CAPITOLO LXI

Don Chisciotte, 2° volume

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L'ospite di don Chisciotte chiamavasi don Antonio Moreno, ed era cavaliere di affabili modi, ricco, saggio, amante degli onesti passatempi, il quale vedendosi in casa il cavaliere errante, pensò subito a qualche burla innocente per esercitarlo nelle sue pazzie: giacché non sono burle quelle che pungono, né vi ha passatempo che sia permesso se torna a danno altrui. La prima cosa che fece fu disarmare don Chisciotte e farlo vedere in pubblico con quel suo stretto e camozzato vestito (come lo abbiamo già altra volta descritto e dipinto) ad un balcone che corrispondeva sopra una strada delle più frequentate della città, a vista del popolo e dei ragazzi, che stavanlo mirando come fanno delle bertucce. Corsero nuovamente dinanzi a lui quelli dalle livree, come se a sola sua contemplazione e non per rallegrare quel dì festivo se le avessero poste indosso. Sancio era in somma gioia, sembrandogli, senza saperne il come, di trovarsi ancora alle nozze di Camaccio, o nella casa di don Diego di Miranda, o in un castello come era stato quello del duca.

Furono in quel giorno a pranzo con don Antonio alcuni suoi amici, e tutti onoravano e trattavano don Chisciotte come cavaliere errante; della qual cosa egli andava sì gonfio, da non capire in se stesso. Le graziosità di Sancio furono tante, che stavano a bocca aperta ad udirlo i servi tutti di casa e quanti erano a tavola. Don Antonio gli disse: — Qua è stato riferito, Sancio mio buono, che voi siate amicissimo del buon mangiare e delle polpette a segno di metterne in serbatoio pel dì seguente, se ve ne avanzano. — No signore, non è così, disse Sancio, perché io pecco più in pulitezza che in ghiottoneria, e il mio signor don Chisciotte, che è qua presente, sa bene che noi sogliamo passare gli otto giorni insieme contentandoci di una manata di ghiande o di noci: è per altro vero che se qualche volta mi dànno la vacca, io corro per la funicella, e voglio dire che mangio quello che mi viene presentato, e mi servo dei tempi come li trovo: e chiunque siasi che abbia detto che io sono mangione e poco forbito, tenga per certo vossignoria che s'inganna di grosso e direi ciò in altro modo se non avessi rispetto alle barbe onorate che sono a questa vostra tavola. — È fuori di dubbio, soggiunse don Chisciotte, che la parsimonia e la nettezza con cui Sancio mangia si possono scrivere e incidere anche in lamine di bronzo, affinché restino memorabili eternamente nei secoli avvenire; è però vero che quando ha fame par alquanto divoratore, perché mangia con furia e macina a due ganasce; ma la pulitezza resta sempre, e quando fu governatore apprese a cibarsi tanto alla schizzinosa, che usava della forchetta mangiando anche i granelli dell'uva o quelli delle melagrane. — Come? disse don Antonio: Sancio fu governatore? — Appunto, rispose Sancio, di un'isola, chiamata la Barattaria, e la ho governata per dieci giorni nel modo che si poteva meglio desiderare, a costo per altro della mia quiete: ho imparato in quell'occasione ad avere in disprezzo tutti i governi del mondo; sono scappato via dall'isola, e poi sono caduto giù in una grotta dove mi tenni per morto, ma mi è riuscito di uscirne fuori per miracolo.» Si fece don Chisciotte a raccontare minutamente il successo del governo di Sancio; il che recò sommo piacere agli ascoltanti. Sparecchiate le tavole, don Antonio prese don Chisciotte per la mano, ed entrò con lui in una camera appartata, dove non era altro ornamento fuorché un tavolino che pareva di diaspro, coi piedi della stessa pietra, e in cui sopra base simile a quella che suole sostenere le teste degl'imperatori romani dal busto in su, stava collocata una testa che pareva di bronzo. Si mise don Antonio a passeggiare con don Chisciotte d'intorno alla camera e a raggirarsi presso alla tavola, e poco dopo disse: — Ora, signor don Chisciotte, che sono certo che nessuno ci ode o ci può sentire, e sta ben chiusa la porta, voglio narrare a vossignoria una delle più rare venture o, meglio dire, novità che immaginare si possano, a condizione però che vossignoria mi giuri che quanto dirò resterà depositato negli ultimi stanzini della segretezza.

