: quando è malferma la nostra fortuna – e spesso proprio grazie ai nostri eccessi – diamo la colpa dei nostri disastri a sole, luna, stelle, quasi fossimo carogne di necessità, sciocchi per una celeste costrizione, e farabutti e traditori e ladri per via dell’influenza dei pianeti; ubriaconi, menzogneri e adulteri perché costretti a obbedire all’influsso degli astri; come se tutto ciò in cui siamo malvagi ci fosse imposto a forza dagli dèi. Sublime scappatoia del puttaniere, accusare una stella per la propria lussuria da caprone. Mio padre si è accoppiato con mia madre sotto la coda del Drago ed il mio quadro astrale si è formato sotto l’Orsa Maggiore: dovrebbe conseguirne che io sarei violento nonché libidinoso. Piaghe di Cristo! Sarei stato proprio come sono anche se la più virginea stella del firmamento avesse fatto l’occhiolino alla mia concezione da bastardo.

(Entra Edgar.)

E, zac!, arriva lui, come la catastrofe nelle vecchie commedie. Mi tocca una battuta da cattivo malinconico, un sospiro alla Tom, pazzo di Bedlam. – Oooh, queste eclissi annunciano discordie e contrappunti. Larallallà.

EDGAR : Che c’è, fratello Edmund? In quali profonde contemplazioni siete assorto?

EDMUND : Pensavo, fratello, a una predizione che ho letto l’altro giorno sulle possibili conseguenze di queste eclissi.

EDGAR : Vi occupate di roba simile?

EDMUND : Vi garantisco che gli effetti di cui parla sono infausti: dissidi innaturali tra figli e genitori, morte, carestia, dissoluzione di antiche alleanze, divisioni all’interno dello stato, minacce e maledizioni contro il re e i nobili, diffidenze infondate, amici messi al bando, scioglimento di eserciti, infedeltà nuziali e non so più che cosa.

EDGAR : Da quando in qua siete un fanatico dell’astrologia?

EDMUND : Lasciamo stare. È tanto che non vedete mio padre?

EDGAR : Beh, da ieri sera.

EDMUND : E gli avete parlato?

EDGAR : Per due ore di fila.

EDMUND : Vi siete lasciati in buoni rapporti? Non avete notato, dalla sua espressione o dal suo contegno, se fosse irritato?

EDGAR : Niente affatto.

EDMUND : Pensate bene in che cosa potreste averlo offeso, perché vi pregherei di evitare la sua presenza finché, passato un po’ di tempo, si sia attenuato il fuoco della sua esasperazione, che in questo momento infuria in lui a tal punto che non si placherebbe neanche se si sfogasse su di voi.

EDGAR : Qualche canaglia mi avrà fatto torto.

EDMUND : Lo temo anch’io. Vi prego, comportatevi con pazienza finché l’impeto della sua rabbia non rallenti un po’. Vi suggerirei di seguirmi nelle mie stanze. Farò in modo che da lì ascoltiate parlare il mio signore. Andate ora, vi prego. Eccovi la chiave. Se andate in giro, fatelo armato.

EDGAR : Come armato, fratello?

EDMUND : Fratello, io vi consiglio per il meglio: andate armato. Com’è vero che sono un uomo onesto, per voi non tira affatto un’aria buona. Vi ho detto ciò che ho visto e sentito – ma ho addolcito le cose: questo è niente rispetto all’orrida realtà. Vi prego, andate via.

EDGAR : Vi farete vivo presto?

EDMUND : Sono al vostro servizio in questa storia.

                                                                                       (Esce Edgar.)

Un padre credulone e un nobile fratello,

La cui natura è talmente lontana

Dal far del male che neanche lo sospetta:

Uno sulla cui stupida onestà

Le mie trame cavalcano tranquille.

Già vedo come andrà: avrò le terre

Ma non per nascita bensì per ingegno.

Per me ogni mezzo è buono

Se si adatta ai miei fini.14                                                   (Esce.)

 

Scena TERZA

 

[Stanza nel palazzo di Albany.] Entrano Goneril e Oswald, il suo maggiordomo.

 

GONERIL : Mio padre ha dunque picchiato il mio maggiordomo perché aveva rimproverato il suo Matto?

OSWALD : Sì, signora.

GONERIL : Giorno e notte mi offende. Non passa ora

Senza che esploda in uno di quei suoi

Pesanti attacchi creandoci scompiglio.

Non lo sopporto più. I suoi cavalieri

Diventano rissosi e lui non fa

Che riprendere noi per ogni inezia.

Adesso che ritorna dalla caccia

Io non gli parlerò; ditegli pure

Che non mi sento bene. E se sarete

Più pigri nel servirlo, tanto meglio.

Mi assumo io la colpa.                                    (Corni fuori scena.)

OSWALD : Signora, ecco che arriva. L’ho sentito.

GONERIL : Voi e i vostri potete pure assumere

Tutte le arie svogliate che vorrete.

Intendo che si arrivi a un chiarimento.

Se non gli piace, vada da mia sorella,

Che su questo la pensa come me:

Non accettare alcuna imposizione.

Vecchio rincretinito,

Che ancora intenderebbe esercitare

Quei poteri di cui si è sbarazzato!

Per la mia vita, i vecchi matti tornano bambini:

Bisogna incoraggiarli, ma anche punirli

Se li vediamo consigliati male.

Ricordatevi quello che vi ho detto.

OSWALD : Bene, signora.

GONERIL : E, accada quel che deve, siate ancora più freddi

Con i suoi cavalieri. Avvisate in tal senso

Anche i vostri colleghi. Io ne trarrò occasioni

Per dire ciò che penso. E lo farò.

Scrivo immediatamente a mia sorella

Perché adotti la mia stessa condotta.

Andate a preparare per il pranzo.

                                                                             (Escono.)

 

Scena QUARTA

 

[Sala nello stesso palazzo.] Entra Kent, travestito.

 

KENT : Se riesco ad adottare un altro accento

Per poter contraffare il mio linguaggio,

Il buon intento per cui ho cancellato

La mia fisionomia porterà buoni frutti.

Ora, esiliato Kent, se puoi servire

Proprio là dove ti hanno condannato,

Forse accadrà che il tuo amato padrone

Scoprirà che ti adoperi per lui.

(Corni fuori scena. Entrano Lear e alcuni Cavalieri al suo seguito.)

LEAR : Non aspetterò un secondo di più per il pranzo. Andate a prepararlo.

                                                            (Esce il Primo Cavaliere.)

(a Kent) Tu cosa sei?

KENT : Un uomo, signore.

LEAR : Che professione fai? Che vorresti da noi?

KENT : Professo di non essere da meno di ciò che sembro, di servire fedelmente chi mi darà fiducia, di amare chi è onesto, di conversare con chi è saggio e parla poco, di essere timorato del giudizio, di battermi quando non ho altra scelta, di non mangiare pesce.

LEAR : Che cosa sei?

KENT : Uno dal cuore onesto, e povero come il re.

LEAR : Se sei povero come suddito quanto lui lo è come re, in tal caso sei povero abbastanza. Che vuoi?

KENT : Servire.

LEAR : Servire chi?

KENT : Voi.

LEAR : Tu mi conosci, amico?

KENT : Signore, no. Però nel vostro aspetto c’è un qualcosa che mi dispone a chiamarvi padrone.

LEAR : Cioè?

KENT : L’autorità.

LEAR : Che servizi sai svolgere?

KENT : So mantenere un onesto segreto, so cavalcare, correre, rovinare una storia intricata raccontandola e riferire senza fronzoli un messaggio chiaro. Son bravo in ciò che è adatto agli uomini comuni, e la mia maggior virtù è la diligenza.

LEAR : Quanti anni hai?

KENT : Non sono così giovane, signore, da amare una donna solo perché canta, né tanto vecchio da rimbambirmi dietro a lei per qualunque motivo. Ho quarantotto anni sul groppone.

LEAR : Seguimi; se dopo pranzo non mi piacerai di meno, ti prendo al mio servizio; per il momento non ci separiamo. Il pranzo, ehi, il pranzo! Dov’è quel mascalzone del mio Matto? Va’ a chiamare il mio Matto.

                                                                  (Esce il Secondo Cavaliere.)

(Entra Oswald.)

Ehi tu, bel tomo: dov’è mia figlia?

OSWALD : Con licenza vostra...                                (Esce.)

LEAR : Ma cosa dice questo? Riportate qui quella testa di cavolo.

                                                                        (Esce il Terzo Cavaliere.)

Dov’è il mio Matto? Pare che tutto il mondo stia dormendo.

(Entra il Terzo Cavaliere.)

Beh, dov’è andato il botolo bastardo?

CAVALIERE : Dice, signore, che vostra figlia non si sente bene.

LEAR : Perché non è tornato, quel villano, quando io l’ho chiamato?

CAVALIERE : Signore, mi ha risposto chiaro e tondo che non voleva.

LEAR : Che non voleva?

CAVALIERE : Mio signore, non so cosa succeda, ma a mio parere vostra altezza non viene più trattata con l’affetto e la devozione di una volta. Si coglie anche un gran calo di attenzioni sia nella servitù in generale sia nello stesso duca e in vostra figlia.

LEAR : Ah! Dici?

CAVALIERE : Se mi sbaglio, signore, vi imploro di scusarmi, ma il mio dovere non può stare zitto quando mi pare vi si faccia torto.

LEAR : Non fai che confermare le mie idee. Ultimamente ho avvertito una qualche negligenza nei miei confronti, anche se ho preferito attribuirla ad una mia eccessiva ombrosità più che a un intento preciso e consapevole di usarmi scortesia. Me ne accerterò meglio. Dov’è però il mio Matto? Sono due giorni che non lo vedo.

CAVALIERE : Da quando la mia giovane signora è andata in Francia, il Matto, mio signore, si è molto logorato.

LEAR : Non parliamone. Me ne sono accorto. Tu va’ a dire a mia figlia che voglio parlarle.

                                                                            (Esce il Terzo Cavaliere.)

E tu, portami il Matto.

                                                                            (Esce il Quarto Cavaliere.)

(Entra Oswald.)

Oh, galantuomo. Sì, ce l’ho con voi: venite qui, signore. Chi sono io?

OSWALD : Il padre della mia padrona.

LEAR : Il padre della mia padrona? Il delinquente del mio padrone! Cane, figlio di troia, schiavo, botolo!

OSWALD : Non sono niente di tutto questo, signore, perdonatemi.

LEAR : Mi rilanci la palla, farabutto? (Lo colpisce.)

OSWALD : Non sopporto di essere picchiato, mio signore. KENT (sgambettandolo): Neanche che ti si faccia lo sgambetto, tu, vile giocatore di pallone?

LEAR : Amico, ti ringrazio. Mi servi bene e io ti terrò caro.

KENT : Su, in piedi e via di qui. Ve le insegno io le differenze. Via, via! Restate pure, se volete misurare di nuovo il pavimento col vostro vile corpo. Ma via, fuori dai piedi, se avete un po’ di senno. Ecco, così. (Lo spinge fuori.)

LEAR : Ti ringrazio, briccone, amico mio. Ecco un anticipo per i tuoi servigi (Gli dà del danaro.)

(Entra il Matto.)

MATTO : Voglio assumerlo anch’io; (a Kent) eccoti il mio berretto a sonagli.

LEAR : Ohé, bel ragazzaccio mio. Come ti va?

MATTO (a Kent): Amico, faresti bene a prenderlo, il berretto.

KENT : Perché, Matto?

MATTO : Perché? Per aver preso le parti di uno che è in disgrazia. Eh, se non sai sorridere là dove spira il vento, presto ti prenderai un bel raffreddore. Ecco, tieni il berretto. Lo vedi? Questo qui ha bandito due delle sue figlie, e senza farlo apposta ha fatto la fortuna della terza. Se vuoi andargli appresso, non puoi che indossare il mio berretto. (a Lear) Eh, caro zio. Ce li avessi io, due berretti a sonagli e anche due figlie!

LEAR : Perché, ragazzo mio?

MATTO : Perché se dessi loro ogni mio bene, avrei sempre i berretti. Eccone uno: va’ a mendicare l’altro dalle figlie.

LEAR : Attenzione alla frusta, delinquente.

MATTO : La verità è un cane che deve stare chiuso nel canile; dev’essere frustata, mentre invece madama la Levriera può stare accanto al fuoco e impuzzolire tutto.

LEAR : Questo per me è veleno!

MATTO : Amico, ora ti insegno un discorsetto.

LEAR : Avanti.

MATTO : Attento, zio:

Abbi più di ciò che mostri

Parla men di quanto sai,

Presta men di quel che hai,

Va’ a cavallo più che a piedi,

Molto ascolta, a poco credi,

Non puntare tutto al gioco,

Lascia il bere e le puttane,

Resta bene chiuso in casa,

E possiederai di botto,

Per due quattro, più di un otto.

KENT : Parli di niente, Matto.

MATTO : Allora è come il fiato di un legale senza parcella: anche tu mi hai dato niente in cambio. (a Lear) Tu, zietto, riesci a farci qualcosa con il niente?

LEAR : Beh, no, ragazzo; dal niente non si ricava niente.

MATTO (a Kent): Diglielo tu, per favore, che a tanto ammonta la rendita delle sue terre; a un matto non crederebbe mai.

LEAR : Un matto amaro.

MATTO : Ragazzo mio, la sai la differenza fra un matto amaro e uno dolce?

LEAR : No, figliolo, insegnamela tu.

MATTO : Chi ti ha dato il consiglio

Di dar via le tue terre

Piazzamelo davanti;

Facciamo che sia tu.

Ti troverai di fronte

Il matto amaro e il dolce

Uno ha mille colori;

E l’altro? Eccolo qua!

LEAR : Mi dai del matto, ragazzo?

MATTO : Ogni altro titolo l’hai buttato via; con quello ci sei nato.

KENT : Signore, questo non è del tutto matto.

MATTO : No, davvero: signori e grandi uomini non me lo consentono; se avessi il monopolio della pazzia, ne vorrebbero una parte anche loro; e anche le dame, mica permettono che mi tenga tutta per me la verga da buffone: ci vogliono mettere le manacce sopra. Zietto, dammi un uovo e ti do due corone.

LEAR : Che tipo di corone?

MATTO : Beh, una volta che avrò smezzato l’uovo e mangiato il tuorlo, le due corone dell’uovo. Quando hai smezzato la corona dando via le due parti, ti sei caricato in spalla il culo del somaro per fargli attraversare il fango. Hai avuto poco sale nella tua corona pelata quando hai ceduto quella d’oro. E se parlo da matto quale sono, sia frustato chi si accorge per primo che ho ragione.

(Canta.)

Pessima annata questa per i matti:

Da quando i savi li han sostituiti

E hanno mandato il cervello all’ammasso

Non si distingue più tra scimuniti.

LEAR : Da quando sei così pieno di canzoni, signorino?

MATTO : Da quando tu, zietto, delle tue figlie hai fatto le tue madri; perché, quando hai messo la verga in mano a loro, calandoti da solo i pantaloni...

(Canta.)

Loro hanno pianto d’improvvisa gioia

Mentre io cantavo triste e sconsolato

Perché un gran re giocava a rimpiattino

E in mezzo ai matti si era rintanato.

Per favore, zietto, assumi un maestro che possa insegnare al tuo Matto a mentire. Quanto vorrei imparare a mentire!

LEAR : Ma se menti, furfante, ti faremo frustare.

MATTO : Mi domando che razza di parentela esista tra te e le tue figlie. Quelle mi fanno frustare se dico il vero, tu se mento, e a volte prendo frustate perché sto zitto. Vorrei essere qualunque cosa al mondo fuorché un Matto. Però non vorrei essere te, zio. Ti sei limato il cervello da entrambe le parti e in mezzo non ti è rimasto niente. Ma ecco una delle due limature.

(Entra Goneril.)

LEAR : Figlia, che c’è? Come mai quel cipiglio? Ultimamente Tieni il broncio, mi pare, troppo spesso.

MATTO : Eri uno in gamba quando non dovevi curarti dei suoi cipigli. Adesso sei uno zero senza cifra davanti; ora sto meglio io rispetto a te. Io sono un matto, mentre tu sei niente. (A Goneril) Sì, d’accordo, terrò la lingua a posto: non me l’avete detto, ma ve lo leggo in faccia. Buoni e zitti!

Chi ha dato via l’intera sua focaccia

Prima o poi delle briciole andrà a caccia.

(Indicando Lear) Ecco là un guscio vuoto di pisello.

GONERIL : Non solo questo Matto, mio signore,

A cui tutto è permesso, ma anche altri

Fra gli insolenti della vostra scorta

Non fanno che lagnarsi e litigare,

Dando vita a disordini osceni e intollerabili.

Pensavo che dicendovelo chiaro

Mi avreste dato ampia soddisfazione;

Ma comincio a temere,

Da quanto ultimamente dite e fate,

Che voi stesso approviate questo andazzo

Incoraggiandolo col vostro avallo;

È una colpa, se questo fosse vero,

Che non può andare esente da censura

E da un castigo che non può tardare:

Tali rimedi, volti a mantenere

Integro l’ordine della società,

Realizzandosi potrebbero sembrare

Offendervi in un modo

Che altrimenti sarebbe vergognoso;

Ma la necessità ci induce a definirli

Misure giudiziose.

MATTO : Perché tu lo sai, caro zietto,

Il passero ha nutrito tanto a lungo il cuculo

Che i cuculetti infine gli hanno mangiato... il cranio

Fu così che si spense la candela, e rimanemmo al buio.

LEAR : Voi siete nostra figlia?

GONERIL : Ah, signore,

Vi prego, usate il senno – lo so che non vi manca –

E mettete da canto questi umori

Che negli ultimi tempi vi portano lontano

Dalle vostre reali facoltà.

MATTO : Perché un Matto non dovrebbe accorgersi quando è il carro a tirare il cavallo? Op, op, trotta cavallina!

LEAR : C’è qui qualcuno che mi riconosca? No, questo non è

Lear.

Forse che Lear cammina in questo modo,

In questo modo parla? Dove ha gli occhi?

Forse il cervello gli si indebolisce

O il suo discernimento va in letargo...

Ah! Sono sveglio? No, non è così.

Chi è che mi sa dire chi son io?

MATTO : L’ombra di Lear.

LEAR : Vorrei saperlo perché gli emblemi della sovranità, la conoscenza e la ragione vorrebbero ingannarmi e farmi credere che avevo delle figlie.

MATTO : Che faranno di te un padre obbediente.

LEAR : Il vostro nome, bella dama?

GONERIL : Questo finto stupore, signor mio,

È dello stesso genere dei trucchi

A cui vi dedicate ultimamente. Vi scongiuro:

Non vogliate fraintendere i miei scopi.

Dato che siete vecchio e venerando, siate anche saggio.

Voi qui tenete cento cavalieri

E scudieri, persone in tal misura

Rissose, debosciate ed insolenti

Che questa nostra corte, infettata dalle loro maniere,

È come una locanda tumultuante.

La lussuria e i bagordi la apparentano

Piuttosto a una taverna o ad un bordello

Che a un nobile palazzo. È una vergogna

Che invoca di per sé pronti rimedi.

Vi sia richiesto come cortesia,

Da chi altrimenti lo pretenderà,

Che riduciate un poco il vostro seguito

E che chi resterà al vostro servizio

Sia gente adatta alla vostra vecchiaia,

E abbia più coscienza di se stessa

E di chi siete voi.

LEAR : Tenebra e demoni!

Sellatemi i cavalli; radunate il mio seguito.

Degenere bastarda, non ti darò più incomodo:

Ho sempre un’altra figlia.

GONERIL : Voi picchiate i miei uomini,

E la vostra gentaglia turbolenta

Tratta da servo chi le è superiore.

(Entra Albany.)

LEAR : Guai a colui che si pente troppo tardi!

– Ah, siete qui, signore? È stato un vostro ordine? Parlate. –

Preparate i cavalli. Demonio con il cuore

Di marmo, ingratitudine:

Quando appari in un figlio sei più orrenda

Del mostro degli abissi!

ALBANY : Siate paziente, vi prego, signore.

LEAR (a Goneril): Menti, odioso rapace!

Nella mia scorta ho solo gente scelta

E virtuosa, cosciente fino in fondo

Di cosa sia il dovere, e bene attenta

All’onore dovuto al proprio nome. Ah, lievissima colpa,

Quanto brutta mi sei parsa in Cordelia!

Come una catapulta hai scardinato

La mia natura dal suo luogo fisso,

Prosciugando ogni affetto dal mio cuore

E aumentandone il fiele. Lear, Lear, Lear!

(percuotendosi il capo) Bussa alla porta

Che ha permesso di entrare alla follia

E ha fatto uscire il tuo prezioso senno.

Andiamo, andiamo, gente mia.

                                                                (Escono Kent, i Cavalieri e il seguito.)

ALBANY : Sono tanto incolpevole, signore,

Quanto all’oscuro dei motivi che

Vi hanno mosso allo sdegno.

LEAR : Forse è così, signore.

Ascoltami, Natura. Ascolta, cara dea.

Ascolta: se hai mai inteso

Di rendere quest’essere fecondo,

Sospendi il tuo proposito. Nel suo grembo riversa

Solo sterilità; in lei dissecca gli organi

Della generazione, sì che non nasca mai

Dal suo corpo degenere un figlio che la onori.

Dovesse procreare, abbia un figlio di bile,

Snaturato e bisbetico, che viva unicamente

Per tormentare lei. Le imprima rughe

Sulla fronte ancor giovane,

Scavi solchi di lacrime cadenti

Sulle sue guance; le sue pene e le sue gioie di madre

Le volga tutte in dileggio e disprezzo,

Così che senta quanto sia più acuto

Del dente della serpe avere un figlio ingrato.

Andiamo via!

                                                                     (Escono Lear e il Matto.)

ALBANY : Per gli dei venerati, perché mai tutto questo?

GONERIL : Non prendetevi pena di saperne di più,

Ma lasciate che sfoghi i malumori

Consentitigli dal rimbambimento.

(Entra Lear seguito dal Matto.)

LEAR : Come! Cinquanta del mio seguito, in un colpo?

Entro due settimane?

ALBANY : Che succede, signore?

LEAR : Te lo dirò. (a Goneril) Vita e morte! Mi vergogno

Che tu riesca a scuotere a tal punto

La mia virilità, come se fossi degna

Delle brucianti lacrime che a forza

Mi sgorgano dagli occhi! Ti piombino sul capo

Arie malsane e miasmi! La maledizione

Di un padre trafigga ogni tuo senso

Con ferite incurabili! Vecchi, stupidi occhi,

Se continuate a piangere per questo,

Vi strappo via e, con l’acqua che versate,

Vi getto a mescolarvi con l’argilla.

