CAPITOLO XII

Don Chisciotte, 2° volume

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La notte che successe al giorno in cui avevano incontrato la Carretta della Morte don Chisciotte e il suo scudiere la passarono sotto alcuni alti e ombrosi alberi, dove per consiglio di Sancio don Chisciotte mangiò della provvigione che trovavasi nella credenza portata dall'asino. Durante la cena disse Sancio al suo padrone:

— Sarei pure stato balordo se avessi scelto per mancia lo spoglio della prima ventura che fosse stata effettuata da vossignoria, piuttostoché la razza delle tre cavalle! oh è meglio uccelletto in mano che aquila al volo.

— Contuttociò, disse don Chisciotte, se tu, o Sancio, mi avessi lasciato combattere come era mia volontà, ti sarebbe toccato in ispoglio almeno almeno la corona d'oro dell'imperadore, e le dipinte ali di Cupido, ch'io gliele avrei strappate di forza, e te le avrei date.

— Le corone, disse Sancio, degl'imperadori di teatro non furono mai di oro fino, ma di orpello o di stagno.

— Ciò è vero, replicò don Chisciotte, perché sarebbe cosa malfatta che gli ornamenti teatrali fossero fini, ed anzi va bene che sieno finti e apparenti come la stessa commedia. Io poi bramo, o Sancio, che tu sia amico della commedia tenendola in grazia tua, e così pure quelli che la rappresentano, perché servono tutti di giovamento alla repubblica. Costoro ci pongono ad ogni tratto dinanzi agli occhi uno specchio in cui veggonsi al vivo le azioni dell'umana vita, e non avvi paragone più atto a rappresentare quello che siamo, o che dovremmo essere, quanto la commedia e i commedianti. Né ti opporre, o amico Sancio, ma dimmi: non hai tu veduto rappresentar qualche commedia in cui s'introducono re, imperadori, pontefici, cavalieri, ed altri differenti personaggi, uno dei quali fa lo smargiasso, un altro l'imbrogliatore, questi il mercadante, quegli il soldato, un altro il semplice contegnoso, quell'altro l'innamorato morto; e poi terminata la commedia e spogliati gli abiti, tutti i recitanti restano eguali?

— Sì, signore, ne ho veduti molto bene, disse Sancio.

— Ora sappi, disse don Chisciotte, che lo stesso avviene nella commedia e nel traffico di questo mondo; in cui taluno fa da imperadore, tal altro da papa e da mille altre comparse che possono essere nella commedia introdotte; ma giungendo al fine, ch'è quando termina la vita, la morte toglie a ciascuno l'abito che lo rendeva diverso dagli altri, e tutti restano eguali nella sepoltura.

— Bel paragone! sclamò Sancio; ma egli non è poi tanto nuovo ch'io non l'abbia sentito mille e mille volte, come quello del giuoco degli scacchi, che mentre dura la partita ogni pezzo ha il suo offizio, ma terminata che sia, tutti si mescolano, si uniscono, si mutano e si cacciano in una borsa; ch'è lo stesso come la comparazione della vita che termina nella sepoltura.

— Tu vai ogni giorno, o Sancio, disse don Chisciotte, diventando meno semplice e più giudizioso.

— Batti e ribatti, rispose Sancio, ha da restarmi inchiodata bene in testa un poco della sapienza di vossignoria, poiché anche i terreni che sono sterili e senza umore nutritivo, a forza di mettervi buon letame, e di coltivarli, vengono a produrre buone frutta; e voglio inferire da questo che il conversare colla signoria vostra è stato il letame che ingrassò lo sterile terreno dell'infecondo mio ingegno; e la sollevazione del mio spirito la ripeto dal tempo in cui sono al suo servigio e converso con lei; e per tutte queste cose spero che un giorno darò frutta degne di benedizione, e tali che punto non isconvengano né sdrucciolino fuori dalla strada delle buone creanze che vossignoria ha ora aperta al mio intelletto.»

Si mise a ridere don Chisciotte delle studiate espressioni di Sancio, e gli sembrava anche vero ciò che dicea de' suoi progressi, perché parlava di tanto in tanto a modo che lo faceva restare maravigliato, quantunque non si possa dissimulare che il più delle volte coi suoi discorsi di opposizione o alla cortigianesca precipitasse dal colmo della sua semplicità, nel profondo della sua ignoranza. Quello in che si mostrava più elegante e memorativo era una profusione di proverbi, cadessero o no in acconcio al soggetto di cui trattavasi, come si andrà osservando nel corso di questa istoria.

