CAPITOLO XXIX

Don Chisciotte, 2° volume

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E così adagio adagio, due giorni dopo l'uscita dall'albereto, don Chisciotte e Sancio giunsero al fiume Ebro.

Fu di grande soddisfazione a don Chisciotte il vedere e il contemplare le amenità delle sue sponde: la limpidezza delle sue acque, il placido corso e l'abbondanza loro; ed una vista sì ridente e lieta gli chiamò alla memoria mille pensieri, e si ricordò specialmente di tutto quello che avea veduto nella Grotta di Montésino. Quantunque lo scimiotto di maestro Pietro gli avesse detto che parte di quelle cose erano vere e parte false, attenevasi piuttosto a quelle che a queste, a differenza di Sancio, che le giudicava tutte, senz'altro, per solenni bugie. Andando eglino a questo modo, scopersero una piccola barca senza remi e senza sarte presso alla sponda legata ad un tronco di albero. Portò don Chisciotte gli occhi per ogni dove, e non vedendo persona viva, smontò dal suo Ronzinante, ed ordinò a Sancio che smontasse egli pure dal suo leardo, e che legasse ambedue le bestie unite insieme al tronco di un albero o salice vicino.

Gli dimandò Sancio la cagione di quel subito smontare e legar le bestie, e risposegli don Chisciotte:

— Hai da sapere, o Sancio, che questa barca, a diritto pensare e senza che altro se ne possa dire in contrario, mi chiama e invita ad entrarvi per accorrere a dar soccorso a qualche cavaliere od altra bisognosa e signorile persona che dee trovarsi in rischio prossimo e tremendo. Ti dirò adesso qual è lo stile delle cavalleresche istorie e degl'incantatori che vi s'immischiano. Quando un cavaliere trovasi in gran travaglio, da cui non possa essere tolto senza l'aiuto di un altro cavaliere, fossero eglino pure discosti l'uno dall'altro due o tremila leghe, ed anche più, si veggono rapiti in una nuvola, o comparisce loro dinanzi una barca dove possono entrare, e in manco del battere di un occhio, si portano o per l'aria o pel mare, come loro più aggrada, dove sia più opportuno il loro aiuto. Per quest'effetto, Sancio mio, è stata qui posta questa barca, e questo è tanto vero come ora è giorno: sicché per non lasciar fuggire il momento, lega tu pure uniti il leardo e Ronzinante, e la mano di Dio ci conduca, ché io non lascerei d'imbarcarmi, quand'anche mel vietassero i padri Inquisitori.

— Se così è, rispose Sancio, e vossignoria vuol dare ad ogni tratto in questi, non so se si chiamano spropositi, altro non occorre che fare a suo modo ed abbassare la testa, attenendosi al proverbio che dice: fa quello che ti comanda il padrone, e mettiti a sedere a tavola con esso lui. Per altro, a scarico di mia coscienza, voglio avvertire la signoria vostra che a me pare che questa barca qui non sia di quelle incantate, ma piuttosto di qualche pescatore di questo fiume, dove si pigliano le lacce migliori e più squisite.»

Pronunciava Sancio queste parole nell'atto che stava legando le bestie, le quali abbandonava alla protezione ed alla difesa degl'incantatori, con suo grandissimo dolore e dispetto. Don Chisciotte gli disse che non si pigliasse fastidio dell'abbandono delle bestie, mentre colui che le guidò per tanto rimoti e longinqui paesi, avrebbe pensiere di sostenerle.

— Non intendo questa parole longinqui disse Sancio, né la ho più udita da che uscii dal corpo di mia madre.

Longinqui, rispose don Chisciotte, vuol dire lontani; né mi maraviglio che tu non intenda, per non esser tu obbligato a saper di latino, né ad essere letterato, né essendo tu di quelli che presumendo di sapere, sono affatto ignoranti.

— Le bestie sono legate, replicò Sancio, ed ora che abbiamo a fare?

— Che? rispose don Chisciotte, segnarci e andarcene; voglio dire imbarcarci, e tagliar la fune a cui questa barca è raccomandata.»

In ciò dire vi saltò dentro; Sancio, che lo seguitò, tagliò il funicello, e la barca andava lentamente scostandosi dalla riva.

Quando Sancio si vide in mezzo al fiume ed alquanto distante dalle sponde, cominciò a tremare per lo spavento di andar a perdizione; ma nessuna cosa gli diè tanto affanno quanto l'udir il raglio del suo leardo, e il vedere che Ronzinante faceva ogni sforzo per isciogliersi. Tosto disse al padrone:

— Sento l'asino che raglia per il dolore che gli reca la nostra lontananza e Ronzinante procura di mettersi in libertà per venirci dietro. Ah no, carissimi amici, restatevi in pace, e la pazzia, che da voi ci divide, convertita in disinganno, torni poi a ricondurci alla vostra presenza.»

