CAPITOLO XVII

Don Chisciotte, 1° volume

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Don Chisciotte s'era intanto riavuto alcun poco, e con quel filo di voce con cui aveva il giorno innanzi chiamato il suo scudiere quando trovavasi steso in terra nella valle delle stanghe, lo cominciò a chiamare, dicendo: — Sancio, amico, dormi tu? dormi tu, amico Sancio? — E come diavolo posso io dormire, meschino di me! rispose Sancio pieno di malanni e di dispetto, quando mi sembra di aver avuto attorno in questa notte i demonii tutti dell'inferno! — Ah! non dici male, rispose don Chisciotte; perché, o che io ho perduto il senno, o che questo castello è incantato; mentre hai a sapere… ma prima giurar mi devi di custodire finch'io sia morto, come il più gran segreto, ciò che ora sono per dirti, — Lo giuro, rispose Sancio. — Questo ti dico, riprese allora don Chisciotte, perché sono nemico di togliere l'onore a chicchesia. — Ripeto, soggiunse Sancio, e lo giuro che custodirò il segreto fin dopo il fine dei giorni di vossignoria; e piaccia a Dio che io possa manifestarlo dimani. — Mi porto io dunque sì male verso di te, Sancio, replicò don Chisciotte che mi vorresti veder morto così presto? — Non è per questo, rispose Sancio, ma perché son nemico del serbar segrete lungo tempo le cose, e non vorrei poi che per troppo serbarle mi s'infradicissero sullo stomaco. — Avvengane che può, disse don Chisciotte, io mi fido del pari e sul tuo amore e sulla tua cortesia. Devi dunque sapere che mi accadde in questa notte una delle avventure più strane che si possano mai immaginare; e, per dir breve, sappi che poco fa venne da me la figliuola del signore di questo castello, la più graziosa e vaga donzella che possa trovarsi in gran parte del mondo. Che ti potrei dire della gentilezza di sua persona? del suo fino discernimento? e di altre occulte qualità, che io per mantenere la fede dovuta alla mia signora Dulcinea del Toboso, lascio passare inosservate e sotto silenzio! Mi limiterò a dirti che invidioso il cielo di tanto bene offertomi dalla fortuna, e forse (com'è più credibile) per essere questo castello incantato; mentre io mi intratteneva con lei in dolci ed amorosi colloquii, venne, senza ch'io la vedessi, o potessi comprendere donde venisse, una mano attaccata al braccio di uno straordinario gigante, e mi affibbiò un pugno sì forte alle ganasce, che le tengo tutte intrise di sangue; poi mi pestò di tal fatta che mi trovo peggio di ieri quando i vetturali per colpa di Ronzinante ci fecero quell'affronto che sai. Ora io vado congetturando che la bellezza di questa donzella sia data in custodia di qualche incantato Moro, e non debba essere per me. — Né tampoco per me, rispose Sancio, perché sono stato fracassato da quattrocento Mori in maniera che le percosse delle stanghe, al confronto, furono proprio uno zucchero. Ma, dicami, signore, come chiama ella buona e rara ventura codesta che ci ha lasciati così malconci? E manco male per vossignoria che ha avuto tra le mani quella bellezza incomparabile che or ora mi ha descritta; ma io ho ricevuto le maggiori bastonate che avessi mai in tempo di vita mia! Venga il canchero a me ed alla madre che mi ha partorito che non sono cavaliere errante, né penso di esserlo mai, eppure a me tocca sempre la maggior parte delle disgrazie! — Dunque tu ancora sei stato pesto? rispose don Chisciotte. — Non le ho detto che sì! che maledetti siano tutti i diavoli dell'inferno, rispose Sancio, — Non ti affliggere, amico mio, disse don Chisciotte, che io comporrò tosto il prezioso balsamo con cui risaneremo in un batter d'occhio.»