— Lo giuro, rispose don Chisciotte, e per maggiore sicurezza vi metterò anche di più una lapide sopra, perché voglio che sappia la signoria vostra, signor don Antonio (già sapeva il suo nome), che adesso ella parla con tale persona che ha bensì orecchie per ascoltare, ma non lingua per favellare: sicché può vossignoria trasfondere nel mio ciò che richiudesi nel suo petto, e far conto di aver seppellito ogni cosa negli ultimi abissi del silenzio. — Sulla fede di questa promessa, rispose don Antonio, voglio che vossignoria resti trasecolato di quanto vedrà che sto facendo per procurar alcun alleviamento alle pene che provo, non avendo a chi versare in seno i miei segreti: che tali non sono da essere comunalmente confidati.» Stava don Chisciotte ansioso di conoscere il successo e il fine di tanti preamboli; e in questo, pigliandogli don Antonio la mano, gliela fece passeggiare per tutta la testa di bronzo e per tutto il tavolino e per lo piè di diaspro, sopra la quale la testa stava, e poi disse: — Questa testa, signor don Chisciotte, venne fabbricata ed eretta da uno dei più grandi incantatori e maliardi che siano stati al mondo, polacco di nazione, per quanto credo, e discepolo del grande Scotto, di cui vanno attorno sì alte maraviglie. Fu costui in casa mia, e pel prezzo di mille scudi che gli ho pagati, la lavorò ed essa tiene la proprietà e la virtù di rispondere ad ogni cosa che le si dimandi all'orecchio. L'artefice notò stelle, dipinse caratteri, osservò astri, guardò punti, e la costrusse in fine con tanta perfezione quanta dimani noi ne conosceremo per esperienza: perché in tutti i venerdì resta mutola ed oggi appunto è venerdì. Frattanto la signoria vostra potrà predisporre le dimande che volesse farle, perché in quanto a me io so già per tante prove che non risponde se non per dire la verità.» Restò maravigliato don Chisciotte della virtù e della proprietà della testa, e fu tentato di non prestar fede a don Antonio; ma considerando che sì breve spazio di tempo correre doveva per fare lo sperimento, null'altro volle soggiungere fuorché ringraziarlo che gli avesse fatto palese sì alto segreto. Uscirono della stanza, don Antonio ne serrò la porta a chiave, e passarono agli altri cavalieri che trovavansi nella sala. Aveva Sancio fatta intanto la narrazione di molte delle venture accadute al suo padrone. Condussero quella sera don Chisciotte a diporto, non armato, ma in abito di città, con palandrano di panno lionato indosso, che in quella stagione avrebbe potuto far sudare lo stesso ghiaccio, ed ordinarono ai servi che intertenessero Sancio in modo da non lasciarlo uscire di casa. Andava don Chisciotte non già sopra Ronzinante, ma sopra un gran mulo di passo piano e molto bene assettato. Gli misero il palandrano, e dietro le spalle, senza che egli se ne avvedesse, cucirono un bullettino in pergamena in cui scrissero a lettere maiuscole: COSTUI È DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA. Cominciato appena il passeggio, ognuno metteva gli occhi e leggeva: Costui è don Chisciotte della Mancia;» e don Chisciotte restava maravigliato nel sentirsi chiamato a nome da tutti quelli che lo guardavano, e nell'essere conosciuto universalmente, ond'è che voltosi a don Antonio gli disse: — Grande si è la prerogativa che in sé racchiude la errante cavalleria, perché rende celebre e famoso chi la professa per ogni parte del mondo. Guardi, signor don Antonio, che fino i ragazzi della città mi riconoscono senz'avermi mai veduto. — Così è per lo appunto, rispose don Antonio, mentre siccome il fuoco non può star rinserrato ed ascoso, per la stessa ragione non può a meno di non essere conosciuta la virtù; e quella che si acquista colla professione delle armi risplende sovra ogni altra e campeggia.»

