Cristo pantocrator, nel duomo di cefalu

Cristo si è detto Dio?

sì, progressivamente

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perché Cristo ha dovuto aspettare a dirsi Dio

«Un ebreo non poteva neanche pronunciare
la parola Dio, perché l’avrebbe infangata».

Nel seguente brano don Giussani spiega perché Gesù Cristo non ha potuto rivelare da subito la sua natura divina.

«Una volta una professoressa di religione valdese mi ha detto: «Cristo mai dice nel Vangelo: "Io sono Dio"; dice invece sempre: "Io sono il Figlio di Dio"». E io le ho risposto: «Se trovassi nel Vangelo che Cristo ha detto: "Io sono la seconda persona della SS. Trinità" immediatamente direi che si tratta di un falso». E sarebbe un falso, perché essendo Egli ebreo, nato in quell’epoca, ed essendo di quel tipo di estrazione sociale, non poteva parlare se non secondo la mentalità di un uomo di quell’epoca e di quella estrazione sociale. Non possiamo immaginarci di sentirlo parlare con la scaltrezza di un greco del IV secolo, né tanto meno secondo il tipo di esigenze mentali che contraddistinguono l’uomo moderno.

Un ebreo non poteva neanche pronunciare la parola Dio, perché l’avrebbe infangata. Il nome di Dio, i farisei insistevano su questo, veniva pronunciato tramite delle circonlocuzioni. Dio, infatti, si identificava con la sua parola, con la storia del popolo, vale a dire con i testi, con la Bibbia come storia di una nazione, con gli antichi padri. Allora le circonlocuzioni con cui l’ebreo di quei tempi indicava la divinità erano: «La legge, i profeti e Mosè» oppure «i Padri», «gli antichi», quelli cioè che erano stati riconosciuti come il tramite, lo strumento della voce di Dio, al punto che quello che loro dicevano era la voce, la parola stessa di Dio.

Quanto era avvenuto nella loro vita erano gesti di Dio. Mirabilia Dei, gesti di Dio, si erano verificati con Abramo, Isacco, con Giacobbe, con Davide.

Allora Gesù rispose alla grande domanda: «Tu chi sei?» attribuendo a sé gesti e ruoli che gelosamente la tradizione ebraica riservava a Jahve. Egli così si identificò con Dio. Rendendo sempre più decisive le sue affermazioni, Gesù Cristo, ebreo di una determinata epoca, si appropria di atteggiamenti riservati al divino, usa il metodo di attribuirsi normalmente quanto era proprio di Dio.»

le tappe iniziali della Sua autorivelazione

spiegate da Giussani

«Questa identificazione» [con Dio] «è avvenuta soprattutto secondo tre flessioni.

a) L’origine della Legge

Anzitutto, Gesù ha identificato se stesso con l’origine della Legge. La parola Legge era il sinonimo più usato dai farisei per indicare il divino. Dire che qualcosa era secondo la Legge significava dire che era secondo Dio. Per chi lo ascoltava, doveva essere qualcosa di inaudito sentirlo ripetere:

«Fu detto... ma io vi dico». «Voi avete udito cosa fu detto agli antichi: "Non uccidere"; e chiunque avrà ucciso, sarà condannato in giudizio; ma io vi dico: chiunque va in collera col suo fratello sarà condannato in giudizio. [...] Voi sapete che è stato detto: "Non commettere adulterio". Ma io vi dico... È stato pure detto: "Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del ripudio"; ma io vi dico... Sapete che fu anche detto dagli antichi: "Non spergiurare; ma adempi i tuoi giuramenti al Signore". Io però vi dico... Voi sapete che è stato detto: "Occhio per occhio, dente per dente". Ma io vi dico... Voi sapete che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico...»

