Il pentimento
sua natura, sua necessità e sue condizioni
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Francesco Bertoldi
fenomenologia del pentimento
Quando si può parlare di pentimento? Fondamentalmente quando si pensa che una propria azione attuata nel passato sia stata sbagliata, per cui pensiamo qualcosa tipo “se potessimo tornare indietro non rifaremmo quella azione”.
Ma perché uno pensa che una sua azione passata sia sbagliata e quindi vorrebbe non averla fatta? Fondamentalmente per due possibili motivi.
- Il primo: delle conseguenze empiricamente constatabili che quell’azione avrebbe prodotto. Questo può anche essere un motivo egoistico o anche, in termini teologici, naturalistico.
- Il secondo, di carattere più razionale-assoluto: l'accorgersi di aver infranto qualcosa che meritava invece stima e rispetto.
Soffermiamoci sul secondo motivo, che si ancora a delle regole universali, o meglio a qualcosa che va oltre l'immediato, a qualcosa di metatemporale. Avviene che uno si rende conto che una sua azione, indipendentemente dalla possibilità di constatare empiricamente conseguenze negative, andava contro qualcosa che all’epoca non considerava come meritevole di stima, mentre nel momento in cui uno si pente uno lo invece meritevole di un rispetto in qualche modo incondizionato. Può essere il caso della “legge di Dio”, “la volontà di Dio” o il caso di leggi statali, o di qualche altra realtà organizzata, per esempio. Può capitare insomma che uno abbia violato una legge di Dio o una legge umana (statale o meno) e nel momento in cui l’ha violata non pensava che quella legge fosse così meritevole di stima; mentre successivamente, a prescindere anche dalle possibili conseguenze empiricamente constatabili della sua azione, si è reso conto che quella legge, che quel valore, merita un assoluto, incondizionato, rispetto.
La motivazione empirica, la prima di cui si è parlato, è più debole, e ciò per diversi motivi.
- Innanzitutto non è detto che dalla azione di cui uno si pente siano derivate davvero le conseguenze negative che uno pensa ne siano scaturite.
- In secondo luogo, se anche quel nesso (tra quella azione e quelle conseguenze) fosse confermato, non è detto che le conseguenze che uno in un certo momento considera negative, uno le debba continuare a considerare tali anche successivamente.
Anche per questi motivi, in fin dei conti il vero pentimento non è tanto davanti a motivazioni empiriche, ma è davanti alla motivazione più profonda, razionalmente fondata, in qualche modo incondizionata, assoluta: l’avere infranto qualcosa che non andava a infranto, a prescindere dalle possibili conseguenze immediatamente constatabili.
Torneremo più oltre su questo “qualcosa”, per ora generico, per determinare se possa essere un “ciò” (impersonale) o debba essere un “Tu” (personale).
pentimento e senso di colpa
ossia il falso pentimento
«il rimorso è un ri-cane
che si ri-morde la ri-coda»
ℹ
questa definizione scherzosa venne data da un sacerdote ambrosiano nei miei anni universitari, ed esprime bene il carattere ingannevole di un falso pentimento
E qui però ci sono le obiezioni che vengono soprattutto dalla psicanalisi, che Max Scheler amplia con altre possibili obiezioni, nel suo scritto sul pentimento. Tali obiezioni riguardano in realtà non il vero pentimento, ma un “senso di colpa” patologicamente configurato. È indiscutibile infatti che esista anche una forma patologica di pentimento, uno pseudo-pentimento, ossia un patologico “senso di colpa”. Il senso di colpa non è un autentico pentimento perché non interviene nella cornice di una chiarezza di ciò che sono davvero il bene e il male, ma vive sotto la oscura pressione di idee non ben calibrate, e derivate dalla educazione, soprattutto quella avvenuta in età infantile per soggezione a delle figure autorevoli, genitoriali fondamentalmente. Con terminologia freudiana si tratta una convinzione non fondata sul principio di realtà, ma sul principio del dovere, ad opera di un super-Io non riassorbito in un Io sano, basato sul principio di realtà. Il vero pentimento invece presuppone che uno sia nella sua piena consapevolezza, nel pieno esercizio della sua libera responsabilità. Così da considerare le azioni passate alla luce di tutti i fattori, tra l’altro gerarchizzati nel modo corretto, nel modo che la sua ragione e la sua esperienza gli confermino essere i fattori collocati nel giusto ordine. Ancora in termini freudiani, il vero pentimento insomma presuppone una netta predominanza del principio di realtà.
