CAPITOLO XLV

Don Chisciotte, 2° volume

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O tu, perpetuo scuopritore degli antipodi, luce del mondo, occhio del cielo, vaso più riscaldante delle argentee cantimplore, Timbrio qua, Febo là, quivi arciero, colà medico, padre della poesia, inventore della musica, te invoco, ch'esci sempre e mai (che così pare) mai non ti nascondi, te dico, o Sole, coll'aiuto di cui l'uomo genera l'uomo: tu mi dona favore ed illumina la oscurità del mio ingegno, affinché io possa esattamente seguire punto per punto la narrazione del governo tenuto dal gran Sancio Pancia. Mancandomi il tuo soccorso io mi sentirei freddo, sbigottito, confuso.

Dico dunque che con tutto il suo accompagnamento pervenne Sancio a un paese di mille fuochi incirca, ch'era uno dei migliori possedimenti del duca. Gli diedero ad intendere che chiamavasi l'isola Barattaria, o perché il luogo dicevasi Barattario, o forse pel baratto che allora si faceva, del suo governo. Alle porte del paese, ch'era cinto di mura, concorse ad accoglierlo tutta la comunità; si suonarono le campane, e gli abitatori tutti diedero segni di generale allegrezza. Con solenne pompa lo accompagnarono al duomo a rendere grazie a Dio: indi con ridicole cerimonie gli consegnarono le chiavi del paese, e lo accettarono per governatore perpetuo dell'isola Barattaria. L'abito, la barba, la grossezza e la piccola statura del nuovo governatore tenevano stupefatta la gente tutta cui era ignoto l'enigma del negozio; e stupivano anche i consapevoli di ogni cosa che non erano pochi.

Uscito che ei fu di chiesa, lo condussero alla sala del consiglio, e fattovelo sedere, il maggiordomo del duca gli disse:

— È inveterato costume in quest'isola, signor governatore, che quegli che viene a prenderne possesso, sia obbligato di rispondere ad un quesito che gli viene fatto alquanto intralciato e difficile, dalla cui risposta il popolo piglia e tocca il polso dell'ingegno del nuovo suo governatore; e così o si rallegra o si rattrista della sua venuta.»

Finché il maggiordomo stava parlando a Sancio andava questi guardando certe grandi lettere ch'erano scritte nella parete dirimpetto alla sua sedia; e siccom'egli non sapea leggere così dimandò che cosa significassero quegli sgorbii, i quali si vedevano sulla muraglia. Gli fu risposto:

— O Signore, sta ivi scritto e notato il giorno in cui vossignoria prende il possesso di questa isola e dice l'epitaffio: Quest'oggi, ai tanti del tal mese e del tal anno, prese possesso di questa isola il signor don Sancio Pancia, che molti anni la goda.

— E chi è questo che chiamasi don Sancio Pancia? dimandò Sancio.

— La signoria vostra, rispose il maggiordomo, che non entrò in questa isola altro Pancia di quello in fuori che sta ora seduto su questa sedia.

— Or bene avvertite, fratello, disse Sancio, che io non ho il don, né l'ebbe mai alcuno del mio casato. Mi chiamano Sancio Pancia secco secco: Sancio si chiamò mio padre, Sancio mio avolo, e tutti furono Pancia senza giunta di donidone; ed io m'immagino abbiano a trovarsi in questa isola più doni che pietre; ma basta così, Dio m'intende; e potrà essere che se duro per quattro giorni al governo, io scarti questi doni, che per lo gran numero debbono riuscire molesti come le zanzare. Ora esponga il suo quesito il signor maggiordomo che risponderò il meglio ch'io sappia, sia che abbia o no a contristarsene il popolo.»