Intanto il bargello, che già aveva acceso il lume, venne per riconoscere colui che credeva morto: e come Sancio lo vide entrare in camera con una cuffia in capo, con una lucerna accesa e con una ciera da far paura, domandò al suo padrone: — Sarebbe questi, o signore, quel mago moro che torna a ricominciare la solfa? — Non può essere il moro costui, rispose don Chisciotte, perché l'incantatori sono invisibili. — Se non si fanno vedere, si fanno però sentire, disse Sancio, e lo possono attestar le mie spalle. — Potrebbero farne fede anche le mie, rispose don Chisciotte; ma questo non è indizio bastevole per credere che costui che si vede sia desso.» Intanto si accostò loro il bargello, e trovandoli in sì pacifica conferenza tra loro ne restò meravigliato. Vero è bensì che don Chisciotte stavasene tuttavia colla bocca all'insù, senza potersi movere; tanto era pesto e coperto d'impiastri! Accostatosi al letto il bargello gli disse: — Come va, buon galantuomo? — Io parlerei con più rispetto, rispose don Chisciotte, s'io fossi voi: usansi forse in questa terra di tali confidenze coi cavalieri erranti?» Sentendosi il bargello maltrattare da un uomo di così triste apparenza, gli venne la mosca al naso, e alzando la lucerna con tutto l'olio che conteneva la scagliò sulla testa del povero don Chisciotte, sfregiandola bruttamente, e poi se ne andò pe' fatti suoi lasciando tutti all'oscuro. Disse allora Sancio Pancia: — Signore, costui senza dubbio è il Moro; e pare ch'egli custodisca per gli altri il tesoro, e per noi le bastonate e le lucernate. — Così è, rispose don Chisciotte; ma non conviene far caso di questi incantamenti, né pigliarne collera; perché essendo invisibili e fantastici non avremmo contro cui vendicarci realmente. Alzati Sancio, se puoi, e chiama il castellano di questa fortezza, e procura che qui mi si rechi un po' d'olio, vino, sale e ramerino onde comporre il balsamo salutare, che in verità credo di averne ora sommo bisogno perché mi esce molto sangue dalla ferita riportata da questa fantasima.

Si levò Sancio tutto addolorato nelle ossa, e s'avviò tentone alla camera dell'oste; ed essendosi incontrato nel bargello, che stava ascoltando come la passasse il suo nemico gli disse: — Signore, chiunque voi siate, fatemi il favore e la grazia di darmi un po' di ramerino, di olio, di sale e di vino, de' quali ho necessità per curare uno dei migliori cavalieri erranti che sieno al mondo, il quale giace ferito pericolosamente sopra quel letto per mano dell'incantato Moro che trovasi in questa osteria.» Il bargello ad udire queste parole, lo tenne per pazzo, e poiché cominciava già a farsi giorno, aprì la porta della osteria, e chiamato l'oste, fecegli sapere quanto da quel pover'uomo si domandava. L'oste gli somministrò quanto voleva, e Sancio recò ogni cosa a don Chisciotte, che si teneva la testa fra le mani, lamentandosi del dolore arrecatogli dalla lucernata, la quale gli aveva prodotto due enfiagioni assai rilevanti; ma quello che pensava fosse sangue non era altro che un sudore promosso dall'angoscia pei passati tormenti. In sostanza prese egli que' semplici, e ne formò un composto meschiandoli e facendoli bollire insieme per lungo tempo, e sin tanto che gli parve compita la manipolazione. Chiese poscia di un'ampolletta da riporvi il suo balsamo, ma non essendone alcuna nell'osteria, deliberossi di metterlo in un vasetto di stagno, di cui l'oste gli fece dono; poi vi recitò sopra più di ottanta paternostri, altrettante avemmarie, salve, credo, accompagnando ogni parola con segni in forma di benedizione, trovandosi a tutto presente Sancio, l'oste, il bargello, ma non già il vetturale, che attendeva a governare le sue bestie con tutta pace. Fatto questo, volle egli sperimentare la virtù di quel balsamo, da lui immaginato prezioso, e trangugiò gran parte di quello che non potendo capire nel vasetto di stagno restava nella pignatta dove lo aveva composto; forse