condizioni del pentimento
Diciamo ora qualcosa su quali sono le condizioni che occorre ammettere, come cioè debba essere fatto l'uomo, come debba essere fatta la natura umana, affinché possa esserci pentimento.
Si tratta insomma di condizioni di diritto, de iure, la cui esistenza non dipende dal singolo individuo, ma che esistono (o, per alcuni, come i deterministi o i materialisti, non esistono) oggettivamente, come costitutivi della nostra natura umana.
Più oltre, parlando delle modalità del pentimento, vedremo le condizioni de facto, di fatto del pentimento, come cioè il singolo individuo possa (o meno) pentirsi.
la libertà di scelta
Il pentimento ha come presupposto primo il fatto che l’essere umano sia libero, sia dotato di libero arbitrio. Se tutto in noi fosse determinato, se tutto ciò che uno ha fatto fosse qualcosa che era costretto a fare, non avrebbe senso pentirsi. Uno potrebbe dire solo “sarebbe stato meglio se avessi fatto un’altra cosa”, ma non “io avrei potuto fare un’altra cosa”. Questo lo osservava già Montaigne, ma è una cosa del resto ovvia: se l’essere umano è concepito in termini deterministici, privo cioè di libero arbitrio, non ha senso pentirsi. Uno al massimo può dire “in una circostanza del genere in futuro cercherò di fare diversamente”, ma non “mi pento di quello che ho fatto”, perché questo suppone il libero arbitrio.
la conoscenza non limitata all’immediato
Un altro presupposto è che si possa conoscere in modo oggettivo e certo, così da poter dire: ho violato qualcosa che non andava violato, ho infranto una regola universalmente vincolante, una regola che la mia ragione avrebbe potuto cogliere come vincolante. Tant’è vero che la stessa mia ragione ora riconosce di aver contraddetto qualcosa che anche allora avrebbe potuto riconoscere come vincolante. In altri termini, perché si dia pentimento occorre che la conoscenza umana sia concepita in modo non relativistico, come incapace cioè ci cogliere qualcosa di assoluto, e quindi di vincolante. Occorre che la conoscenza non sia sbriciolata, schiacciata sull’immediato, su un qui e ora come frammentata, atomizzata congerie di particolari senza filo conduttore. Senza senso. Se con la mia ragione posso cogliere la realtà, ne posso cogliere la struttura intelligibile, posso avere dei parametri in qualche modo immutabili e assoluti con cui paragonare le mie azioni, e quindi posso dire “un’azione di questo tipo è sempre e per tutti, in qualsiasi tempo e luogo, sbagliata”, e non semplicemente “adesso mi sembra sbagliata” (magari domani non lo sarà più). Questo è il tema ad esempio della Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Ma le due coordinate, la libertà di scelta e la possibilità di cogliere dei parametri metastorici, che vadano oltre l’immediato, il qui ed ora, sono coordinate di tutto il pensiero cattolico (ortodosso, almeno, nel senso cioè di autentico).
necessità del pentimento
Il poter andare oltre l’immediato non riguarda solo la realtà “esterna” e “i valori” (i parametri metastorici sopra accennati), ma riguarda anche lo stesso io umano. Che deve essere riconosciuto, diversamente da quanto pensava Hume, come qualcosa di unitario, di organico. Per cui i tanti atti che un essere umano compie non sono qualcosa di frammentato, come atomi tra loro non comunicanti, non sono una molteplicità frantumata e senza un filo conduttore, ma c’è una qualche forma di unità. Sono infatti sempre io, che agisco: ieri come oggi, per quanto lungo sia il tempo passato. Tema questo di un romanzo di Bourget: I nostri atti ci seguono, un bel romanzo (pur con la pecca di un certo residuale moralismo). A questo tema accennava anche Eliot con un suo esergo in “Portrait of a Lady” (in Prufrock and other Observations)
Thou hast committed—
Fornication: but that was in another country,
And besides, the wench is dead.
