Sigfrido uccide Mime
dopo che questi gli rivela inconsapevolmente il suo progetto
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Sigfrido guardava tutto pensoso i due curiosi oggetti che l’uccellino gli aveva consigliato di scegliersi nel mucchio d’oro trovato in fondo alla caverna. A che cosa mai potrebbero servirgli? A ogni modo, li avrebbe tenuti come ricordo del giorno in cui aveva ucciso Fafner, senza pur riuscire a imparare che cosa fosse paura. Si appese l’elmo alla cintura, e si mise l’anello al dito.
Che fare, ora?
Nella foresta tutto taceva di nuovo. Solo gli alberi stormivano, ora pian piano, ora più forte. Ed ecco che l’uccellino riprese a cantare. Sigfrido si scosse, tese l’orecchio e udi:
L’anello e l’elmo Sigfrido trovò! Oh! se di Mime, il vil traditor, Or non credesse le false parole; ma il tradimento che in cuore celò, la vile morte che a lui preparò, chiaro intendesse l’eroe vincitori
Ma Mime non aveva inteso nulla di queste parole; e uscendo dal suo nascondiglio proprio in quel momento, venne incontro al giovane eroe, tutto sorridente, e con voce melliflua gli disse, stringendo la boccetta del veleno sotto il vestito:
— Benvenuto, Sigfrido! Hai dunque imparato che cos’è la paura?
— No, non ho ancora trovato un maestro per questo!
— Però l’hai ucciso il drago! Non è cosi? Che tristo personaggio, nevvero?
— Per quanto tristo, pure mi rincresce quasi di averlo ucciso; ve ne sono tanti peggio di lui, che sono ancora vivi. Quello che mi disse di andarlo ad ammazzare, per esempio, lo odio assai più di quel poveraccio!
Mime apri allora le labbra per spifferare un sacco di lodi e di lusinghe a Sigfrido, e per ripetergli il suo amore e l’ansia che aveva avuto per lui. Ma senza che egli se ne accorgesse, gli uscirono invece di bocca le parole del suo cuore, e tutto sorridente e amabile disse:
— Sta’ tranquillo, fra poco tempo non mi vedrai più; presto ti chiuderò gli occhi per sempre. Ormai hai fatto tutto ciò che mi occorreva; non mi resta che toglierti il tuo bottino, e credo non sarà difficile; non ci vuole molto per abbindolarti.
— Ah, hai quest’intenzione? Mi vuoi derubare? Bravo!
— Che dici? — fece Mime meravigliato. — Sigfrido, figlio mio diletto! — ma di nuovo, credendo di fare proteste d’amicizia e di devozione, gli usci di bocca con tono di ipocrita tenerezza: — Lo sai, caro, quanto ti ho sempre odiato! Non ti ho certo allevato per amore; tutta la fatica la feci per avere l’oro che Fafner custodiva. E se non me lo darai con le buone, capirai bene, figlio caro, che ti dovrò ammazzare!
E rideva tutto soddisfatto, come d’uno scherzo grazioso.
— Che mi odiassi già lo sapevo; — gli disse Sigfrido; — ma fai conto addirittura di ammazzarmi?
— Chi ha detto questo? — fece Mime con spavento misto a collera. — Ma che cosa capisci? — E ricominciò, pieno di tenerezza: — Vedi, sei stanco, sei sfinito; la tua pelle brucia; io ho pensato di ristorarti con una buona bevanda. Quando tu lavoravi la spada, io ti preparavo con lo stesso fuoco la bevanda; se tu la bevi ora, io potrò prenderti spada, elmo e anello.
E rideva, rideva sottovoce.
— Spada, elmo e anello, mi vuoi rubare?
— Ma sei impazzito? Che cosa capisci, Sigfrido? Farfuglio, dunque, o deliro? Apri le orecchie e cerca di capir bene. Tieni, bevi e ristorati (e gli porgeva la bottiglia). In un momento avrai perduto i sensi, e le membra tue si saranno fatte rigide come il ferro. Quando sarai li coricato, senza vita, mi sarebbe facile prenderti anello ed elmo, e nasconderli. Ma se per caso ti svegliassi, non sarei più al sicuro da te, nemmeno con l’anello, caro! Ecco perché devo prima prenderti la spada e tagliarti la testa, caro ragazzo; solo cosi mi potrò godere in pace la mia fortuna.
E si stropicciava le mani dalla compiacenza.
— Nel sonno mi vuoi ammazzare?
— Ammazzarti? Chi ha detto questo? Ma pensa (e proseguiva in tono di estrema benevolenza) che se anche non ti odiassi cosi e non avessi da rifarmi di tanta fatica e di tanta rabbia che sopportai per te, non potrei fare a meno di ammazzarti. Alberico vuole l’anello anche lui; debbo dunque fare presto! Su, mio bel Welsungo, bevi, bevi, tracanna la tua morte; è l’ultimo sorso che inghiotti.
Sigfrido trasse allora la spada; diede a Mime un’occhiata; ma ne ebbe un tale disgusto, che appena lo toccò con la punta, come per levarselo dinanzi. Mime rotolò a terra, morto.
Sigfrido, tranquillo, si appese di nuovo la spada alla cintura e guardò il misero cadavere disteso ai suoi piedi.
— Hai assaggiato la mia spada, — disse — ciarlone nauseante! — Lo afferrò per i vestiti, lo trascinò fino all’entrata della caverna, e ve lo gettò dentro.
— Va’, ecco il tesoro che ti piaceva tanto; goditelo, adesso, crogiolati nel tuo oro!
Poi, con grande fatica, fece rotolare anche lo smisurato corpo del drago, fino a chiuderne tutta l’apertura.
— Ecco; riposate insieme da buoni amici, e custoditelo bene tutti e due!
Tratto da La leggenda di Sigfrido(ed. Mursia)