un mezzo boccale. Ma non l'ebbe appena inghiottito che cominciò a recere di maniera che nulla gli restò nello stomaco, e per l'angoscia e per gli schianti del vomito, diede in un sudore copiosissimo, sicché pregò gli astanti che lo coprissero bene e lo lasciassero solo. Così fecero, ed egli dormì più di tre ore. Dopo le quali si svegliò, e sentendosi alleggerito molto nel corpo, e molto meno addolorato nelle ossa, si tenne per risanato in grazia della bravura sua nel comporre il balsamo di Fierabrasse; e già pensava che avrebbe potuto per l'efficacia di quel rimedio cimentarsi senza verun riguardo in ogni rissa, battaglia o pericolo per grande che potesse essere; Sancio Pancia, ascrivendo egli pure a prodigio il miglioramento del suo padrone, lo pregò che gli desse quello ch'era rimasto nella pignatta, e che non era poco. Glielo concesse don Chisciotte di buona voglia, e Sancio presa tosto la pignatta con ambe le mani, con buona fede e con miglior disposizione, vi avvicinò la bocca, ed ingolò quanto vi si trovava. Lo stomaco però di lui non era sì delicato come quello del suo padrone, e in conseguenza tanti e tali furono gli affanni, gli stringimenti e i sudori sofferti prime di recere, che credette di esser giunto all'ultima ora della sua vita; e vedendosi così malconcio ed a sì tristo partito, malediceva il balsamo e quel ladrone che glielo aveva insegnato. Vedendolo don Chisciotte sì male andato gli disse: — Io credo, o Sancio, che tanto male ti avvenga per non essere tu armato cavaliere; giacché stimo che quel liquore non sia punto giovevole a coloro che tali non sono. — Se vossignoria sapeva questo, replicò Sancio, (venga il malanno a me ed ai miei parenti), perché consentì ella ch'io ne ingoiassi?»

Ma intanto la bibita diventò operativa, e cominciò il povero scudiero a versare da ambedue i canali con sì gran precipizio che se ne imbrattarono la stuoia su cui giaceva, il canevaccio con cui si copriva. Sudava e trasudava con tali parosismi e accidenti che pareva prossimo ad uscir di questa vita. Durò tanto la burrasca quasi due ore; né si trovò poi nel ben essere del suo padrone, ma sì fracassato e pesto da non potersi reggere in piedi.

Don Chisciotte sentendosi, come si è detto, alleggerito e sano, divisò di partire in traccia di avventure, sembrandogli che ogni indugio fosse tempo tolto al bene del mondo e di quelli che avevano bisogno del suo favore e della sua difesa, e più lo animava allora la provata efficacia del suo balsamo. Vinto adunque da un tal desiderio, sellò egli stesso Ronzinante, e mise le bardelle al giumento del suo scudiero, cui pure prestò assistenza per vestirsi e montar sulla bestia. Salì poscia a cavallo, ed accostatosi ad un angolo dell'osteria, ne tolse una pertica, pensando di servirsene in vece di lancia. Stavanlo guardando quanti si trovavano in quel luogo, che erano da più di venti persone, e gli tenea gli occhi addosso anche la figliuola dell'oste, ed egli pure miravala fisamente traendo di tanto in tanto un sospiro che parea gli uscisse dal profondo delle viscere, ciò che ascrissero i circostanti al dolore che doveva sentire nelle costole, a giudizio almeno di quelli che lo avevano veduto tutto impiastrato la notte innanzi. Montati ambedue a cavallo, mettendosi don Chisciotte sulla porta dell'osteria, chiamo l'oste, e con voce riposata e grave gli disse: — Molti e molto grandi, signor castellano, sono i favori che ho ricevuti in questo vostro castello, e ve ne resterò obbligatissimo per tutto il corso della mia vita, e se posso compensarvene col vendicarvi di qualche superbo che vi abbia fatto alcun torto, voi già sapete che il debito mio è di sostenere i deboli, di vendicare le ingiurie e di punire i temerarii. Badate se avete che comandarmi in tale proposito, e basterà una vostra parola ch'io vi prometto, per l'ordine di cavaliere da me ricevuto di rendervi soddisfatto e compensato a vostro intiero piacere.» L'oste gli rispose con altrettanto contegno:

— Signor cavaliere, non ho bisogno di impegnare vossignoria a vendicare verun mio torto, poiché occorrendo, lo so fare da me medesimo; bensì ho bisogno ch'ella mi paghi del guasto fatto la scorsa notte nella mia osteria e così pure della paglia e della biada somministrata alle sue bestie, come ancora della cena e del letto. — Osteria si è questa? replicò don Chisciotte. — Ed onoratissima, rispose l'oste. — Io dunque sono, soggiunse don Chisciotte, vissuto finora in grande inganno, mentre protesto e giuro che l'ho giudicata un castello, e non certamente degl'infimi. Ora, poiché non è altrimenti castello, ma osteria, ciò che si può far per adesso si è che mi dispensiate dal pagarvi, perché io non posso contravvenire agli ordini dei cavalieri erranti, i quali so di certo (non avendo letto finora così in contrario) che non pagarono mai né alloggio né altro nelle osterie ove capitarono per caso; ma ognuno è obbligato ad accordargli in guiderdone dell'intollerabile travaglio che soffrono in cercar avventure di notte e di giorno, d'inverno e di estate, a piedi e a cavallo, con sete e con fame, con caldo e con freddo, esposti a tutte le inclemenze del cielo e ai disagi della terra. — Ciò poco mi importa, rispose l'oste; vossignoria mi paghi quanto mi è dovuto, e lasciamo andare le ciarle e la cavalleria, ch'io non m'intrigo di altro che di riscuotere il mio. — Tu sei un imbecille e spregievole ostiere, replicò don Chisciotte; e dando degli sproni a Ronzinante colla sua lancia abbassata, uscì dell'osteria senza poter essere trattenuto da chicchesia, e si dilungò un buon tratto di strada non badando se fosse seguito dal suo scudiere. L'oste che lo vide partire senza aver pagato, arrestò Sancio Pancia, il quale dichiarò che non pagherebbe né più né meno del suo padrone; giacché essendo egli, com'era infatti, scudiere di cavaliere errante, valeva per lui come pel suo padrone la stessa regola di non pagare negli alberghi e nelle osterie. Ciò mosse grande ira nell'oste, il quale minacciollo che se non pagasse l'avria concio per modo che gli sarebbe assai rincresciuto. A ciò Sancio rispose che, per la legge della cavalleria ricevuta dal suo padrone, non avrebbe pagato un quattrino quand'anche gliene dovesse costar la vita, non volendo essere causa che si perdesse quell'utile e antico costume de' cavalieri erranti, né dar motivo agli scudieri avvenire di lagnarsi di lui che avesse trasandato un così giusto privilegio.

Volle la cattiva stella dello sventurato Sancio che fra coloro che colà trovavansi, fossero quattro battilana di Segovia, tre merciai del porto di Cordova e due di Siviglia, gente allegra e dabbene, ma pronta sempre alle burle; i quali come se un medesimo spirito gl'instigasse e movesse, accostaronsi a Sancio e lo fecero smontare dall'asino; uno poi di essi andò a prendere la coperta del letto dell'oste, sulla quale distesero lo scudiere; quindi alzati gli occhi, e vedendo che il soffitto era troppo basso al loro bisogno, deliberarono di uscir nel cortile che aveva per coperchio il cielo, ed ivi posto Sancio in mezzo al copertoio, cominciarono a sbalzarlo in alto, e togliendosi lo spasso che alcuni si prendono di qualche cane nella stagione di carnovale. Furono sì alte le strida del povero sobbalzato, che giunsero all'orecchio del suo padrone; il quale, fermatosi ad ascoltare con grande attenzione, credette che fosse per accadere qualche nuova avventura, ma poi conobbe che quegli che gridava era il suo scudiero. Volta la briglia, e col pesante galoppo del suo Ronzinante, ritornò nell'osteria, e trovandola chiusa la girò tutt'intorno per vedere se ne scoprisse l'ingresso; ma giunto alla muraglia della corte, che non era troppo alta, scoperse il cattivo giuoco che facevasi del povero Sancio. Lo vide calare e salire per aria con tanta grazia e prestezza, che se non fosse stato coll'animo inviperito ne avrebbe riso egli stesso.