Si è dunque giunti a questo?

Bene, che sia così. Ho sempre un’altra figlia

Che, ne son certo, è dolce ed affettuosa,

E quando apprenderà quello che hai fatto

Squarcerà con le unghie il tuo viso di lupo.

Vedrai, vedrai se non riassumerò la vecchia forma

Che pensi abbia gettato via per sempre.

Sarà così, vedrai, te l’assicuro.                                         (Esce.)

GONERIL : Visto, signore mio?

ALBANY : L’amore che vi porto, Goneril,

Non mi rende parziale al punto di...

GONERIL : Oh, basta, per favore. Ehi, Oswald!

(al Matto) Ed anche voi, più perfido che matto, via: dal vostro padrone!

MATTO : Zietto Lear, zietto Lear, va’ piano! Porta con te il tuo Matto.

Perché una volpe al laccio

O una figlia così

Van portate al macello,

Se mi basta il cappello

A comprare un bel cappio.

Ecco, viene anche il Matto.

                                                                                             (Esce.)

GONERIL : Ma che bei consiglieri aveva l’uomo:

Nientemeno che cento cavalieri!

Com’è prudente, oh, com’è sicuro

Lasciare che abbia cento uomini armati,

Così che a ogni sua fisima, sussurro o ghiribizzo,

A ogni sua lamentela o antipatia,

Possa proteggere con la loro forza

La sua demenza e mantenere in scacco

Le nostre vite. Oswald, insomma!

ALBANY : Forse il vostro è un eccesso di timore.

GONERIL : È meglio che un eccesso di fiducia.

È meglio liquidare i rischi che temiamo

Che vivere temendo di esserne liquidati.

Io conosco il suo cuore. Ciò che ha detto

L’ho scritto a mia sorella.

Se quando le avrò detto quanto sia inopportuno,

Lei vorrà mantenerlo

Insieme coi suoi cento cavalieri...

(Entra Oswald.)

OSWALD : Eccomi, signora.

GONERIL : Oswald, ebbene? L’avete dunque scritta

La lettera per Regan?

OSWALD : Certamente, signora.

GONERIL : Prendetevi una scorta, e via a cavallo.

Fatele un resoconto dettagliato

Dei miei timori. Ed aggiungere pure, a piacer vostro,

Quanto possa valere a confermarli.

Andate dunque. E svelto a ritornare!

                                                                                    (Esce Oswald.)

No, no, signore,

Questa lattiginosa mansuetudine,

Che pure non condanno,

Vi rende, chiedo venia, criticabile

Per la mancanza di discernimento

Assai più che lodevole

Per questa vostra dannosa mitezza.

ALBANY : Io non so dire quanto a fondo veda

Il vostro sguardo. Ma cercando il meglio,

Spesso guastiamo il buono.

GONERIL : E quindi...

ALBANY : Quindi vedremo come andrà a finire.

                                                                                            (Escono.)

 

Scena QUINTA

 

[Cortile davanti allo stesso palazzo.] Entrano Lear, Kent e il Matto.

 

LEAR (a Kent): Precedetemi da Gloucester con questa lettera. A mia figlia non dite niente più di quanto sapete se non ciò che lei vi chiederà dopo averla letta. Se non sarete celere abbastanza, arriverò là prima di voi.

KENT : Non dormirò, signore, se prima non l’avrò recapitata.

MATTO : Se uno avesse il cervello nei calcagni, non rischierebbe di prendersi i geloni?

LEAR : Certo, ragazzo.

MATTO : Ma allora resta allegro, per favore; il tuo cervello non andrà in ciabatte.

LEAR : Ah, ah, ah!

MATTO : Vedrai che trattamento ti riserva l’altra figliola. Anche se somiglia a questa come una mela a una mela selvatica, io so quello che so.

LEAR : E cosa sai, ragazzo mio?

MATTO : Come per le mele selvatiche, avrà un sapore esattamente uguale a questa qui. Ma tu lo sai perché abbiamo il naso proprio in mezzo alla faccia?

LEAR : No.

MATTO : Beh, per tenere gli occhi separati. Così un uomo può spiare con gli occhi ciò che non fiuta a naso.

LEAR : Le ho fatto torto.

MATTO : E lo sai come fa l’ostrica a costruirsi il guscio?

LEAR : No.

MATTO : Neanch’io. In cambio posso dirti perché la lumaca ha la casa.

LEAR : Perché?

MATTO : Per metterci dentro la testa, e non per darla alle sue figlie e rimanere a corna scoperte.

LEAR : Dimenticherò la mia natura: un padre tanto tenero! Son pronti i miei cavalli?

MATTO : I tuoi asini sono andati a prenderli. La ragione per cui le sette stelle non sono più di sette è davvero carina.

LEAR : Perché non sono otto?

MATTO : Già, proprio così. Sai che te la caveresti come matto?

LEAR : Altrimenti lo pretenderà... Mostruosa ingratitudine!

MATTO : Se tu fossi il mio matto, caro zio, ti farei bastonare per essere invecchiato innanzi tempo.

LEAR : Come sarebbe?

MATTO : Non dovevi diventare vecchio prima che saggio.

LEAR : Non fatemi impazzire, pazzo no, cieli benigni!

Fatemi conservare la ragione. Non voglio essere pazzo!

(Entra un Gentiluomo.)

Allora? Sono pronti i miei cavalli?

GENTILUOMO : Sono pronti, signore.

LEAR : Vieni, ragazzo.

                                                               (Escono Lear e il Gentiluomo.)

MATTO : Quella che adesso è vergine, e ride perché parto,

Non lo sarà più a lungo, se non mi viene corto.                        ( Esce.)


ATTO SECONDO

Scena PRIMA

 

[Cortile interno nel castello di Gloucester.] Entrano Edmund e Curan, separatamente.

 

EDMUND : Salve, Curan.

CURAN : E salve a voi, signore. Son stato da vostro padre e l’ho informato che il duca di Cornovaglia e la duchessa Regan questa sera saranno qui da lui.

EDMUND : E come mai?

CURAND : Non lo so. Avete udito quello che si dice in giro? O meglio, ciò che si mormora, perché al momento non sono più che voci bisbiglianti all’orecchio.

EDMUND : Io no. Di che si tratta?

CURAN : Non avete sentito di probabili guerre fra i duchi di Albany e Cornovaglia?

EDMUND : Nemmeno una parola.

CURAN : Credo che a suo tempo lo saprete. Signore, arrivederci.

EDMUND : Il duca qui stasera? Va bene... molto bene!

È un filo che si intreccia alla mia trama.

Mio padre ha posto guardie dappertutto

Perché sia catturato mio fratello,

E ho una faccenda piuttosto scabrosa

Da sistemare. Celerità e fortuna, tocca a voi!

Fratello, una parola. Venite giù, fratello!

(Entra Edgar.)

Mio padre è all’erta. Andate via di qui!

Hanno svelato il vostro nascondiglio.

Ora avete il vantaggio della notte.

Avete detto niente contro il duca

Di Cornovaglia?

Perché stanotte, adesso, in tutta fretta

Lui è diretto qui, insieme a Regan.

Non avrete parlato in suo favore Contro il duca di Albany? Provate a ricordare.

EDGAR : Nemmeno una parola, ne son certo.

EDMUND : Sento venir mio padre. Perdonate:

Devo far finta di estrarre la spada contro di voi.

Sguainate e simulate una difesa.

Fate la vostra parte. (ad alta voce)

Cedete! Consegnatevi a mio padre!

Ehi, fate luce! (a Edgar) Andate via, fratello, andate via!

(ad alta voce) Torce, torce! (a Edgar) Addio, quindi.

                                                                                 (Esce Edgar.)

Se mi faccio sprizzare un po’ di sangue

Darò l’idea di essermi difeso

Con gran vigore. (Si ferisce al braccio.)

Ho già visto ubriachi

Fare anche peggio soltanto per gioco.

Padre, padre! Fermatevi! Perché non mi aiutate?

(Entrano Gloucester e servitori con le torce.)

GLOUCESTER : Edmund, allora, dov’è la canaglia?

EDMUND : Era qui al buio,

E con la spada nuda ed affilata

Biascicava incantesimi infernali,

Invocando la luna di favorirlo come sua patrona.

GLOUCESTER : Ma ora dov’è?

EDMUND : Non vedete, signore? Perdo sangue.

GLOUCESTER : Ora dov’è quella carogna, Edmund?

EDMUND : È scappato di lì, quando ha capito

Che non riusciva proprio...

GLOUCESTER (ai servi): Inseguitelo, ehi! Andate a cercarlo. (Corrono fuori alcuni Servi.)

... che non riusciva proprio a fare cosa?

EDMUND : A indurmi ad ammazzare vossignoria.

Ma gli ho risposto che gli dèi implacabili

Scagliano tutte le loro saette

Sui parricidi, e gli ho detto di quanti

E quanto saldi vincoli

Leghino il figlio al padre. E alla fine, signore,

Vista la ripugnanza

Che opponevo ai suoi intenti snaturati,

Con mossa fiera e la spada già pronta,

Parte all’assalto del mio corpo inerme

E mi ferisce al braccio.

Ma quando ha visto i miei migliori spiriti, Rinvigoriti dalla giusta causa,

Passare alla riscossa, forse perché atterrito

Dalle mie urla, è corso via in un lampo.

GLOUCESTER : Vada pure lontano: in questa terra

Non starà a lungo libero.

E quando sarà preso, liquidatelo!

Il duca mio signore, il mio nobile e augusto protettore,

Arriva qui stanotte; con la sua autorità proclamerò

Che chi lo trova avrà il nostro favore

Se porta al ceppo quel vile assassino:

Chi lo nasconde, a morte!

EDMUND : Mentre lo dissuadevo dall’intento

Che era determinato a porre in atto,

Ho minacciato con parole irate

Di smascherarlo. Ma lui mi ha risposto:

«Bastardo senza beni, credi forse

Che se io ti smentissi, il tuo valore,

La tua virtù e il credito che godi

Basterebbero a farti prestar fede?

No, ciò che negherei,

E lo farei anche se tu esibissi

Parole scritte da questa mia mano,

Lo attribuirei alla tua istigazione,

Alle tue trame, ai tuoi dannati intrighi.

Devi pensare che il mondo sia scemo

Per non vedere come la mia morte

Per te sarebbe tanto vantaggiosa

Da averti spinto, in modo irresistibile

E potente, a fartela cercare».

(Squilli di tromba fuori scena.)

GLOUCESTER : Ma che mostruosa e incallita canaglia!

Dice che negherebbe questa lettera?

Non l’ho mai messo al mondo.

Son le trombe del duca, le sentite? Non so perché sia qui.

Farò sbarrare ogni via d’accesso;

Quella canaglia non mi sfuggirà.

Il duca questo non potrà negarmelo.

Farò inoltre inviare il suo ritratto

In ogni luogo vicino e lontano:

Tutto il regno potrà identificarlo.

E in quanto alle mie terre,

Ragazzo mio fedele e naturale, Farò in modo che tu ne sia l’erede.

(Entrano Cornovaglia, Regan e il seguito.)

CORNOVAGLIA : Ma che succede, amico mio? Da quando

Son giunto qui, e sono appena giunto,

Ho sentito notizie molto strane.

REGAN : Se son vere, non esiste vendetta troppo dura

Per poter castigare il trasgressore. Come va, mio signore?

GLOUCESTER : Oh, signora, il mio vecchio cuore è in pezzi. In pezzi.

REGAN : Ma è vero che il figlioccio di mio padre

Voleva uccidervi? Quello a cui mio padre

Ha dato il nome, il vostro Edgar?

GLOUCESTER : Oh, signora, signora! La vergogna

Preferirebbe tenerlo segreto.

REGAN : Non frequentava forse quei rissosi

Cavalieri al servizio di mio padre?

GLOUCESTER : Non so, signora. È dura, troppo dura.

EDMUND : Signora, sì: si accompagnava a loro.

REGAN : Allora non stupisce che sia stato traviato:

Son stati loro a avergli messo in testa

L’uccisione del vecchio, per potere

Spendere a piacimento ogni suo reddito.

Proprio stasera mia sorella mi ha scritto

Precise informazioni su di loro;

Mi ha tanto messo in guardia che se quelli

Dovessero alloggiare a casa mia,

Io non sarò presente.

CORNOVAGLIA : Nemmeno io, te l’assicuro, Regan.

Dicono, Edmund, abbiate dimostrato

Devozione filiale a vostro padre.

EDMUND : Mio dovere, signore.

GLOUCESTER (a Cornovaglia):

È lui che ne ha svelato il tradimento:

Questa ferita se l’è procurata

Provando a catturarlo.

CORNOVAGLIA : È ricercato?

GLOUCESTER : Sì, mio buon signore.

CORNOVAGLIA : Se sarà catturato, non si dovrà temere

Che faccia ancora male. A questo fine

Disponete della mia potestà

A vostro piacimento. Quanto a voi,

Edmund, la cui obbedienza e fedeltà

Han meritato tanto in questa istanza,

Voi sarete dei nostri. Avremo gran bisogno

Di nature così profondamente

Leali: prendiamo voi per primo.

EDMUND : Vi servirò, signore, quantomeno

Con fedeltà.

GLOUCESTER : Ed io, signore, vi ringrazio per lui.

CORNOVAGLIA : Non sapete perché siamo qui in visita...

REGAN : ...a un’ora tanto insolita, infilando

La tenebrosa cruna della notte?

Ci son motivi, Gloucester, di un certo qual peso

Per cui il vostro parere ci tornerebbe utile.

Ci ha scritto nostro padre,

E anche nostra sorella, di dissidi

Cui mi è parso opportuno dar risposta

Fuori da casa nostra. Da qui sono già pronti

A partire diversi messaggeri.

Confortatevi, vecchio e buon amico,

E offriteci un consiglio indispensabile

Circa un nostro problema che richiede

Un’azione immediata.

GLOUCESTER : Servo vostro, signora.

Le vostre grazie son le benvenute.

                                                                      (Escono. Trombe.)

 

scena SECONDA

 

[Davanti al castello di Gloucester.] Entrano Kent e Oswald, separatamente.

 

OSWALD : Buona giornata a te, amico. Sei della casa?

KENT : Già.

OSWALD : Dove possiamo sistemare i cavalli?

KENT : Nella melma.

OSWALD : Ti prego, dimmelo, se mi vuoi bene.

KENT : Ma non ti voglio bene.

OSWALD : Allora non m’importa di te.

KENT : Se mi capiti a tiro, vedrai se te ne importa.

OSWALD : Perché mi tratti male? Non ti conosco.

KENT : Io invece ti conosco, caro mio.

OSWALD : Per chi mi hai preso?

KENT : Per un gaglioffo, per un farabutto, uno che va a grufolare tra gli avanzi, per un infimo, arrogante, vacuo, straccione che porta vesti di seconda mano; per sifilitico, lercio, con calzerotti della peggior lana; fegato biancolatte, sempre pronto a chiamare le guardie, figlio di troia, consumaspecchi, delinquente fighetto e servilissimo; uno i cui beni entrano tutti quanti in un baule; uno che vorrebbe fare il ruffiano per acquisire meriti, ma non è che un miscuglio di canaglia, pitocco, pusillanime, mezzano, oltre che figlio e erede di una cagna bastarda. Uno che batterò fin quando strillerà come un maiale se nega anche una sillaba dell’elenco che ho fatto.

OSWALD : Ma che essere mostruoso sei mai tu

Che insolentisci in questa maniera

Chi non conosci e non conosce te?

KENT : Ma come puoi negare, servo senza vergogna, di conoscermi? Solo due giorni fa ti ho sgambettato e ti ho pestato in presenza del re. Fuori la spada, delinquente, perché è notte ma c’è la luna piena. (Sguaina la spada) Vi tiro a neve fino a farvi diventare pallido come lei. Fuori la spada, coglione che sta sempre ad azzimarsi dal barbiere: fuori quell’arma!

OSWALD : Va’ via, con te non ho niente da spartire.

KENT : Fuori la spada, dico, maledetto! Siete venuto qui a portare lettere contro il re, e state dalla parte di Madama Vanità, quella smorfiosa, contro la maestà del padre suo. Sguainate, delinquente, o vi faccio gli stinchi a spezzatino! Fuori la spada, farabutto, andiamo!

OSWALD : Aiuto, ehi! Assassinio! Aiuto!

KENT : Colpite, schiavo! Fermo, canaglia! Fermo, schiavo al cento per cento! Colpite!                      (Lo percuote.)

OSWALD : Aiuto, ehi! Assassinio, assassinio!

(Entrano Edmund, con la spada sguainata, Cornovaglia, Regan, Gloucester e servi.)

EDMUND : Allora, che succede? Separatevi!

KENT (a Edmund): Se volete ce n’è anche per voi, buon giovanotto. Avanti, che vi svezzo, padroncino.

GLOUCESTER : Armi? Spade? Ma che succede qui?

CORNOVAGLIA : Fermi, pena la vita: chi continua a colpire è un uomo morto. Che succede?

REGAN : I messaggeri di nostra sorella e del re.

CORNOVAGLIA (a Kent): Qual è il motivo del contendere? Ditelo.

OSWALD : Son quasi senza fiato, mio signore.

KENT : Lo credo bene: hai fatto galoppare il tuo coraggio, maledetto vigliacco; persino la natura ti rinnega: a te ti ha fatto un sarto!

CORNOVAGLIA : Sei un bel tipo. Come potrebbe un sarto fare un uomo?

KENT : Oh sì, signore, un sarto. Un tagliapietre o un imbianchino non sarebbero riusciti a farlo così male neanche da apprendisti alle prime armi.

CORNOVAGLIA (a Oswald): Parlate, ad ogni modo: come è nata la lite?

OSWALD : Questo vecchio gaglioffo, mio signore, che ho risparmiato perché mosso a pietà dalla sua barba grigia...

KENT : Tu, zeta, figlio di puttana, ultima lettera dell’alfabeto! Se mi date il permesso, mio signore, io pesto in un mortaio questo cafone senza palle e ci intonaco i muri di un cesso. (a Oswald) Risparmiarmi per la mia barba grigia, cane scodinzolante?

CORNOVAGLIA : Silenzio tu! Animale, non hai proprio rispetto?

KENT : Signore, sì, ma l’ira ne è esentata.

CORNOVAGLIA : E perché sei adirato?

KENT : Perché un tal miserabile dispone di una spada

Ma non dispone affatto di onestà.

Pantegane ghignanti come questa

Rodono spesso quei sacri legami

Troppo inscindibili per essere sciolti

E li spezzano in due; assecondano

Nella natura dei loro padroni

Le passioni ribelli; portano olio al fuoco,

Neve ai più freddi umori; negano, affermano,

E rivolgono il becco come alcioni

A ogni vento che spira capriccioso

Dai superiori; non sapendo far altro,

Non fanno che seguirli come cani.

(a Oswald) Peste sulla tua faccia da epilettico!

Ridi di me, come se fossi un matto?

Oca, se ti trovassi sulla piana di Salisbury,

Ti farei starnazzare fino a Camelot.

CORNOVAGLIA : Vecchio, sei pazzo?

GLOUCESTER : Perché litigavate? Questo dovete dire.

KENT : Non si trovano al mondo due contrari

Tra i quali esista tanta antipatia

Quanta fra me e questo delinquente.

CORNOVAGLIA : Lo chiami delinquente. Ma perché? Di che l’accusi?

KENT : La faccia. Non mi piace la sua faccia.

CORNOVAGLIA : Forse neanche la mia, la sua, quella di lei.

KENT : Signore, è mio costume essere franco:

Ai tempi miei ne ho viste di migliori

Rispetto a quelle che al momento vedo

Sulle spalle di chi mi sta davanti.

CORNOVAGLIA : Questo è uno di quei personaggi

Che avendo avuto elogi per la loro franchezza

Affettano un contegno brutale e irriverente

E forzano in maniera innaturale

La loro stessa indole. No, lui non può adulare!

Da mente onesta e schietta,

Lui dice pane al pane! Se per gli altri

Va bene, tanto meglio; se no, lui resta schietto.

Conosco questo tipo di furfanti: nella loro schiettezza

Celano più furbizia e fini più corrotti

Di venti servitori tutti inchini

E ansiosi di obbedire attentamente.

KENT : Sire, affé mia, in verità sincera,

Con licenza dell’eminenza vostra,

Il cui influsso, sì come il serto di radiosa luce

Sul volto scintillante del dio Febo...

CORNOVAGLIA : Che vuoi dire con questo?

KENT : È per uscire dal mio linguaggio che disapprovate tanto. Io so, signore, di non essere bravo ad adulare. Colui che vi ha ingannato con accenti di autenticità non era che un’autentica carogna; beh, io non lo sarei neppure se, per vincere la vostra irritazione, mi sforzassi di esserlo.

CORNOVAGLIA (a Oswald): In che cosa gli avete fatto torto?

OSWALD : Io in niente.

Al suo padrone il re ultimamente piacque

Di picchiarmi per un fraintendimento;

E, d’accordo con lui, per lusingarne

L’irritazione, costui mi sgambettò dietro le spalle;

Quando ero a terra mi insultò, mi offese,

Le sparò grosse pur di farsi bello,

Tanto da avere gli elogi del re

Perché aggrediva un uomo già caduto.

E, incoraggiato da quell’atto eroico,

Anche ora mi minaccia con la spada.

KENT : Tutti questi codardi farabutti

Vorrebbero far fesso anche un Aiace.

CORNOVAGLIA : Portate i ceppi!

                                                                           (Escono uno o due servi.)

Incarognito e vecchio delinquente,

Venerando spaccone, t’insegneremo noi...

KENT : Son troppo vecchio ormai per imparare.

Non chiamate per me, signore, i ceppi.

Io servo il re: sono qui per suo incarico.

Dimostrereste ben poco rispetto:

Sarebbe una sfacciata cattiveria

Mettere in ceppi il suo messaggero.

CORNOVAGLIA : Portate i ceppi!

Giuro sulla mia vita e sul mio onore:

resterà in ceppi fino a mezzogiorno.

REGAN : Mezzogiorno? Li tenga fino a notte,

Signore, e per la notte intera.

KENT : Signora, non mi trattereste in questo modo

Neanche se io di vostro padre fossi il cane.

REGAN : Poiché siete, signore, il suo scagnozzo,

Io lo farò.

(Portano i ceppi.)