Accadde che procedendo don Chisciotte col riferito applauso, un Castigliano che lesse il cartello affibbiato alle spalle, alzò la voce dicendo: — Oh, il diavolo ti porti, don Chisciotte della Mancia! com'è possibile che tu sia giunto fin qua senza essere morto per le infinite bastonate che ti fiaccarono le ossa? Tu sei un pazzo, e manco male se lo fossi per te solo e dentro i cancelli della tua propria pazzia, ma tu hai la proprietà di render pazzi e scimuniti quanti trattano e comunicano con te: e se io dica il vero, lo possono attestare i signori che ti accompagnano: torna, torna, mentecatto, a casa tua, bada alle tue faccende, alla moglie ed ai figlioli, e finiscila con queste balordaggini che t'intarlano il cervello, e ti privano fin del senso comune. — Fratello, disse don Antonio, seguitate la vostra strada, né vi affaccendate a porgere consigli a chi non ve li dimanda: il signor don Chisciotte della Mancia è savio quanto basta; e noi altri che lo accompagniamo non siamo bestie: deve essere la virtù onorata ovunque risieda: e andate voi col malanno, né v'impicciate dove non v'è chi vi chiami. — Per mia fé vossignoria ha ragione, rispose il Castigliano; ché il mettersi in testa di ridurre a partito questo povero uomo sarebbe lo stesso che dar calci alle muraglie: ma con tutto questo mi muove a compassione il vedere che il buon ingegno di cui dicono provveduto questo scioccone in ogni altra cosa, gli si scoli pel canale della sua errante cavalleria: il malanno colga me e tutti i miei discendenti se darò più consigli ad alcuno, quand'anche vivessi più anni di Matusalemme.» E detto questo, il consigliere andò pei fatti suoi.

Seguitò il passeggio: ma tanto grande era la folla di ragazzi e di altri, curiosi di leggere il cartello, da rendersi indispensabile che don Antonio glielo levasse via; e ciò fece, fingendo di levarne tutt'altra cosa. Sopraggiunse la sera; se ne ritornarono a casa, e seguì un bel festino di dame: perché la moglie di don Antonio, ch'era signora molta ragguardevole, bella e discreta, pregò altre sue amiche che venissero a far onore al suo ospite ed a gustare delle sue amene e singolari pazzie. Alcune vennero in fatto, e vi ebbero splendidissima cena, a cui tenne dietro una danza cominciata verso le dieci della notte. Tra le donne n'erano due di umore furbesco e burlone: e tuttoché onestissime, si mostrarono sfacciatelle alquanto con lasciar luogo a burle che tenevano rallegrata la società. Ebbero tanta premura nell'impegnare don Chisciotte al ballo, che non solo nel corpo, ma lo macinarono sino nell'anima.

Era curiosa cosa a vedere la figura di don Chisciotte, lungo, disteso, magro, giallo, stretto nel vestito, sgraziato, niente affatto lesto, e le damigelle che quasi furtivamente gli stavano dicendo amorosi detti ed egli pure che di nascosto faceva loro mal viso. Udendosi egli caricare d'infinite affettuose espressioni, alzò finalmente la voce, e disse: Fugite partes adversæ, lasciatemi la mia quiete, malvenuti pensieri, e voi altre o signore, desistete da vostri desiderii, perché la regina dei miei, senza pari Dulcinea del Toboso non acconsente che io sia di altre vassallo e schiavo.» Ed in ciò dire si pose a sedere sulla terra in mezzo alla sala, stracco morto a cagion del soverchio ballare. Ordinò don Antonio che lo portassero di peso sul letto, ed il primo che gli mettesse le mani addosso fu Sancio, dicendogli: — Sia maledetta l'ora in cui, signor padrone, vi saltò in testa di mettervi a ballare: pensate voi che tutti i bravi e tutti i cavalieri erranti siano ballerini? Se la pensate così la pensate male assai, perché vi sarà taluno a cui basterà più l'animo di ammazzare un gigante, che di fare una capriola: se si trattasse di sgambettare, io m'ingegnerei forse di supplire al vostro mancamento, perché dimeno anch'io le gambe come un girifalco, ma in materia di ballare non mi ci metto, che non ne so un'acca.» Sancio diede argomento di ridere a quei del festino con queste ed altre tali dicerie, dopo di che mise a letto il padrone, coprendolo bene, affinché sudasse un buon pezzo.