Provò di arrampicarsi dal cavallo sul muro, ma non gli fu possibile, tanto era ancora pesto e malconcio, però d'in sul cavallo, cominciò a scagliare tante villanie e tanti vituperii contro a quelli che facevano balzar Sancio, che non è possibile scriverli: e nondimeno coloro senza curarsi de' fatti suoi, e in mezzo alle risa continuarono a mandar Sancio in aria; il quale divenuto volatore ora gridava, ora minacciava, ora pregava, ma tutto questo poco giovò, perché non lasciarono il giuoco se non quando ne furono stanchi. Allora gli ricondussero nel cortile il suo asino, e ve lo posero sopra coprendolo ben bene col suo gabbano; e la compasionevole Maritorna, vedendolo affannato a quel modo, gli porse un boccale di acqua attinta allora allora dal pozzo. Lo pigliò Sancio, ed appressatolo alla bocca si ristette dal bere per ascoltare il suo padrone che ad alta voce esclamava: — Sancio, figliuolo, non bever acqua no, figliuolo, non beverla che ne resterai morto; guarda qua il preziosissimo balsamo (e gliene mostrava il vasetto) per la cui virtù risanerai, bevendone due sole goccie» A queste parole Sancio voltò gli occhi come di traverso, e rispose con voce ancor più sonora: — Si è forse dimenticata vossignoria ch'io non sono cavaliere? e vuol ella che io abbia a recere il resto delle viscere avanzatemi da questa notte? tengasi il suo liquore con tutti i malanni, e mi lasci quieto.»

Il proferire queste parole e il mettersi a bere fu un punto solo; ma poiché al primo sorso si accorse che quella era acqua se ne astenne, e pregò Maritorna che gli portasse del vino, ciò ch'ella fece ben volentieri, pagandolo di sua propria borsa; perché ad onta de' suoi traviamenti, era per altro una buona cristiana. Bevuto ch'ebbe, Sancio, diede delle calcagne al suo asino, e spalancando la porta dell'osteria quant'era larga, ne uscì contentissimo di non aver pagato neppure un quattrino, e di aver così vinta la prova alle spese però dei suoi soliti mallevadori, cioè delle proprie spalle. Vero è che l'oste ne ritenne le bisacce in pagamento del suo credito, di che Sancio non si accorse, tanto era fuori di sé! Voleva anche l'oste, subito che lo vide uscito fuori, assicurar con buone stanghe la porta dell'osteria, ma nol consentirono quelli della coperta; gente da non fare il menomo conto di don Chisciotte quand'anche fosse stato realmente uno de' cavalieri erranti della Tavola Rotonda.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: DELLA PRIMA PARTITA CHE FECE L'INGEGNOSO DON CHISCIOTTE DALLA SUA TERRA.
  • CAPITOLO III: DEL GENTIL MODO CON CUI DON CHISCIOTTE FU ARMATO CAVALIERE.
  • CAPITOLO IV: DI CIO' CHE ACCADDE AL NOSTRO CAVALIERE QUANDO USCI' DALL' OSTERIA.
  • CAPITOLO V: ANCORA DELLA DISGRAZIA AVVENUTA AL NOSTRO CAVALIERE.
  • CAPITOLO VI: DEL BELLO E GRANDE SCRUTINIO CHE FECERO IL CURATO E IL BARBIERE ALLA LIBRERIA DEL NOSTRO INGEGNOSO IDALGO.
  • CAPITOLO VII: DEL SECONDO VIAGGIO DEL NOSTRO BUON CAVALIERE DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO VIII: DEL FORTUNATO COMPIMENTO CHE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE ALLA SPAVENTEVOLE E NON MAI IMMAGINATA AVVENTURA DEI MULINI DA VENTO CON ALTRI SUCCESSI DEGNI DI GLORIOSA MEMORIA.