CORNOVAGLIA :

Questo è davvero uno

Della risma di quelli di cui parla

Nostra sorella. Avanti con quei ceppi!

GLOUCESTER : Lasciate che scongiuri vostra grazia

Di non farlo. Ha gravi colpe, e penserà a punirlo

Il buon re suo padrone. L’infamante

Pena che proponete viene usata

Contro gli infimi e i vili per punirli

Di furtarelli e delitti minori.

Se lo trova legato in questo modo,

Il suo padrone il re prenderà a male

Di esser tenuto in così scarso conto

Nella persona del suo messaggero.

CORNOVAGLIA : Ne risponderò io.

REGAN : Mia sorella la prenderà anche peggio

Nel sapere insultato ed aggredito

L’uomo da lei mandato qui in missione.

Bloccategli anche i piedi.

(Kent viene posto in ceppi.)

CORNOVAGLIA : Venite, buon signore, andiamo via.

                                                  (Escono tutti tranne Gloucester e Kent.)

GLOUCESTER : Desolato per te, amico mio;

È un ordine del duca, il cui carattere,

Come si sa, non tollera alcun freno o impedimento.

Proverò ad intercedere per te.

KENT : No, vi prego, non fatelo, signore.

È tanto che son sveglio e il viaggio è stato duro.

Un po’ sonnecchierò, e fischierò per il resto del tempo.

La fortuna dei giusti a volte è scalcagnata.

Vi do il buon giorno.

GLOUCESTER : Il duca ha torto in questo. La cosa verrà presa

molto male.                                                  (Esce.)

KENT : Gran re, conferma quanto è vero il detto

Che se stai fuori dal favor del cielo

Ti esponi al sole ardente.

Scendi, faro di questo basso mondo,

Così che coi tuoi raggi confortanti

Io legga questa lettera. Quasi nessuno ormai

Vede miracoli se non gli sventurati.

La lettera, lo so, è di Cordelia,

Che per fortuna è stata messa a parte

Del mio travestimento (leggendo la lettera)

Ed avrà il tempo per cercare il modo,

In questo stato fuori di ogni norma,

Di rimediare ai danni. Approfittate,

Occhi miei stanchi e troppo a lungo insonni,

Per non vedere questo alloggio infame.

Buonanotte, Fortuna: sorridi ancora, gira la tua ruota.

(Si addormenta.)

 

scena TERZA

 

[Un bosco.] Entra Edgar.

 

EDGAR : Quando ho sentito proclamare il bando

Contro di me, son sfuggito alla caccia

Nella propizia cavità di un albero.

Non c’è più un porto libero, non c’è più luogo in cui

Le guardie e un’eccezionale vigilanza

Non siano pronte alla mia cattura.

Finché potrò fuggire sarò in salvo,

E ho pensato di assumere la forma

Più degradata e povera che mai,

Per disprezzarlo, la miseria abbia

Dato all’uomo per renderlo un bestia.

Mi lorderò la faccia di sporcizia,

Mi fascerò con stracci intorno ai fianchi,

Mi arrufferò i capelli, ed esponendo la mia nudità,

Sfiderò i venti e la furia del cielo.

Ci sono in questi luoghi diversi precedenti

Di mendicanti pazzi di Bedlam,

Che, con voci tonanti,

Si conficcano nelle braccia nude,

Intorpidite e rese ormai insensibili,

Spilli, schegge di legno, chiodi, rami

Di rosmarino; e offrendo questo orribile spettacolo,

In squallidi villaggi, in grame fattorie,

Per ovili e mulini, a volte con discorsi

Senza senso, e a volte con preghiere,

Pretendono di avere l’elemosina.

Ecco qui il poveretto, ecco il povero Tom!

Ed è ancora qualcosa: come Edgar

Non sono niente.                                                    (Esce.)

(Entrano Lear, il Matto e un Cavaliere.)

LEAR : Strano che siano andati via di casa

Senza mandarmi indietro il messaggero.

CAVALIERE : A quanto so, fino alla notte scorsa

Non avevano in mente di andar via.

KENT (svegliandosi): Salute a te, mio nobile padrone.

LEAR : Ah! Prendi quest’onta come un passatempo?

KENT : No, signore.

MATTO : Ah, ah, guardate che giarrettiere rigide si è messo. I cavalli li legano alla testa, i cani e gli orsi al collo, le scimmie per i fianchi, gli uomini per le gambe. Quando un uomo ha le gambe troppo vispe, deve portare calzini di legno.

LEAR (a Kent): Chi è che ha talmente frainteso il tuo ruolo

Da sistemarti qui?

KENT : Un chi e una chi:

Son stati vostro genero e sua moglie.

LEAR : No.

KENT : Sì.

LEAR : No, dico.

KENT : Sì, dico io.

LEAR : No, no, non lo farebbero.

KENT : Sì, invece: l’hanno fatto.

LEAR : Giuro di no, per Giove.

KENT : E, per Giunone, io giuro di sì.

LEAR : Non hanno osato farlo:

Non potevano, non volevano... È peggio di un delitto

Oltraggiare così violentemente

Il rispetto dovuto.

Spiegami, svelto e chiaro, in quale modo

Hai meritato questo trattamento,

O dimmi perché mai te l’hanno inflitto

Sapendo che eri nostro messaggero.

KENT : A casa loro, mentre consegnavo

Le lettere affidatemi da voi

(Ero ancora in ginocchio, come impone

Il mio dovere), giunse un messaggero

Maleodorante e zuppo per la corsa;

Col fiato corto rantolò saluti

Da parte della sua padrona Goneril

E consegnò la lettera

Senza curarsi di avermi interrotto.

Loro la lessero immediatamente;

Vistone il contenuto, chiamarono la scorta,

Balzarono a cavallo, mi ordinarono,

Dandomi sguardi freddi,

Che li seguissi e che attendessi qui

A loro pieno agio la risposta.

Incontrando poi qui l’altro corriere,

Il cui arrivo, capii,

Era venuto a avvelenare il mio

(Poiché era lui quello che, or non è molto,

Aveva insolentito vostra altezza),

Ho sguainato la spada,

Seguendo più il coraggio che il buon senso.

Ma il vile ha svegliato la casa coi suoi strepiti.

Vostra figlia e il marito han giudicato

Degna di questo oltraggio la mia colpa.

MATTO : Se le anatre selvatiche partono in volo in quella direzione, non è ancora la fine dell’inverno.

Se hai gli abiti stracciati

Troverai figli ingrati,

Ma a chi ha borse assai piene

I figli voglion bene:

E quella brutta troia della Sorte

Ai poveri non apre mai le porte.

Ma se fossero talleri i dolori che avrai dalle tue figlie, ti ci vorrebbe un anno per contarli.

LEAR : Dolore femminile, che ti gonfi

Montando fino al cuore! Mal della madre,

Via, pena che sali!

Il tuo elemento è in basso. Questa figlia dov’è?

KENT : È lì dentro, signore, insieme al conte.

LEAR : State qui; non seguitemi.                                         (Esce.)

CAVALIERE : Non avete altra colpa, oltre a quella di cui ci avete detto?

KENT : Nient’altro. Perché è tanto ridotto il seguito del re?

MATTO : T’avessero messo in ceppi per una domanda così, te lo saresti proprio meritato.

KENT : Perché, Matto?

MATTO : Ti manderemo a scuola da una formica: t’insegnerà lei che d’inverno non si lavora. Tutti coloro che seguono il naso son guidati dagli occhi, tranne i ciechi. E non c’è un naso tra venti che senta se uno puzza. Molla la presa quando una grande ruota precipita giù da una collina, perché a seguirla ti ci rompi il collo; ma se è in ascesa quella grande ruota, lascia che ti trascini. Se un savio ti darà un miglior consiglio, rendimi pure il mio. Questo lo seguano soltanto i farabutti, visto che è un matto a darlo.

Chi ti serve per proprio tornaconto,

E ti vien dietro per formalità,

Farà i bagagli quando pioverà,

E ti abbandonerà nella tormenta;

Ma io rimango: il matto resta qui

E lascia che a scappare siano i savi;

Il farabutto scappa come un matto,

Ma il matto non è certo un farabutto.

KENT : E questa, Matto, dove l’hai imparata?

MATTO : Non certo stando ai ceppi, caro matto.

(Entrano Lear e Gloucester.)

LEAR : Non vogliono parlarmi? Non si sentono bene,

Son stanchi per il viaggio di stanotte?

Sono pretesti, questi, sono segni

Di rivolta e di fuga. Procuratemi

Una miglior risposta.

GLOUCESTER : Voi conoscete, mio caro signore,

L’irascibile indole del duca,

E come sia deciso e irremovibile

Quando sceglie una strada.

LEAR : Vendetta, peste, morte e distruzione!

L’“irascibile indole”? Ah, Gloucester,

Esigo di parlare con il duca

Di Cornovaglia e con la sua signora.

GLOUCESTER : Di questo li ho informati, buon signore.

LEAR : “Li ho informati”? Ma, mi capisci, uomo?

GLOUCESTER : Sì, mio signore.

LEAR : Il re vuole parlare

Col Cornovaglia; il beneamato padre

Vuole parlare con la sua figliola,

Lo ordina, lo esige.

Di questo son stati “informati”?

Per il mio sangue e per il mio respiro!

“Irascibile”? A quel duca irascibile,

A quel focoso duca, dite pure che Lear...

No, forse non ancora, magari non sta bene.

La malattia trascura quei doveri

Che sono un obbligo per chi sta in salute.

Non siamo più noi stessi nei momenti

In cui si sente oppressa la natura

Ed impone alla mente di soffrire col corpo.

Sarò paziente, voglio rinnegare

Quell’ostinato impulso che mi aveva

Fatto scambiare per un uomo sano

L’accesso di un infermo. (Vede Kent.)

Morte al mio stato!

Perché deve star lì? Quest’atto mi persuade

Che l’assenza del duca e di sua moglie

Non è che una manovra. Rendetemi il mio servo!

Andate a dire al duca e alla consorte

Che io intendo parlare con loro,

Adesso, ora, all’istante;

Che gli ordino di uscire ad ascoltarmi,

O batterò il tamburo sulla porta

Della camera loro fino a quando

Il suo frastuono non uccida il sonno.

GLOUCESTER : Mi auguro che tra voi tutto si appiani.                 (Esce.)

LEAR : Ah, il cuore! Cuore mio che ti gonfi! Resta giù!

MATTO : Rimproveralo, zio. Fa’ come quella donnetta schizzinosa che metteva le anguille ancora vive nella pastella. Le picchiava sulla capoccia con un bastone e urlava: “Giù, scioccherelle, giù!”. Suo fratello era quello che per pura gentilezza spalmava il burro sul fieno del cavallo.

(Entrano Cornovaglia, Regan, Gloucester e servi.)

LEAR : Buongiorno a entrambi.

CORNOVAGLIA : Salute a vostra grazia.

(Kent viene liberato.)

REGAN : Son lieta di vedere vostra altezza.

LEAR : Lo credo bene, Regan. E so quanta ragione ho di pensarlo.

Non fossi lieta, dovrei ripudiare,

Poiché racchiuderebbe in sé un’adultera,

La tomba di tua madre. – (a Kent) Oh, sei libero?

Però di questo parleremo dopo. –

Amatissima Regan, tua sorella è crudele.

Regan: mi ha incatenato qui l’ingratitudine

(Si posa la mano sul cuore.)

Dal dente aguzzo come un avvoltoio.

A fatica ti parlo; non puoi credere

Alla perversità con cui... Oh, Regan!

REGAN : Per cortesia, signore, state calmo.

Spero che siate voi inadeguato

A valutarne i meriti, piuttosto

Che lei ad aver mancato ai suoi doveri.

LEAR : Come? Ma cosa dici?

REGAN : Dico che non riesco affatto a credere

Che sia venuta meno ai propri impegni.

Se magari, signore, ha posto un freno

Ai tumulti dei vostri cavalieri,

Ha valide ragioni e scopi tanto sani

Da esonerarla da qualunque colpa.

LEAR : La maledico!

REGAN : Signore, siete vecchio:

La natura per voi è giunta al limite

Dei suoi domini. Meglio sarebbe se

Vi lasciaste guidare e indirizzare

Da chi può valutare il vostro stato

Meglio di voi. Ecco perché vi prego

Di far ritorno da nostra sorella,

E dirle che le avete fatto torto.

LEAR : E chiederle perdono?

Ma pensa che scenetta familiare!

(S’inginocchia.) Cara figlia, confesso di esser vecchio,

La vecchiaia non serve a un accidenti.

Io ti prego in ginocchio di volermi concedere

Qualcosa per vestirmi, cibo e un letto.

REGAN : Piantatela, signore. Questa è una sceneggiata

indecorosa.

Fate ritorno da nostra sorella.

LEAR (si alza): Regan, mai.

Lei mi ha ridotto metà della scorta,

Mi ha guardato con odio; la sua lingua

Di serpe mi ha colpito qui, nel cuore.

Le vendette che il cielo tiene in serbo

Cadano tutte sul suo capo ingrato!

Esalazioni infette, deformate

Le ossa dei figli che porterà in grembo!

CORNOVAGLIA : Che vergogna, signore, che vergogna!

LEAR : Scagliate i vostri fuochi fiammeggianti,

Voi rapide saette, su quegli occhi

Carichi di disprezzo.

E voi, vapori che il potente sole

Succhia dalle paludi, contagiate

La sua bellezza: fate che decada,

Riempitela di pustole!

REGAN : O benedetti dèi!

Mi augurerete questo, quando sarete in collera?

LEAR : No, Regan, tu non avrai mai

La mia maledizione.

La tua natura dolce non potrà

Renderti disumana.

Lei ha gli occhi feroci, mentre i tuoi

Confortano e non bruciano. Non è da te

Lesinarmi le cose che desidero,

Ridurre la mia scorta, parlarmi rudemente,

Limitare le mie prerogative

Ed infine sprangare la tua porta

Per non lasciarmi entrare. Tu conosci

Meglio di lei gli affetti di natura,

I legami filiali, la cortesia dei modi,

I doveri della riconoscenza.

Non hai scordato la metà del regno

Che ti ho assegnato in dote.

REGAN : Signore, andiamo al sodo.

(Squillo di tromba fuori scena.)

LEAR : Chi ha messo in ceppi il mio uomo?

(Entra Oswald.)

CORNOVAGLIA : Che tromba è questa?

REGAN : La riconosco, è di mia sorella. Ciò conferma la lettera

In cui annunciava il suo imminente arrivo.

(a Oswald) È arrivata la vostra signora?

LEAR : Questo è uno schiavo

La cui boria, affittata a basso prezzo,

Dipende dai volubili favori di quella che lui serve.

Va via, lacchè, sparisci dal mio sguardo!

CORNOVAGLIA : Che intende vostra grazia?

(Entra Goneril.)

LEAR : Chi è stato a mettere il mio servo in ceppi?

Spero, Regan, che tu non lo sapessi. Ma chi arriva?

O cieli, se vi sono cari i vecchi,

Se il vostro mite potere approva l’obbedienza,

Se anche voi siete vecchi, fate vostra

La causa mia. Scendete a sostenerla!

(a Goneril) E tu non ti vergogni di guardare

Questa barba? O, Regan, non le prenderai la mano?

GONERIL : E perché non la mano, mio signore?

Che male ho fatto? Non è tutto male

Quello che tale appare a chi non ha giudizio

O è chiamato così dalla demenza.

LEAR : O petto mio,

Sei troppo forte! Quanto reggi ancora?

Perché il mio uomo è stato messi in ceppi?

CORNOVAGLIA : Son stato io, signore; ma la sua indisciplina

Non meritava neanche tanto onore.

LEAR : Voi? Siete stato voi?

REGAN : Vi prego, padre mio, voi siete debole,

Rendetevene conto. Se fino a che trascorra il vostro mese

Tornate a stare presso mia sorella

Congedando metà del vostro seguito,

Poi verrete da me. Ora mi trovo lontana da casa;

Non dispongo dei mezzi necessari

Ad ospitarvi come si conviene.

LEAR : Ritornare da lei? Rinunciando a cinquanta della scorta?

No, piuttosto rinuncio ad ogni tetto

E scelgo di affrontare l’inclemenza dell’aria,

Tenendo compagnia ai lupi e ai gufi.

Acuminato morso del bisogno!

Ritornare da lei? Preferirei andare a inginocchiarmi

Davanti al trono di quel re di Francia

Dal sangue caldo, che ha accolto senza dote

La nostra ultima nata, e mendicare

Un magra pensione da scudiero

Per trascinare un’inutile vita.

Ritornare da lei! Piuttosto convincetemi

A diventare schiavo e cavallo da soma

Di quel villano odioso. (Indica Oswald.)

GONERIL : Scelta vostra, signore.

LEAR : Figlia, ti prego, non farmi impazzire.

Non ti disturberò, creatura mia. Addio.

Noi non ci incontreremo, non ci vedremo più.

Eppure sei il mio sangue, la mia carne, mia figlia.

O piuttosto tu sei una malattia

Nella mia carne, che fatalmente devo chiamar mia.

Tu sei un bubbone, una ferita infetta,

Un tumore rigonfio nel mio sangue corrotto.

Però non ti rimprovero. Che la vergogna arrivi quando vuole:

Io non la invocherò, non chiedo a chi governa le saette

Di scagliartele contro; non ti denuncio a Giove,

Il giudice supremo. Pentiti quando puoi

E diventa migliore senza fretta:

Io posso pazientare, posso stare

Con Regan, e coi miei cento cavalieri.

REGAN : Beh, non proprio, signore.

Non vi aspettavo ancora, e non son pronta

Ad accogliervi in modo confacente.

Signore, date retta a mia sorella:

Chi osservi, mantenendo il raziocinio,

I vostri scoppi d’ira, dovrà ammettere

Che siete vecchio, e quindi...

Ma lei sa ciò che fa.

LEAR : Ti pare un bel discorso?

REGAN : Oserei dir di sì. Cinquanta cavalieri,

E non va bene? Perché ne occorrerebbero di più?

Anzi, perché cinquanta, dato che il costo e il rischio

Ne sconsigliano un numero tanto alto?

Come potrebbe tutta questa gente

Vivere insieme in una stessa casa

E sotto due padroni? È ben difficile,

Impossibile, quasi.

GONERIL : Perché mai non potreste farvi assistere,

Dalla sua servitù o dalla mia?

REGAN : Già, perché no, signore? Se dovessero

Mancarvi di riguardo, li puniremmo noi.

Se verrete da me – ché ora ne vedo il rischio –

Vi prego di portarne venticinque:

Io non accetterò di dare alloggio

Neanche a uno di più.

LEAR : Vi ho dato tutto...

REGAN : Ed era tempo.

LEAR : ... Vi ho rese mie custodi e mie depositarie,

Riservandomi solo di tenere

Un seguito di cento cavalieri. E ora

Dovrei venir da te con venticinque?

Regan, hai detto questo?

REGAN : E lo ripeto. Da me, neanche uno in più.

LEAR : Le creature mostruose sembrano quasi belle

Se ne esistono altre più mostruose;

Non essere i peggiori è titolo di lode.

(a Goneril) Verrò con te;

Il tuo cinquanta è in ogni caso il doppio

Di venticinque: quindi tu mi ami

Due volte più di lei.

GONERIL : Ascoltate, signore:

Ma che bisogno c’è che venticinque,

O dieci, o cinque, vi seguano in un luogo

In cui due volte tanti

Hanno ordine di assistervi?

REGAN : Che bisogno c’è anche di uno solo?

LEAR : Oh, non stare a parlarmi di bisogno!

Anche i più disgraziati mendicanti

Nella loro miseria hanno qualcosa

Di superfluo. Se alla natura non concedi altro

Che ciò di cui la natura ha bisogno,

La vita umana viene svalutata

Al livello di quella delle bestie.

Tu sei una signora;

Fosse elegante il semplice star caldi,

Non sarebbe un bisogno naturale

Per te portare abiti eleganti

Che molto poco ti tengono calda.

Ma se parliamo del vero bisogno...

Datemi voi, o cieli, la pazienza; di pazienza ho bisogno!

Dèi, mi vedete qui, povero vecchio,

Afflitto doppiamente,

Carico d’anni quanto di dolori.

Se siete voi ad istigare il cuore

Di queste figlie contro il loro padre,

Non prendetevi gioco di me al punto

Da farmi docilmente sopportare;

Instillatemi un nobile furore, e non lasciate

Che le armi femminili, gocce d’acqua,

Sporchino queste mie virili guance.

No, streghe snaturate! Su voi due

Consumerò delle vendette tali

Che tutto il mondo... Ah, farò cose che...

Mah, ancora non lo so quali saranno,

Ma spargeranno orrore sulla Terra!

Piangerò, voi pensate? Oh no, non piango.

(Tuoni e tempesta.)

Ne avrei piena ragione, ma il mio cuore

Si spezzerà in centomila schegge

Prima che io pianga. O Matto, impazzirò!

                             (Escono Lear, Gloucester, Kent, il Matto e il Cavaliere.)

CORNOVAGLIA : Ritiriamoci; arriva un temporale.

REGAN : Questa è una casa piccola; non può

Dare adeguato asilo al vecchio e alla sua gente

GONERIL : È solo colpa sua: ha rinunciato alla tranquillità?

Si goda i frutti della sua follia.

REGAN : Fosse lui solo, lo terrei di buon grado;

Ma neanche uno dei suoi.

GONERIL : Così ho deciso anch’io.

Dov’è il conte di Gloucester?

(Entra Gloucester.)

CORNOVAGLIA : Fuori, col vecchio. Ma ecco che ritorna.

GLOUCESTER : Il re è infuriato.

CORNOVAGLIA : Dov’è diretto?

GLOUCESTER : Chiede i cavalli ma non so dove vada.

CORNOVAGLIA : Meglio lasciarlo andare; è padrone di fare ciò che vuole.

GONERIL (a Gloucester): Guardatevi dal dirgli di restare, mio signore.

GLOUCESTER : Ahimè cala la notte, e forti venti

Mulinano rabbiosi; per molte miglia intorno

Quasi non c’è un cespuglio.

REGAN : Servano da lezione

Agli uomini ostinati

I mali che da soli si procurano. Voi sprangate le porte.

Ha un gruppo di persone pronte a tutto:

La prudenza consiglia di temere

Le azioni cui potrebbero incitare

Un uomo incline a cedere agli inganni.

CORNOVAGLIA : Voi sprangate le porte, mio signore. È una notte feroce.

La mia Regan vi ha consigliato bene.

Ripariamoci da questa tempesta.