Entrarono in questo istante in consiglio due uomini, vestito l'uno da contadino, l'altro da sarto con in mano un paio di cesoie; e quest'ultimo si fece a dire:

— Signor governatore, io e questo uomo ci presentiamo a vossignoria per causa che questo galantuomo venne ieri alla mia bottega (ché con perdono di chi mi ascolta, sono sarto matricolato) (sia benedetto il Signore), e consegnandomi un pezzo di panno mi fece questa domanda: «Signore, sarebbevi tanto in questo panno da farmi un berretto? — Io, preso tosto in esame il panno, gli risposi che : ed egli figurandosi (a ciò che immagino, né certo m'inganno) che gli volessi rubare qualche ritaglio del panno, fondando il dubbio sulla sua malizia e sulla cattiva opinione dei sarti, mi replicò che guardassi se ce ne sarebbe tanto da farne due. Indovinai il suo pensiero, e gli soggiunsi che , ed egli stando sempre nella sua riprovevole prima intenzione andò aggiungendo berretti ed io aggiungendo sì; finché giungemmo a cinque berrettini. Egli è qua adesso per essi, ed io glieli do: ma egli ricusa di pagarmi la fattura, e pretende all'opposto che gli paghi o gli renda il suo panno.

— Va così la faccenda, fratello? dimandò Sancio.

— Così per lo appunto, rispose l'uomo, ma faccia vostra signoria ch'egli mostri i cinque berretti che ha fatti.

— Molto volentieri, rispose il sarto: e, tratta immantinente la mano che teneva sotto il ferraiuolo, fece vedere cinque berretti posti nei cinque capi delle dita della mano, e disse:

— Ecco qua i cinque berrettini che mi vengono da questo buon uomo dimandati, e posso giurare in coscienza mia che nulla mi è rimasto del panno, e sono pronto a far esaminar il lavoro dai consoli del mestiere.

Risero gli astanti tutti della moltitudine dei berretti e della novità della questione. Sancio si pose un cotal poco a pensare tra sé e poi disse:

— Sembrami che non vi sieno grandi difficoltà a diffinire tal questione senza che si abbia a rimettere al parere di altro intelligente e probo soggetto; e così io do per sentenziato che il sarto perda la fattura e il contadino il panno, e si portino i berretti al servigio dei carcerati né se ne parli mai più.»

Se la precedente sentenza della borsa del pastore destò maraviglia nei circostanti, questa li provocò al riso; si eseguì però l'ordine del governatore, dinanzi al quale si presentarono due uomini vecchi, uno dei quali portava un bastone di girasole, e quegli che stava colle mani vuote si fece a dire:

— Signore, giorni sono prestai a questo buon uomo dieci scudi d'oro per fargli piacere e servigio a un tempo medesimo, a condizione però che dovesse ad ogni mia richiesta farmene la restituzione. Scorsero molti giorni ch'io non gliene feci la domanda, per non metterlo in angustie peggiori di quelle nelle quali trovavasi quando mi chiese il prestito; ma sembrandomi ch'egli vada dimenticando il suo debito glieli chiesi una e più volte, ed egli non pure non me li rende, ma me li nega, adducendo che non ebbe mai da me a prestito questo denaro, e che se pure ciò fosse me lo ha già prima d'ora restituito. Io non ho testimoni né del prestito né della restituzione, che non mi ha fatta: vorrei pertanto che la signoria vostra togliesse da lui il giuramento: e s'egli giurerà di avermeli restituiti io glieli rimetto, e qui e dinanzi a Dio.

— Che ne dite voi, buon vecchio del bastone?» disse Sancio.

Cui quel vecchio rispose:

— Io confesso o signore, che me ne fece prestito, ed incurvi la signoria vostra questa sua bacchetta di comando ché volendo egli il giuramento io giurerò di averglili restituiti e pagati in moneta sonante.»

Il governatore abbassò la bacchetta, e frattanto il vecchio consegnò il bastone di girasole all'altro vecchio perché lo custodisse finch'egli giurava, come se quel bastone lo imbarazzasse molto; e posta tantosto la mano sulla bacchetta del governatore disse che confessava bensì di avere avuto a prestito i dieci scudi, ma che li aveva anche restituiti di sua propria mano; ma perché l'altro se n'era dimenticato ad ogni poco tornava a ridomandarglieli.»