Parve opportuno a don Antonio nel dì seguente di fare la sperienza sopra la testa incantata: e unitamente a don Chisciotte, a Sancio, ai due amici ed alle due signore che lo avevano macinato nel ballo, e ch'eransi trattenute in quella notte con la moglie di don Antonio, passarono nella camera dove stava la testa. Manifestò a tutti la proprietà che aveva, obbligandoli tutti al segreto, e disse che quello era il primo dì in cui se ne doveva far prova. Non vi era alcuno cui fosse palese il segreto dell'incanto, dai due amici di don Antonio all'infuori: e sarebbero pur essi stati colti da meraviglia se non gli avesse don Antonio preventivamente avvertiti: sì raro e ammirabile era il lavoro di quella macchina! il primo che si accostasse all'orecchio fu don Antonio istesso, che con sommessa voce le disse, ma in modo da essere dagli altri inteso: — Dimmi, o testa, per la virtù che in te rinchiudi, a quali oggetti trovasi applicato il mio pensiero presentemente?» La testa senza mover labbra, con distinta e chiara voce, e tale da far sentire agli astanti tutte le sue parole, rispose: — Io non giudico dei pensieri.»

Attoniti rimasero tutti; e tanto più quanto che né per quant'era larga la stanza, né intorno alla tavola eravi persona umana che potesse rispondere. — Quanti siamo in questa camera?» dimandò don Antonio, e gli fu risposto: — Ci sei tu e due tuoi amici, tua moglie, due sue amiche, un famoso cavaliere, chiamato don Chisciotte della Mancia, il suo scudiere che ha nome Sancio Pancia.» Oh qua sì che si accrebbe la maraviglia, e si arricciarono i capelli a tutti per lo spavento. Scostatosi don Antonio dalla testa, disse: — Io non ho più d'uopo di persuadermi che non venni ingannato da colui che mi ti vendé, o testa sapiente, o testa parlatrice, o testa risponditora, o testa ammirabile: un altro vi si accosti, e le chiegga ciò che più gli vada a grado.» E siccome le donne sono d'ordinario frettolose e curiose di sapere, la prima che le si avvicinasse fu una delle due amiche della moglie di don Antonio; ed ecco la sua dimanda: — Dimmi, o testa, e che cosa potrei io fare per diventare molto bella?» Le fu risposto: — Sii molto onesta. — Non ti dimando altro,» disse la signora. Successe a lei la compagna sua, e disse: — Vorrei sapere, o testa, se mio marito mi ami o no.» Le fu risposto: — Guarda come egli comportasi teco e da questo lo conoscerai.» Si scostò la maritata, dicendo: — Questa risposta non aveva bisogno di domanda, perché in effetto le opere che si fanno spiegano dichiaratamente le intenzioni di chi le fa.»

