CAPITOLO XXIV

Don Chisciotte, 2° volume

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Colui che tradusse questa grande istoria dall'originale in cui fu scritta dal primo suo autore Cide Hamet Ben-Engeli, dichiara che pervenuto al capitolo della ventura della grotta di Montésino, trovò scritte al margine, di mano dello stesso Cide Hamete, le seguenti parole:

«Non mi so dare a credere, né posso persuadermi che sia avvenuto al valoroso don Chisciotte quanto parola per parola sta scritto nell'antecedente capitolo. E dico questo perché le avventure prima di adesso riportate hanno del verisimile, e possono essergli accadute; ma questa della grotta, senza verun carattere di verità, esce da ogni confine del ragionevole. Pure non può supporsi che abbia mentito un cittadino sì veritiero e un cavaliere il più eroico de' tempi suoi come fu don Chisciotte, che non avrebbe detto una bugia se lo avessero saettato. Considero ancora che ne fece il racconto egli stesso, e che lo espose colle più minute già riferite circostanze, né poté certamente in uno spazio di tempo sì breve fabbricare così grande macchina di spropositi. In ogni modo se sembrasse apocrifa quest'avventura, non è mia colpa, e quindi o vera o falsa che sia, io la scrivo, e tu, o lettore, giudica colla prudenza tua quello che te ne pare, che altro non mi resta da soggiungere.»

Si vuole avvertire che al punto della sua morte, alcuno creda che siasi la storico ritrattato, e detto abbia che fu da esso lui inventata sembrandogli analoga e nicchiata bene tra le avventure che aveva lette nelle sue istorie.

Intanto egli proseguì dicendo:

Fu meravigliato il giovane sì della tememerità di Sancio come della sofferenza del suo padrone, e giudicò che la gioia di avere veduta la signora Dulcinea del Toboso, tuttoché incantata, renduto lo avesse sì tollerante come mostrava di essere. Se ciò non fosse stato, le parole e le ingiurie che dette gli aveva Sancio, gli avrebbero meritato un centinaio di bastonate; perché realmente ecceduto aveva nella sua audacia. Continuò a dire il giovane:

— Io signor don Chisciotte della Mancia, ho per bene impiegata la giornata passata con lei, avendo guadagnato quattro cose. La prima di avere conosciuto meglio vossignoria: il che ascrivo a mia grande felicità. La seconda di aver saputo che cosa si rinchiuda nella grotta di Montésino con le metamorfosi di Guadiana e delle Lagune di Ruidera, che mi saranno utili per l'Ovidio spagnuolo che sto componendo. La terza d'intendere l'antichità delle carte, le quali dovettero usarsi al tempo dell'imperatore Carlomagno per lo meno, per quanto si può raccogliere dalle parole che fa credere vossignoria di avere udite da Durandarte, quando dopo quello spazio di tempo in che s'intervenne con Montésino, egli si svegliò e disse: Pazienza e battiamo le carte: modo di esprimersi che non poté certamente apprenderlo quando era incantato, ma quando stava in Francia, vivente il riferito imperadore Carlomagno. Vedrassi patente questa mia spiegazione nell'altro libro che darò alla luce: Supplemento di Polidoro Vergilio della invenzione delle cose, il quale per quanto penso si è dimenticato di parlare di tali carte; ma lo farò ben io, e riuscirà la erudizione di molto peso, potendo allegare un autore sì grave e sì veritiero come è stato il signor Durandarte. La quarta cosa è di avere avuta indubitata contezza della origine del fiume Guadiana, ignota finora a tutte le genti.

— Ha ragione vossignoria, disse don Chisciotte; ma io bramerei sapere (e così Dio le conceda di ottenere la licenza per la stampa dei suoi libri, del che dubito alquanto) a chi vorrà ella poi dedicarli?

— In Ispagna, rispose il giovane, vi sono dei signori e dei grandi ai quali li potrei indirizzare.

— Non molti, rispose don Chisciotte: e non già perché non meritino, ma perché non li vogliono accettar per non obbligarsi a quella ricompensa che pare dovuta al lavoro ed alla valentìa degli autori. Io per altro conosco un principe che può supplire alle mancanze degli altri con tanto vantaggio che se lo nominassi desterei l'invidia in più di quattro generosi cuori: ma lasciamo questo a tempo più opportuno, e pensiamo intanto al luogo dove potremo ricovrarci nella notte ventura.

— Non lungi di qua, disse il giovane, evvi il casolare dove soggiorna un eremita, che dicono essere stato già ascritto alla milizia, e che gode riputazione di buon cristiano e di uomo molto discreto e caritativo: ed egli tiene accanto al suo romitorio una picciola casa fabbricata a sue spese; la quale tuttoché ristretta, è atta ad albergare forestieri.