In tali e altri ragionamenti passarono gran parte della notte. Finalmente s'invogliò Sancio di lasciarsi cadere le cateratte sugli occhi (come soleva dir egli quando volea dormire), e però, levata all'asino la bardella, lo lasciò in pienissima libertà di andarsene al pascolo per lo prato. Non tolse la sella a Ronzinante per essere espresso comando del suo padrone che nel tempo in cui battessero la campagna, o dormissero allo scoperto, non lo sfornisse mai: vecchia costumanza stabilita e osservata dai cavalieri erranti. Levare la briglia e attaccarla all'arcione della sella, pazienza! ma togliere la sella al cavallo? guai! Così fece Sancio, e la libertà dell'asino poté essere comune a Ronzinante la cui amicizia per l'asino fu sì unica e sì stretta che la fama ne corre per tradizione da padre a figliuolo; e l'autore di questa veridica istoria ne fece capitoli a parte, che non ha inseriti soltanto per voler essere geloso custode della decenza e decoro dovuto a narrazioni sì eroiche. Ben è il vero che alcuna volta si dimentica di tale suo proposito e scrive che subito che le due bestie potevano avvicinarsi andavano grattandosi l'una coll'altra, e che quando eran molto stracche, Ronzinante cacciava il suo collo a posare su quello del leardo per modo che ne riusciva un mezzo braccio dall'altra parte, e fissando ambedue gli occhi a terra stavansene a quel modo per tre giorni, o almeno fino a tanto che la fame non li spingeva a cercarsi altrove alimento.

Soggiungo una cosa ancora e non più, ed è che l'autore ha lasciato scritto che nell'amicizia erano queste bestie da compararsi a Niso ed Eurialo, a Pilade ed Oreste: e se ciò è vero, resta luogo ad osservare con istupore, quanto stabile dovette essere la colleganza dei due pacifici animali, a confusione degli uomini che tanto male si conducono gli uni con gli altri. Non v'è amico per l'amico, e le canne si cambiano in lance.

Né sembri a taluno che l'autore abbia deviato dal diritto sentiero paragonando l'amicizia di quelle due bestie con l'amicizia degli uomini; perché gli uomini hanno appreso dalle bestie molti e molto importanti insegnamenti; come sarebbe a dire dalle cicogne il cristere, dai cani la gratitudine, dalle grue la vigilanza, dalle formiche la provvidenza, dagli elefanti l'onestà, e la lealtà dal cavallo.

Finalmente Sancio si addormentò sotto un sughero, e don Chisciotte se ne stette sonniferando disotto d'un'altissima quercia. Breve intervallo di tempo era scorso quando don Chisciotte fu desto da un rumore che udì dietro a sé, e levandosi impaurito e postosi ad ascoltare ed a vedere di dove procedesse, scoprì che erano due uomini a cavallo, uno dei quali abbandonando la sella, diceva all'altro:

— Smonta, amico, e leva il freno ai cavalli, che a parer mio, qui trovasi abbondevolmente dell'erba pel loro pascolo, e qui sono la solitudine ed il silenzio che abbisognano agli amorosi miei pensamenti.»

Il proferir queste parole ed il distendersi sulla terra fu tutto uno; ma nell'atto che si coricava, le armi che aveva indosso fecero rumore: dal che don Chisciotte argomentò che dovesse essere un qualche cavaliere errante.

Accostatosi a Sancio che dormiva, lo riscosse, e con poca fatica lo svegliò, poi a bassa voce gli disse:

— Fratello Sancio, abbiamo qui una ventura.

— Dio ce la mandi buona! rispose Sancio. E dove sta, signor mio, la signoria di questa signora ventura?

— Dove? mi domandi, replicò don Chisciotte. Volgiti, guarda e vedrai quivi prosteso un cavaliere errante, ch'io penso non debba essere soverchiamente allegro, poiché lasciatosi cadere giù da cavallo, si distese per terra con non dubbi segni di animo irato; e nel cadere rumoreggiarono le sue armi.

— E in che trova vossignoria, disse Sancio, che questa sia un'avventura?

— Non voglio dire, don Chisciotte rispose, che sia del tutto una ventura, ma principio di essa, ché così le avventure hanno principio. Ma stattene attento: a quanto pare, egli va accordando un liuto o una viola, ed al tossire e allo spurgarsi che fa, indovino ch'egli si apparecchia a cantare un poco.

— In fede mia ch'è vero, rispose Sancio: oh sarà per certo un cavaliere innamorato.

— Non avvi alcuno degli erranti che non lo sia, soggiunse don Chisciotte, e stiamolo a sentire, ché da questo filo scopriremo il gomitolo dei suoi pensieri: la lingua parla per l'abbondanza del cuore.»

Voleva Sancio replicare al padrone, quando la voce del cavaliere del Bosco, che non era né molto cattiva né molto buona, glielo impedì, e standosene tutti e due in attenzione udirono che il suo canto diceva presso a poco così:

«Datemi, o mia signora, una via da seguire sempre il vostro volere; ed io conformerò a quello il voler mio per modo, che mai non me ne allontanerò pur d'un punto.

«Se v'è a grado che tacendo de' miei martirî io muoia, e voi abbiatemi già fin d'ora per morto; o se volete ch'io ne parli di un modo inusato, farò che Amore stesso pigli a parlarne per me.

«Io, a prova de' contrari, son fatto di molle cera e di duro diamante, e accomodo l'animo mio alle leggi d'Amore.

