CAPITOLO VII

Don Chisciotte, 2° volume

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Appena la serva ebbe veduto Sancio in conferenza segreta con don Chisciotte, e subito s'immaginò che dalla loro consulta dovesse venire la determinazione di fare una terza uscita in campagna. Si racconciò dunque un poco, e copertasi del suo velo la testa andò in traccia del baccelliere Sansone Carrasco, sembrandole che per esser buono parlatore ed amico recente del suo padrone, potrebbe riuscire a distorlo da così strano sproposito. Trovollo che stava passeggiando nel cortile di casa sua, e al primo vederlo si gettò ai suoi piedi tutta affannata e in sudore. Carrasco che la vide sì dogliosa e sconvolta, le domandò subito:

— Che v'ha di nuovo, mia buona donna? che gran motivo v'ha di vedervi tanto agitata che pare abbiate a lasciare la vita da un momento all'altro?

— Nient'altro, mio signor Sansone, rispose, se non che il mio padrone se n'esce ed esce indubitamente.

— E da che parte n'esce? gli si è rotta forse qualche parte del corpo?

— Niente affatto, ma egli esce per la porta della sua pazzia, rispose la serva; e voglio dire, signor baccelliere dell'anima mia, ch'egli vuole adesso uscire di nuovo in campagna, che sarà la terza volta, andando a cercare pel mondo quello ch'egli chiama venture, benché io non sappia concepire perché si serve di questo male adattato nome. La prima volta lo ricondussero a casa attraverso ad un giumento e fracassato dalle bastonate; la seconda venne su di un carro tirato da buoi e rinserrato in una gabbia, dove egli s'immaginava di essere incantato: e arrivò il pover'uomo sì malconcio che non lo avrebbe conosciuto la madre che lo partorì, era smunto, giallastro, cogli occhi concentrati nelle ultime cavità del cervello, e tale che per farlo tornare in sé un cotal poco, mi bisognò mandare a male più di seicento ova, come ben lo sa Dio, il mondo e le mie galline, che non mi daranno mai una mentita.

— Ne sono certissimo, rispose il baccelliere, poiché sono sì buone, sì grasse e sì ben costumate che non direbbero una cosa per un'altra se pure scoppiassero: in sostanza, signora serva, non c'è più di questo? né altro disordine è successo se non che si dubita che il signor don Chisciotte, voglia andarsene per la terza volta?

— Niente altro, rispose la serva.

— Ebbene, soggiunse il baccelliere, non ve ne date fastidio: andatevene a casa vostra tranquilla, preparatemi qualche cosa calda da asciolvere, e intanto per la strada recitate l'orazione di sant'Apollonia, se la sapete, ch'io vi raggiungerò or ora, e vi farò vedere maraviglie.

— Meschina di me! replicò la serva: mi suggerisce vossignoria ch'io reciti l'orazione di sant'Apollonia? sarebbe buona se il mio padrone avesse male di denti, ma il suo male consiste in una infermità del cervello.

— So quello che dico, signora serva; andate, né vi mettete a piatire con me, rispose Carrasco, perché sapete bene ch'io sono baccelliere in Salamanca, né occorre di più.»

Con questo la serva andò via, e il baccelliere si recò subito in traccia del curato per conferire su quelle cose che a suo tempo saranno riferite.

Stavano intanto rinchiusi insieme in una camera don Chisciotte e Sancio, e passavano fra loro i discorsi che con molta esattezza e con veridica relazione racconta la storia. Disse Sancio al suo padrone:

— Signore, ho rilotta mia moglie a permettere ch'io seguiti vossignoria dove mi vorrà menare.

Ridotta hai a dire, o Sancio, risposegli don Chisciotte, e non già rilotta.

— Due o tre volte, replicò Sancio, se ben mi ricordo, ho pregato vossignoria che non si faccia a correggere i miei vocaboli quando ella già intende abbastanza quello che voglio dire; e se non l'intende, dice: Sancio, o diavolo, spiegati meglio, e allora se non saprò farmi capire potrà correggermi, che io sono sempre tocile.