                                                                            (Escono.)

ATTO TERZO

 

 

 

Scena PRIMA

 

[Brughiera.] Continua la tempesta, con lampi e tuoni. Entrano separatamente Kent e un Cavaliere.

 

KENT : Chi va là, oltre a questo tempo infame?

CAVALIERE : Un uomo che ha la mente turbata come il tempo.

KENT : Io vi conosco. Dove si trova il re?

CAVALIERE : Lotta con gli elementi forsennati; ordina al vento

Di soffiare le terre dentro al mare

O di gonfiare le onde corrugate

Sopra la terraferma fino a quando

Tutto venga mutato o cancellato;

Si strappa via i candidi capelli,

Che raffiche impetuose, in cieca rabbia,

Afferrano con furia, sbeffeggiandoli;

Si sforza, nel suo microcosmo d’uomo,

Di averla vinta sull’alterna lotta

Fra pioggia e vento;

In questa notte, in cui persino l’orsa

Stremata dai suoi cuccioli voraci preferisce star dentro,

Ed il leone e il famelico lupo

Tengono asciutta la loro pelliccia,

Lui corre a testa nuda

E urla: “Il vincitore prenda tutto!”.

KENT : Chi c’è con lui?

CAVALIERE : Nessun altro che il Matto,

Che si sforza di trasformare in burle

Le ferite che lo han colpito al cuore.

KENT : Signore, io vi conosco, e ciò mi dà

Garanzie sufficienti a confidarvi

Un qualcosa che mi sta molto a cuore.

C’è discordia – sebbene mascherata

Per ora da reciproche furbizie – Tra il Cornovaglia ed Albany. Entrambi

(Cosa che non avviene a quelli che

Non son stati innalzati e posti in trono

Dalle stelle propizie) hanno dei servitori

Che sembran tali ma in effetti sono

Informatori e spie del re di Francia

Cui fan rapporti circa il nostro Stato

E su quello che vedono:

Gli intrighi e i malumori fra i due duchi

E l’aspro trattamento cui è soggetto

Il nostro vecchio e benevolo re,

O qualcosa di peggio di cui forse

Questi non sono che i primi segnali...

Ma veniamo a voi:

Se mi prestate credito a tal punto

Da raggiungere quanto prima Dover,

Lì troverete chi vi sarà grato

Se farete un rapporto veritiero

Dei dolori, contrari alla natura

E tali da condurre alla pazzia,

Di cui il re ha ben ragione di lagnarsi.

Io sono un gentiluomo per nascita e per rango

E, in base a ciò che so,

Fiducioso vi offro questo incarico.

CAVALIERE : Vorrei parlare più a lungo con voi.

KENT : No. Ma per confermarvi

Che sono molto più di ciò che sembro,

Potete aprire questa borsa e prendere

Quanto vi è contenuto. Se incontrate Cordelia,

E state certo che la incontrerete,

Mostratele l’anello: lei vi dirà chi è

Quest’uomo che non conoscete ancora.

Maledetta tempesta! Vado in cerca del re.

CAVALIERE : Qua la mano. Avete altro da dire?

KENT : Poche parole, ma assai più importanti

Di ogni cosa già detta: quando lo troviamo

– Voi provate di là, io andrò di qua –,

Chi vede il re per primo chiami l’altro.

                                                                                                  (Escono.)

 

scena SECONDA

 

[Un’altra parte della brughiera.] Continua il temporale. Entrano Lear e il Matto.

 

LEAR : Soffiate, venti, fino a che vi si squarcino le guance!

Infuriate, soffiate! Sputate, voi, uragani e cateratte,

Finché sommergerete i campanili

Affogando anche i galli sopra i tetti!

Fuochi di zolfo, lesti come i pensieri,

Avanguardie di folgori che fendono le querce,

Scotennate questa mia testa bianca!

Tuono che tutto scuoti,

Spiana a furia di colpi il tondo ventre

Di questo mondo,

E schianta le matrici di natura.

Disperdi insieme tutti quanti i semi

Che fanno l’uomo ingrato!

MATTO : Oh, zio, l’ipocrita acquasanta della corte dentro una casa asciutta è meglio di quest’acqua piovana a cielo aperto. Torna dentro, zietto, e implora la benedizione delle tue figlie. Una notte così non ha pietà dei savi e neppure dei matti.

LEAR : Rutta finché ne hai voglia! Sputa, fuoco! Sgorga, pioggia!

Non la pioggia, né il vento, o il tuono o il fuoco

Son figlie mie. Elementi naturali,

Io non vi accuso di esser stati ingrati:

Non vi ho mai dato un regno, non vi ho chiamati figli;

Voi non siete tenuti ad obbedirmi.

Mandate giù dal cielo i vostri orrendi sfoghi.

Io son qui, vostro schiavo, povero vecchio infermo,

Debole e disprezzato. Devo però chiamarvi servi abietti,

Perché in lega con due malvagie figlie

Riunite schiere generate in cielo

Contro una testa tanto vecchia e bianca. Oh, oh! È infame!

MATTO : Chi ha una casa per ficcarci la testa ha un gran bel cappuccetto:

Se ti ripari il pesce

Prima della capoccia,

Ti riempi di pidocchi:

Ecco perché i pitocchi

Ne sposano un milione.

Chi mette il pollicione

Al posto del suo cuore,

Urlerà per i calli,

Veglierà a tutte le ore.

Perché non s’è mai vista una bella donna che non faccia le smorfie davanti a uno specchio.

(Entra Kent.)

LEAR : No, sarò il modello di ogni sopportazione: non dirò nulla.

KENT : Chi va là?

MATTO : Perdio, qui vanno una maestà e una testa di cazzo: in altri termini, un savio e un matto.

KENT (a Lear): Ahimè, signore, siete qui? Neppure

Le creature che amano la notte

Possono amare notti come questa. L’ira dei cieli

Atterrisce persino gli animali

Che vagano nel buio e li confina

Nelle loro caverne.

Da quando sono uomo, non ricordo

Fiammeggianti sipari come questi,

Tuoni altrettanto orrendi e fragorosi,

Tanti ruggiti e gemiti di pioggia e vento.

La natura dell’uomo non sopporta

Tanta afflizione né tanto terrore.

LEAR : I sommi dèi che tengono sospeso

Sul nostro capo questo finimondo

Scovino adesso chi è loro nemico.

Trema tu, sciagurato

Che hai chiusi in petto crimini segreti

Ancora non sferzati dalla legge;

State nascosti, mano insanguinata,

E tu che sei incestuoso ma simuli purezza;

Tu che, sotto una maschera di apparente decoro,

Hai attentato alla vita dell’uomo,

Rabbrividisci finché crolli in pezzi.

E voi, segrete colpe, lacerate

I ricettacoli in cui siete rinchiuse

Ed implorate a gran voce il perdono

Di questi spaventosi messaggeri.

Io, più che un peccatore, sono un uomo

Contro cui si è peccato.

KENT : Ahimè, a capo scoperto?

Qua vicino, maestà, c’è una capanna:

Vi darà almeno un poco di conforto

Contro questa bufera.

Riposatevi lì, mentre io farò ritorno

A quella dura casa (più dura della pietra

Con cui l’han costruita: poco fa

Hanno negato accesso a me che vi cercavo):

Scardinerò la loro avara cortesia.

LEAR : Comincia a darmi di volta il cervello.

(al Matto) Vieni, ragazzo mio. Come ti senti?

Hai freddo? Ho freddo anch’io.

(a Kent) Amico, allora, dov’è questa paglia?

Ma com’è strana l’arte del bisogno:

Impreziosisce anche le cose vili. Via, a questa tua capanna!

(al Matto) Povero Matto, povero briccone,

Mi resta ancora un angolo di cuore

In cui soffro per te.

MATTO : Chi ha anche solo un briciolo di senno,

Alé, alé, col vento o con la pioggia,

Della sua sorte deve star contento

Anche se al mondo piove tutti i giorni.

LEAR : Giusto, ragazzo mio. (a Kent) Dai, portaci a questa capanna.                                                                                               (Escono Lear e Kent.)

MATTO : Splendida notte questa: spegne i calori anche a una puttana. Dico una profezia prima di andare:

Quando si sarà preti più a fatti che a parole,

Quando i birrai annacqueranno il malto,

E i nobili istruiranno i loro sarti,

E a essere mandati al rogo non saranno

Gli eretici ma solo i puttanieri;

E ogni causa legale sarà giusta,

E non avran più debiti scudieri e cavalieri;

Quando nessuna lingua sarà calunniatrice

E il tagliaborse eviterà le folle,

E l’usuraio in pubblico conterà il proprio oro

E ruffiani e puttane costruiranno le chiese,

Sarà allora che il regno di Albione

Andrà incontro a una gran confusione:

Allora verrà il tempo, e se vivi lo vedi,

Che per andare avanti dovrai usare i piedi.

Questa profezia la farà Merlino, perché io in effetti vivo prima

del suo tempo.                                                                      (Esce.)

 

scena TERZA

 

[Stanza nel castello di Gloucester.] Entrano Gloucester e Edmund, con torce.

 

GLOUCESTER : Ahimè, ahimè, Edmund, non approvo questo comportamento snaturato. Quando ho chiesto loro il permesso di trattarlo con carità, mi hanno privato dell’uso della mia stessa casa, intimandomi, con la minaccia di farmi cadere perennemente in disgrazia, di non parlargli, di non intercedere per lui né prestargli assistenza in alcun modo.

EDMUND : Ah, condotta bestiale e snaturata!

GLOUCESTER : Basta, non dire niente. C’è discordia tra i duchi, e anche di peggio: stanotte ho ricevuto una lettera... ma è rischioso anche solo parlarne. L’ho chiusa nel mio scrittoio. Gli oltraggi che ora il re sta sopportando saranno pienamente vendicati. Un esercito è già sbarcato in parte. Dobbiamo dare appoggio al re. Andrò a cercarlo per offrirgli segretamente aiuto. Tu va’ a conversare con il duca, perché non s’accorga del mio atto di carità. Se chiedesse di me, digli che non sto bene e mi son messo a letto. Dovessi anche morire – ed è di questo che mi hanno minacciato – il re, il mio vecchio signore, dev’essere soccorso. Stanno per accadere cose assurde. Edmund, mi

raccomando, sii prudente.                                                     (Esce.)

EDMUND : Di questa cortesia, che ti è vietata,

Il duca verrà subito a sapere, e così della lettera.

Mi sembra un atto molto meritorio

Che certamente mi assicurerà

Ciò che mio padre perde: quindi tutto.

Se il vecchio cade, balza in sella il giovane.                          (Esce.)

 

scena QUARTA

 

[Brughiera. Davanti a una capanna] Entrano Lear, Kent e il Matto.

 

KENT : Ecco il luogo, signore; mio buon signore, entrate:

È troppo aspra per la natura umana

La tirannia di una notte all’aperto. (Continua la tempesta.)

LEAR : Lasciami stare.

KENT : Signore, entrate.

LEAR : Vuoi spezzarmi il cuore?

KENT : Si spezzi il mio, piuttosto. Entrate, buon signore.

LEAR : A te sembra gran cosa

Che questo litigioso temporale

Penetri sino a invaderci la pelle.

Per te sarà così. Ma se un male peggiore

Ha già messo radici, quello minore lo si avverte appena.

Se, fuggendo da un orso, la tua strada

Ti porta innanzi ad un mare ruggente,

Allora affronti le fauci dell’orso.

Quando la mente è sgombra, il corpo è delicato;

Ma la tempesta che ho qui nella mente

Toglie ai miei sensi ogni altro dolore

Che non sia quello che mi pulsa dentro.

Ingratitudine filiale!

Come se la mia bocca lacerasse

Questa mia mano che le porta il cibo!

Ma avrò la mia vendetta, sino in fondo.

No, non piangerò più. Chiudermi fuori

In una tale notte? Vieni giù, a scrosci, lo sopporterò.

In una tale notte? Regan, Goneril,

Il vostro vecchio, il vostro

Buon padre che con cuore generoso

Vi ha dato tutto... Oh, questa è la strada

Che porta alla pazzia; voglio evitarla.

Ora basta così.

KENT : Qui, buon signore, entrate.

LEAR : Per favore, entra tu, trova riposo.

La tempesta non mi farà pensare

A cose che mi fanno ancor più male.

Però entrerò; (al Matto) Ragazzo, tu per primo.

Povertà senza tetto... No, entra tu:

Io pregherò, e dopo andrò a dormire.

                                                                                        (Esce il Matto.)

(Si inginocchia) Poveri nudi sventurati; o voi,

Che ovunque siate soggiacete ai colpi

Di questo temporale inesorabile,

Come potranno mai le vostre teste

Senza riparo, i vostri fianchi scarni,

I vostri stracci pieni di feritoie e di finestre

Difendervi da simili intemperie?

Oh, troppo poco me ne son curato.

Eccoti, sfarzo, la tua medicina,

Esponiti a provare ciò che provano i poveri,

Così che possa scuoterti di dosso

Ciò che è superfluo per donarlo a loro

E dimostrare che il cielo è più giusto.

(Entra il Matto, come uscendo dalla capanna.)

EDGAR (da dentro): Sei piedi e mezzo, sei piedi e mezzo. Il Povero Tom!

MATTO : Non entrare, zietto! C’è uno spettro! Aiuto, aiuto!

KENT : Dammi la mano. Chi è là?

MATTO : Uno spettro, uno spettro. Dice che si chiama Povero Tom.

KENT : Chi sei tu che bofonchi nella paglia? Vieni fuori.

(Entra Edgar travestito da Povero Tom.)

EDGAR : Via! Sono inseguito dal demonio infame. Soffia gelido il vento in mezzo ai rovi del biancospino. Brrr! Va’ a riscaldarti nel tuo freddo letto.

LEAR : Hai dato tutto alle tue figlie? Per questo sei ridotto così?

EDGAR : Chi dà qualcosa al povero Tom? L’infame demonio lo ha trascinato per fuoco e fiamme, per gorghi e guadi e pantani e acquitrini; gli ha nascosto coltelli sotto il capezzale, messo capestri sull’inginocchiatoio, veleno per i topi accanto alla minestra, gli ha instillato l’orgoglio per farlo andare al trotto sopra un cavallo baio su ponti larghi solo quattro pollici, alla caccia dell’ombra di se stesso, da lui scambiata per un traditore. Ti conservi la mente tutta intera! Tom ha freddo. Brrr, brrr! Ti protegga dai turbini di vento, dall’influsso maligno delle stelle e dai contagi. Fate un poco di carità al povero Tom, perseguitato dal demonio infame. Ma se mi viene a tiro... eccolo qui, e lì, e ancora lì! (Continua il temporale.)

LEAR : Ridotto in questo stato dalle figlie?

Non sei riuscito a conservarti niente?

Dovevi proprio dare tutto a loro?

MATTO : No, si è tenuto almeno una coperta,

Se no ci avrebbe fatti vergognare.

LEAR (a Edgar): Sulle tue figlie vadano a cadere

Tutte le piaghe che nell’aria pendula

Incombono fatali sulle colpe

Degli uomini.

KENT : Non ha figlie, signore.

LEAR : Morte a te, traditore! Niente al mondo

Potrebbe aver prostrato la natura

Fino a tale bassezza se non le figlie ingrate.

È di moda che i padri ripudiati

Trovino così poca carità

In quella che è la loro stessa carne?

Punizione assennata: è stata questa carne a generare

Quelle figlie di un padre pellicano.

EDGAR : Pellicano pellicano

Sta sul colle Pellicacchio, trullallà!

MATTO : Questa gelida notte farà di tutti noi dei pazzi o dei buffoni.

EDGAR : Guardati dal demonio infame, obbedisci ai genitori, mantieni la parola data, non bestemmiare, non commettere adulterio con la sposa legittima di un altro, non incapricciarti degli abiti sfarzosi. Tom ha freddo.

LEAR : E tu cos’eri prima?

EDGAR : Un servo, superbo di mente e di cuore: mi arricciavo i capelli, sopra il berretto mi mettevo i guanti; sempre pronto alle voglie della mia amante, con lei compievo l’atto delle tenebre; ogni parola mia era un giuramento che infrangevo alla faccia dolce del cielo. Ero uno che dormiva meditando lussuria e si svegliava per realizzarla. Profondamente amavo il vino, teneramente i dadi; quanto a donne, superavo il Sultano per numero di amanti. Falso di cuore, leggero d’orecchio, sanguinario di mano; ozioso come il porco, come la volpe astuto, ingordo come il lupo, pazzo come il cane e predatore come il leone. Non fare che uno scricchiolio di scarpe o un frusciare di sete tradiscano a una donna il tuo povero cuore. Tieni il piede alla larga dai bordelli, la mano dagli spacchi delle gonne, la penna dai registri degli strozzini, e allora sfiderai il demonio infame. E ancora soffia gelido tra il biancospino il vento: dice wruuum, uum, trallallà. Delfino, bello mio, fermati adesso! Ma lasciate che trotti. (Continua la tempesta.)

LEAR : Certo, staresti meglio in una tomba che a contrastare col tuo corpo nudo questa estrema minaccia dei cieli. Non più che questo è l’uomo? Consideratelo con attenzione. Tu non devi la seta a un verme, la pelle ad una bestia, la lana ad una pecora, nessun profumo a un gatto. Ah! Qui tre di noi sono sofisticati; tu sei la cosa in sé. L’uomo privo di tutto non è altro che un animale povero, nudo, forcuto proprio come te. Via, cose prese in prestito! Andiamo, sbottonatemi qui.

(Si strappa le vesti, ma è trattenuto da Kent e dal Matto.)

(Entra Gloucester con una torcia.)

MATTO : Per favore, zietto, sta’ un po’ calmo; non puoi nuotare in questa brutta notte. Adesso un fuocherello in questa terra incolta sarebbe come il cuore di un vecchio sporcaccione, nient’altro che una piccola scintilla in un corpo gelato: ma guarda, arriva un fuoco che cammina.

EDGAR : È l’infame demonio Flibbertigibbet: comincia al coprifuoco e vaga fino al primo canto del gallo; appanna gli occhi con la cataratta; rende strabici e fa venire il labbro leporino, copre di muffa il grano già maturo e tormenta le povere creature della terra.

Tre volte San Vitoldo percorse l’altopiano;

Vide la diavolessa e nove sue compagne,

Le ordinò di smontare e abiurare il suo credo

E “Strega” disse poi “Fuori dai piedi”.

KENT : Come sta vostra grazia?

LEAR : Chi è quello?

KENT (a Gloucester): Chi è là? Cosa cercate?

GLOUCESTER : Chi siete voi, e come vi chiamate?

EDGAR : Povero Tom, che mangia la ranocchia nuotatrice, rospi, girini, lucertole e tritoni; che se gli prende la frenesia del cuore quando infuria il diavolo infame, mangia sterco di vacca in insalata, manda giù vecchi ratti e carogne di cane gettate nei fossati; e beve il manto verde sopra l’acqua stagnante; che quando va di parrocchia in parrocchia viene frustato e viene messo in ceppi, punito e incarcerato. Che aveva tre vestiti e sei camicie,

Un cavallo per correre ed una spada al fianco.

Ma per sette lunghi anni si è nutrito soltanto

Di topi e ratti ed altre bestioline.

Fate attenzione a quello che mi segue. Sta buono, Smulkin, buono tu, demonio!

GLOUCESTER : Come, non ha dei compagni migliori vostra grazia?

EDGAR : Il principe delle tenebre è un gentiluomo. Si chiama Modo, e anche Mahu.

GLOUCESTER : La nostra carne e sangue, mio signore,

È diventata ignobile a tal punto

Che ora detesta chi l’ha messa al mondo.

EDGAR : Il povero Tom ha freddo.

GLOUCESTER (a Lear): Venite a casa mia. Il mio dovere

Non tollera che io esegua in ogni punto

Gli ordini perfidi delle vostre figlie.

Anche se mi hanno ingiunto di tenere

Sbarrate le mie porte e lasciarvi in balia

Di una notte tiranna, io mi sono

Esposto al rischio di venirvi a cercare

E portarvi là dove troverete

Del cibo e un fuoco acceso.

LEAR : Prima però lasciate che conversi

Con questo gran filosofo.

(a Edgar) Cosa provoca il tuono?

KENT : Buon signore,

Accettate l’offerta, andate a casa sua.

LEAR : Ma io voglio scambiare una parola

Con questo sapientissimo tebano:

Voi che studiate?

EDGAR : Come fregare il diavolo e uccidere i pidocchi.

LEAR : Vi chiederò una cosa in privato.

KENT (a Gloucester): Insistete di nuovo perché venga;

La sua mente comincia a vacillare.

GLOUCESTER : Puoi fargliene una colpa?

Le sue figlie ne vogliono la morte.

Ah, il bravo Kent, quel povero esiliato,

Aveva già previsto tutto quanto.

Dici che il re impazzisce; amico, ti confesso

Che anch’io son quasi pazzo. Avevo un figlio

Che ora è stato bandito dal mio sangue;

Lui voleva attentare alla mia vita,

Adesso, proprio adesso. Io l’amavo

Come mai nessun padre ha amato un figlio.

A dirti il vero, anche a me il dolore

Ha scosso la ragione.

Ma che notte è mai questa?

(a Lear) Vostra grazia, vi supplico.

LEAR : Oh, signore, ma insomma!

(a Edgar) Concedetemi, nobile filosofo, la vostra compagnia.

EDGAR : Tom ha freddo.

GLOUCESTER : Amico, entra lì nella capanna; tieniti al caldo.

LEAR : Andiamo, entriamo tutti.

KENT : No, signore, di qui. (Prova a trattenerlo)

LEAR : Insieme a lui;

Voglio star sempre con il mio filosofo.

KENT : Dategli retta; che lo porti pure.

GLOUCESTER : Pensaci tu.

KENT (a Edgar): Ehi, vieni anche tu con noi.

LEAR : Buon ateniese, andiamo.

GLOUCESTER : Basta parlare, basta. Adesso zitti.

EDGAR : Rolando il cavaliere

Giunse alla torre scura;

Ripeteva “Ucci ucci,

Odor di britannucci”.

                                                                                                   (Escono.)

 

scena QUINTA

 

[Stanza nel castello di Gloucester.] Entrano Cornovaglia e Edmund.

 

CORNOVAGLIA : Avrò la mia vendetta, e prima di lasciare la sua casa.

EDMUND : Mio signore, mi spaventa il pensiero che qualcuno mi trovi criticabile perché gli affetti naturali hanno ceduto il passo alla lealtà.