Ciò udito il governatore disse al creditore che rispondesse alla eccezione del suo avversario, e il creditore disse che doveva senza dubbio essere veritiero il detto del suo debitore, tenendolo per uomo dabbene e buon cristiano: e che convenia credere che si foss'egli dimenticato del tempo e del modo della fattagli restituzione e che quindinnanzi altro non gli avrebbe dimandato.

Il debitore ritolse il suo bastone, ed a capo chino se ne uscì dal consiglio. Sancio nel vedere questo e che senza altre cerimonie se ne andava, e riflettendo in oltre sulla rassegnazione del creditore, chinò la testa sul petto, e portando il dito indice della mano destra lungo le narici e le ciglia se ne stette un cotal poco pensoso, e poscia, alzata la testa ordinò che si chiamasse il vecchio del bastone, il quale era già partito.

Glielo condussero davanti, e Sancio nel vederlo gli disse:

— Datemi, buon uomo, cotesto bastone che io ne ho bisogno.

— Molto volentieri, rispose il vecchio, eccolo, o signore; e glielo mise in mano. Sancio lo prese, e porgendolo all'altro, gli disse:

— Andate con Dio, che già siete pagato.

— Io, signore? soggiunse quegli, e come? questo bastone può egli valere dieci scudi d'oro?

— Appunto, disse il governatore, e se non li vale voglio essere il più gran balordo di questo mondo: ed ora si vedrà se ho cervello per governare un regno intero.»

Detto questo, ordinò che in presenza di tutti si rompesse il bastone. Così fu fatto, e nel vôto interno di esso ritrovaronsi i dieci scudi in oro. Rimasero tutti a bocca aperta, e tennero il loro governatore per un nuovo Salomone.

Gli chiesero su qual fondamento avess'egli congetturato che in quel bastone si rinchiudessero i dieci scudi: rispose che l'avere osservato il modo con cui dal vecchio che giurava venne dato al suo avversario quel bastone finché faceva giuramento, e la protesta sua di averglieli dati realmente e veridicamente, e l'averlo veduto riprendere il bastone subito dopo il suo giuramento, gli fece nascere il sospetto che dentro di quello vi fosse il danaro che gli si dimandava: dal che soggiunse, si può raccorre che quei che governano, tuttoché siano balordacci, vengono tal volta da Dio guidati nei loro giudizî.

— E ciò, aggiunse Sancio tanto più riescì facile a me in quantoché intesi raccontare dal curato del mio paese un avvenimento simile a questo, e son provveduto di memoria sì felice che se non fosse che spesso me ne dimentico appunto nel meglio, non si troverebbe in tutta l'isola chi sapesse più cose a mente di me.» In fine l'uno dei vecchi deriso e l'altro pagato se ne andarono, ed i circostanti rimasero edificati.

Quegli che registrava le parole, i fatti e i movimenti di Sancio non sapeva determinarsi se avesse a tenerlo per isciocco o per giudizioso. Ora terminato questo piato, entrò nel consiglio una donna che tenea afferrato strettamente un uomo vestito da ricco pastore e veniva sclamando e dicendo:

— Giustizia, signor governatore, giustizia, e se non la trovo in terra andrò a cercarla nel cielo. O signor governatore dilettissimo, mi ha quest'uomo acchiappata in mezzo alla campagna, ed ha strappazzato il mio corpo come se fosse un cencio mal lavato, mettendo le sue sudicie mani sopra di me, che sempre m'ero per ben ventitré anni difesa dagl'insulti de' mori e de' cristiani, dei nazionali e degli stranieri.

— Non trattasi di conoscere adesso se le mani sieno sudice o no, disse Sancio;» e voltosi all'uomo gli dimandò che cosa opporre potesse alle querimonie di quella donna. Rispose egli tutto turbato:

— Signore, io sono un povero guardiano di bestiami da setole, e questa mattina me ne tornava dall'avere venduto in questo paese (sia detto con permissione) quattro porci, avendo pagato di gabella poco meno di quanto essi valevano. Ora ritornandomene al mio villaggio, m'incontrai per istrada in questa buona matrona, la quale so dire che mente di quanto asserisce.»