— Ecco che non t'intendo, o Sancio, disse don Chisciotte, e non so che voglia significare io sono tocile.

Sempre tocile, vuol dire, rispose Sancio, sono sempre così.

— T'intendo ora manco, replicò don Chisciotte.

— Se non può intendermi, rispose Sancio, io non so come spiegarmi meglio, che Dio ci aiuti.

— Ah! ah! la indovino ora, rispose don Chisciotte: tu vuoi dire che sei docile, pieghevole, che ascolterai quello che ti dirò, e che metterai a profitto le mie lezioni.

— Che io caschi morto, disse Sancio, se vossignoria non mi aveva pur bene inteso da prima; ma si è goduto a confondermi per cavarmi di bocca qualche scempiaggine.

— Potrebbe anche essere, soggiunse don Chisciotte: ma in sostanza, e che dice Teresa?

— Teresa dice, rispose Sancio, che io leghi bene il mio dito con vossignoria; che carta canta e villan dorme: patti chiari, amici cari; è meglio un tien tieni che cento piglia piglia; e a questi proverbî io soggiungo che il consiglio della moglie è poco, ma colui che non lo piglia è sciocco.

— Sono del tuo stesso avviso, disse don Chisciotte, e tira pur innanzi così, amico Sancio, che oggi tu sputi perle.

— La conclusione si è, replicò Sancio, che, come la signoria vostra sa meglio di me, noi siamo tutti mortali; che oggi abbiamo gli occhi aperti e domani chiusi; e tanto se ne va l'agnello come il montone: e nessun vi è al mondo che possa contare su di un'ora sola di vita oltre ai confini che ha stabilito Domeneddio, perché la morte è sorda, e quando viene a picchiare la porta della nostra vita ha sempre gran fretta; non vagliono a tenerla indietro preghiere, forza, scettri o mitre, come tutti sanno e come disse il padre predicatore dal pulpito.

— Questo è tutto vero, soggiunse don Chisciotte, ma non vedo dove tu voglia adesso riuscire.

— Voglio riuscire, disse Sancio, che vostra signoria mi assegni un salario certo per ogni mese, che resterò al suo servigio, e che questo salario, mi venga pagato sulle sue rendite, perché non voglio stare in aspettativa di favori che giungono o tardi o male o non mai; finalmente voglio sapere quale sarà il mio guadagno, poco o molto che sia, che la gallina comincia a covare su di un uovo solo; e molti pochi fanno un assai; e quando si guadagna qualche cosa non si perde niente: è vero che se succedesse (cosa che né credo né spero) che vossignoria mi desse l'isola che mi ha promesso, non sarei così ingrato, né guarderei tanto pel sottile da non voler far stimare l'entrate dell'isola per iscontare dal mio salario gatta per tempo.

— Amico Sancio, rispose don Chisciotte, suole talora essere sì buona la gatta come la topa.

— Capisco, disse Sancio, e scommetto che io aveva in bocca ratta e non gatta, ma già non importa perché vossignoria mi ha ben inteso.

— E tanto inteso, rispose don Chisciotte, che sono giunto a penetrare il più intimo dei tuoi pensieri, e so a che fine li esponi, e a che cosa tiri con tanti tuoi proverbî. Sappi, Sancio, che ti assegnerei a dirittura il salario, se in qualche storia di cavalieri erranti avessi trovato pur un esempio che m'indicasse o mostrasse, almeno per congettura, il guadagno che gli scudieri faceano o in un mese o in un anno: ma ho lette tutte o quasi tutte cotali istorie, e non mi sovviene di avere trovato che alcun cavaliere errante abbia mai assegnato salario determinato allo scudiere: so bene questo che servivano tutti a mercede, e che quando se lo pensavano meno (se la sorte era ai loro padroni favorevole) trovavansi premiati col dono di qualche isola o con altra cosa equivalente, o la finivano per lo meno con un titolo e con una signoria.