CORNOVAGLIA : Ora mi appare chiaro che ad aver indotto vostro fratello ad attentare alla sua vita non è stata tanto una disposizione malvagia quanto la coscienza, stimolata dalla riprovevole cattiveria del padre, del proprio valore.

EDMUND : Ah, che sorte maligna è questa mia: devo pentirmi della mia rettitudine? Ecco la lettera di cui parlava e che dimostra come sia una spia per conto dei francesi. Cieli! Che questo tradimento non ci fosse mai stato, o non fosse toccato a me scoprirlo!

CORNOVAGLIA : Venite insieme a me dalla duchessa.

EDMUND : Se questo foglio dice cose vere, avete per le mani questioni molto gravi.

CORNOVAGLIA : Vere o false che siano, fanno di te il conte di Gloucester. Scopri dov’è tuo padre, in modo che possiamo catturarlo.

EDMUND (a parte): Se lo sorprendo ad aiutare il re, ciò darà più sostanza ai suoi sospetti. (a Cornovaglia) Perseguirò la strada della lealtà, per quanto amaro sia il conflitto con il mio stesso sangue.

CORNOVAGLIA : Riporrò in te tutta la mia fiducia; troverai nel mio affetto un padre ancor più caro.

                                                                                               (Escono.)

 

scena SESTA

 

[Un casolare attiguo al castello.] Entrano Kent e Gloucester.

 

GLOUCESTER : Meglio qui che all’aperto. Accontentatevi di questo posto. Farò quello che posso per renderlo un po’ più confortevole. Vado, ma non starò via a lungo.

KENT : Tutte le forze del suo intelletto hanno ceduto il passo alla sua furia. Ripaghino gli dèi la bontà vostra.

                                                                    (Esce Gloucester.)

(Entrano Lear, Edgar e il Matto.)

EDGAR : Frateretto mi chiama, e dice che Nerone è un pescatore nel lago delle tenebre. Prega, innocente, e guardati dal demonio infame.

MATTO : Zietto, ti prego, dimmi se un pazzo è un nobile o un borghese.

LEAR : È un re, un re!

MATTO : No, è un borghese che ha un nobile per figlio, perché pazzo è il borghese che vede il proprio figlio farsi nobile prima che lo diventi lui.

LEAR : Ce ne fossero mille con gli spiedi roventi

Che stridendo si avventino su loro!

EDGAR : Il demonio infame mi dà morsi sul groppone.

MATTO : Pazzo è chi conta sulla mansuetudine del lupo, sulla salute di un cavallo, sull’amore di un ragazzo o sul giuramento di una bagascia.

LEAR : Sarà fatto; le convoco in giudizio.

(a Edgar) Tu siedi lì, o dottissimo giudice;

(al Matto) Tu, sapiente signore, siedi lì. Brutte volpi, voi no.

EDGAR : Eccola lì impalata, che guarda con quegli occhi fiammeggianti! Volevi spettatori al tuo processo, madama?

Passa il ruscello, Bessy,

E vieni fino a me.

MATTO : Ma ha la barca sfondata

E non può dir perché,

Ecco perché non osa

Venire fino a te.

EDGAR : Il demonio infame perseguita il povero Tom con voce d’usignolo. C’è Hoppedance che brontola nella pancia di Tom: vuole due aringhe bianche. Smettila di gracchiare, angelo nero! Non ho cibo per te.

KENT : Come state, signore? Non restate lì in piedi sbigottito.

Perché non vi stendete sui cuscini?

LEAR : Prima dovrò vederle processate. Entrino i testimoni.

(a Edgar) Tu, giudice togato, prendi posto.

(al Matto) E tu, suo degno pari nel collegio,

Siediti sulla panca accanto a lui.

(a Kent) A sedere anche voi: siete un giurato.

EDGAR : E adesso procediamo con giustizia.

Dormi o sei desto, caro pastorello?

Le pecorelle tue sono nel grano;

Ma se le chiami col tuo labbro bello

Tu le terrai lontane dal pantano.

Frr frr, fa il gatto grigio.

LEAR : Giudicate prima lei. È Goneril. Giuro al cospetto di questa onorevole corte che ha preso a calci il povero re suo padre.

MATTO : Venite qui, madama: di nome fate Goneril?

LEAR : Non può negarlo.

MATTO : Chiedo scusa: vi avevo presa per uno sgabello.

LEAR : Eccone un’altra. I suoi sguardi perversi

Dicono bene di che stoffa ha il cuore.

Bloccatela! Armi, armi, spada, fuoco!

Corruzione anche qui! Ma perché, falso giudice,

L’hai lasciata scappare?

EDGAR : Benedetti i tuoi cinque sensi!

KENT : Che pena! Dov’è andata, signore, la pazienza

Di cui vi vantavate tanto spesso?

EDGAR (a parte): Le mie lacrime stanno cominciando

A prender così tanto le sue parti

Da rovinare il mio travestimento.

LEAR : Anche le cagne piccole, Trappola, Bieca e Cocca,

abbaiano, vedete, contro me.

EDGAR : Ma Tom gli butta contro la sua testa: sotto, cagnacci!

Abbia il muso bianco o nero,

Abbia il morso velenoso,

Sia un mastino od un levriero

O anche un botolo ringhioso,

Sia un segugio, sia uno spaniel,

Un bastardo o una bastarda,

Coda lunga o coda larga,

Tom lo fa piangere e urlare;

Se gli lancia la sua testa

Tutti in fuga, via smammare!

Brrrrr, brrrr! Sciò! Sciò! Dai, mettiamoci in marcia verso fiere, veglie e mercati. Povero Tom, ha il corno asciutto.

LEAR : Si faccia dunque la dissezione a Regan per vedere che cos’è che le cresce intorno al cuore. Esiste qualche causa naturale che rende tanto duri questi cuori? (a Edgar) Signore, siete assunto tra i miei cento. Solo che non mi aggrada la foggia dei vostri abiti. È la moda persiana, mi direte; cambiateli, comunque.

KENT : Ora, mio buon signore, mettetevi un po’ giù a riposare.

LEAR : Niente rumori, niente rumori, tirate le tende. Così, così, così; andremo a cena domattina; così, così, così. (Si addormenta.)

MATTO : E io me ne andrò a letto a mezzogiorno.

(Entra Gloucester.)

GLOUCESTER : Amico, vieni qui; dov’è il re mio padrone?

KENT : È qui, signore, ma non disturbatelo; ha perso il senno.

GLOUCESTER : Ti prego, amico, prenditelo in braccio.

Ho sentito di un piano per ucciderlo.

C’è una lettiga pronta;

Stendilo lì e poi parti per Dover;

Vi troverai accoglienza e protezione.

Tira su il tuo padrone; se perdi anche mezz’ora,

La sua vita, la tua e quella di chiunque

Si offra di difenderlo va incontro

A una morte sicura. Sollevalo,

Sollevalo e vieni via con me. Ti condurrò all’istante

Dove potrai trovare i primi aiuti.

KENT : S’è addormentata la natura oppressa.

Il riposo sarebbe stato un balsamo

Per i tuoi nervi scossi; arduo sarà curarli

Se non migliorano le circostanze.

(al Matto) Vieni, aiuta a trasportare il tuo padrone;

Non devi stare indietro.

GLOUCESTER : Su, venite, venite!

                                    (Escono tutti tranne Edgar; Kent e il Matto trasportano Lear.)

EDGAR : Nel vedere che i nostri superiori

Patiscono le nostre stesse pene,

Non ci appaiono quasi più nemiche

Le sventure. Soffre ancor più nell’animo

Chi soffre solo e si lascia alle spalle

Libere scelte e memorie felici.

Ma il cuore passa sopra a molti affanni

Quando il dolore ha amici, la pazienza compagni.

Quanto mi sembra lieve e tollerabile

Adesso la mia angoscia, nel vedere

Che quello che mi piega curva le spalle al re:

Per lui le figlie come per me il padre. Vattene, Tom;

Tendi l’orecchio a ciò che avviene in alto,

E rivelati quando la calunnia,

La cui falsa opinione ti deturpa,

Verrà smentita dalla verità

Delle tue giuste prove ed avrà luogo

La riconciliazione. Questa notte

Accada ciò che deve, purché noi

Portiamo in salvo il re. Resta nascosto!                                         (Esce.)

 

scena SETTIMA

 

[Stanza nel castello di Gloucester.] Entrano Cornovaglia, Regan, Goneril, Edmund e Servi.

 

CORNOVAGLIA (a Goneril): Inviate all’istante dei corrieri dal mio signore vostro marito. Che veda questa lettera: l’esercito di Francia è già sbarcato. (ai Servi) Andate in cerca del traditore Gloucester. REGAN: Impiccatelo immediatamente!

                                                             (Escono in fretta alcuni Servi.)

GONERIL : Strappategli via gli occhi!

CORNOVAGLIA : Lasciatelo alla mia ira. Edmund, andate insieme a vostra cognata; le vendette che consumeremo su vostro padre per il suo tradimento non sono uno spettacolo adatto ai vostri occhi. Direte al duca da cui siete diretto di accelerare al massimo i suoi preparativi; noi ci impegniamo a fare altrettanto. Ci scambieremo corrieri rapidi e informati. Addio, cara cognata; addio, signore di Gloucester.

(Entra Oswald.)

Allora, dov’è il re?

OSWALD : Il signore di Gloucester lo ha fatto portar via.

Ha con lui trentacinque o trentasei

Uomini del suo seguito:

Dopo averlo cercato assiduamente,

Lo han raggiunto alla porta.

Insieme ad altre persone del conte,

Sono diretti a Dover; si vantano

Di aver lì degli amici ben armati.

CORNOVAGLIA : Provvedete ai cavalli per la vostra padrona.

                                                            (Esce Oswald.)

GONERIL : Addio, dolce signore, addio sorella mia.

CORNOVAGLIA : Edmund, addio.

                                                            (Escono Goneril e Edmund.)

(ai Servi) Via, a rintracciare il traditore Gloucester.

Venga posto in manette come un ladro,

E sia portato qui.

                                                                 (Escono dei Servi.)

Anche se non possiamo giustiziarlo

Senza prima un processo, in noi il potere

Si piegherà alla collera, che si può biasimare

Ma non tenere a freno. Ma chi è là? Il traditore?

(Entra Gloucester, portato in scena da due o tre Servi.)

REGAN : E lui, l’ingrata volpe!

CORNOVAGLIA : Legategli ben strette quelle braccia

Incartapecorite.

GLOUCESTER : Cosa intendono fare le loro signorie?

Dovete ricordarvi, cari amici,

Che qui siete miei ospiti.

Non fatemi del male, amici miei.

CORNOVAGLIA : Legatelo, vi dico!

(I Servi gli legano le braccia.)

REGAN : Stretto, ben stretto! Sporco traditore!

GLOUCESTER : No, non lo sono, impietosa signora.

CORNOVAGLIA : Legatelo alla sedia. (a Gloucester) Ora vedrai, canaglia... (Regan gli strappa la barba.)

GLOUCESTER : Dèi benigni, tirarmi per la barba

È una vera ignominia.

REGAN : Così canuto, e così traditore?

GLOUCESTER : Perfida signora,

I peli che ora strappi a questo mento

Ti accuseranno come cose vive.

Siete ospiti miei e non dovete

Fare violenza, con mani da ladro,

A chi vi ha accolto. Che volete fare?

CORNOVAGLIA : Forza, signore, che lettera avete

Ricevuto da poco dalla Francia?

REGAN : Niente giri, perché sappiamo tutto.

CORNOVAGLIA : Che patti avete con i traditori

Sbarcati ora nel regno?

REGAN : A chi avete affidato il re demente?

Parlate.

GLOUCESTER : La lettera che ho avuto

Riferisce soltanto congetture

Scritte da uno di parte neutrale,

Non da un vostro nemico.

CORNOVAGLIA : Astuto.

REGAN : E falso.

CORNOVAGLIA : Dove hai mandato il re?

GLOUCESTER : A Dover.

REGAN : Perché a Dover?

Non ti era stato ingiunto, sotto pena...

CORNOVAGLIA : Perché a Dover? Risponda prima a questo.

GLOUCESTER : Sono legato al palo; devo affrontare i cani.

REGAN : Perché a Dover, signore?

GLOUCESTER : Per non vedere le tue unghie crudeli Strappare quei suoi poveri occhi vecchi

E tua sorella, nella sua ferocia,

Lacerargli con zanne da cinghiale

La carne consacrata. Vedendo la tempesta

Che la sua testa nuda ha sopportato

In una notte color dell’inferno,

Il mare stesso si sarebbe alzato

Fino a spegnere i fuochi delle stelle.

Invece lui, povero vecchio cuore,

Aumentava la pioggia col suo pianto.

Fosse stato anche un lupo ad ululare

Alla tua porta in quell’ora tremenda,

Avresti detto: “Apri, buon custode:

Anche il crudele cede alla pietà”.

Ma vedrò un giorno l’alata vendetta

Avventarsi su figlie come queste.

CORNOVAGLIA : Vederla proprio no. Tenetegli la sedia;

Voglio schiacciarti gli occhi con il piede.

GLOUCESTER : Chi vuol vivere fino alla vecchiaia

Mi presti aiuto! Oh, crudele! Oh, voi dèi!

REGAN : Così una parte riderà dell’altra. Anche l’altro occhio!

CORNOVAGLIA : E se ora puoi vedere la vendetta...

PRIMO SERVO: Fermatevi, signore.

Io vi servo da quando ero bambino,

Ma non vi ho reso mai miglior servigio

Che chiedendovi adesso di fermarvi.

REGAN : Cane, cosa ti prende?

PRIMO SERVO:

Se voi aveste la barba sulle guance,

Davanti a questo ve la strapperei.

Ma che intendete fare?

CORNOVAGLIA : Come, il mio servo?

(Sguainano le spade e combattono.)

PRIMO SERVO: Ebbene, dunque, sotto! E decida la rabbia. (Ferisce Cornovaglia.)

REGAN (a un altro Servo):

Qua la tua spada. Ma come, ora un villano

Si ribella così?

(Prende una spada e lo attacca alle spalle. Lo uccide.)

PRIMO SERVO: Ah, mi hanno ucciso.

Vi resta ancora un occhio, mio signore,

Per vederlo punito duramente. Oh! (Muore.)

CORNOVAGLIA : Impediamogli di vedere oltre.

Via, sporca gelatina! Dove è andata a finire la tua luce?

GLOUCESTER : Tutto non è che tenebra e sconforto!

Dov’è mio figlio? Edmund,

Innesca ogni scintilla di natura

Per vendicare questa azione orrenda.

REGAN : Piantala, tu, canaglia e traditore!

Invochi chi ti odia: è stato lui,

Lui, troppo onesto per commiserarti,

A rivelarci ogni tuo tradimento.

GLOUCESTER : Oh, mia follia! Edgar allora è stato calunniato.

O dèi benigni, perdonate me

E proteggete lui.

REGAN (a un Servo): Via, buttatelo fuori dalle porte;

Che trovi a naso la strada per Dover.

Come va, mio signore? Cosa avete?

CORNOVAGLIA : Son ferito. Seguitemi, signora.

(ai Servi) Cacciate via la canaglia senza occhi

E buttate quest’altro sul letame.

                                    (Escono i Servi con Gloucester e il cadavere.)

Sanguino molto, Regan; questa ferita giunge

Al momento sbagliato. Sostenetemi.

                                                        (Escono Cornovaglia e Regan.)

SECONDO SERVO: Se se la cava lui, non avrò scrupolo

A compiere delitti di ogni genere.

TERZO SERVO: E se lei vive a lungo

Per morire di morte naturale,

Tutte le donne diverranno mostri.

SECONDO SERVO: Seguiamo il vecchio conte

E domandiamo al pazzo di Bedlam

Che lo conduca dove vuole lui.

Il fatto di esser matto e vagabondo

Gli permette di fare ciò che vuole.

TERZO SERVO: Va’ tu. Io porto un po’ di stoppa e chiara d’uovo

Da spalmargli sul viso insanguinato.

E che lo aiuti il cielo!

                                                                         (Escono.)

 

ATTO QUARTO

Scena PRIMA

 

[Brughiera.] Entra Edgar.

 

EDGAR : Meglio però sapere d’esser disprezzati

Piuttosto che adulati e disprezzati

Al tempo stesso. Essere giunti al fondo,

Reietti ed avviliti dalla sorte,

Offre comunque una qualche speranza:

Almeno non si vive nel terrore.

Quando cadi dall’alto devi piangere;

Ma dal peggio si può ritornare al sorriso.

Sii benvenuta, quindi,

Aria senza sostanza: io t’abbraccio.

Il derelitto che hai sospinto al peggio

Non deve proprio nulla alle tue raffiche.

(Entra Gloucester, guidato da un Vecchio.)

Ma chi arriva?

Mio padre, con una scorta così povera?

O mondo, mondo, mondo!

Non fosse che i tuoi strani mutamenti

Ci inducono ad odiarti, mai la vita

Potrebbe rassegnarsi alla vecchiaia.

VECCHIO : Oh, mio buon signore, per ottant’anni sono stato fittavolo vostro e di vostro padre.

GLOUCESTER : Va’, allontanati, amico, via di qui.

Il tuo conforto non potrà giovarmi,

Mentre potrebbe danneggiare te.

VECCHIO : Signore, ahimè, non vedete la strada.

GLOUCESTER : Non ho strade da fare. Non mi servono gli occhi.

Quando avevo la vista ho incespicato.

Troppo spesso si vede come gli agi

Ci rendano spavaldi e come ci arricchisca

L’esserne privi. O caro figlio Edgar,

Preda dell’ira di un padre ingannato,

Se vivessi anche solo per vederti

Con il tatto, direi che ho ancora gli occhi.

VECCHIO : Che succede? Chi è là?

EDGAR (a parte): O dèi! Chi potrà dire: “Sono al peggio”?

Ora sto peggio di quanto sia mai stato.

VECCHIO (a Gloucester): È quel pazzo del povero Tom.

EDGAR (a parte): E posso anche star peggio. Non si è toccato il fondo

Finché si riesce a dire: “Questo è il peggio”.

VECCHIO (a Edgar): Compare, dove vai?

GLOUCESTER : È un mendicante?

VECCHIO : Mendicante, e anche pazzo.

GLOUCESTER : Ha un po’di senno;

Se no non riuscirebbe a mendicare.

Nella bufera della notte scorsa

Ne ho visto uno così, ed ho pensato

Che l’uomo è solo un verme.

Mio figlio allora mi è tornato in mente,

Quantunque la mia mente

In quel momento non gli fosse amica.

Però dopo ho imparato molte cose:

Come le mosche per i bimbi cattivi

Noi siamo per gli dèi: ci uccidono per svago.

EDGAR (a parte): È possibile mai? Duro il mestiere

Di fare da buffone alla sventura

Provocando la rabbia in te e negli altri.

(a Gloucester) O padrone, ti benedica il cielo.

GLOUCESTER : È quello che va in giro tutto nudo?

VECCHIO : Sì, signore.

GLOUCESTER : Va’ via, allora, ti prego. E se per amor mio

Poi ci raggiungerai fra un miglio o due

Sulla strada per Dover,

Fallo nel nome del tuo antico affetto,

E porta dei vestiti per quest’anima nuda,

Cui chiederò se vuol farmi da guida.

VECCHIO : Ahimè, signore, è pazzo.

GLOUCESTER : È la peste di questi nostri tempi

Che siano i pazzi a far da guida ai ciechi.

Fa’ come ti comando; o meglio ancora,

Fa’ come vuoi. Ma soprattutto, vattene.

VECCHIO : Gli porterò le mie vesti migliori,

E accada quel che accada.                                                (Esce.)

GLOUCESTER : Ehi, uomo nudo!

EDGAR : Tom ha freddo. (a parte) Ah, non posso più reggere la parte.

GLOUCESTER : Tu, vieni qui.

EDGAR (a parte): Ma devo continuare. (a Gloucester) Che siano benedetti i tuoi dolci occhi. Perdono sangue.

GLOUCESTER : Conosci la strada per Dover?

EDGAR : Ogni barriera e ogni cancello, ogni passaggio per il viandante e per il cavaliere. Il povero Tom è diventato pazzo perché ha preso spavento. Guardati dall’infame demonio, figlio di buona gente. Cinque diavoli sono entrati tutti insieme dentro il povero Tom: Obidicut, quello della lussuria; Hobbididence, principe delle tenebre; Mahu, dei ladri; Modo, degli assassini; Flibbertigibbet, quello di chi fa smorfie e moine e da allora è entrato in corpo alle servette e alle cameriere. Padrone, a farla breve, che tu sia benedetto.

GLOUCESTER : Prenditi questa borsa, tu che sei

Umiliato dai colpi di ogni piaga

Scesa dal cielo. Che le mie disgrazie

Rendano te felice. E tu sèguita, cielo,

A far sempre così! Fa’ sì che l’uomo

Che ha il superfluo, si nutre di piaceri

E piega i tuoi decreti al suo servizio,

Che nulla vede perché nulla sente,

Ben presto avverta tutto il tuo potere:

L’equa distribuzione, in questo modo,

Porrà fine all’eccesso e ciascun uomo

Avrà ciò che gli spetta. Conosci Dover?

EDGAR : Certo, padrone.

GLOUCESTER : C’è una scogliera il cui ciglio alto e curvo

Si sporge con terrore sul mare sottostante:

Portami lassù in cima, fino al limite,

Ed io porrò riparo, con qualcosa

Di gran pregio che porto sempre addosso,

A tutta la miseria che ti opprime.

Poi non avrò bisogno di una guida.

EDGAR : Dammi il tuo braccio. Tom ti porta lì.

                                                                                         (Escono.)

 

scena SECONDA

 

[Davanti al palazzo di Albany.] Entrano Goneril e Edmund, seguiti da Oswald.

 

GONERIL : Benvenuto, signore. Mi stupisce

Che il nostro mite sposo non sia uscito

A incontrarci per via. (a Oswald) Dov’è il vostro padrone?

OSWALD : In casa, mia signora.

Ma mai s’è visto un uomo più mutato di lui.

Gli ho detto dello sbarco dell’esercito

Ed ha sorriso. Gli ho detto che eravate di ritorno;

La sua risposta è stata: “Tanto peggio”.

Quando poi l’ho informato

Del tradimento del conte di Gloucester

E dei leali servigi di suo figlio,

Mi ha dato dello sciocco, e poi mi ha detto

Che avevo inteso tutto alla rovescia.