The Jew Of Malta
ℹ
Hai fornicato -
Ma fu in un altro paese,
E oltre tutto la ragazza è morta
(l’Ebreo maltese)
Come se bastasse che un atto sia lontano nel tempo e nello spazio affinché esso non sia più un nostro atto, che pesi sul presente.
Il passato ha invece un inevitabile peso sul presente. Perché io sono sempre io. Cambia, è vero, qualcosa di me: cambia il mio corpo, cambiano le mie conoscenze, i miei sentimenti, i miei rapporti: ma si tratta di cambiamenti che con Aristotele possiamo chiamare accidentali.
Però la mia sostanza resta. Il mio io profondo resta. Ne segue che per cambiare il presente, cioè per cambiare, occorre fare i conti col passato: il mio passato è il mio passato. Il passato di un io che è libero, e che può cogliere dei parametri in qualche modo assoluti, metatemporali, sottratti cioè al mutare dei tempi.
Quindi ciò che nel mio passato io riconosco come sbagliato è qualcosa di cui devo assumermi la responsabilità. Ossia occorre il pentimento, un autentico pentimento.
In altri termini non basta proporsi di voltare pagina: “adesso voltiamo pagina”, “quella è acqua passata, non pensiamoci più e voltiamo pagina”. È quanto tra gli altri affermava implicitamente San Benedetto da Norcia nella sua Regola, quando, tra i instrumenta artis spiritalis, pone
“mala sua praeterita cum lacrimis vel gemitu cotidie in oratione Deo confiteri” (“ogni giorno confessare a Dio nella preghiere, con lacrime di sincera contrizione, i propri errori passati”).
cap. IV, n. 57
Ma è anche quanto osserva Max Scheler, nel suo testo Il pentimento:
«Quanto più chiuderete gli occhi su ciò di cui vorreste pentirvi, tanto più insolubili diventeranno le catene che impediscono ai vostri piedi di proseguire.»
«Dicono i signori gioviali: non pentirsi, ma fare buoni proponimenti e agire meglio in avvenire. Ma i signori gioviali non dicono da dove viene la forza di fare buoni proponimenti e, ancor più, la forza di attuarli, se di fronte al potere determinante del passato non si sono già conquistate mediante il pentimento la liberazione e la nuova padronanza di sé. Buoni propositi senza la coscienza della propria forza e della possibilità di attuarli immediatamente, unita all’atto del proponimento, sono proprio quelle buone intenzioni di cui è lastricata “la via per l’inferno”.»
Il pentimento, cit.
modalità del pentimento
Dato che l’io è una totalità organica, un autentico pentimento non può limitarsi alla constatazione e “condanna” di un singolo atto sbagliato. Uno può anche illudersi di condannare un singolo atto, o dei singoli atti, come ricorda il salmo 35 (36):
l’empio «si illude con se stesso
Sal 35 (36)
nel ricercare la sua colpa e detestarla».
conoscere, per riconoscere
Occorre infatti anzitutto vedere quali radici uno sbaglio ha. È qualcosa di analogo a quanto deve avvenire per una corretta impostazione della cure alle malattie fisiche: è importante cogliere qual è la causa di un sintomo piuttosto che prendersela con il sintomo. Quindi l’organicità dell’io implica che uno cerchi di cogliere quali sono le radici prime degli atti molteplici. Questo perché comunque se un certo atto, B, è la conseguenza di A (o almeno è stato fortemente condizionato da A), finché ci si limita a dire “mi pento di aver fatto B” senza (cercare di) rimuovere A, quell’A che in qualche modo è la (con)causa di B, pensare di avere eliminato il problema è illusorio, ed è illusorio, o almeno incompleto lo stesso pentimento.