— Questo romito mantiene galline? domandò Sancio.

— Pochi romiti sono che non ne mantengano, rispose don Chisciotte, non essendo quelli di oggidì come gli antichi abitatori dei deserti di Egitto, che si vestivano di foglie di palme, e si pascevano di sole radici. E qui nol credasi che per lodare quelli io voglia recare pregiudizio alla riputazione di questi; non intendendo io se non dire che se il rigore e le ristrettezze dei nostri romiti non agguagliano l'austerità di vita degli antichi, che per altro i nostri, se pure non fossero tutti buoni, come si dice, poiché ora va tutto alla peggio, faranno sempre minor male coll'ipocrisia, la quale finge l'uomo dabbene, di coloro che sono pubblicamente malvagi.»

In questo videro venire alla loro volta un uomo a piedi che camminava con molta celerità e battendo una mula carica di lance e di alabarde. Raggiunti che li ebbe fece loro un saluto e passò innanzi. Don Chisciotte gli disse:

— Fermatevi galantuomo, ché mi sembra vedervi andare con più fretta di quello che lo comporti la mula.

— Non posso fermarmi, signore, rispose quell'uomo, perché le armi che qui vedete, debbono mettersi dimani in opera, e non voglio punto indugiare, addio. Se bramate sapere perché le porto, venite (se tenete questa strada voi pure) all'osteria che sta presso al romitorio, dove io passerò la notte, e dove, se vorrete, vi racconterò maraviglie: addio per la seconda volta.»

Detto questo, batté la mula in modo che non fu possibile a don Chisciotte fargli dire di quali meraviglie pensasse informarlo: e siccome era curioso anzi che no, e lo stimolava un continuo desiderio di saper cose nuove, così si dispose di subito alla partenza con intenzione di pernottare nell'osteria senza raggiungere il romitorio, dove il giovane avrebbe voluto che si trattenessero. Così si fece: salirono a cavallo, e seguitarono tutti la strada che conduceva all'osteria, dove giunsero sulla sera. Il giovane disse a don Chisciotte che si potrebbe andare al romitorio per bere un po' di vino. Non appena Sancio Pancia udì questo che volse il leardo a quella parte, e gli tennero dietro il giovane e don Chisciotte: ma parve che la cattiva sorte di Sancio ordinasse che l'eremita fosse fuori di casa, il che seppero da un suo assistente. Chiesero a costui del vino più prelibato, al che egli rispose che il padrone n'era senza, e che se avessero voluto bere dell'acqua l'avrebbe loro apprestata di buona volontà.

— Se volessi bere dell'acqua, disse Sancio, vi sono dei pozzi per la strada, da dove avrei potuto cavarla: ah, nozze di Camaccio! ah, abbondanza della casa di don Diego, quante e quante volte vi avrò a ricordare!»

Lasciarono allora il romitorio, spronarono le cavalcature verso l'osteria, e fatti pochi passi, trovarono un garzonotto che li precedeva a passo lento sì che lo raggiunsero. Portava la sua spada in ispalla, e appesovi un involto dei suoi vestiti, forse i calzoni, il ferraiuolo, il bambagine, e qualche camicia, non avendo indosso altro che una casacca di velluto con mostre di raso, e portando calzette di raso, e scarpe spuntate all'uso di Corte. Mostrava intorno a diciotto o diciannove anni, era di allegra fisonomia, molto agile, per quanto parea, della persona, e andava cantando graziose canzoni per alleggerirsi la noia del cammino. Gli furono davvicino quando terminava una canzone che il giovane tenne a mente, e così diceva:

Alla guerra oggi mi mena
La crudel necessità;
Se la borsa avessi piena
Non v'andrei per verità.

Il primo che si mise a favellare con lui fu don Chisciotte, il quale gli disse:

— Molto alla leggera se ne va camminando vossignoria, signor galante: ov'è ella diretto? Sappiamlo, se non le dispiace.»

Rispose il giovane:

— Del viaggiare alla leggera ne sono causa il caldo e la povertà; la mia direzione è alla guerra.

— Come la povertà? replicò don Chisciotte: per lo caldo va bene.

— Signore, soggiunse il paggio, io porto in quest'invoglia un paio di calzoni di velluto che accompagnano questa casacca, e se li guastassi nel cammino non potrei farmi onore alla città; che non ho già da comprarne un altro paio. Per questa ragione e per passare la noia io viaggio come vedete, finché avrò raggiunta la compagnia d'infanteria lontana di qui dodici leghe, dove m'ingaggerò, e non mi mancheranno poi cavalcature sino all'imbarco che dicono esser a Cartagena. Io bramo piuttosto di avere il re per mio padrone e signore e di servirlo alla guerra, di quello che essere uno spilorcio in Corte.