Poscia le andò appresso uno dei due amici di don Antonio, e le chiese: — Chi sono io? — Tu lo sai, gli fu risposto. — Non ti dimando questo, replicò il cavaliere, ma se tu mi conosci. — Ti conosco, rispose, tu sei don Pietro Noriz. — Non voglio saper altro, e questo basta per persuadermi, o testa, che tu sai ogni cosa.» Allontanatosi costui, si appressò l'altro amico e così interrogò: — Dimmi, testa, che desiderii ha il mio figlio maggiore? — Ho già detto, rispose, che non giudico dei pensieri: ciò non ostante so dirti che quelli del tuo figliuolo sono di vederti sotterra. — E così è per lo appunto, disse il cavaliere, mentre ciò che veggo cogli occhi tocco colle mani, e di più non dimando.» Si avvicinò la moglie di don Antonio e disse: — Testa, non so quale dimanda farti: vorrei soltanto da te sapere se godrò per lunghi anni la compagnia del mio buon marito. — La godrai, rispose, da che gli promettono molti anni di vita la salute e la sua moderazione del vivere; ché la vita suole essere accorciata dalla intemperanza.»

Si accostò finalmente don Chisciotte e disse: — Dimmi, o testa, o tu che rispondi; fu verità o sogno quanto mi è accaduto nella grotta di Montèsino? Saranno indispensabili le frustate di Sancio mio scudiere? Avrà compimento il disincanto di Dulcinea? — Quanto alla grotta, rispose, c'è da dire assai, poiché vi è un po' di tutto; le frustate di Sancio procederanno troppo adagio; il disincanto di Dulcinea avrà la sua esecuzione. — Non voglio sapere di più, disse don Chisciotte, ché pur ch'io vegga Dulcinea tolta d'incanto, farò conto che mi sieno come arrivate in un fiato quante venture potessi mai desiderare.» L'ultimo a dimandare fu Sancio, e ciò che chiese fu questo — Per fortuna avrò io, o testa, un altro governo? Avrà fine questa meschinità di vita da scudiere? Tornerò a vedere Teresa mia moglie e i miei figliuoli?» Rispose: — Avrai il governo della tua casa: se tralascerai di servire non sarai più scudiere: e se ritornerai, rivedrai la moglie e i figliuoli. — E non sai rispondere meglio di così? disse Sancio: queste cose sapeva dirmele anche il profeta Perugrulio. — Bestia, disse don Chisciotte allora: e che cosa volevi tu che ti rispondesse? Non basta egli che le risposte della testa corrispondano alle dimande? — Sì, sì, basta, disse Sancio: ma pure io avrei voluto che si fosse spiegata più per disteso, e mi avesse detto cose di più buon senso.»

Le dimande e le risposte con ciò ebbero fine; ma non ebbe fine lo stupore di tutti, ad eccezione dei due amici di don Antonio dai quali sapevasi bene come passava la faccenda. Volle Cide Hamete Ben-Engeli fare una dichiarazione a questo passo per non tenere dubbioso il mondo che alcun maliardo o qualche straordinario mistero nella testa si rinchiudesse; e scrisse che don Antonio Moreno, ad imitazione di altra testa da lui veduta in Madrid e fabbricata da uno stuccatore, avevasi costrutta questa in casa sua ad oggetto di darsi spasso alle spalle degl'ignoranti; ed il meccanismo era a questo modo: la tavola della mensa era di legno dipinta e inverniciata come diaspro, ed il piè che la sosteneva era della materia istessa, con quattro artigli di aquila che dal piede uscivano per più saldo sostegno del peso sovrapposto. La testa, che aveva forma di medaglia e figura d'imperadore romano, e colore di bronzo, era tutta vôta, e lo era pure la tavola della mensa sì esattamente unita che non appariva segno di commessura: vuoto egualmente era il piè della tavola che rispondeva alla gola ed al petto della testa, e ogni cosa aveva corrispondenza in altra camera sottoposta a quella dove stava collocata. Un cannone di latta, perfettamente lavorato e invisibile ad ognuno, stendevasi per tutto l'anzidetto vôto di piede, mensa, gola, petto della medaglia e figura descritta, e nella stanza sottoposta situavasi quello che doveva rispondere colla bocca avvicinata allo stesso cannone, di guisa che a maniera di cerbottana andava su e giù la voce in parole articolate e chiare, ed in questo modo non era possibile che si potesse discoprire l'inganno. Un nipote di don Antonio, studente, discreto ed acuto, era il rispondente; il quale informato dal suo zio intorno a quelli ch'entrare dovevano con lui nella camera dalla testa, poteva senza difficoltà rispondere presto e bene alle prime dimande; alle successive poi replicava per conghietture e con avvedutezza da saggio. Dice di più Cide Hamete Ben-Engeli che durò intorno a dieci o dodici giorni questa macchina maravigliosa, ma divulgatosi per la città che don Antonio teneva in casa sua una testa incantata, la quale rispondeva alle dimande di ogni persona, temette che ciò non giungesse agli orecchi delle vigilanti sentinelle di nostra fede; però avendo dichiarato il caso ai signori dell'inquisizione, comandarono tosto che si disfacesse, né passasse oltre la cosa, affinché non s'ingenerasse scandalo nel volgo ignorante. Nella opinione però di don Chisciotte e di Sancio rimase la testa per incantata e per risponditrice, con soddisfazione di don Chisciotte più che di Sancio Pancia.