Nel fare questa esclamazione, cominciò Sancio a piangere sì dirottamente che don Chisciotte, annoiato e incollerito, si fece a dirgli:

— Di che paventi codarda creatura? di che piangi, cuore di ricotta? Chi ti perseguita o chi ti caccia, animo da sorcio casalingo? E che ti manca, uomo bisognoso in mezzo alle viscere dell'abbondanza? Vai tu forse camminando a piedi scalzi per le montagne rifee? Tu stai pure a panciolle sopra una tavola come un arciduca attraversando il corso di questo piacevolissimo fiume, dal quale passeremo fra poco nel grande oceano. Noi dobbiamo già aver viaggiato per lo meno 7 od 800 leghe; e se io avessi qui un astrolabio da misurare l'altezza del polo, ti direi, sebbene poco io me n'intenda, quanto cammino siasi fatto, e se abbiamo passato o se passeremo presto la linea equinoziale che taglia e separa i due contrapposti poli in eguale distanza.

— E quando pure saremo arrivati a questa linea che dice vossignoria, dimandò Sancio, quanta strada avremo fatta?

— Molta e lunga, replicò don Chisciotte, perché di trecentosessanta gradi che contiene il globo dell'acqua e della terra, giusta i calcoli di Tolomeo, che fu il maggiore cosmografo che si conosca, ne avremo camminata la metà arrivando alla linea che ho detto. Devi poi anche sapere, o Sancio, che gli Spagnuoli, e quelli che s'imbarcano in Cadice per recarsi alle Indie orientali, hanno per segno indubitato di avere passata la linea equinoziale che ti ho detto, la morte improvvisa di certi tardi e sudici animaletti, che un cavaliere errante ha ribrezzo di nominare, e che per avventura stanno in testa o dispersi per la vita. Giunti alla linea non se ne troverebbe uno solo nel vascello, se si volesse pagarlo a peso d'oro. Cercati adunque in dosso, e se trovi cosa viva, ciò vorrà dire che siamo ancora indietro, e se non la trovi, avremo passata la linea.

— Io non credo niente di tutto questo, rispose Sancio; tuttavia farò quanto vossignoria mi comanda, abbenché non trovi necessarie queste tali esperienze, vedendo coi miei propri occhi che noi non ci siamo scostati dalla riva più di cinque braccia, né più di dieci siamo lontani dalle nostre bestie, perché ecco là Ronzinante e il leardo nel sito medesimo dove li abbiamo lasciati; e a pigliare la mira, come adesso io la piglio, giuro da quel che sono che noi non ci moviamo, o al più tiriamo innanzi a passo di formica.

— Sancio, fa la prova di quello che ti ho esposto, soggiunse don Chisciotte, e lasciane andare ogni altra, ché già tu non potrai mai capire che cosa sieno coluri, linee, paralleli, zodiachi, eclittiche, poli, solstizi, equinozi, pianeti, segni, punti e misure delle quali si compone la sfera celeste e terrestre. Se tu sapessi tutte o parte di siffatte cose, vedresti chiaramente quanti paralleli abbiamo tagliati, quanti segni veduti, e quante cose lasciate indietro, ovvero andiamo ora lasciando; e torno a dire che tu ti tasti e ti cerchi addosso, quantunque io voglio credere che sarai più pulito e più mondo di un foglio di carta liscia e bianca.»

Sancio si palpò, e portando pian piano la mano verso il polpaccio della gamba sinistra, alzò il capo, guardò il suo padrone e disse:

— O la sperienza è falsa o noi non siamo arrivati dove dice vossignoria.

— Ebbene, tornò a dimandare don Chisciotte, hai tu pigliato qualche niente?

— Qualche piccola cosa che si move ho trovato, rispose Sancio.»

E scuotendosi le dita, si lavò tutta la mano nel fiume per il quale sdrucciolava placidamente la barca nel mezzo della corsia, non mossa da veruna segreta intelligenza o da qualche celato incantatore, ma dal corso stesso dell'acqua piacevole allora e tranquilla. Scoprirono in questo due gran mulini in mezzo al fiume, e don Chisciotte appena li ebbe veduti, che ad alta voce disse a Sancio:

— Guarda di là, amico Sancio, che scopresi la città, castello o fortezza dove sarà senza dubbio rinchiuso qualche oppresso cavaliere, o qualche regina, o infanta, o principessa infelice, al cui soccorso io sono stato in questa parte condotto.

— Che diavolo di città, fortezza o castello va dicendo vossignoria? disse Sancio. Non conosce che quelli sono mulini posti in mezzo al fiume per macinare il grano?

— Taci, Sancio, replicò don Chisciotte, che sebbene paiano mulini non lo sono altrimenti, e ti ho già narrato le tante volte che tutto si muta e si trasforma per opera d'incantamento, abbandonando il suo essere naturale: non già che si mutino veramente di uno in altro essere, ma in modo che pare così come lo mostrò la sperienza nella trasformazione di Dulcinea, unica mia speranza e rifugio.»