Tra l’altro questo vale sia a livello di individuo sia a livello di soggettività collettive, nel senso che anche lì è importante che una soggettività culturale, che ha un certo tipo di presupposti, arrivi non semplicemente a dire che un certo tipo di atti erano sbagliati, ma si renda conto di quale logica ha portato a legittimare quegli atti. Riprendiamo più sotto questo discorso.
il rapporto tra libertà e conoscenza
la sola conoscenza non basta
Cercare di capire è necessario, ma non sufficiente. Il fatto di (cercare di) capire quali siano le cause che ci hanno portato a scegliere qualcosa che poi giudichiamo sbagliato, non può evitarci la fatica di usare la libertà per evitare poi ricommettere quegli sbagli. Questo lo poteva pensare forse Socrate, certamente lo pensava Spinoza, ma se siamo dotati di libertà di scelta, la vita morale è anche esercizio della libertà, che è inevitabilmente scelta, e quindi lotta. Non è la conoscenza allora a risolvere tutto: militia est vita hominis super terram.
D’altra parte se la vita morale non è solo conoscenza, essa non è nemmeno solo volontà, solo una bruta forza di volontà: esistono anche “peccati dell’intelletto” che ci posso appesantire inutilmente. La vita morale non è una lotta volontaristica, per cui non è inutile cercare di capire quali dinamiche ci hanno portato a commettere qualcosa che consideriamo sbagliato. Si tenga anche presente che non è possibile capire tutto (subito), non è realistico. Uno dovrebbe arrivare fin dove può in un certo momento. Cercando però di scavare il più a fondo possibile, tenendo presente che anche i vari livelli dell’essere umano, quindi il livello psichico che da un lato affonda in ultima analisi nel livello spirituale, ma ha comunque una sua specificità, delle sue leggi e delle sue dinamiche.
oltre la natura
il punto di convergenza (soprannaturale) di libertà e conoscenza
E qua però si deve arrivare a un punto ulteriore che non è più a livello naturale (in senso teologico), ma è soprannaturale. Dante a un certo punto del suo viaggio nell’aldilà, quando è nel VI cerchio dell’Inferno (Canti VIII e IX) arriva davanti alla Città di Dite e le furie gli sbarrano il passo:
«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»
dicevan tutte riguardando in giuso:
«mal non vengiammo in Tèseo l’assalto!»«Volgiti indietro e tien lo viso chiuso;
Dante, Inferno, Canto IX
ché se ’l Gorgon si mostra e tu il vedessi,
nulla sarebbe del tornar mai suso.»
Medusa (“il Gorgon”), come spiega Romano Guardini, (nei suoi Studi su Dante: l'Angelo nella divina commedia, tr.it. in Studi su Dante, Morcelliana Brescia 1979, pp. 21-6), è appunto quanto in sé, e quindi anche nel proprio passato, uno trova inaccettabile guardare in faccia, uno trova di non riuscire a portarne il peso: infatti se uno guarda in faccia la Medusa si pietrifica. Per cui questa Medusa che ci può pietrificare può essere affrontata soltanto con l’aiuto di un Altro, soltanto se possiamo appoggiarci a un Altro, che ha la forza di perdonarci e di cambiarci qualunque cosa noi possiamo aver fatto. Lo ha sempre insegnato la Chiesa e lo hanno autorevolmente ricordato i recenti Sommi Pontefici. Ad esempio Giovanni Paolo II, nella Dives in Misericordia:
«La misericordia in se stessa, come perfezione di Dio infinito, è anche infinita. Infinita quindi ed inesauribile è la prontezza del Padre nell’accogliere i figli prodighi che tornano alla sua casa. Sono infinite la prontezza e la forza di perdono che scaturiscono continuamente dal mirabile valore del sacrificio del Figlio. Nessun peccato umano prevale su questa forza e nemmeno la limita.»
(cap. 7)
Analogamente papa Francesco ha insistito, con efficace sintesi, sul fatto che «Dio non si stanca mai di perdonare» (8 marzo 2024, alla Parrocchia di San Pio V). Dal punto di vista cattolico quindi non c’è niente che possa fermare la infinita potenza di Dio.