I cavalieri della città, per compiacere don Antonio, per fare cosa gradita a don Chisciotte e per dargli largo campo di rendere solenni le sue pazzie, disposero la corsa dell'anello di là a sei giorni, ma non ebbe effetto per la ragione seguente dallo storico dichiarata. Venne voglia a don Chisciotte di andare a spasso per la città a piedi, temendo la persecuzione dei ragazzi se fosse uscito ancora a cavallo; ond'è ch'egli e Sancio con due servidori, che don Antonio diede loro per compagnia, uscirono al passeggio. Ora accadde, che camminando don Chisciotte per una strada, alzò gli occhi, e vide scritto sopra una porta a lettere cubitali: QUI SI STAMPANO LIBRI. Ciò gli piacque fuor di modo, perché sino allora non aveva veduto mai stamperie e desiderava sapere come fossero costrutte. Entrò dentro coi compagni, e vide tirare da una parte, correggere dall'altra, quivi comporre, emendare di là, e infine tutte quelle macchine che nelle grandi stamperie si ritrovano. Accostossi don Chisciotte ad una cassetta, e domandò che cosa si facesse ivi. I lavoranti rispondevano, egli ascoltava con maravigliosa attenzione, e passava avanti. Avvicinatosi ad altra cassetta, dimandò ad uno in che lavorasse; e quegli rispose: — Signore, il cavaliere che qua vedete (indicandogli un uomo di bello e grave aspetto) ha tradotto un libro italiano nella nostra lingua castigliana, ed io lo sto componendo perché sia stampato. — Che titolo ha?» dimandò don Chisciotte. L'autore allora soggiunse; — Signore, il libro in italiano si chiama Le bagattelle, ch'è come se in castigliano dicessimo Los Juguetes: e quantunque sia libro umile nel suo titolo, rinserra in sé molte cose ottime ed importanti. — Conosco, disse don Chisciotte, un cotal poco la lingua italiana, e mi pregio di cantare qualche stanza dell'Ariosto: ma signor mio, voglia favorirmi di dirmi (e non pensi che la mia dimanda sia diretta a scandagliare il suo ingegno) per mera mia curiosità; ha ella trovato mai che nel suo originale si nomini pignatta? — Spesse volte, rispose l'autore. — E come, disse don Chisciotte, traduce ella in castigliano questo vocabolo? — Come vuol ella, rispose l'autore, che io lo traduca, se non dicendo holla? — Poffar Bacco! soggiunse don Chisciotte, vossignoria è molto infarinato nella lingua italiana! Scommetterei che dove in italiano è detto piace, vossignoria traduce plaze in castigliano; e dove dice più ella traduce mas, e il su lo dichiara coll'arriba e il giù coll'abbascio. — Appunto così, rispose, perché queste sono le proprie voci corrispondenti — Va benissimo, disse don Chisciotte, ma giurerei che vossignoria non è ben rimeritato dal mondo, nemico sempre di premiare i fioriti ingegni e le fatiche più commendevoli. Oh quanti uomini di vaglia che vivono nell'oscurità! quante virtù dispregiate e vilipese! Contuttociò a me pare che il tradurre da una in altra lingua, purché non intendasi delle regine delle lingue, la greca e la latina, egli è come un guardar al rovescio i tappeti di Fiandra, dove, sebbene si distinguano le figure, sono però sempre piene di fila che le imbrattano, e non si scorgono così appariscenti come nel loro diritto. Il tradurre da una lingua facile e molto somigliante non è né indizio d'ingegno, né occasione da far mostra di stile: ed è in tutto come colui che copia una scrittura trasportandola in altro foglio: ma non per questo voglio inferire che lodevole non sia l'esercizio del tradurre, mentre in più basse cose potrebbe l'uomo impiegarsi e di assai minore profitto; vanno però eccettuati dal novero dei volgari traduttori due scrittori nostri, l'uno il dottore Cristoforo di Figheroa nel suo Pastor Fido e l'altro don Giovanni di Sciaureghi nell'Aminta, dove può ognuno restare in dubbio quale sia la traduzione e quale l'originale. Ma vossignoria mi dica: si stampa questo libro a sue spese o ne ha venduto il privilegio al libraio?