Gesù modifica ciò che per il fariseo rappresentava il divino comunicato all’uomo, identificando così se stesso con la fonte della Legge.

b) Il potere di rimettere i peccati

Ricordiamo l’episodio del paralitico guarito, quando Gesù rivendica a sé il potere di rimettere i peccati, e lo rivendica in modo fattuale, oltre che con la parola. La gente rimase impressionata dal prodigio, ma esso rimandava a ben altro. Rimandava a quel potere di perdono che è solo di Dio. «La sua pietà mostra dei tratti inauditi, anzi addirittura rivoluzionari, che dai devoti di allora furono sentiti come scandalosi e sacrileghi [...]. Egli non risponde a nessuno dei modelli conosciuti. Esige un cambiamento, che ha di mira non solo le strutture esterne e le forme di comportamento, ma anche gli ideali e l’orientamento fondamentale, il cuore dell’uomo. L’inaudita libertà con la quale Gesù si presenta solleva una domanda: con quale autorità fai tu codeste cose?»

c) L’identificazione con il principio etico

Riandiamo al racconto del Giudizio finale, come è riportato nel vangelo di Matteo.

«Quando verrà il Figlio dell’uomo nella sua maestà, con tutti gli Angeli, si assiderà al trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi". Allora i giusti gli diranno: "Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro; assetato e ti demmo da bere?

Quando ti vedemmo pellegrino e ti alloggiammo o nudo e ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o carcerato e siam venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità vi dico: ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me". Infine dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: "Andate lontano da me, voi maledetti, nel fuoco eterno [...]. Poiché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ero assetato e non mi deste da bere [...]". Allora anche questi gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato, o assetato, o pellegrino, o nudo, o infermo, o carcerato e non t’abbiamo assistito?".» E il re darà anche a loro la stessa risposta, ma in negativo.

Qui si tratta del Giudizio ultimo, e ciò che agisce in esso è il principio etico: non il legislatore, ma l’origine o, meglio, la natura del bene. Ed è Lui. Tant’è vero che chi fa il bene senza neppure accorgersi di Lui, senza averne coscienza, fa il bene perché stabilisce, anche senza saperlo, un rapporto con Lui. Se un’azione dell’ uomo è buona perché è per Lui ed è cattiva se esclude Lui, Gesù si è posto come discriminante tra il bene e il male, non tanto come giudice, ma come criterio di identità. Lui è il bene e non essere con Lui è male.

Questo, pur restando nell’ottica di una implicitezza, è l’affermazione più potente della coscienza che Cristo aveva della sua identità con il divino. Perché il criterio del bene e del male coincide con il principio delle cose, con l’origine ultima della realtà. La sorgente etica per eccellenza è il divino, il principio del bene coincide con il vero. Vivere bene vuol dire servirlo, seguirlo.

[...]

le tappe finali

Il primo affiorare di una esplicitezza

Negli ultimi tempi vediamo Gesù quasi installato nel portico del tempio a sfidare i farisei dalla mattina alla sera. Il clima a Gerusalemme è arroventato a motivo della persona di Gesù. «C’è un gran "sussurrare", un parlare in segreto tra la folla, probabilmente composta di gente del luogo e di pellegrini. Le opinioni sono divise, ma vengono citati soltanto sommari giudizi. A un riconoscimento, deciso ma incolore ("è buono"), si oppone la calunnia ("egli seduce il popolo"). Per il reato di "seduzione" il diritto penale giudaico comminava la lapidazione. È un’espressione molto forte [...]. Ma quale sia la situazione a Gerusalemme risulta soprattutto dal fatto che vi regna il terrore di esprimere un’opinione personale; il popolo non osa esprimere le sue idee "per paura dei Giudei". Qui inequivocabilmente si intende parlare delle autorità teocratiche che ricorrono a minacce e a rappresaglie.»