Se con tali speranze e fondamenti ti piace tornare al mio servigio, sia alla buon'ora, ma pensare ch'io debba scomporre in qualsiasi modo l'ordine e le costumanze antiche della cavalleria, è un pensar l'impossibile. Ora dunque tornati, Sancio caro, a casa tua, e significa alla tua Teresa il mio animo: se a te ed a lei piace di restare con me a mercede bene quidem; in caso diverso amici come prima, che se non mancherà da mangiare nella colombaia, non vi mancheranno mai colombe; e pensa bene, figliuol mio, che più vale una buona speranza che un cattivo possesso, e più un buon avere che una mala piaga. Io uso di questo linguaggio figurato per farti vedere che so anch'io come tu sfoggiare proverbî, ma poi concludo che se rifiuti di servirmi a mercede e di correre la mia stessa sorte, restati pure con Dio che ti faccia santo, ché a me non mancheranno scudieri più obbedienti, più solleciti e non tanto importuni e ciarlatori come tu sei.»

Quando Sancio udì la ferma risoluzione del suo padrone, gli parve che il cielo s'annuvolasse, e gli caddero le ali del cuore; giacché aveva creduto per certo che il suo padrone non potesse e non volesse partire senza di lui per tutto l'oro del mondo. Stava dunque pensoso e sospeso, quando entrò Sansone Carrasco, seguìto dalla serva e dalla nipote, desiderose di udire con quali argomenti volesse provarsi a distogliere il lor signore dal proponimento di tornare in traccia di avventure. Sansone, volpe vecchia famosa, appena arrivato abbracciò don Chisciotte come la volta passata, e con alta voce gli disse:

— Oh fiore della errante cavalleria! o luce risplendente delle armi! oh specchio della nazione spagnuola! piaccia all'onnipossente Iddio che la persona o le persone che frapporranno ostacolo o sturberanno la tua terza uscita in campagna, non trovino nel labirinto dei loro desiderî la via di uscirne, né giungano mai al compimento delle lor brame.»

E voltosi alla serva le disse:

— Potete signora serva, tralasciare di recitar l'orazione di sant'Apollonia, poiché è determinazione precisa delle costellazioni che il signor don Chisciotte torni a metter in esecuzione i suoi alti e nuovi divisamenti, ed io aggraverei soverchiamente la mia coscienza se non intimassi a cotesto cavaliere, e non mi facessi a persuaderlo di non tenere più a lungo neghittosa e inceppata la forza del valoroso suo braccio e la eccellenza dell'animo suo valentissimo, mentre pregiudicherebbe ritardando, il drizzamento dei torti, la difesa degli orfani, l'onore delle donzelle, il favore delle vedove, il sostegno delle maritate, ed altre cose di simile natura che toccano, appartengono, dipendono e vanno annesse all'ordine dell'errante cavalleria. Orsù, signor don Chisciotte mio bello e bravo, pongasi la signoria vostra nella grandezza della sua carriera oggi piuttosto che dimani, e se qualcuno vi fosse che non lo volesse seguire, eccomi qua a supplire colla mia persona e con ogni mio avere; poiché terrei per ventura mia felicissima, se necessario si rendesse, che io avessi a servire la magnificenza vostra anche nella qualità di scudiere.»

Don Chisciotte a tal passo si volse a Sancio e gli disse:

— Non te l'ho io detto che avevano a sopravvanzarmi gli scudieri? Guarda un poco la persona che mi si offre, e vedrai che l'inaudito baccelliere Sansone Carrasco, perpetuo trastullo e rallegratore dei cortili delle scuole salamanticesi, sano di sua persona, agile di sue membra, taciturno, e che sa tollerare fame e sete, è posseditore delle qualità tutte che si richiedono ad essere buono scudiero di cavaliere errante. Non sia però mai che io per compiacere a me stesso rovesci la colonna delle lettere, o rompa il vaso delle scienze, o strappi la palma eminente delle buone e liberali arti: rimangasi in patria sua il novello Sansone, e col dar lustro a lei onori nel tempo stesso la canizie dei suoi antenati, che io mi adatterò a qualsivoglia scudiere, giacché Sancio non si degna più di venire con me.