«Molle qual è o forte, io vi offro il mio cuore: voi tagliate od imprimetevi quello che più vi piace, ché io giuro di custodirlo eternamente.»

Con un ahi tratto, per quanto sembrava, dall'intimo del cuore, diè fine al suo canto il cavaliere dal Bosco, e di lì a poco con dogliosa e compassionevole voce proruppe:

— Oh la più bella e la più ingrata donna dell'orbe! come sarà egli possibile, serenissima Casildea di Vandalia, che ti piaccia di vedere consunto e sfinito in continue peregrinazioni ed in aspri e crudeli travagli questo tuo schiavo cavaliere? Non basta a te ch'egli abbia costretto a dichiararti per la più bella donna del mondo i cavalieri tutti della Navarra, tutti quei di Leone, tutti i Tartesii, i Castigliani tutti, e finalmente tutti i cavalieri della Mancia?

— Oh questo poi no, disse don Chisciotte a tal punto: io sono cavaliere della Mancia, e non mai feci tal confessione, né posso né devo farla a pregiudizio della bellezza della mia dama. Tu vedi, o Sancio, che quel cavaliere delira: ma ascoltiamo, che forse si spiegherà un poco più.

— Sentiamolo pure, rispose Sancio, ma egli ha ciera da querelarsi per un mese a di lungo.»

Così non passò la cosa, perché avvedutosi il cavaliere dal Bosco che qualcuno stava favellando vicino a lui, senza più continuar nel suo lamento, si alzò e con sonora e cortese voce, disse:

— Chi è là? Che gente siete? siete fra i contenti o fra i miseri?

— Fra gl'infelici, rispose don Chisciotte.

— Dunque venite a me, soggiunse quello dal Bosco, e in me troverete l'affanno e la tribolazione stessa in persona.»

Udendosi don Chisciotte rispondere sì teneramente e con sì alta cortesia, si avvicinò a lui, e Sancio ancora. Il dolente cavaliere prese don Chisciotte per un braccio dicendogli:

— Sedete qua, signor cavaliere, che per conoscervi tale e per accorgermi che professate la errante cavalleria bastami avervi ritrovato in questo luogo dove la solitudine e la serenità sono e compagni e piume naturali e veri soggiorni dei cavalieri erranti.

Cui don Chisciotte:

— Cavaliere son io, e della professione che dite, e tuttoché abbiano sede lor propria nell'anima mia le afflizioni, le sciagure e gli affanni! non per questo mi rifiuto di sentire compassione per le sventure altrui. Dal tenore del vostro canto, che ho inteso, sono convinto che le vostre sono afflizioni innamorate: voglio dire che nascono dall'amore che vi accende per la bella ingrata che ricordate nei vostri sospiri.»

Stando in questo colloquio trovavansi già seduti sul nudo terreno in santa pace e in amichevole compagnia, come se allo spuntare dell'alba non avessero a maltrattarsi a vicenda.

— Signor cavaliere, domandò a don Chisciotte quello dal Bosco, sareste voi per avventura innamorato?

— Lo sono per fatalità mia, rispose don Chisciotte, benché i danni che ci derivano dai ben collocati affetti nostri debbano più propriamente chiamarsi favori che danni.

— Questo è pur troppo vero, replicò quello dal Bosco, quando però non ci ottenebrassero alcuna volta la ragione o l'intelletto quegli sdegni che col moltiplicarsi vestono le sembianze della vendetta.

— Giammai, rispose don Chisciotte, fui io sdegnato contro la mia signora.

— Oh no certamente, soggiunse Sancio che gli era accanto, perché la mia padrona è simile ad una piacevole asinella, e più morbida di un pane di burro.

— È costui il vostro scudiere? domandò quello dal Bosco.

— Per lo appunto, rispose don Chisciotte.

— Non mi è mai più accaduto, replicò quello dal Bosco, di udire che lo scudiero abbia ardito di frammettersi nei ragionamenti del suo signore; ed il mio che pur è qui grande e grosso, non osa mai di aprire bocca quando io favello.

— Oh bella! disse Sancio; oh gran novità! ho parlato, posso parlare e non parlare davanti ad un altro tanto quanto... tanto più la puzza quanto più...»

Lo scudiere del cavaliere dal Bosco prese allora Sancio per un braccio e gli disse:

— Andiamo, amico, noi altri due soli in un appartato luogo dove potremo discorrercela insieme scudierilmente, e lasciamo questi nostri padroni che si discervellino colle istorie dei loro amori, le quali scommetterei che non finiranno sino a dimani.

— Andiamo alla buon'ora, disse Sancio, e racconterò a vossignoria chi sono io, e voi deciderete se io sono uomo da essere così posto in un fascio con gli scudieri ciarloni.»

Si ritirarono amendue, e passò tra loro un ragionamento che riuscì tanto saporito quanto serio fu stato quello dei loro padroni.

📂 In questa sezioneIn this section

  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.