Il primo momento di cui vogliamo parlare può sembrare al lettore moderno non del tutto esplicito, ma lo diventa nel contesto del tempo. Erano, dunque, le ultime settimane della sua vita e l’atmosfera che lo circondava era nella capitale quella descritta. Fino ad allora Gesù era fuggito sempre dai farisei, perché non lo prendessero. Ora, invece, va a Gerusalemme, decisamente. La situazione era tale che questa sua decisione provoca le reazioni degli amici. Gli evangelisti annotano che «Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare» oppure che «si mise a rimproverarlo». Ma Gesù obietta: «Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

A Gerusalemme la diatriba si esalta, ma nella città affollata di pellegrini lo spettacolo di quelle discussioni interessa molti curiosi. Gesù prende addirittura l’iniziativa di attaccare i farisei sul fronte della loro più alta competenza: l’interpretazione delle Scritture, di cui conoscevano ogni sottigliezza. «Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: "Che cosa pensate del Messia? Di chi è figlio?". Gli risposero: "Di Davide" .» La risposta è pronta a un tema, quello del Messia, comune al discorrere degli scribi e dei farisei, che, come tutti, lo aspettavano in quel momento della storia. «Ed egli a loro: "Come mai allora Davide, sotto ispirazione, lo chiama Signore, dicendo: ’Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?"’.» La profezia, cioè, usa lo stesso termine per indicare Dio e Colui che sarebbe venuto. Conclude Gesù: «"Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo Figlio?". Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno, da quel giorno in poi, osò interrogarlo.» Benché ogni parola delle Scritture sembrasse non aver segreti per loro, la loro capacità interpretativa non bastava a controbattere a Gesù. Ma qualcosa di definitivo e di solenne deve essere giunto loro dal suo ragionare, perché da quel giorno non gli hanno più fatto domande. Un inizio di esplicita risposta era dunque stato dato: la natura di Gesù si svela come divina.

Un contenuto di sfida

Un altro momento di dichiarazione esplicita è riportato dal vangelo di Giovanni, nel capitolo 8. Pur nel clima teso di quelle discussioni al tempio il Vangelo nota spesso che alcuni giudei ascoltando Gesù «credevano in lui». Erano probabilmente persone che si dicevano: «Però, non è uomo da rifiutare in blocco, questo. Dice cose che fanno pensare e le motiva...». Oggi potremmo qualificarli come simpatizzanti.

Allora Giovanni osserva che, in una di queste circostanze, Gesù si rivolge a coloro che avevano simpatizzato con lui.

«Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.» I presenti sono sorpresi e punti sul vivo da questa affermazione. «Essi si sentono feriti dalle parole di Gesù nel loro orgoglio religioso e nazionale. [...] Nonostante ogni oppressione politica essi sanno di essere liberi figli di Abramo, che interiormente non si sono mai piegati a una dominazione straniera.» Quindi obiettano a Gesù di essere sempre stati liberi, come può lui legare a se stesso la loro libertà? Gesù ribatte: «Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il Figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero». Gesù ricorre a un’immagine per chiarire la sua capacità di rendere liberi: «L’immagine è quella di una comunità domestica, in cui vi sono degli schiavi e un figlio del capo di casa. I servi, o schiavi, lasceranno un giorno la casa, il figlio ed erede vi resta. Situazioni del genere si verificavano tanto in Palestina quanto in territorio ellenistico». Quello che egli intende dire è che chi sbaglia è come schiavo del suo limite. Uno schiavo non appartiene ancora alla famiglia. Un figlio, invece, è dentro, nella famiglia della libertà. Dunque, è come se Gesù dicesse: sarà il figlio a dovervi prendere e farvi entrare da liberi nella casa.

Gesù ha certo visto le espressioni risentite sui volti dei presenti, e allora insiste nel volerli provocare, fino all’estrema conseguenza. «So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!» Gli astanti gridano ancora, in un’atmosfera che si va sempre più riscaldando, la loro discendenza da Abramo. E Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora, invece, cercate di uccidere me, perché vi ho detto la verità; questo Abramo non l’ha fatto». I capi dei Giudei hanno compreso che «Gesù vuole attribuire loro un altro padre che non è Abramo. [...] Per i Giudei Abramo era l’iniziatore dell’adorazione di Dio, colui che in Dio aveva riconosciuto il creatore del mondo e lo aveva servito fedelmente. [...] Che Gesù neghi che i Giudei siano figli di Abramo è da essi considerato un insulto alla loro fedeltà a Dio».