Il governatore gli chiese allora se portasse seco qualche moneta di argento; e rispose che avea in seno venti ducati in una borsa di cuoio. Ordinò che la cavasse fuori e la desse tal quale alla querelante. Lo fece egli tremando, e se la prese la donna facendo mille inchini a tutti e pregando Iddio per la salute e per la vita del signor governatore, il quale difendeva sì bravamente le orfane bisognose e le matrone, e con questo se ne uscì del consiglio recando seco la borsa stretta fra ambedue le mani e visitandola subito per conoscere se avesse dentro argento od oro.

Era appena uscita fuori che Sancio disse a quel guardiano di bestiame che disfacevasi in lagrime, e accompagnava la borsa cogli occhi e col cuore: «Buon uomo, tenete dietro a quella donna, e toglietele a forza la borsa, e tornate qui con essa;» e non lo disse ad un goffo o ad un sordo, perch'egli corse come una saetta sulle pedate della donna, ed eseguì quanto gli fu comandato.

Stavano sospesi i circostanti attendendo il fine di quella quistione, e d'indi a poco tornarono la donna e l'uomo, tenendosi più attaccati e afferrati che la prima volta; ella con la zimarra rimboccata e con la borsa in grembo, e l'uomo contrastando per levargliela, ma senza poterlo fare perché la donna si opponeva con forza gridando:

— Giustizia di Dio e del mondo! consideri la signoria vostra, signor governatore, la poca vergogna e il poco timore di questo malvagio che in cuor della terra e in mezzo alla strada vorrebbe togliermi la borsa che gli ordinò vossignoria di darmi.

— Ve l'ha egli tolta? Dimandò il governatore.

— A me toglierla? rispose la donna; prima mi lascerei ammazzare piuttosto che cederla; oh vi assicuro che ha trovato pane per i suoi denti! altri gatti vogliono essere quelli che mi vengano al viso, ben diversi da questo miserabile e vigliacco: tanaglie, martelli, mazze e scarpelli non varranno a cavarmela dalle ugne e neppure artigli di leoni; ché mi lascerò prima trarre l'anima dal corpo.

— Ella ha ragione, soggiunse l'uomo, ed io mi do per vinto e privo di forze, e confesso che non basto a toglierle questa benedetta borsa, e mi converrà piegare il collo.»

Allora disse il governatore a costei:

— Mostrate qua donna onorata e valorosa, cotesta borsa.»

Gliela diede ella sul fatto, ed il governatore la consegnò all'uomo, e disse alla sforzata e non isforzata:

— Sorella mia, se la costanza e il valore che avete mostrato per difendere questa borsa li aveste messi a campo, od anche la metà sola per difendere il vostro corpo, non lo avrebbero potuto oltraggiare le forze di Ercole. Andatene dunque con Dio e in mal punto, né osate più comparire in quest'isola, né manco per sei leghe all'intorno, sotto pena di dugento scudisciate: toglietevi di qua sul momento, ripeto, sfacciata, sgualdrina, imbrogliatora.»

S'impaurì la femmina, e se ne andò via col capo chino e mal contenta; ed il governatore disse a colui:

— Buon uomo, andate con Dio al vostro paese coi vostri danari, e d'ora innanzi se non li volete perdere fatevi passare la voglia di ruzzar con chicchesia.»

Lo ringraziò quell'uomo goffamente a suo modo, e se n'andò, ed i circostanti rimasero di nuovo maravigliati dei giudizi e delle sentenze del loro nuovo governatore.

Tutte queste cose furono notate dallo scrittore della cronaca, e trasmesse al duca che con gran desiderio le stava aspettando. Resti ora quivi il buon Sancio che grande è la fretta che ci dà il suo padrone già fuori di sé per la musica di Altisidora.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.