  • CAPITOLO IX: COME FINISSE LA MARAVIGLIOSA BATTAGLIA DEL PRODE BISCAINO COL VALOROSO MANCEGO.
  • CAPITOLO X: DEI GRAZIOSI RAGIONAMENTI CHE PASSARONO TRA DON CHISCIOTTE E IL SUO SCUDIERO SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO XI: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON ALCUNI CAPRAI.
  • CAPITOLO XII: DEL RACCONTO CHE FECE UN CAPRAIO A QUELLI CHE CONVERSAVANO CON DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XIII: IN CUI SI FINISCE IL RACCONTO DELLE VICENDE DI MARCELLA CON ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO XIV: DOVE SI RECITA LA DISPERATA CANZONE DELL' INFELICE PASTORE, CON ALTRI INASPETTATI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO XV: SI NARRA LA DISGRAZIATA AVVENTURA DI DON CHISCIOTTE CON CERTI IMBESTIALITI IANGUESI.
  • CAPITOLO XVI: DI QUELLO CHE ACCADDE ALL'INGEGNOSO IDALGO DON CHISCIOTTE NELL'OSTERIA CH'EGLI VOLEA PURE CHE FOSSE CASTELLO.
  • CAPITOLO XVII: SEGUITANO GLI INNUMEREVOLI TRAVAGLI CHE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COL SUO BUONO SCUDIERE SANCIO PANCIA SOFFERSE NELL' OSTERIA, DA LUI PER SUO DANNO CREDUTA UN CASTELLO.
  • CAPITOLO XVIII: DOVE RACCONTASI I DISCORSI CHE PASSARONO TRA SANCIO PANCIA E DON CHISCIOTTE CON ALTRE AVVENTURE DEGNE DI ESSERE RICORDATE.
  • CAPITOLO XIX: DEI PRUDENTI DISCORSI CHE TENNE SANCIO COL SUO PADRONE, DELL'AVVENTURA DI UN CORPO MORTO CON ALTRI FAMOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: DELLA GIAMMAI VEDUTA ED INTESA AVVENTURA CHE NON FU TERMINATA CON TANTO POCO PERICOLO DA FAMOSO CAVALIERE DEL MONDO, CON QUANTO POCO FU SUPERATA DAL VALOROSO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XXI: RACCONTASI LA SOMMA VENTURA E IL RICCO CONQUISTO DELL'ELMO DI MAMBRINO CON ALTRI SUCCESSI DEL NOSTRO INVINCIBILE CAVALIERE.
  • CAPITOLO XXII: DON CHISCIOTTE LIBERA MOLTI DISGRAZIATI CH'ERANO A LORO MALGRADO CONDOTTI DOVE NON AVREBBERO VOLUTO ANDARE.
  • CAPITOLO XXIII: DI QUELLO CHE ACCADDE AL FAMOSO DON CHISCIOTTE IN SIERRA MORENA, E CHE FU UNA DELLE PIÙ RARE AVVENTURE CHE SI RACCONTANO IN QUESTA VERA ISTORIA.
  • CAPITOLO XXIV: SEGUITA L'AVVENTURA DI SIERRA MORENA.
  • CAPITOLO XXV: DELLE STRANE COSE AVVENUTE IN SIERRA MORENA AL VALOROSO CAVALIERE DELLA MANCIA  E COME IMITASSE LA PENITENZA DI BELTENEBRO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUAZIONE DELLE PRODEZZE CHE FECE LO INNAMORATO DON CHISCIOTTE IN SIERRA MORENA.
  • CAPITOLO XXVII: DEL MODO CON CUI IL CURATO E IL BARBIERE GIUNSERO A CAPO DEL LORO DISEGNO CON ALTRE COSE DEGNE DI ESSERE RIPORTATE IN QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXVIII: RACCONTASI LA NUOVA E PIACEVOLE AVVENTURA SUCCESSA AL CURATO ED AL BARBIERE NELLA MONTAGNA MEDESIMA.