Sembra trovar gradevole

Tutto ciò che dovrebbe contrariarlo

E trovare offensivo tutto quello

Che dovrebbe gradire.

GONERIL (a Edmund): In tal caso non procedete oltre.

È il vigliacco terrore del suo animo

Ciò che lo paralizza. Non risente dei torti

Cui va data risposta. I desideri

Che abbiamo espresso nel corso del viaggio

Potrebbero avverarsi. Ora tornate

Da mio cognato, Edmund; accelerate

Le operazioni di reclutamento,

prendete voi il comando dei suoi uomini.

Io cambierò le insegne a casa mia:

Metterò la conocchia tra le mani

Di mio marito. Questo fido servo

Ci fungerà da tramite.

Prima che sia passato molto tempo,

Forse vi giungeranno – se tentate la vostra buona sorte

Con sufficiente audacia – gli ordini di un’amante.

Ecco, portate questa.

(Gli mette una catenina al collo.)

Risparmiate i discorsi,

Chinate il capo. Se avesse la parola, questo bacio

Drizzerebbe il tuo spirito nell’aria.

Immaginalo. Addio...

EDMUND : Vostro, anche tra le schiere della morte.           (Esce.)

GONERIL : ...mio carissimo Gloucester.

Ah, quale differenza tra uomo e uomo!

A te una donna deve i suoi favori:

Il mio letto è usurpato da un buffone.

OSWALD : Signora, arriva il duca.                                     (Esce.)

(Entra Albany.)

GONERIL : Vedo che valgo almeno un vostro fischio.

ALBANY : Goneril,

Non valete la polvere che il vento

Rudemente vi soffia sulla faccia.

Temo il vostro carattere; l’indole che disdegna

Ciò che l’ha messa al mondo perde ogni freno.

Chi smembra e strappa i rami dalla propria

Linfa vitale non potrà che avvizzire

E ardere solo come legna morta.

GONERIL : Basta così. Che predica imbecille!

ALBANY : Bontà e saggezza paiono vili ai vili;

Chi è osceno apprezza solo ciò che è osceno.

Che avete fatto? Tigri, non figlie, come avete agito?

Un padre, un venerando vecchio che persino

L’orso legato al naso leccherebbe,

Voi, barbare, degeneri, lo avete

Condotto alla follia.

E come ha mai potuto mio cognato

Permettervi di farlo? Un uomo, un principe

Che ha ottenuto da lui tanti favori?

Se non saranno inviati all’istante

Gli spiriti visibili dai cieli

A punire misfatti così turpi,

Andrà a finire...

Oh, finirà che gli uomini dovranno

Divorarsi l’un l’altro come i mostri

degli abissi marini.

GONERIL : Tu, fegato di latte,

Guance da schiaffi, testa per le offese,

Che non hai occhi per poter distinguere

Fra tolleranza e perdita di onore,

E che non sai che solo i mentecatti

Hanno pietà di punire i cattivi

Prima che questi facciano del male,

Dove hai messo il tamburo? Il re di Francia

Spiega i vessilli sulle nostre terre

Che restano in silenzio; comincia a minacciare

Col suo elmo piumato il tuo potere,

E intanto tu, scemo di un moralista,

Ti limiti a frignare: “Ahimè, perché lo fa?”

ALBANY : Ma, guardati, demonio:

La bruttezza del diavolo è più orrenda

Quando si mostra su un volto di donna.

GONERIL : Stupido idiota!

ALBANY :

Creatura trasformata e contraffatta, abbi vergogna

Di rendere mostruosa la tua faccia.

Non fosse sconveniente

Lasciare che obbediscano al mio sangue,

Queste mani sarebbero ben pronte

A strapparti la carne e torcerti le ossa.

Benché tu sia un demonio,

La tua forma di donna ti protegge.

GONERIL : Micetto mio, come siamo virili!

(Entra un Messaggero.)

ALBANY : Che nuove?

MESSAGGERO : Il signore di Cornovaglia è morto,

Ucciso dal suo servo mentre stava

Per strappar via anche l’altro occhio a Gloucester.

ALBANY : Gli occhi di Gloucester?

MESSAGGERO : Un servo allevato da lui, sconvolto dal rimorso,

Si è opposto a quell’azione, e con la spada

Ha minacciato il nobile padrone;

Il quale, furibondo, gli si è avventato contro

E insieme a lei l’ha ucciso,

Ma non senza ricevere a sua volta

La ferita letale che gli ha fatto

Seguire quel suo servo nella morte.

ALBANY : Questa è la prova che lassù ci siete,

Giudici, e siete pronti a vendicare

I delitti di questo basso mondo.

Oh, ma, povero Gloucester,

Ha perduto l’altro occhio?

MESSAGGERO (a Goneril): Signora, questa lettera richiede

Una risposta urgente. È di vostra sorella.

GONERIL (a parte): Tutto questo mi piace, per un verso;

Ma poiché adesso è vedova

E il mio Edmund si trova insieme a lei,

Il castello delle mie fantasie

Può crollare sulla mia vita grama.

Ma per un altro verso queste nuove

Non sono così amare.

(al Messaggero) Leggo e rispondo.                                   (Esce.)

ALBANY : E suo figlio dov’era quando gli hanno

Cavato gli occhi?

MESSAGGERO : Qui, con la mia padrona.

ALBANY : Qui non c’è.

MESSAGGERO : No. L’ho incontrato mentre ritornava.

ALBANY : È a conoscenza, lui, di questa infamia?

MESSAGGERO : Signore, sì: l’ha denunciato lui;

Poi se n’è andato via perché il castigo

Potesse avere più libero corso.

ALBANY : Oh, Gloucester, io vivrò per ringraziarti

Dell’affetto che hai dimostrato al re

E per aver vendetta dei tuoi occhi. Vieni, amico,

E raccontami tutto ciò che sai.

                                                                                                      (Escono.)

 

scena TERZA

 

[Il campo francese presso Dover.] Entrano Kent e un Gentiluomo.

 

KENT : Ma perché il re di Francia è ripartito tanto all’improvviso? Ne sapete il motivo?

GENTILUOMO : Affari di governo lasciati in sospeso. Ci pensava fin dal momento in cui era partito; faccende che comportano tanto allarme e pericolo per il regno da richiedere necessariamente che a ritornare fosse lui in persona.

KENT : A chi ha lasciato il comando?

GENTILUOMO : A Monsieur La Far, Maresciallo di Francia.

KENT : La vostra lettera ha indotto la regina a dare qualche segno di dolore?

GENTILUOMO : Certo signore. L’ha presa e poi l’ha letta in mia

presenza,

E a tratti una gran lacrima scorreva

Lungo quelle sue guance delicate.

Sembrava quasi una regina in lotta

Contro il dolore che, come un re ribelle,

Si sforzava di sopraffare lei.

KENT : Ah, quindi si è commossa?

GENTILUOMO : Non fino all’ira; pena e pazienza facevano a gara

Per ritrarla al suo meglio. Avrete visto

Insieme pioggia e sole: così, ma con più grazia,

Convivevano in lei sorriso e pianto.

Brevi sorrisi di felicità

Che giocavano sulle labbra rosse

Sembravano ignorare

Gli ospiti che abitavano i suoi occhi

E che di lì prendevano congedo

Come perle cadute da diamanti.

In breve, se il dolore

Fosse altrettanto bello in tutti gli esseri,

Sarebbe amato come cosa rara.

KENT : Non ha fatto domande?

GENTILUOMO : In verità, ansimando come se

Ciò le opprimesse il cuore, le è salita alle labbra

Una o due volte la parola “padre”;

“Ah, sorelle” gridava. “Sorelle mie, vergogna delle donne!

Kent, padre mio, sorelle! Come, nella tempesta?

E di notte? Nessuno creda più nella pietà”.

E qui spargeva

Dai suoi occhi di cielo sacre gocce,

Finché l’angoscia prese il sopravvento.

Fu a quel punto che lei si allontanò

Per affrontare il dolore da sola.

KENT : Son le stelle, le stelle che dall’alto

Governano le nostre inclinazioni; se no la stessa coppia

Non avrebbe potuto generare figlie tanto diverse

Da allora non le avete più parlato?

GENTILUOMO : No.

KENT : Ciò fu prima che il re tornasse in Francia?

GENTILUOMO : Accadde dopo.

KENT : Bene, signore, il povero

E desolato Lear è qui in città.

Nei momenti in cui è lucido, ricorda

Perché siam giunti qui, ma non intende

A nessun patto incontrare la figlia.

GENTILUOMO : Perché, mio buon signore?

KENT : Una somma vergogna lo trattiene.

La crudeltà con cui lui le ha rifiutato

La sua benedizione, abbandonandola

Ai rischi di una terra forestiera,

Cedendo i suoi legittimi diritti

A delle figlie dal cuore di cane,

È pugnale e veleno per la mente del re:

Un’ardente vergogna gli impedisce

Di accostarsi a Cordelia.

GENTILUOMO : Povero buon signore!

KENT : Non avete notizie degli eserciti

Di Albany e Cornovaglia?

GENTILUOMO : Son sul piede di guerra.

KENT : Ora, signore,

Vi condurrò da Lear, nostro sovrano.

Resterete al suo seguito. Un motivo

Importante mi induce a rimanere

Ancora un po’ sotto mentite spoglie.

Ma una volta che vi dirò chi sono

Non avrete motivo di pentirvi

Per le notizie che mi avete dato.

Ora vi prego, venite con me.

                                                                                    (Escono.)

 

scena QUARTA

 

[Stesso luogo.] Entrano, con tamburi e stendardi, Cordelia, un Dottore, un Ufficiale e soldati.

 

CORDELIA : Ahimè, è lui. Soltanto poco fa lo hanno incontrato:

Pazzo come il mare in burrasca,

Cantava a voce piena, incoronato

D’erba fumaria putrida e malerba

E altre piante selvatiche, cicuta,

Lappole, ortiche, fior di cuculo, loglio,

E ogni erbaccia che cresce

Nel grano che ci dà sostentamento.

(all’Ufficiale) Mandate una centuria, perlustrate

Acro per acro l’alta erba del campo,

E portatelo qui, davanti a noi.

Che può fare l’umana conoscenza

Per risanare in lui il perduto senno?

Chi lo aiuta si tenga pure tutto

Ciò che possiedo al mondo.

                                                             (Esce l’Ufficiale, con alcuni soldati.)

DOTTORE : Signora, il modo esiste.

Il riposo, che funge da nutrice alla natura,

È quello che gli manca, e per poterlo

Indurre in lui esistono efficaci

Rimedi naturali il cui potere

Farebbe chiuder gli occhi allo stesso Dolore.

CORDELIA : Segreti benedetti,

Voi tutte, virtù ignote della terra,

Possiate scaturire col mio pianto

E portare rimedio alla sventura

Di un uomo buono. Cercatelo. Cercatelo,

Affinché la sua furia incontrollabile

Non distrugga una vita

Ormai priva dei mezzi per guidarla.

(Entra un Messaggero.)

MESSAGGERO : Signora, novità: le truppe inglesi

Sono ora in marcia in questa direzione.

CORDELIA : Lo sapevamo, e siamo preparati

Ad affrontarle. È per la tua causa,

Caro padre, che faccio tutto questo.

Le mie lacrime, tristi ed importune,

Hanno mosso a pietà il gran re di Francia.

Non la tronfia ambizione, ma l’amore,

Un caro amore, oltre che il diritto

Del nostro vecchio padre, ci ha istigato

A prendere le armi.

Potessi presto sentirlo e vederlo!

                                                                                      (Escono.)

 

scena QUINTA

 

[Stanza nel castello di Gloucester.] Entrano Regan e Oswald.

 

REGAN : Ma sono scese in campo le truppe di mio cognato?

OSWALD : Sì, signora.

REGAN : Le guida lui in persona?

OSWALD : Signora, sì, ma fa tante storie; tra i due, vostra sorella è il miglior soldato.

REGAN : Al castello, Lord Edmund ha parlato

Con il vostro padrone?

OSWALD : No, signora.

REGAN : Mi chiedo cosa conterrà la lettera

Di mia sorella a lui.

OSWALD : Io non lo so, signora.

REGAN : Per andar via di qui aveva certo

Ragioni serie. Che gran leggerezza

Lasciare vivo Gloucester dopo avergli

Cavato gli occhi! Ovunque vada infiamma tutti i cuori

Contro di noi. Son convinta che Edmund,

Mosso a pietà dalla sua gran sciagura,

Sia andato a porre termine a una vita di tenebre,

Oltre che ad accertare la forza del nemico.

OSWALD : Ho l’ordine, signora, di raggiungerlo

E dargli questa lettera.

REGAN : Le nostre truppe partono domani.

Restate qui; le vie sono insidiose.

OSWALD : No, non posso, signora; in questo incarico

Ho ricevuto ordini precisi.

REGAN : Ma perché ha scritto a Edmund? Non potreste

Comunicargli a voce il suo messaggio?

Magari... delle cose... non lo so...

Ti amerò tanto: lascia che apra la lettera.

OSWALD : Preferirei, signora...

REGAN : Io lo so bene che la vostra padrona

Non ama suo marito. Lo so per certo:

Quando è venuta qui l’ultima volta

Lanciava sguardi languidi

Ed eloquenti occhiate al conte Edmund.

So che lei vi apre il cuore.

OSWALD : A me, signora?

REGAN : Parlo di confidenza; sì, è così.

Un consiglio: tenete bene a mente

Ciò che vi dico. Il mio signore è morto;

Ho parlato con Edmund, ed è assai più opportuno

Che l’uomo sposi me, non mia sorella.

Il resto immaginatelo da solo.

Se lo trovate, fategli avere questo,

Ve ne prego; e poi nel riferire

Alla vostra padrona tutto quanto,

Invitatela ad essere più saggia.

Addio, dunque. Dovesse capitarvi

D’incontrare quel traditore cieco,

Chi lo fa fuori avrà molti vantaggi.

OSWALD : Se dovessi incontrarlo, mia signora,

Farei vedere da che parte sto.

REGAN : Statemi bene.

                                                                                                 (Escono.)

 

scena SESTA

 

[Campagna presso Dover.] Entrano Gloucester e Edgar travestito da contadino e con un bastone.

 

GLOUCESTER : Quanto manca alla cima di quel colle?

EDGAR : Ci state già salendo. Sentite che fatica?

GLOUCESTER : Sembra di stare in piano.

EDGAR : È orribilmente ripido.

Ascoltate. Non lo sentite il mare?

GLOUCESTER : A dire il vero, no.

EDGAR : In tal caso anche gli altri vostri sensi

Soffrono per la pena dei vostri occhi.

GLOUCESTER : Può darsi che davvero sia così.

Anche la voce tua sembra diversa;

È come se parlassi

Meglio di prima e con più costrutto.

EDGAR : Vi sbagliate di grosso. Io non sono

Cambiato in niente, se non nel vestito.

GLOUCESTER : Sembra che parli meglio.

EDGAR : Dai, venite, signore, questo è il luogo.

Ah! Fermo lì! Che vista spaventosa!

A gettare lo sguardo verso il basso

Vengono le vertigini. I corvi e le cornacchie

Svolazzanti a mezz’aria

Sembrano a malapena scarafaggi.

A mezza costa sta aggrappato un uomo

Che raccoglie finocchio (orrida occupazione):

È grosso appena quanto la sua testa.

Quei pescatori a spasso sulla spiaggia

Da qui son come topi, e l’imponente

Barca a vela all’attracco nella rada

Sembra la sua scialuppa; la scialuppa una boa

Che quasi non si vede. Il mormorio

Delle maree che limano il pietrisco

Inerte e innumerevole

Quassù neppure arriva.

Non voglio guardar più perché il cervello

Non abbia un mancamento, e la vista offuscata

Non precipiti in basso a capofitto.

GLOUCESTER : Portami dove sei.

EDGAR : Porgetemi la mano: adesso siete a un passo

Dall’orlo del dirupo.

Neanche per tutti i beni della terra

Azzarderei un saltello su quel punto.

GLOUCESTER : Lasciami la mano.

Amico, ho qui per te un’altra borsa. C’è un gioiello

Che a un povero può fare molto comodo.

Possano fate e dèi moltiplicarlo

E farti prosperare. Allontanati, adesso; dimmi addio,

E fa’ che io senta mentre te ne vai.

EDGAR : Mio buon signore, addio.

GLOUCESTER : Con tutto il cuore.

EDGAR (a parte): Se gioco con la sua disperazione

È solo per guarirla.

GLOUCESTER (S’inginocchia): Dèi potenti, rinuncio a questo mondo,

E sotto gli occhi vostri, con pazienza,

Io mi scrollo di dosso questa grande afflizione.

Se potessi più a lungo sopportarla

Senza entrare in conflitto con i vostri

Supremi e incontrastabili voleri,

L’odiato mozzicone di questa vita al termine

Potrebbe anche bruciare sino in fondo.

Se Edgar vive, siate voi a proteggerlo!

E adesso, amico, addio. (Si lancia in avanti e cade.)

EDGAR : Sono già andato, mio signore; addio.

(a parte) Però non so quanto la suggestione

Possa rubare il bene della vita

Quando la vita stessa accondiscende al furto.

Se fosse stato là dove pensava,

Adesso non avrebbe più pensieri.

È vivo o morto? (a Gloucester) Amico, ehi, mi sentite?

Dite qualcosa! –

(a parte) Potrebbe anche morire, in questo modo.

No, si riprende. – Chi siete, signore?

GLOUCESTER : Andate via, lasciatemi morire.

EDGAR : Se fossi fatto d’altro

Che di tela di ragno, di aria, piume,

Precipitando giù da tante tese

Ti saresti schiantato come un uovo;

Invece tu respiri, sei composto

Di solida materia,

E non sanguini, parli, sei illeso.

Non bastano dieci alberi maestri

A coprire l’altezza che ti ha visto

Cadere a precipizio. La tua vita è un miracolo.

Parla ancora.

GLOUCESTER : Ma son caduto o no?

EDGAR : Dalla cima paurosa di questa gran muraglia

Di gesso. Alza un po’ gli occhi. Da qui sotto

Non potresti vedere né sentire

L’allodola dal canto penetrante.

Ma guarda, guarda su.

GLOUCESTER : Ahimè, io non ho gli occhi.

La sventura non ha più il privilegio

Di por fine a se stessa con la morte?

Al misero era un tempo di conforto

Poter beffare l’ira del tiranno

Frustrandone la volontà superba.

EDGAR : Datemi il braccio.

Così – su. Come va? Vi sentite le gambe? Siete in piedi.

GLOUCESTER : Sto bene, troppo bene.

EDGAR : Ciò supera qualunque assurdità.

Ma cosa ho visto in cima alla scogliera

Separarsi da voi?

GLOUCESTER : Un povero mendico sventurato.

EDGAR : Sembrava, da quaggiù, che avesse gli occhi

Come due lune piene. Aveva mille nasi,

Corna ritorte ed increspate come

Un mare in rabbia. Quello era un demonio.

Pensa tu, quindi, o fortunato padre,

Che gli dei senza macchia, la cui gloria

Son le imprese impossibili ai mortali,

Ti hanno salvato.

GLOUCESTER : Adesso mi ricordo.

E d’ora innanzi voglio sopportare

Il dolore finché il dolore stesso

Non gridi “Basta, basta!” e poi s’estingua.

L’essere di cui parli

Io l’avevo scambiato per un uomo.

Diceva spesso “Il demonio, il demonio!”

E mi ha condotto lì.

EDGAR : Abbi pensieri sereni e pazienti.

(Entra Lear pazzo incoronato di fiori selvatici.)

Ma chi arriva?

Nessuno che disponga del suo senno

S’acconcerebbe mai in quella maniera.

LEAR : No, non mi si può accusare se ho battuto moneta. Io sono il re in persona.

EDGAR : Oh, spettacolo che trafigge il cuore!

LEAR : In questo la natura supera l’arte. Ecco la paga per l’arruolamento. Quello maneggia l’arco come volesse spaventare i passeri. Tendilo per tutta la lunghezza della freccia. Attenti, attenti, un topo: buoni, zitti, basterà questo pezzo di cacio abbrustolito. Ecco il mio guanto, sono pronto a sfidare anche un gigante. Vengano avanti, quegli alabardieri! Ma come voli bene, bell’uccelletto, dritto al bersaglio, dritto! Swish! Parola d’ordine.

EDGAR : La maggiorana è dolce.

LEAR : Passa pure.

GLOUCESTER : Conosco quella voce.

LEAR : Ah, Goneril con la barba bianca? Mi lisciavano come se fossi un cane, dicevano che avevo i peli bianchi nella barba prima ancora che avessi quelli neri. Sempre a dire “sì” e “no” a ogni cosa che dicevo io! Però non era buona teologia rispondere “sì” e “no” allo stesso tempo. Quando poi è venuta la pioggia ad inzupparmi e il vento a farmi battere i denti, e quando il tuono non si è ammutolito al mio comando, allora le ho scoperte; a fiuto, le ho stanate. Via, via, non era gente di parola: ero tutto, dicevano. Bugia! Non sono certo a prova di malaria.

GLOUCESTER : Ricordo bene quel tono di voce.

Ma non è il re?

LEAR : Sicuro: un re da capo a piedi.

Vedi, quando lo fisso, come trema

Quel suddito? Ma io gli faccio grazia della vita.

Di cosa sei imputato? Di adulterio?

Ma tu non morirai per adulterio –

Per adulterio? No. Quello lo compie

Anche lo scricciolo, e davanti al mio sguardo

Fa porcherie la moschina dorata.

Prosperi pure la copulazione,

Visto che il figlio bastardo di Gloucester

È stato più gentile con suo padre

Di quanto lo sian state le mie figlie

Concepite tra lecite lenzuola.

Fatevi sotto! Lussuria! Ammucchiata! Mi occorrono soldati!

Guardate quella dama smorfiosetta,

Dal suo viso direste che ha il gelo tra le cosce,

Biascica di virtù, scuote la testa

Alla sola parola godimento...

Neanche la puzzola e il cavallo all’ingrasso ci danno dentro con più fregola di lei. Dalla cintola in giù sono centaure, per tutto il resto donne. Gli dèi comandano dalla vita in su; sotto, è tutto del diavolo: lì c’è l’inferno, ci son solo tenebre, il pozzo solforoso, e fiamme, e ustioni, fetore e consunzione! Oh, vergogna, vergogna! Puah! Puah! Dammi, bravo speziale, un’oncia di zibetto per profumarmi l’immaginazione. Eccoti i soldi.

GLOUCESTER : Oh, lasciate che baci quella mano!

LEAR : Prima devo pulirla: sa di morto.