Tra questi discorsi la barca, entrata in mezzo alla corrente del fiume, cominciò ad accelerare di più il suo corso. I mugnai che videro venir giù quella barca, e che andava a cacciarsi tra le ruote del mulino, uscirono fuora in molti con lunghe stanghe a respingerla; e siccome erano tutti infarinati, coi vestiti e colle facce ricoperte della polvere di farina, e così facevano brutto vedere. Sclamavano fortemente:

— O uomini indiavolati, dove n'andate voi? Siete disperati? E che? volete affogarvi ed essere fatti a pezzi da queste ruote?

— Non ti diss'io, o Sancio, soggiunse don Chisciotte allora, che siamo al punto dove si ha da vedere a qual segno giunga il valore del mio braccio? Osserva quanti malandrini e incantatori mi escono all'incontro; guarda quante fantasime mi si oppongono: mira che brutti mostacci tentano di spaventarci; ma ora ve ne accorgerete, o furfanti!»

E rizzatosi in piè nella barca cominciò a minacciare ad alta voce i mugnai, dicendo loro:

— Malvagia canaglia e sconsigliata, lasciate in libertà e in pieno suo arbitrio quella persona che in questa vostra fortezza o piuttosto prigione, tenete oppressa, alta o bassa, o di qualsivoglia altra condizione che siasi, mentr'io sono don Chisciotte della Mancia, chiamato con altro nome il cavaliere dai Leoni, cui è riserbato per comando degli alti cieli di dare felice fine a quest'avventura.»

Detto questo pose mano alla spada, e cominciò a schermirla per l'aria contro i mugnai, i quali, non udendo né intendendo quelle pazzie, si accinsero colle loro stanghe a tenere indietro la barca che ormai inoltravasi tanto da andare a rompersi tra le ruote. Sancio Pancia si pose in ginocchione, pregando a mani giunte il cielo affinché lo facesse uscir libero da sì evidente e sì terribile precipizio: e ciò seguì per l'industria e prestezza dei mulinari che opponendo i loro bastoni alla barca riuscirono a fermarla. Non fu per altro possibile d'impedire che la barca non traboccasse, sicché don Chisciotte e Sancio andarono capovolti nell'acqua: ma nessun male avvenne a don Chisciotte, perché sapeva nuotare come un'oca, ad onta che il peso dell'arme due volte lo avesse portato al fondo.

Contuttociò se non fosse stato per l'opera dei mugnai, che gettaronsi nel fiume e li trassero fuori di peso tutti e due, ben si sarebbe potuto dire: Qui fu Troia. Posto che ebbero piè a terra, più molli che morti di sete, Sancio, ginocchiatosi di bel nuovo e colle mani giunte e cogli occhi fitti al cielo, pregò Dio con lunga e devota orazione che quindi innanzi lo liberasse dagli arditi desideri e dalle temerarie imprese del suo padrone. Giunsero in questo i pescatori, padroni della barca già fracassata dalle ruote dei mulini, e vedendola tutta in pezzi, andarono alla volta di Sancio per ispogliarlo e ad esigere da don Chisciotte che gliela pagasse. Questi con gran sussiego e come se nulla gli fosse avvenuto, disse ai mugnai e pescatori che pagherebbe la barca di buonissima voglia, a condizione che dessero la libertà, e senza guarentigia, alla persona o alle persone che in quel castello stavano oppresse.

— Di quali persone o di qual castello parli tu, uomo senza giudizio? disse uno di quei mugnai. Vuoi tu forse condurti via le donne che vengono a macinare il grano a questi mulini?

— Basta, disse fra sé don Chisciotte; qua è lo stesso che predicare al deserto, che non è da pensare che questa canaglia, per priego che le si faccia, s'induca al partito della virtù. Oh, debbono in questa ventura essersi incontrati due valenti incantatori, uno dei quali distrugge quello che dall'altro si tenta! l'uno mi mise innanzi la barca, e l'altro mi ha fatto naufragare: Dio sia quello che ci metta rimedio, ché altro non occorrono a questo mondo se non se macchine e intrighi, i quali l'uno coll'altro contrastano. Qua non posso più far nulla di bene; e alzando la voce, continuò dicendo e tenendo l'occhio ai mulini:

— Amici, chiunque voi siate che in questa prigione rinserrati vivete, perdonatemi, se per mia e per vostra disgrazia, non posso cavarvi dalla miseria, ché debb'essere ad altro cavaliere riserbata tanta ventura.» E in così dire, si accordò coi pescatori, e sborsò per la barca cinquanta reali, che Sancio pagò di assai malavoglia, dicendo:

— Con altre due barcate simili a questa, noi andremmo al fondo con tutto il capitale.»

Stavano attoniti i pescatori e i mugnai, guardando le due brutte figure sì diverse dalla comune degli altri uomini, né giugneano a comprendere a che fine don Chisciotte dicesse quelle parole e facesse quelle dimande. Avendoli però in conto di due pazzi, li lasciarono andare alla buon'ora, e tornarono i mulinari ai mulini e i pescatori al loro posto. Tornarono alle loro bestie, e continuarono ad essere bestie don Chisciotte e Sancio; e questo fu il fine della ventura della barca incantata.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.