  • CAPITOLO XXIX: SEGUITA LA NARRAZIONE, ED INDI TRATTASI DEL GRAZIOSO ARTIFIZIO E DEL MODO USATO PER TOGLIERE IL NOSTRO INNAMORATO CAVALIERE DALLA SUA ASPRISSIMA PENITENZA.
  • CAPITOLO XXX: DELL'ARTIFIZIO USATO DALLA BELLA DOROTEA CON ALTRE COSE PIACEVOLI E DI TRATTENIMENTO.
  • CAPITOLO XXXI: DEI PIACEVOLI RAGIONAMENTI CHE SEGUIRONO TRA DON CHISCIOTTE E LO SCUDIERE SANCIO PANCIA CON ALTRI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXII: TRATTASI DI CIÒ CHE ACCADDE NELLA OSTERIA A DON CHISCIOTTE ED AI SUOI SEGUACI.
  • CAPITOLO XXXIII: SI RACCONTA LA NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO.
  • CAPITOLO XXXIV: CONTINUA LA NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO.
  • CAPITOLO XXXV: CHE TRATTA DELLA VALOROSA E SMISURATA BATTAGLIA CHE FECE DON CHISCIOTTE CON ALQUANTI OTRI DI VINO ROSSO; E DOVE SI DÀ FINE ALLA NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO.
  • CAPITOLO XXXVI: SI RACCONTANO ALTRI VARI AVVENIMENTI SUCCESSI NELL'OSTERIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA STORIA DELLA CELEBRE PRINCIPESSA MICOMICONA CON ALTRE GRAZIOSE AVVENTURE.
  • CAPITOLO XXXVIII: CONTINUA IL SINGOLARE DISCORSO DI DON CHISCIOTTE SOPRA LE ARMI E LE LETTERE.
  • CAPITOLO XXXIX: VITA ED AVVENTURE DELLO SCHIAVO.
  • CAPITOLO XL: SEGUITA LA STORIA DELLO SCHIAVO.
  • CAPITOLO XLI: SI RACCONTANO ALTRI AVVENIMENTI SUCCEDUTI NELL'OSTERIA E MOLTE COSE DEGNE DI ESSERE RIFERITE.
  • CAPITOLO XLII: STORIA GRADEVOLE DEL VETTURINO, CON ALTRI AVVENIMENTI SUCCESSI NELL'OSTERIA.
  • CAPITOLO XLIII: SEGUITANO INAUDITI SUCCESSI NELL'OSTERIA.
  • CAPITOLO XLIV: SCIOGLIESI IL DUBBIO SULL'ELMO DI MAMBRINO E SULLA BARDELLA; E SI NARRA LA SINGOLARE AVVENTURA DEGLI SGHERRI DI CAMPAGNA E DEL MIRABILE CORAGGIO DEL NOSTRO DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: DELLA MANIERA STRAVAGANTE CON CUI FU INCANTATO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA CON ALTRI CELEBRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO XLVI: ANCORA DELLA STRAVAGANTE MANIERA CON CUI FU INCANTATO DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA A RAGIONARE IL CANONICO IN MATERIA DI LIBRI DI CAVALLERIA CON ALTRE COSE DEGNE DEL SUO MOLTO TALENTO.
  • CAPITOLO XLVIII: TRATTASI DEGLI ASSENNATI RAGIONAMENTI TENUTI DA SANCIO PANCIA COL SUO SIGNOR DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIX: DI ALTRE CONTROVERSIE SEGUITE FRA DON CHISCIOTTE ED IL CANONICO, E DI ALTRI SUCCESSI.
  • CAPITOLO L: IL RACCONTO DEL CAPRAIO A DON CHISCIOTTE ED AI SUOI COMPAGNI.
  • CAPITOLO LI: RACCONTASI LA QUISTIONE CH'EBBE DON CHISCIOTTE COL CAPRAIO E LA RARA VENTURA DEI DISCIPLINANTI, DA LUI POSTA A TERMINE CON FORTUNATO SUCCESSO, MA CON NON POCA FATICA.