Anzi la infinita potenza misericordiosa di Dio ci può, e ci vuole, portare ben oltre quello che noi pensiamo di essere: noi infatti abbiamo sempre di noi stessi una immagine riduttiva, angusta e meschina, mentre noi siamo molto di più di quello che pensiamo di essere e possiamo con l’aiuto di Dio andare oltre il modo in cui abbiamo guardato noi stessi e ci siamo di conseguenza comportati. Quindi, cristianamente, il pentimento porta alla misericordia che non si limita a ristabilirci in qualcosa di già a noi noto e chiaro, ma ci apre un orizzonte nuovo e inimmaginabile. Per cui il male morale non è solo e tanto la trasgressione di una regola, tanto meno di una regola come normalmente la pensiamo noi, ossia riduttivamente. Ma è anzitutto e soprattutto sfiducia e chiusura alla realtà, come segno della Realtà infinita del Mistero che ha «il potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi» (Efesini, 3, 20), è rifiuto di abbandonarsi alla buona avventura (Péguy), a Chi può e vuole guidarci in una buona buona avventura, alla avventura di appartenere a Lui, che ci introduce alla vita del Mistero unitrino. Ben oltre l’angusta questione di osservare o meno una regola. Non perché le regole non servano, ma perché hanno un valore essenzialmente pedagogico, introduttivo, sono il trampolino per andare oltre, non qualcosa che chiuda in sé.
il vero pentimento
davanti a un Tu
E così si giunge a rispondere alla questione lasciata sopra in sospeso: il “qualcosa” davanti a cui ci si può davvero pentire non è un “ciò”, una legge, ma un “Tu”. Solo davanti al Tu di chi è morto in croce per noi ci può essere un vero pentimento, che ci faccia uscire dal cerchio di irrealtà in cui abitualmente ci autoimprigioniamo, per aprirci e generarci alla Realtà totale.
pentimento collettivo?
Ne parliamo in una pagina a parte.
📚 Bibliografia essenziale
Paul Bourget, Nos actes nous suivent, Paris 1927, tr.it. I nostri atti ci seguono, Rizzoli, Milano 2009 (o
)[Sulla inevitabile presenza del (nostro) passato sul (nostro) presente].
- Fëdor Dostoevskij, Преступление и наказание, 1866, tr.it. Delitto e castigo, , (
o
).
Friedrich Nietzsche, Die fröliche Wissenschaft, 1882, tr.it. La gaia scienza, Mondadori, Milano 1971 (o
).
Max Scheler, Vom Ewigen im Menschen, 1921, tr.it. L'eterno nell'uomo, CUSL, Milano 1979 (o
).
Max Scheler, Il pentimento, 1928(o
)[brani scelti, a curra di Angela Ales Bello, da L'eterno nell'uomo].
Adrienne Speyr, von, Die Beichte, Einsiedeln 1960, tr.it. La confessione, Jaca Book, Milano 1978 (o
).
🎬 Filmografìa
Films collegati al tema sono, tra gli altri:
-
Camillo Mastrocinque, La banda degli onesti()1956 (un modo divertente di affrontare il tema del rimorso).
-
Roland Joffé, The Mission, (tr.it. Mission), ()1986 (sull'azione dei gesuiti in America Latina a fianco degli indios).
-
Salvatore Nocita, I promessi sposi()1989 (il male non ha l'ultima parola, e l'uomo, come padre Cristoforo, che aveva ucciso, può pentirsi ed essere rigenerato a una vita nuova).
-
August Bille, Les miserables, (tr.it. I miserabili), ()2000 (un pentimento autentico è possibile, oltre ogni obiezione farisaicamente moralismo).
-
, Les Miserables, (tr.it. I miserabili), ()2012 (il contrasto tra una vera moralità, fatta di perdono e umile accettazione di essere rialzato dal perdono e moralistica, farisaica e fanatico idea che per chi ha sbagliato è impossibile cambiare).