— Sì, che mi degno, rispose Sancio intenerito e con qualche lagrima agli occhi, e seguitò a questo modo:

«Non sarà mai che si dica, o signore, per colpa mia, pane mangiato e compagnia disfatta; io non discendo da razza di gente ingrata, e tutto il mondo e i miei paesani spezialmente sanno di che razza furono i Pancia, e quale la mia progenie: e c'è di più ch'io ho conosciuto e penetrato per le sue buone opere il desiderio che ha la signoria vostra di beneficarmi; che se io mi sono impuntigliato di sapere con qualche precisione quanto dovrei guadagnare in conto di salario, ciò non è stato altro che per compiacere mia moglie, la quale, quando si è fitta in capo una cosa, non v'è cerchio che tanto stringe la botte come ella tenacemente stringe altrui a voler quello che vuole; ma finalmente l'uomo ha da esser uomo, e donna la donna.

E giacché sono un uomo, e non lo posso negare, voglio esserlo in casa mia ad ogni patto: dunque non resta altro se non che la signoria vostra faccia il suo testamento col codicillo ordinato a modo che non possa esser rinvocato, e mettiamoci subito in viaggio, affinché non ne soffra l'anima del signor Sansone, che dice essere mosso per coscienza a persuadere alla signoria vostra questa terza uscita in campagna: io mi offro nuovamente a servirla con ogni fedeltà e formula regale sì bene e nel miglior modo che mai scudiere al mondo abbia servito errante cavaliere nei presenti e nei passati secoli.»

Restò il baccelliere maravigliato nel sentire il parlare di Sancio Pancia; mentre tuttoché avesse letta la prima parte della istoria del suo padrone, non avrebbe pensato mai che sì grazioso foss'egli com'era quivi dipinto. Sentendolo a parlare e a dire: testamento e codicillo ordinato a modo che non possa essere rinvocato; invece di: testamento e codicillo che non possa essere rivocato; prestò credenza a tuttociò che avea letto, e tenne Sancio per uno dei solenni scimuniti dei nostri tempi.

Disse tra sé: Due pazzi di simil tempra, come padrone e servitore, non si vedranno mai più!

Finalmente Sancio e don Chisciotte si abbracciarono rassodando la loro amicizia, e col parere e coll'approvazione del gran Carrasco, ch'era allora l'oracolo, si stabilì che la partenza seguirebbe dopo tre giorni, e che intanto si appresterebbe l'occorrente al viaggio, e si provvederebbe una celata con buffa che don Chisciotte trovò necessario di portar seco ad ogni costo.

Sansone gliela offerì, perché sapeva che un suo amico non si sarebbe rifiutato di dargliene una che aveva, tuttoché la ruggine l'avesse resa più nera che bianca.

Sono indicibili le maledizioni che la serva e la padrona scagliarono contro il baccelliere; si strappavano i capelli, si graffiavano il viso, ed alla foggia delle prefiche di un tempo si querelavano della partenza del loro signore e padrone come se trattato si fosse della vera sua morte.

Sansone intanto persuadeva don Chisciotte a partire un'altra volta per mandare ad esecuzione quanto narrerà la storia più innanzi, e tutto per consiglio del curato e del barbiere coi quali egli si era benissimo inteso. Nei detti tre giorni dunque don Chisciotte e Sancio misero in assetto ciò che parve loro opportuno, ed essendosi pacificati Sancio con sua moglie, e don Chisciotte colla nipote e colla serva, sull'imbrunire della notte, senz'essere veduti da chi che sia, tranne il baccelliere che volle accompagnarli mezza lega circa fuori del paese, si avviarono al Toboso.

Era don Chisciotte sopra il suo Ronzinante, e Sancio, sopra il suo antico giumento colle bisacce ben provvedute per la bucolica, e con una borsa di danari che don Chisciotte gli avea data pei futuri bisogni. Sansone abbracciò il cavaliere, e lo pregò a volergli dare in avvenire le nuove della sua buona o trista ventura per averne consolazione nel primo caso, o per contristarsene se gli accadesse male, e ciò conformemente alle leggi dell'amicizia.

Promise don Chisciotte, Sansone tornò a casa, e i due viaggiatori pigliarono il cammino verso la grande città del Toboso.

📂 In questa sezioneIn this section

  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.