— Si stampa per conto mio, rispose l'autore, e spero di guadagnare mille ducati per lo meno con questa prima impressione, che debb'essere di duemila esemplari, e si hanno a smerciare a sei reali per uno a bocca baciata.

— Ben si conosce che vossignoria, disse don Chisciotte, è poco pratico in materia di stampe e che non sa gli aggiramenti e gl'imbrogli degli stampatori, e le loro misteriose corrispondenze: le do parola che quando vossignoria si troverà carico di duemila esemplari de' suoi libri, si troverà col corpo sì pesto da pigliarne spavento; e tanto più se il libro non venisse molto bene accolto o non fosse abbastanza mordace. — Ma, soggiunse l'autore, che cosa potrei fare? Dovrei cederlo al libraio, che mi darebbe tre maravedis pel mio privilegio, e pur crederebbe di farmi un regalo nel darmeli? Io non consegno alle stampe i miei libri per acquistarmi celebrità nel mondo, essendo io abbastanza conosciuto per le mie opere: voglio farne guadagno, perché senza questo non vale un quattrino la fama. — Dio gliela mandi buona,» rispose don Chisciotte: e passò innanzi ad altra cassetta, dove vide che stavano correggendo il foglio di un libro intitolato Luce dell'anima, e disse: — Questa sorta di libri, tuttoché ne abbiamo molti dello stesso genere, sono quelli che si debbono stampare, perché troppo grande è il numero oggidì de' malvagi, e sono necessarie infinite luci per tanti ciechi.»

Tirò innanzi, e vide che occupavansi nel correggere altra opera, il cui titolo era: La seconda Parte dell'ingegnoso cittadino don Chisciotte della Mancia, composta da un tale nativo di Tordesiglias.

— Questo libro è a mia cognizione, disse don Chisciotte, e posso assicurare in mia coscienza che io lo tenevo già per dato alle fiamme, in castigo delle sue impertinenze; ma verrà il suo sammartino come ad ogni porco, che le istorie fantastiche tanto hanno di buono e di dilettevole quanto si accostano alla verità o la rassomigliano; e le vere tanto sono migliori quanto più sono vere.»

Detto questo, uscì dalla stamperia mostrandosi di animo alquanto alterato.

Nello stesso giorno don Antonio dispose ch'egli fosse condotto ad osservare le galere che si trovavano sulla rada, del che Sancio si rallegrò molto, non avendone egli veduto mai in vita sua. Il capo delle galere era stato già avvisato da don Antonio che in quel giorno avrebbe avuto una visita del famoso don Chisciotte della Mancia, di cui non solo egli stesso, il capo, ma tutti gli abitatori della città avevano perfetta notizia e quello che nelle galere successe, si leggerà nel capitolo seguente.

📂 In questa sezioneIn this section

  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.