«Noi abbiamo un solo padre, Dio!» Ma Gesù incalza: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dar ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può convincermi di peccato? Se io dico la verità perché non mi credete?». Gesù, continuando a discutere e ad accusarli in modo stringente, dice chiaramente che «tutte le loro pretese (figliolanza da Abramo e figliolanza da Dio) si infrangono contro il fatto che essi cercano di ucciderlo [...]. Gesù parla e discute nella coscienza della sua totale unità con Dio». E allora coloro che erano stati simpatizzanti, che sono divenuti nel corso della diatriba sempre più estranei, sentendosi attaccati nel loro orgoglio religioso, passano a dar ragione a coloro che già si erano urtati con Gesù e lo accusano di essere posseduto da un demonio, quindi ben lontano da quel Dio dal quale Egli aveva appena detto d’essere stato inviato.

Ma Gesù percorre ormai fermamente la strada della sua autorivelazione: rifiuta le accuse e afferma qualcosa destinato ad aggravare e aumentare lo scalpore e il clamore: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica. In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola non vedrà mai la morte». La reazione è violenta: gli urlano che quanto sta dicendo conferma senza ombra di dubbio il suo essere pazzo, indemoniato. Come si può promettere di risparmiare la morte? Tutti i grandi della storia, Abramo, i profeti, hanno dovuto fare i conti con la morte. Lo scandalo di questa frase è grande: sia per coloro che banalmente interpretassero alla lettera l’espressione di Gesù, sia, soprattutto, per chi cogliesse anche solo per intuito che era come avesse detto: «Io vi dichiaro solennemente che chi aderisce a quel che dico io, aderisce a qualche cosa che il tempo e la storia non potranno limitare».

«Ma tu chi pretendi di essere?» La formulazione di questa domanda, che segue al brano citato, già denuncia il sospetto e la provocazione. «Anche gli uomini che secondo la fede giudaica erano particolarmente vicini a Dio, avevano dovuto condividere la sorte di tutti gli uomini; per questo motivo la frase finale: "chi pretendi di essere" insinua che Gesù si voglia parificare a Dio [...]. Soltanto Dio è l’eterno Vivente e Vivificante [...] e Gesù pretende di risparmiare la morte agli uomini con la sua parola. A questo modo egli usurpa un diritto riservato a Dio e si pone al di sopra di tutti gli uomini a fianco di Dio.» Ma Gesù aveva anche detto «onoro il Padre mio», soggiungendo «non cerco la mia gloria», e prima di passare alla grande dichiarazione del versetto 58, prima di «portare la sua autorivelazione a una definitiva, insuperabile affermazione», ribadirà, quasi per dare una estrema possibilità alla libertà di qualche suo ascoltatore, la sua dipendenza dal Padre, quel rapporto misterioso che avrebbe potuto far sospettare gli astanti di non trovarsi di fronte a un vanaglorioso millantatore: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!" e non lo conoscete. Io, invece, lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola».

Così, mentre un animo attento avrebbe potuto intuire che «l’attacco alla pretesa arroganza di Gesù si infrange contro la sua obbedienza», Gesù spinge al massimo la sua provocazione: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò». In qualunque genio umano c’è la profezia di un compimento che la persona di Cristo assicura di incarnare. Ormai è chiara agli avversari l’insensatezza, la presunzione inaudita, assurda, di quanto Gesù sta dicendo. La loro obiezione è perfino disarmata:

«"Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?". Rispose loro Gesù: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono". Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio».

