la Corte Suprema e l'aborto

l'aborto non è più “un diritto” (giugno 2022)

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🍹 Introduzione

ad essere precisi quello che è stato abolito non è il diritto all'aborto, ma il diritto alla riservatezza: prima la donna non poteva essere costretta a giustificare la sua richiesta di aborto, ora sta ai singoli Stati legiferare al riguardo.

Cenni storici

«La sentenza Roe contro Wade del gennaio del 1973, con il voto favorevole di sette giudici su nove, aveva stabilito un diritto federale (dunque da applicare a tutti gli Stati) che consentiva alle donne di interrompere volontariamente la gravidanza, anche in assenza di problemi di salute della donna, del nascituro e di ogni altra circostanza che non fosse la libera scelta della donna.

I Giudici fondarono la propria decisione sul quattordicesimo emendamento della Costituzione, secondo cui sussiste un diritto alla privacy inteso come diritto alla libera scelta di ciò che attiene alla sfera più intima dell’individuo e stabilirono due principi cardine: la possibilità di abortire senza alcuna limitazione fino al momento in cui il feto non sia in grado di sopravvivere in maniera autonoma al di fuori dell’utero materno e la possibilità di abortire anche al di là di questi limiti qualora sussista un pericolo di vita per la donna.»

La logica di questo riferimento al 14° emendamento era che per giustificarsi la donna sarebbe stata costretta a “mettere in piazza” motivazioni che potevano risultare lesive della sua onorabilità (traduco io un po' brutalmente), come il fatto di essere stata stuprata, o di avere un marito violento, o un matrimonio pericolante o altre cose del genere.

Viceversa assenza di giustificazioni equivale poco o tanto a “aborto libero”.

«Prima di questa sentenza l’aborto era illegale, negli Stati Uniti, in 30 Stati; in 13 era legale in caso di pericolo per la donna, stupro, incesto o malformazioni fetali; in 3 solo in caso di stupro e di pericolo per la donna, mentre in 4 Stati l’unico requisito richiesto era la libera volontà della donna.»

Il fatto che una Corte costituzionale decida che in pratica l'aborto è un diritto costituzionale può suscitare più di una perplessità. Più di merito, tuttavia, che di metodo. Perché anche in uno Stato federale, che lascia ampia autonomia ai singoli stati, esistono dei diritti umani che si possono considerare ricavabili dalla Costituzione.

Rimane la questione se il diritto della donna a non vedersi umiliare debba prevalere sul diritto del nascituro. Ho portato sopra argomenti che mi sembrano stringenti su questo.

È utile il muro contro muro?

Per quanto detto, che la sentenza del 1973 venisse messa in discussione e modificata non è negativo. Ma è il modo con cui si è arrivati, nel 2022, a ribaltare tale sentenza che suscita non poche perplessità.

Anzitutto il tifo da stadio che ha accompagnato questo “ribaltamento”, celebrato dagli ultraconservatori con Ad esempio «il procuratore generale del Texas Ken Paxton, alfiere dell’anti abortismo dello stato del Sud, come Trump, ieri festeggiava:  ha deciso di proclamare il 24 giugno di ogni anno, da ora in poi in Texas giorno di festa statale e di vacanza dal lavoro “in memoria dei bambini mai nati”.» (fonte: Il sole 24 ore), come un punto di svolta epocale e irreversibile, non ha certo aiutato a farlo digerire alla maggioranza degli americani.

Sondaggi riportati dall'ANSA dicono che la fiducia dei cittadini americani nella Corte Suprema è scesa ai minimi storici: il 25%.

Gli Stati Uniti sono spaccati in due, con le zone economicamente e culturalmente più progredite (l'Est e l'Ovest) pro-choice, e le zone meno urbanizzate e con un minor tasso di laureati su posizioni ideologicamente pro-life, stando al Sole 24 ore:

«Gli Stati Uniti (...) somigliano a un enorme hamburger. Le due fette di pane - le Coste ai due lati, sono una nazione: a maggioranza democratica, la parte più avanzata economicamente e per lo sviluppo umano e i diritti civili. La grande polpetta di questo panino del MidWest, gli Stati del Centro e del Sud, è la seconda nazione che va in tutt’altra direzione: a maggioranza repubblicana, bianca, con redditi più bassi dei liberal dem californiani e di New York, tanto risentimento per gli effetti perversi della globalizzazione e della crisi economica e desiderio di rivalsa per uno status di grandezza che non c’è più, nella desolazione della provincia americana.»

L'America rurale, si (quella che pensa che il mondo abbia 5000 anni e che il racconto della Genesi vada preso alla lettera)potrebbe insomma dire, contro l'America urbanizzata e avanzata.

In ogni caso, si è arrivati a quella che di per sé potrebbe anche essere considerata una sentenza ragionevole, in un modo che ragionevole non è.

Infatti invece di cercare il dialogo e il confronto di argomenti, in un ampio e serio dibattito, il più possibile pacato e argomentato, si è preferito andare al muro contro muro, grazie alla nomina di giudici militanti, nominati perché fossero tali da un presidente come Trump, che ha dimostrato di non essere esattamente un come dimostra il suo rifiuto di cedere pacificamente il potere a chi lo aveva sconfittocampione di democrazia.

Perché parlo di militanza? Perché per più di un aspetto hanno dimostrato di agire più da politici che da giudici. Basta considerare la violazione del segreto d'ufficio e il linguaggio con cui hanno anche il fatto di preannunciare una sentenza dice di una volontà di protagonismo mediatico, poco compatibile con la sobrietà espressiva che ci si aspetterebbe da dei giudici costituzionalipreannunciato la loro decisione. Si considerino le seguenti parole (il neretto è mio, ed evidenzia i punti dove si nota una passionalità militante poco consona a giudici costituzionali):

la decisione del 1973, adottata dalla stessa Corte Suprema è stata considerata, dai giudici che l'hanno abrogata, «clamorosamente sbagliata sin dall'inizio», fondata su «un'argomentazione eccezionalmente debole che ha avuto conseguenze negative», con il risultato di «infiammare il dibattito ed aumentare le divisioni». Per cui è «arrivato il momento di tornare alla Costituzione e restituire la questione dell'aborto ai rappresentati del popolo». (fonte AdnKronos)

Ora, questo è il linguaggio di un politico. Non di un giudice. La valutazione dei loro colleghi, che si deduce si sarebbero “allontanati dalla Costituzione”, è di una pesantezza inaudita. Tipica, appunto, di uno scontro tra politici.

Manca la consapevolezza di star esercitando un ruolo quanto mai delicato, che dovrebbe essere il più possibile super partes. Non per nulla si tratta di giudici scelti da un personaggio non certamente propenso al dialogo come Trump.

Ne sono seguite manifestazioni diffuse, imponenti e insistenti, e nel momento in cui scrivo non è chiaro quali potranno essere gli sviluppi.

non basta l'istituzionale, se manca il pre-istituzionale

Per superare davvero la piaga dell'aborto occorre ben altro. Soprattutto, altro. Occorre lavorare pazientemente nella società civile, aiutando le donne in difficoltà, e tentate di abortire, e testimoniando che la vita, anche quando chiede dei sacrifici, è bella e degna di essere vissuta e accolta.

Occorre poi un ampio dibattito, che punti, più che a vincere, a convincere. In modo che i cambiamenti legislativi, che possono ben venire, siano il più possibile compresi e accolti convintamente. E non piovano sulla testa della gente come un colpo di mano di una fazione contro un'altra.

Questa mi pare sia la consapevolezza che ha spinto Avvenire ad adottare una posizione equilibrata, pensosa e non trionfalistica.