GLOUCESTER : O tu, capolavoro disgregato

Della natura:

In questo modo l’universo intero

Si disferà nel nulla. Mi riconoscete?

LEAR : I tuoi occhi me li ricordo bene.

Perché mi guardi storto?

No, no, fa’ pure del tuo peggio,

Cieco Cupido: io non mi innamoro.

Leggiti questa sfida, e nota almeno la calligrafia.

GLOUCESTER : Fosse un sole ogni lettera, io non potrei vederla.

EDGAR (a parte): Se me lo raccontassero, rifiuterei di crederlo;

Ma è tutto vero, e mi si spezza il cuore.

LEAR : Leggi.

GLOUCESTER : Con cosa? Con le occhiaie vuote?

LEAR : Ah, ah, allora siamo uguali? Niente occhi in testa, niente danaro in borsa? I tuoi occhi son gravi e la tua borsa è lieve, ma riesci a vedere come va questo mondo.

GLOUCESTER : Lo vedo con il tatto.

LEAR : Ma sei pazzo? Un uomo può vedere come va questo mondo anche se non ha gli occhi. Adopera le orecchie per guardare. Guarda come quel giudice strapazza quel ladruncolo. Te lo dico all’orecchio: tu cambiali di posto e... destra o sinistra, in quale mano sta? Chi è il giudice e chi il ladro? Hai mai visto il cane di un contadino abbaiare contro un mendicante?

GLOUCESTER : Sì, signore.

LEAR : E il poveretto scappare via davanti al bastardo? Ecco, lì hai visto la grande immagine dell’autorità: a un cane in carica si presta obbedienza.

Tu, sbirro farabutto, arresta la tua mano insanguinata.

Perché mai fustigare la puttana?

Scopriti tu la schiena, tu che ardi

Dalla voglia di fare su di lei

Le stesse cose per cui ora la frusti.

L’usuraio che impicca il truffatore!

E come appare grande ogni peccato

Sotto vesti a brandelli, mentre toghe

E manti di pelliccia nascondono ogni cosa.

Il peccato, se ricoperto d’oro,

Spezza persino la potente lancia

Della giustizia senza farsi male;

Ma coprilo di stracci, e basterà

La paglia di un pigmeo a trapassarlo.

Non ci sono colpevoli, nessuno,

Dico nessuno: li autorizzo io.

Amico, credi a me, perché io ho il potere

Di tappare la bocca di chi accusa.

Comprati occhi di vetro, e come un bieco

Politicante fingi di vedere

Anche ciò che non vedi. Ehi! Ehi! Ehi! Ehi!

Sfilami gli stivali. Tira, tira più forte. Sì, così.

EDGAR : Un misto di buonsenso e stramberie:

Senno nella pazzia.

LEAR : Se vuoi piangere sulle mie sventure,

Adopera i miei occhi. Io so bene chi sei:

Ti chiami Gloucester. Devi aver pazienza.

Abbiamo pianto nel venire al mondo:

Noi piangiamo e gridiamo, tu lo sai,

Nel primo istante in cui annusiamo l’aria.

Voglio farti una predica: tu ascolta.

GLOUCESTER : Oh, triste giorno!

LEAR : Nel nascere, piangiamo il nostro arrivo

In questo grande teatro di pazzi.

Questo è un bel ceppo.

Beh, ferrare con zoccoli di feltro

Un intero squadrone di cavalli

Sarebbe un ingegnoso stratagemma.

Voglio provarlo, e quando di soppiatto

Coglierò di sorpresa i miei due generi,

Uccidi! Uccidi! Uccidi! Uccidi! Uccidi!

(Entra un Gentiluomo con dei servi.)

GENTILUOMO : Oh, eccolo: prendetelo. Signore,

La vostra amata figlia...

LEAR : Non c’è scampo?

Io, prigioniero? Allora sono nato

Per essere il trastullo della sorte.

Non maltrattatemi: vi darò il riscatto.

Chiamatemi un chirurgo: ho un taglio nel cervello.

GENTILUOMO : Vi sarà dato quello che volete.

LEAR : Nessuno che mi assista? Tutto solo?

Così l’uomo diventa una statua di sale

Con gli occhi come brocche da giardino

Per bagnare la polvere in autunno.

GENTILUOMO : Mio sire...

LEAR : Ma morirò da prode, agghindato come un novello sposo.

Oh, sì, e sarò brillante. Sotto, fatevi sotto.

Io sono un re, messeri, lo sapete?

GENTILUOMO : Siete un sovrano e noi vi obbediremo.

LEAR : Ma allora c’è speranza. Lo volete?

Però dovrete prenderlo di corsa.

Acchiappa, acchiappa, acchiappa!

(Scappa di corsa seguito dai servi.)

GENTILUOMO : Spettacolo pietoso nel più umile

Dei disgraziati,

Se accade a un re lascia senza parole.

Ma hai pur sempre una figlia che redime

Quella maledizione universale

Che le altre due hanno imposto alla natura.

EDGAR : Salve, mio buon signore.

GENTILUOMO : Salute a voi. Cosa desiderate?

EDGAR : Vi è giunta voce

Di uno scontro imminente?

GENTILUOMO : Certo, lo sanno tutti.

Basta avere le orecchie per sentirne parlare.

EDGAR : Potete, prego, dirmi a che distanza

Si trova l’altro esercito?

GENTILUOMO : Vicino, e marcia con rapidità.

Il grosso potrà essere avvistato

Da un’ora all’altra.

EDGAR : Grazie, signore. È tutto.

GENTILUOMO : Per motivi speciali la regina

Si è trattenuta qui,

Ma il suo esercito è in marcia.

EDGAR : Vi ringrazio, signore.

                                                                                         (Esce il Gentiluomo.)

GLOUCESTER : Voi, siate voi, sempre clementi dèi,

A togliermi il respiro; non lasciate

Che il mio peggiore angelo mi tenti

A cercare la morte un’altra volta

Prima che piaccia a voi.

EDGAR : Bella preghiera, padre.

GLOUCESTER : Ditemi, buon signore, voi chi siete?

EDGAR : Un uomo poverissimo, ammansito dai colpi della sorte,

Gravido di pietà per aver visto

E patito dolori. Su, datemi la mano;

Vi porterò al riparo.

GLOUCESTER : Grazie di cuore.

E il cielo generoso vi ricolmi,

Per ricambiarvi, di benedizioni.

(Entra Oswald.)

OSWALD : Un ricercato con tanto di taglia! Felice incontro!

La tua testa senza occhi si è incarnata

Per far la mia fortuna!

Tu, vecchio traditore sciagurato,

Ripensa in fretta a tutti i tuoi peccati.

È già estratta dal fodero la spada

Che ti distruggerà.

GLOUCESTER : Che la tua mano amica

Colpisca con la forza necessaria.

(Edgar s’interpone tra i due.)

OSWALD : Come osi, bifolco temerario,

Difendere chi è stato proclamato

Un traditore? Scostati, oppure la sua sorte infetta

Contagerà anche te. Lasciagli il braccio!

EDGAR : Nemmanco per idea. Spiegame meio.

OSWALD : Lascialo andare, zotico, o sei morto.

EDGAR : O gentilommo, fora da li pede. Lassa perde el porommo. Si un ciacolone bastava a farme fora, da quel dì che orama’ m’ero già morto. A la larga dal vecio, o sta’ securo che provo si è più tosta la tu’ zucca o ’sto randello mio. Me so’ spiega’?

OSWALD : Via, mucchio di letame! (Estrae la spada. Combattono.)

EDGAR : Capo, co’ questo te ce curo i denti. Me ne fotto che provi a puncicarme! (Oswald cade.)

OSWALD : Bifolco, mi hai ammazzato.

Prenditi la mia borsa, mascalzone.

E se un giorno ci tieni a prosperare,

Seppellisci il mio corpo;

Consegna a Edmund signore di Gloucester

La lettera che puoi trovarmi indosso.

Va’ a chiedere di lui nel campo inglese.

O morte, morte troppo prematura!             (Muore.)

EDGAR : Lo so chi sei: un gaglioffo servizievole

Sempre pronto ad assecondare i vizi

Della tua padroncina;

Lo stesso Male non ne sceglierebbe

Per sé uno migliore.

GLOUCESTER : È morto?

EDGAR : Voi sedetevi, padre; riposate.

Ora vediamo cos’ha nelle tasche.

Potrebbe tornar utile la lettera

Di cui parlava. È morto;

Spiace soltanto che non abbia avuto

Un boia differente. Ma vediamo:

Col tuo permesso, tenero sigillo.

E tu non criticarmi, galateo:

Per strappare al nemico i suoi segreti

Gli laceriamo il cuore; sia più lecito

Lacerarne le carte.

(Legge la lettera.) “Teniamo a mente i voti che ci siamo scambiati. Avete molte opportunità per liquidarlo. Se la vostra fermezza non vien meno avrete in abbondanza luoghi e occasioni adatte. Se torna vincitore, tutto è perduto; in tal caso sarei sua prigioniera, e il suo letto il mio carcere. Liberatemi dal suo repellente tepore e prendetene il posto quale compenso alle vostre fatiche.

La vostra (vorrei dir moglie!) affezionata serva Goneril”.

Sconfinata lussuria delle donne!

Attentare alla vita di un marito virtuoso

Per mettere al suo posto mio fratello!

Ti seppellisco qui, sotto la sabbia:

Un luogo sconsacrato e ben adatto

A un ruffiano assassino; a tempo debito

Fulminerò con questo foglio infame

Gli occhi del duca contro cui si trama.

Buon per lui che io possa raccontargli

Dei tuoi programmi e di come sei morto.

                                                                           (Esce trascinando il corpo.)

GLOUCESTER : Il re è pazzo; ma quanto son testardi

I miei miseri sensi a fare che io resista

E percepisca i miei dolori immensi!

Sarebbe meglio se perdessi il senno,

Così i pensieri si separerebbero

Dalle mie pene,

E l’angoscia, tra false fantasie,

Perderebbe coscienza di se stessa. (Tamburi in lontananza.)

(Entra Edgar.)

EDGAR : Su, datemi la mano.

Mi sembra di sentire in lontananza

Un rullo di tamburi.

Padre, venite: vi affido a un amico.

                                                                                                   (Escono.)

 

scena SETTIMA

 

[Una tenda nel campo francese.] Entrano Cordelia, Kent, un Dottore e un Gentiluomo.

 

CORDELIA : O buon Kent, vivrò mai e farò mai abbastanza

Per compensare questa tua bontà?

Troppo breve la vita: non ne sarò all’altezza.

KENT : Il riconoscimento, mia signora,

È già un compenso più che sufficiente.

Mi sono limitato a riferire

La pura verità, né più né meno. CORDELIA: Ora indossa degli abiti più degni

Questi panni ricordano ore amare.

Ti prego di disfartene.

KENT : Chiedo scusa, signora;

Ma se dovessi farmi riconoscere,

Il mio piano sarebbe compromesso.

Chiedo quindi il favore

Che non mi conosciate neanche voi

Fin quando non lo riterrò opportuno.

CORDELIA : Sia così, buon signore. (al Dottore). Come si sente il re?

DOTTORE : Dorme ancora, signora.

CORDELIA : Benigni dèi, medicate lo squarcio

Aperto nella sua natura offesa; riaccordate

Lo stridore dei sensi dissonanti

In questo padre

Ridotto a un bimbo dalle proprie figlie.

DOTTORE : Vostra altezza consente

A che svegliamo il re? Ha dormito a lungo.

CORDELIA : A dirigervi sia la vostra scienza; procedete nel modo

Che vi sembra opportuno. È stato rivestito?

(Entra Lear su una poltrona portata dai servi.)

DOTTORE : Certo, signora. Mentre era immerso in un sonno pesante

Gli abbiamo messo indosso abiti nuovi.

State vicina a lui, cara signora,

Quando lo sveglieremo. Son sicuro

Che manterrà la calma.

CORDELIA : Molto bene.

DOTTORE : Accostatevi, prego. Più forte quella musica!

CORDELIA : O caro padre mio, la guarigione

Mi posi sulle labbra il farmaco capace di guarirti,

E questo bacio sani le violenze

Che ti hanno inferto, essere venerando,

Le mie sorelle.

KENT : Oh, principessa buona ed affettuosa!

CORDELIA : Pur se non fossi stato il padre loro,

Queste candide ciocche di capelli

Le avrebbero sfidate alla pietà.

Era questa una faccia da opporre ai venti in lotta,

Con cui sfidare i rombi spaventosi

Del cupo tuono

Fra i lampi più veloci e serpeggianti,

Da metter di vedetta,

O povera e sperduta sentinella

Con un elmo tanto esile? Anche il cane

Del mio nemico, se mi avesse morso,

L’avrei tenuto, in una tale notte,

Presso al mio focolare; mentre tu

Hai dovuto, o mio povero padre,

Trovar rifugio dentro una capanna,

Sopra la paglia corta ed ammuffita,

Insieme ai porci e a miseri sbandati.

Ahimè, ahimè! Lo strano è che la vita

Non ti abbia abbandonato insieme al senno.

Si sta svegliando; ditegli qualcosa.

DOTTORE : Fatelo voi, signora; è più opportuno.

CORDELIA : Mio regale signore, come state?

LEAR : Mi fate torto a trarmi dalla tomba.

Sei un’anima beata, mentre io

Sono legato a una ruota di fuoco:

Ho lacrime che scottano

Come gocce di piombo.

CORDELIA : Voi mi riconoscete, mio signore?

LEAR : Lo so, siete uno spirito; dov’è che siete morta?

CORDELIA : È lontano, lontano...

DOTTORE : È appena sveglio;

Lasciamolo tranquillo ancora un po’.

LEAR : Dove son stato? Dove sono adesso?

Ma è pieno giorno? Che torture ho subìto.

Potrei pure morire di pietà

Se ora vedessi un altro nel mio stato.

Non so che dire. Io non giurerei

Che queste siano proprio le mie mani:

Vediamo... Avverto la puntura dello spillo.

Potessi essere certo della mia condizione!

CORDELIA (inginocchiandosi): Guardatemi, signore,

E stendete le mani a benedirmi!

(Lo ferma mentre lui cerca di inginocchiarsi.)

No. Voi non dovete mettervi in ginocchio.

LEAR : Non prendetemi in giro, per favore.

Sono un vecchio stordito e molto sciocco,

Ho passato gli ottanta, non un’ora

Di meno né una in più; e, a dirla tutta,

Temo di essere un po’ fuori di testa.

Penso dovrei conoscere tanto voi che quest’uomo;

Ma ho qualche dubbio, perché non so bene

In che luogo mi trovi, e per quanto mi sforzi

Non ricordo questi abiti, né so

Dire dove ho alloggiato questa notte.

Non ridete di me,

Ma, quanto è vero che io sono un uomo,

Credo che questa signora sia mia figlia

Cordelia.

CORDELIA : Sì, proprio lei, son io!

LEAR : Sono bagnate queste vostre lacrime? Oh, sì, posso

giurarlo;

Non piangete, vi prego. Se mi date il veleno

Io lo berrò. Lo so che non mi amate,

Ma ricordo che chi mi ha fatto torto

Son le vostre sorelle.

Voi ne avreste motivo, loro no.

CORDELIA : Nessun motivo, no, nessun motivo.

LEAR : Mi trovo in Francia?

KENT : Siete nel vostro regno, mio signore.

LEAR : Non confondetemi.

DOTTORE : Signora, consolatevi,

La sua tremenda furia si è placata,

Ma è rischioso provare a risarcirlo

Del tempo che ha perduto.

Convincetelo a entrare. Non turbatelo

Prima che si rimetta ancora un po’.

CORDELIA : Gradisce camminare vostra altezza?

LEAR : Dovete sopportarmi. Ora dimenticate, ve ne prego, e perdonate. Sono vecchio e sciocco.

                                                     (Escono. Restano Kent e il Gentiluomo.)

GENTILUOMO : Signore, è confermato che il duca di Cornovaglia è stato ucciso in quel modo?

KENT : È sicuro, signore.

GENTILUOMO : Chi è al comando dei suoi?

KENT : Il bastardo di Gloucester, a quanto dicono.

GENTILUOMO : Si dice anche che Edgar, il figlio messo al bando, si trovi ora in Germania con il conte di Kent.

KENT : Ci son voci discordi; è tempo di restare bene all’erta. Gli eserciti del regno si avvicinano a gran passi.

GENTILUOMO : L’esito della disputa sarà probabilmente sangui-

noso. Addio, signore.                                                                        (Esce.)

KENT : Oggi questa mia vita

Troverà un punto fermo, in bene o in male,

Quando sarà finita la battaglia.                                                          (Esce.)

 

ATTO QUINTO

Scena PRIMA

 

[Il campo inglese presso Dover.] Entrano, con tamburi e stendardi, Edmund, Regan, Gentiluomini e soldati.

 

EDMUND (a un gentiluomo): Chiedete al duca se sia ancora saldo

Negli ultimi propositi che ha espresso

O se qualcosa l’abbia poi convinto

A mutare condotta.

È pieno di incertezze ed autoaccuse.

Che io sappia che cosa ha stabilito.

                                                                         (Esce il Gentiluomo.)

REGAN : Al maggiordomo di nostra sorella

È certamente accaduto qualcosa.

EDMUND : C’è da temerlo.

REGAN : Ora, dolce signore, voi sapete

Quanto io vi voglia bene. Ditemi in verità,

Però siate sincero: amate mia sorella?

EDMUND : Di un casto affetto.

REGAN : E non vi siete aperto mai la strada

Sino al luogo proibito che spetta a mio cognato?

EDMUND : Un simile pensiero vi fa torto.

REGAN : Ho paura vi siate unito a lei

E che vi conosciate molto a fondo.

EDMUND : No, sul mio onore.

REGAN : Non lo sopporterei. Signore caro,

Evitate ogni intimità con lei.

EDMUND : State tranquilla ...

(Entrano, con tamburi e stendardi, Albany, Goneril, e soldati.)

Eccola lì, col duca suo marito.

GONERIL (a parte): Preferirei perdere la battaglia

Che perder lui per mano

Di questa mia sorella.

ALBANY : Cognata dilettissima,

Felice d’incontrarvi. Ho saputo, signore,

Che il re si è ricongiunto con sua figlia

E con degli altri che la durezza del nostro regime

Ha indotto a lamentarsi. Quando mi sento in torto

Non riesco neanche ad esser coraggioso.

Ci offende, nell’attuale circostanza,

Che il re di Francia invada il nostro suolo,

Non che sostenga il re ed i suoi seguaci,

Cui non mancano, temo, dei potenti

E validi motivi per combatterci.

EDMUND : Un nobile discorso, mio signore.

REGAN : Ma a che serve parlarne?

GONERIL : Dovete stare uniti contro il nemico;

Questi contrasti interni e personali

Per il momento son fuori questione.

ALBANY : Facciamo il nostro piano di battaglia consultandoci con i veterani.

EDMUND : Verrò fra poco nella vostra tenda.                         (Esce.)

REGAN : Voi venite con me, sorella?

GONERIL : No.

REGAN : Sarebbe assai opportuno; siate cortese, venite anche voi.

GONERIL (a parte): Ah, ho capito l’antifona. Andrò anch’io.

(Escono Edmund, Regan, Goneril e i due eserciti.)

(Mentre Albany esce, entra Edgar vestito da contadino.)

EDGAR : Se vostra grazia ha mai prestato udienza

A un uomo tanto povero, ascolti una parola.

ALBANY (ai suoi soldati): Vi raggiungo.

(a Edgar) Parla.

EDGAR : Prima della battaglia aprite questa lettera.

Se vincerete, fate che uno squillo

Di tromba chiami chi ve l’ha portata.

Per quanto sembri misero, potrò

Produrre un contendente che dimostri

La verità di quanto è scritto qui. Se perderete,

Per voi avrà fine ogni cura mondana

E cesseranno le macchinazioni. Vi assista la fortuna.

ALBANY : Aspetta che abbia letto la tua lettera.

EDGAR : Mi è proibito; ma quando verrà il tempo,

L’araldo chiami e io ritornerò.                                                      (Esce.)

ALBANY : Allora addio. Leggerò questa carta.

(Entra Edmund.)

EDMUND : Il nemico è già in vista; schierate il vostro esercito.

(Gli porge uno scritto) Qui trovate una stima, compilata

In base a rigorosi accertamenti,

Della loro reale consistenza.

Ma adesso vi si chiede di far presto.

ALBANY : Saremo pronti a qualunque evenienza. (Esce.)

EDMUND : Ho giurato il mio amore a entrambe le sorelle,

E ciascuna sospetta ora dell’altra

Come chi è stato morso diffida della vipera.

Chi prendo delle due? Entrambe? Una? Nessuna?

Come potrò godermi l’una o l’altra

Se rimangono in vita tutte e due?

Se mi piglio la vedova, si esaspera,

Perde le staffe, la sorella Goneril;

E come faccio a esser di parola

Finché il marito vive? Ora comunque

Usiamo il suo prestigio per vincer la battaglia;

Poi tocchi a lei, che vuole farlo fuori,

Levarselo dai piedi. E quanto alla pietà

Che lui dimostra di voler usare

Nei confronti di Lear e di Cordelia,

Finita la battaglia, quando li avremo in mano,

Non la vedranno mai la sua clemenza;

A me tocca difendere il mio grado,

Non cavillarci sopra. (Esce.)

 

scena SECONDA

 

[Un campo fra i due eserciti.] Squilli di tromba fuori scena. Entrano, con tamburi e stendardi, Lear, Cordelia e soldati. Attraversano la scena ed escono.

 

Entrano Edgar, in vesti da contadino, e Gloucester.

EDGAR : Padre, restate qui; accettate l’ombra

Ospitale e cortese di quest’albero.

Pregate che prevalga il buon diritto.

Se mai ritornerò, vi porterò conforto.

GLOUCESTER : Signore, possa assistervi la grazia.

                                                                                                 (Esce Edgar.)

(Squilli di ritirata fuori scena. Entra Edgar.)

EDGAR : Andiamo vecchio, qua la mano, andiamo!

Lear è sconfitto: è stato catturato con sua figlia.

Dammi la mano, vieni!

GLOUCESTER : Non un passo di più;

Si può marcire anche restando qui.

EDGAR : Pensieri cupi, ancora? L’uomo deve

Sopportare la sua uscita dal mondo

Come la sua venuta. Tutto sta

Nel farsi trovar pronti. Andiamo via.

GLOUCESTER . Vero anche questo.

                                                                                                           (Escono.)