— E ne ebbe vossignoria, disse il giovane, qualche distinzione particolare?

— Se avessi servito qualche grande di Spagna o qualche notabile personaggio, rispose il paggio, l'avrei per certo, ché il servire signori di alto grado vi fa uscire di camera o alfieri o capitani o con utile provvedimento; ma io disgraziatamente ho servito soltanto o vagabondi o forestieri di condizione sì trista, e che danno sì misero e stentato salario, che la metà si consuma nell'inamidare il collare, cosicché potria dirsi miracolo che un paggio venturiero trovasse, non dico già grande, ma anche mediocre fortuna.

— Ditemi, amico, di grazia, dimandò don Chisciotte, è egli possibile che non siavi riuscito negli anni di vostra servitù di mettere da parte almeno una livrea?

— Due me ne furono date, rispose il paggio; ma come si toglie l'abito e si restituiscono i primi vestiti a colui ch'esce di qualche religione senza professare, così è accaduto a me coi padroni; i quali, dato fine ai loro negozi alla Corte, ritornavano alle loro case, e ridomandavano le livree che aveano somministrate per pura e mera ostentazione.

— Notabile spilorceria! come dice l'Italiano, soggiunse don Chisciotte: contuttociò ascrivete, amico mio, a felice ventura l'esservi tolto dalla Corte con tanto lodevole intenzione quant'è la vostra; poiché in terra non c'è cosa più onorata e di più giovamento che il servire a Dio primieramente e poi al suo re nell'esercizio delle armi. Con questo si acquista, se non dovizie, almeno più onore che colle lettere, il che io ho detto molte altre volte; e tuttoché sieno al presente in credito le lettere più delle armi, ciò non ostante i guerrieri si rendono superiori ai letterati con non so che di splendore che li fa prevalere. Quello che adesso vi dico, o buon giovane, scolpitevelo bene in mente che vi riuscirà di molto profitto e consolazione nelle fatiche: allontanate sempre il pensiero dai contrari successi che vi potrebbero colpire, il peggiore dei quali è la morte; ma ricordatevi che quando questa arrechi gloria, è la migliore ventura. Sappiate che fu chiesto a Giulio Cesare, quel valoroso imperatore romano, quale fosse la miglior morte: La impensata, la repentina, rispos'egli: e benché la sua risposta sia stata da gentile, con tutto ciò disse bene, per rispetto all'evitare le angoscie che prova l'uomo nel morire. Presupposto il caso che vi ammazzino nella prima scaramuccia o con un tiro di artiglieria o con una mina, che importa? tutto è un morire; ed è finita la commedia; anzi al dire di Terenzio, fa di sé miglior mostra il soldato estinto sul campo, che vivo e sano nella fuga. Tanto maggiore è la fama dell'ottimo soldato quanto è maggiore la obbedienza al suo capitano ed a quelli che hanno diritto di comandargli: ed avvertite, o figliuolo, che meglio si conviene al soldato l'olezzare di polvere che di zibetto. Se la vecchiaia vi coglie in esercizio tanto onorevole, tuttoché siate coperto di ferite e storpio e zoppo, almeno non vi coglierà senza onore, e onore tale che la povertà non ve lo potrà diminuire. Ciò è tanto più vero adesso, che si provvede al sostenimento de' soldati vecchi e storpiati, né si fa come coloro che procacciano libertà ai loro schiavi, perché sono vecchi ed inabili al servire, e chiamandoli liberi li fanno poi schiavi della fame da cui non isperano di sottrarsi se non se colla morte. Non voglio altro dirvi, buon giovane mio, e se vi piace v'invito a salire sulle groppe di questo mio cavallo fino all'osteria, dove cenerete con me, poi domattina proseguirete il vostro viaggio, che Dio ve lo dia buono come lo merita la vostra volontà.»

Non accettò il paggio di salire sulle groppe, ma sì bene quello della cena all'osteria, ed in tale circostanza si racconta Sancio abbia detto tra sé:

— Dio mi aiuti! come mai può egli darsi che un uomo che sa dire tante e sì buone cose come quelle che ha ora dette il mio padrone, vada poi raccontando di aver veduti quegl'impossibili spropositi della grotta di Montésino? Orsù stiamo a vedere quello che accaderà poi.»

In questo pervennero all'osteria che già imbruniva la sera: e Sancio si consolò vedendo che il suo padrone la tenne per vera osteria e non per castello come soleva. Non erano entrati appena, quando don Chisciotte dimandò conto all'oste di colui che portava le lancie e le alabarde, ed ebbe in risposta che stava nella stalla a governare la mula. Fecero lo stesso il giovine e Sancio dei loro giumenti, collocando Ronzinante alla miglior mangiatoia e nel sito migliore di quella stalla.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.