 

scena TERZA

 

[Il campo inglese presso Dover]. Entrano Edmund in trionfo, con tamburi e stendardi, Lear e Cordelia prigionieri, soldati e un Capitano.

 

EDMUND : Qualche ufficiale li conduca via.

Siano ben sorvegliati fino a quando

Si conosca il volere superiore

Di chi sarà preposto a giudicarli.

CORDELIA : Non siamo i primi che tendendo al meglio

Siano incorsi nel peggio.

Per te io sono in pena, re vessato;

Fosse per me, opporrei uno sguardo ancor più duro

A ogni sguardo della fortuna ipocrita.

Incontreremo dunque queste figlie e sorelle?

LEAR : No, no, no, no. Vieni, andiamo in prigione;

Noi due da soli canteremo come

Uccelli in gabbia. Quando mi chiederai di benedirti,

Io mi inginocchierò per chiederti perdono.

Così vivremo, pregando, cantando,

E ci racconteremo antiche storie,

E prenderemo in giro le farfalle dorate,

E ascolteremo poveri imbecilli

Narrarci ciò che accade nella corte;

Anche con loro parleremo, sì,

Di chi vince e chi perde, di chi è dentro e chi è fuori,

E ci faremo carico dei misteri del mondo

Come fossimo spie per conto degli dèi.

E sopravviveremo, pur tra i muri

Di una prigione, ai branchi e alle fazioni dei potenti,

Guardandoli fluire e rifluire

Come onde di marea sotto la luna.

EDMUND (ai soldati): Portateli via.

LEAR : Su sacrifici come quello nostro,

Sono gli stessi dèi, Cordelia mia,

A cospargere incenso. Ti ho afferrata? (La abbraccia.)

Chi vuole separarci dovrà prendere

Un tizzone dal cielo,

E stanarci col fuoco come volpi.

Asciuga gli occhi; prima che riescano

A far piangere noi, la malasorte

Se li divorerà, fino alla carne:

Saremo prima noi a vedere loro

Morir di fame. Vieni.

                                                                 (Escono Lear e Cordelia, sotto scorta.)

EDMUND : Ascolta, capitano. Vieni qui.

Prendi questo biglietto. Seguili fino al carcere.

Ti ho concesso una prima promozione.

Se fai ciò che ti viene chiesto qui,

Ti apri la strada a nobili fortune.

Sappi però che l’uomo deve adattarsi ai tempi,

E che un animo tenero non si addice alla spada.

L’incarico importante che ti affido

Non va neanche discusso; devi soltanto dire

Che lo farai, oppure va’ a cercare

Fortuna in altro modo.

CAPITANO : Lo farò, mio signore.

EDMUND : Va’, dunque, e non appena avrai finito

Chiamati fortunato. Ma bada: fallo subito,

Esattamente come ho scritto qui.

CAPITANO : Non so tirare un carro o mangiare la biada.

Ma tutto quello che può fare un uomo, io lo farò.                            (Esce.)

(Squillo di tromba. Entrano Albany, Goneril, Regan, e Soldati con un Trombettiere.)

ALBANY : Oggi, signore, avete dimostrato

Tutto il valore del vostro lignaggio,

E la fortuna vi ha bene assistito. Avete i prigionieri

Che negli scontri di questa giornata

Si sono opposti a noi. Ne chiedo la consegna

Per riservare loro un equo trattamento

Che concili la nostra sicurezza

Con il castigo che hanno meritato.

EDMUND : Mi è sembrato opportuno, mio signore,

Mettere il vecchio e sfortunato re

In detenzione e sotto buona scorta:

La tarda età, ma ancor di più il suo titolo,

Ha il potere di attrarre il popolino

Dalla sua parte, e volgere le picche

Comandate da noi, da noi coscritte a forza,

Contro i nostri occhi. Per lo stesso motivo

Ho mandato con lui anche la regina;

Domani o in altra data, son pronti a comparire

Presso la corte che convocherete.

Ma ora grondiamo di sudore e sangue;

Gli amici hanno perduto i propri amici,

E, a caldo, pure le migliori cause

Son maledette da coloro che

Ne subiscono le aspre conseguenze.

Il caso di Cordelia e di suo padre

Andrà trattato in sede più adeguata.

ALBANY : Con il vostro permesso, in questa guerra

Vi considero solo un sottoposto,

Non un fratello.

REGAN : Così noi decidiamo di chiamarlo.

Forse avreste potuto consultarci

Prima di sbilanciarvi in questo modo.

È stato lui a condurre il nostro esercito,

Per conto mio e dietro mio mandato;

Mi è talmente vicino che può bene

Dirsi vostro fratello.

GONERIL : Non scaldatevi!

Brilla di luce propria più che per

Il titolo che voi gli avete dato.

REGAN : Investito da me dei miei diritti,

Lui può stare alla pari coi più grandi.

ALBANY : Lo sarebbe ancor più, se vi sposasse.

REGAN : Quanto spesso i buffoni son profeti!

GONERIL : Ehi, ehi! Chi ha detto questo aveva gli occhi storti.

REGAN : Signora, se non stessi poco bene,

Io vi risponderei con quella rabbia

Che mi trabocca dal fondo del cuore.

(a Edmund) Prenditi, o generale, i miei soldati,

I prigionieri, e tutto ciò che è mio;

Disponine, e disponi anche di me:

Tue son le mura. Sia testimone il mondo

Che qui ti creo mio signore e padrone.

GONERIL : Ve lo volete godere da sola?

ALBANY : Non dipende da voi darle il permesso.

EDMUND : Neanche da te, signore.

ALBANY : E invece sì, bastardo.

REGAN (a Edmund): Rulli il tamburo. E tu dimostra in campo

Che hai diritto al mio titolo.

ALBANY : Un momento!

Prima ascoltate le motivazioni.

Edmund, ti arresto

Con l’accusa di alto tradimento,

E, insieme a te, questa dorata serpe. (Indica Goneril.)

(a Regan) Bella cognata mia, quanto alle vostre

Pretese, devo fare opposizione

Nell’interesse della mia signora.

È lei che si è concessa in subappalto

Prima di voi a questo gentiluomo. Essendo io il marito,

Mi oppongo al bando delle vostre nozze.

Se volete sposarvi, fate la corte a me:

Mia moglie è fidanzata.

GONERIL : Che farsaccia!

ALBANY : Tu sei già armato, Gloucester.

Suoni la tromba. Se nessuno appare

A dimostrare sulla tua persona

I molteplici, odiosi e manifesti

Tradimenti di cui ti sei macchiato,

Ecco il guanto di sfida. (Getta a terra un guanto.)

Proverò sul tuo cuore,

E che io non torni ad assaggiare il pane,

Che non sei altro che ciò che ho asserito.

REGAN : Oh, sto male, sto male!

GONERIL (a parte): Così non fosse, perderei la fiducia nei veleni.

EDMUND : Ed ecco in cambio il mio. (Getta a terra un guanto.)

Chiunque al mondo

Mi chiami traditore è un marrano e un bugiardo.

Squilli la tromba:

Se c’è qualcuno che osa farsi avanti,

Contro lui, contro voi, contro chiunque,

Io fermamente sosterrò il mio onore

E la mia fedeltà.

ALBANY : Ehi, un araldo!

(Entra un Araldo.)

Affidati soltanto al tuo valore:

I tuoi soldati, arruolati in mio nome,

In mio nome son stati congedati.

REGAN : Mi sento sempre peggio.

ALBANY : Sta male, sia portata alla mia tenda.

                                                                                  (Esce Regan, sorretta.)

Avvicinati, araldo;

Suona la tromba e da’ lettura a questo. (Squilli di tromba.)

ARALDO (legge): “Se fra i ranghi di questo esercito è presente qualcuno, nobile o di alto grado, disposto a sostenere che Edmund, presunto conte di Gloucester, è un pervicace traditore, si faccia avanti prima che la tromba squilli tre volte. Egli è pronto a difendersi.” (Primo squillo.)

Ancora! (Secondo squillo.)

Ancora! (Terzo squillo.)

(Risponde uno squillo fuori scena.)

(Entra Edgar in armi.)

ALBANY : Chiedigli cosa vuole, e la ragione

Per cui si è presentato al nostro appello.

ARALDO : Chi siete voi? Il vostro nome e titolo,

E perché rispondete a questo avviso.

EDGAR : Il mio nome, sappiatelo, è perduto,

Morso dal verme e roso fino all’osso

Dal dente traditore;

Ma son nobile come l’avversario

Che vengo ad affrontare.

ALBANY : Chi è quell’avversario?

EDGAR : Chi risponde per Edmund, conte di Gloucester?

EDMUND : Lui in persona. Che cosa devi dirgli?

EDGAR : Sguaina la spada,

Così il tuo braccio ti farà giustizia

Se ciò che dico offende un cuore nobile.

Ecco la mia. (Sguaina la spada.)

Guardala: è un privilegio del mio onore,

Della mia fede e del mio giuramento.

Dichiaro, nonostante la tua forza,

La giovinezza e il rango

Nonché la tua elevata condizione,

Malgrado la tua spada vittoriosa

E la fortuna tua fresca di conio,

Che tu sei un traditore,

Falso verso i tuoi dèi, tuo fratello e tuo padre;

Che hai cospirato ai danni

Di questo nobile ed illustre principe;

Che dal capo alla polvere che schiacci sotto i piedi

Sei un rospo traditore chiazzato di veleno.

Devi solo negarlo, e questa spada,

Questo braccio e i miei spiriti migliori

Saran tesi a provare sul tuo cuore,

Cui ora mi rivolgo, che tu menti.

EDMUND : Per prudenza dovrei chiederti il nome,

Però hai un aspetto nobile e marziale

E il tuo parlare ti rivela colto.

Quindi sdegno e respingo ogni eccezione

Che pur potrei invocare

Per la mia sicurezza e per seguire

I dettami della cavalleria.

Rigetto sul tuo capo i tradimenti

Dei quali tu mi accusi

E ti travolgo il cuore con le tue

Menzogne, odiose al pari dell’inferno.

E se queste non fanno che scalfirti,

Penserà la mia spada ad aprir loro

Un immediato varco fino al luogo

In cui saranno per sempre sepolte.

Trombe, parlate voi.

(Squilli di tromba. Si battono. Edmund cade.)

ALBANY (a Edgar): Risparmiatelo, risparmiatelo!

GONERIL : È un trucco, Gloucester. Non eri tenuto,

Per le leggi di guerra, ad affrontare

Un nemico che non ti ha detto il nome.

Tu non sei vinto: ti han solo ingannato

E raggirato.

ALBANY : Bocca chiusa, madama,

O ve la tappo io con questa lettera.

(a Edmund) Fermo lì, galantuomo.

O tu, più basso di qualunque offesa,

Leggi qui le tue infamie.

(a Goneril) Inutile strapparla, mia signora;

Vedo però che la riconoscete.

GONERIL : E anche se fosse? Tocca a me, non a te, fare le leggi.

Chi potrà giudicarmi? (Esce.)

ALBANY : Ah, essere mostruoso!

(a Edmund) Conosci questa lettera?

EDMUND : Non mi si chieda quello che conosco.

ALBANY (a un ufficiale al seguito di Goneril): Seguitela; è sconvolta, sorvegliatela.

EDMUND : Tutto quello di cui sono accusato

L’ho fatto, e anche di più, molto di più;

Sarà il tempo a svelarlo.

Ora è finita, e son finito anch’io.

(a Edgar) Ma chi sei tu, cui la buona sorte

Ha concesso di battermi? Se sei nobile,

Hai il mio perdono.

EDGAR : Pietà per pietà:

Edmund, per sangue non ti sono inferiore;

Se superiore, ancor più mi hai offeso.

Sono Edgar, il figlio di tuo padre.

Giusti sono gli dèi

Che volgono in strumenti di tortura

I nostri stessi piacevoli vizi: il tenebroso

E turpe luogo in cui ti ha generato

Gli è costato la vista.

EDMUND : Parole sagge. È vero. Ora la ruota

Ha compiuto il suo giro: eccomi qui.

ALBANY (a Edgar): Mi era parso che già il tuo stesso incedere

Denunciasse una nobiltà regale.

Devo abbracciarti. Il cuore mi si spezzi

Per l’angoscia se mai ho provato odio

Per tuo padre o per te.

EDGAR : Lo so, mio degno principe.

ALBANY : E dove mai vi eravate nascosto?

Come siete venuto a conoscenza

Delle peripezie di vostro padre?

EDGAR : Prendendomene cura, mio signore.

Vogliate udirne un breve resoconto,

E quando avrò finito, possa scoppiarmi il cuore!

Per sfuggire a quel bando sanguinario

Che mi inseguiva tanto da vicino

(Dolcezza della vita, che ci induce

A soffrire le pene della morte

Un po’ per volta, pur di non morire

In un sol colpo!), imparai a travestirmi

Con gli stracci di un pazzo, assumendo un aspetto

Tenuto in sdegno dagli stessi cani;

Così mutato, m’imbattei in mio padre,

Gli occhi come due anelli sanguinanti

Svuotati appena delle loro gemme;

Divenni la sua guida, lo condussi

E mendicai per lui, fino a salvarlo

Dalla disperazione.

Però non mi son mai (e fu una colpa)

Svelato a lui, finché mezz’ora fa, mentre mi armavo,

Senza alcuna certezza ma sperando

Nel successo finale, ho chiesto che mi desse

La sua benedizione, e gli ho narrato

Da cima a fondo le mie traversie.

Ma il cuore già fiaccato,

Troppo debole, ahimè, per sostenere

L’urto tra due passioni tanto estreme, il dolore e la gioia,

Gli si è schiantato mentre sorrideva.

EDMUND : Questo discorso mi ha commosso, e forse

Potrà fare del bene; proseguite:

Sembra dobbiate aggiungere dell’altro.

ALBANY : Se c’è dell’altro, e ancor più doloroso,

Tenetelo per voi. Ad ascoltare questa vostra storia

Ho già un nodo alla gola.

EDGAR : A chi non può sopportare il dolore

La mia storia sarà sembrata il colmo;

Ma a raccontarne nel dettaglio un’altra

Supererei ogni limite.

Mentre davo alto sfogo ai miei lamenti,

Venne un uomo che, avendomi già visto

Nel mio stato peggiore, sfuggì la mia aborrita compagnia;

Ma poi, resosi conto di chi era

L’uomo che aveva sopportato tanto,

Mi strinse al collo le sue braccia forti

E, urlando come per squarciare il cielo,

Si gettò su mio padre,

E quindi ci narrò di sé e di Lear

La storia più pietosa che mai sia stata udita.

Mentre la raccontava, il dolore l’oppresse

E presero a spezzarsi le corde del suo cuore.

Fu allora che si udì il secondo squillo,

Ed io lo lasciai privo di sensi.

ALBANY : Ma chi era quell’uomo?

EDGAR : Kent, mio signore, l’esiliato Kent,

Che camuffato ha seguito il suo re

Che pur gli era nemico, rendendogli servigi

Indegni di uno schiavo.

(Entra un Gentiluomo con un coltello insanguinato.)

GENTILUOMO : Aiuto, aiuto, oh, aiuto!

EDGAR : Perché aiuto?

ALBANY : Su, parla!

EDGAR : Perché è sporco di sangue quel coltello?

GENTILUOMO : È caldo, fuma ancora; è stato appena estratto

Dal cuore di... oh, è morta!

ALBANY : Morta, chi? Parla, uomo!

GENTILUOMO : Vostra moglie, signore, vostra moglie;

E sua sorella è stata avvelenata

Da lei: l’ha confessato.

EDMUND : Ero promesso a entrambe; e tutti e tre

Stiamo ora per unirci in matrimonio.

EDGAR : Arriva Kent.

(Entra Kent.)

ALBANY : Siano portati i corpi, vive o morte che siano.

(I corpi di Goneril e Regan vengono portati in scena.)

Non ci muove a pietà questo giudizio

Dei cieli, pur facendoci tremare... (Vedendo Kent.) Oh, è lui?

Il momento proibisce le accoglienze

Che l’etichetta ci prescriverebbe.

KENT : Vengo a dare l’estrema buona notte

Al mio signore e re. Ma non è qui?

ALBANY : Dimenticanza enorme!

Parla, Edmund, dov’è il re? Dov’è Cordelia?

Vedi che scena, Kent?

KENT : Ahimè, perché?

EDMUND : Anche Edmund però è stato amato.

L’una per me ha avvelenato l’altra,

E poi s’è uccisa.

ALBANY : E così; coprite loro il viso.

EDMUND : Respiro a stento. Ma voglio far del bene,

In contrasto con la mia stessa indole.

Inviate qualcuno – ma al più presto – al castello:

Un ordine di morte, da me scritto,

Pende sul capo di Lear e Cordelia.

Vada qualcuno prima che sia tardi.

ALBANY : Oh, di corsa, di corsa.

EDGAR : Da chi, signore? Chi è stato incaricato? (a Edmund)

Manda un segno per revocare l’ordine.

EDMUND : Hai ragione, prendete la mia spada.

Al capitano, datela al capitano.

EDGAR (al Gentiluomo): Affrettati, se tieni alla tua vita.

                                                                                    (Esce il Gentiluomo.)

EDMUND : Tua moglie ed io gli abbiamo comandato

Di impiccare nel carcere Cordelia

E incolpare la sua disperazione

Per poter dire che è stato un suicidio.

ALBANY : Che gli dèi la proteggano.

Portatelo per ora via di qui.

(Edmund viene portato fuori.)

(Entra Lear che porta Cordelia tra le braccia. Lo segue il Gentiluomo.)

LEAR : Urlate! Urlate! Urlate! Oh, ma siete di pietra!

Avessi lingue ed occhi come i vostri,

Li userei fino a che non si schiantasse

L’arco del cielo: è andata via per sempre.

Io so quando uno è morto e quando vive;

È morta come terra. (Depone il corpo.) Prestatemi uno specchio;

Se lo appanna con l’alito o ne offusca il cristallo,

Allora è viva.

KENT : È la fine dei tempi che ci è stata promessa?

EDGAR : O è l’immagine di quel giorno orrendo?

ALBANY : Tutto crolli, e abbia fine.

LEAR : Questa piuma si muove: allora è viva.

Se è così, sarebbe una fortuna che redime

Tutti i dolori che io abbia mai provato.

KENT (inginocchiandosi a lui): Mio buon padrone!

LEAR : Ti prego, via di qui!

EDGAR : È il vostro amico, il nobile Kent.

LEAR : Peste su voi, assassini e traditori: tutti!

Io potevo salvarla; ora è andata per sempre.

Oh, Cordelia, rimani ancora un po’.

Come? Che cosa dici? Ha sempre avuto

Una voce gentile, dolce, bassa:

Questa è un’ottima cosa in una donna.

Ho ucciso il miserabile che ti stava impiccando.

GENTILUOMO : Sì, signori, lo ha fatto.

LEAR : Vero, amico?

C’è stato un tempo in cui,

Con la mia grande spada acuminata

L’avrei fatto saltare. Ora son vecchio:

Tutte queste schivate mi devastano.

(a Kent) Voi chi siete? I miei occhi

Non sono dei migliori, ma fra un po’ ve lo dico.

KENT : Se la fortuna può menare vanto

Di avere amato e odiato al tempo stesso

Due uomini, ciascuno di noi due ora vede l’altro.

LEAR : Ho la vista appannata: siete Kent?

KENT : Proprio lui;

Il vostro servo Kent; e dov’è Caio, il vostro servitore?

LEAR : Quello è un brav’uomo, ve lo garantisco;

Colpisce bene e presto. È morto e putrefatto.

KENT : No, buon signore, io son l’uomo che...

LEAR : Ci penserò fra un poco.

KENT : ... quello che, dall’inizio

Dei nostri dissapori e del declino,

Vi ha seguito nei vostri tristi passi...

LEAR : Qui siete il benvenuto.

KENT : ... io, e nessun altro. Tutto è privo di gioia,

Buio, morto; le altre due figlie

Si son distrutte con le loro mani

E son morte nella disperazione.

LEAR : Eh sì, penso di sì.

ALBANY : Non sa quello che dice; inutile che provi

A farmi riconoscere da lui.

(Entra un Messaggero.)

EDGAR : Inutile davvero.

MESSAGGERO (a Albany): Signore, Edmund è morto.

ALBANY : Ora è un’inezia.

Voi, gentiluomini e nobili amici,

Sappiate quali sono i nostri intenti:

Apporteremo a questa gran rovina

Ogni rimedio che ci si offrirà.

Per quanto ci riguarda, finché viva

Questo vecchio sovrano,

Nelle sue mani noi rassegneremo

Il potere assoluto.

(a Edgar e Kent) E voi sarete

Reintegrati nei vostri diritti

Con quel compenso e quegli avanzamenti

Che il vostro onore ha più che meritato.

Tutti gli amici gusteranno il premio

Della loro virtù, mentre i nemici

Berranno il calice dei loro demeriti.

Oh, guardate, guardate!

LEAR : Povera matta mia, l’hanno impiccata!

No, no, no, niente vita! Perché deve

Aver vita un cavallo, un cane, un topo,

E tu neanche un respiro? Tu non ritornerai,

Mai più, mai più, mai più, mai più, mai più.

(a Edgar?) Prego, slacciate qui questo bottone.

Grazie, signore. Lo vedete, voi?

Guardate lei: guardate, le sue labbra,

Guardate là, guardate!                             (Muore.)

EDGAR : Viene meno. Signore, mio signore!

KENT : Spezzati, cuore, te ne prego, fallo.

EDGAR : Aprite gli occhi, sire.

KENT : Non turbate il suo spirito. Lasciatelo andar via.

Solo chi l’odia ormai può trattenerlo

Steso sullo strumento di tortura

Di questo duro mondo.

EDGAR : Ora è morto davvero.

KENT : Ciò che stupisce è quanto abbia sopportato:

Ormai usurpava la sua stessa vita.

ALBANY : Siano portati fuori. Innanzitutto

Proclameremo il lutto generale. (a Edgar e Kent)

Assumete voi due, cari al mio cuore,

Il governo del regno

E sanate lo stato insanguinato.

KENT : Ben presto dovrò fare un altro viaggio;

Il padrone mi chiama, non posso rifiutarmi.

EDGAR : A noi spetta di assumere il fardello

Di questi tempi grami, dire ciò che si prova,

Non quello che si deve. Sono stati i più vecchi

A sopportare i pesi più gravosi;

A noi giovani non sarà mai dato

Di vedere, né vivere, altrettanto.

                  (Escono al ritmo di una marcia funebre.)

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