La discussione, iniziata quasi per approfondire una simpatia e una curiosità, si conclude in una completa e drammatica rottura. Vi sono affermazioni davanti alle quali è come se il gioco egocentrico dell’animo umano fosse fatto esplodere. Sono sfide alla ragione così come è vissuta, non certo alla ragione in tutta l’ampiezza del suo appetito conoscitivo. Sono avvertimenti e annunci che non possono essere tollerati. «Ora Gesù attesta a chiare parole [...] la sua eccellenza su Abramo. [...] Gesù possiede la reale preesistenza [...] che è compresa nel suo eterno essere divino.»

Occorre notare che, se in luogo della parola «Abramo», ci fosse la parola «ragione», e invece della parola «Farisei» ci fosse «gli intellettuali», tutta la dialettica sarebbe perfettamente applicabile alla tensione fede-cultura mondana propria dei nostri giorni.

3. La dichiarazione conclusiva

Il terzo e finale punto di riferimento è dato dal capitolo 26 del vangelo di Matteo.

In quelle tumultuose ultime settimane gli appelli a credere di Gesù si moltiplicano, segni e parole che vogliono far riflettere gli uomini sull’urgenza e l’unicità del suo annuncio. Dopo averlo molto sorvegliato, seguito per controllare il suo insegnamento, i capi religiosi si risolvono a decretare la pericolosità di Gesù. Non risponde all’immagine di Messia che ci si aspettava, si scaglia contro di loro, interpreti della Legge, distoglie il popolo dalla vera tradizione con insegnamenti sospetti, potrebbe attirare troppo l’attenzione dei romani. In breve: decidono di catturarlo. Gesù viene arrestato e portato davanti al Sinedrio per un giudizio. È talmente viva l’esigenza di giustizia nell’uomo, che non si darà mai ingiustizia che non cerchi di porsi e imporsi senza almeno l’apparenza della giustizia, dimostrandone così la necessità.

Il Sinedrio era il grande consiglio giudaico e di per sé sarebbe stato competente a giudicare e condannare Gesù, ma la contingenza storica che vedeva la Giudea inserita nell’impero romano come provincia faceva sì che il Sinedrio, per questioni importanti come poteva essere una pena capitale, dovesse sottoporre il capo d’accusa al governatore romano.

Così il Sinedrio si accinse a seguire, nel caso di Gesù, una procedura formalmente al riparo da qualsiasi accusa di irregolarità: prima una udienza davanti al consiglio, poi l’imputazione sottoposta alla competenza del governatore romano. Gesù, davanti al Sinedrio, fu oggetto di molte accuse, cui si erano prestati parecchi falsi testimoni, i quali però finirono per contraddirsi. I Vangeli riportano un disagio generale nel Sinedrio, che cercava una valida imputazione e per molto tempo non riusciva a trovarla. Finché due testimoni dicono: «Costui ha dichiarato: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Evidentemente in modo fazioso riducono un’espressione che Gesù aveva effettivamente usato qualche giorno prima, riferendosi metaforicamente al proprio essere e alla propria persona. A corto di più validi argomenti, il sommo sacerdote sollecita Gesù a discolparsi, lo preme perché risponda. Ma è così evidente la falsità della interpretazione che Gesù tace. Il sommo sacerdote è alle strette, sa di dovere almeno formalmente ottenere qualcosa, e allora avanza l’ultima sua riserva per l’accusa, fa intervenire un argomento che non avrebbe mai voluto pronunciare, talmente scandaloso era l’accennarvi, per il blasfemo contenuto.

«Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio.»

«Tu l’hai detto — gli rispose Gesù — anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo.»

Davanti alla provocazione sulla testimonianza che era venuto a dare, Gesù non poté più tacere. Allora tutto il consiglio grida alla bestemmia e proclama Gesù reo di morte.

L’ammissione di essere il Messia non necessariamente avrebbe dovuto implicare l’accusa di bestemmia. Gesù, attribuendo a sé, nella sua risposta, due celebri testi messianici dell’Antico Testamento — il Salmo 110 e il capitolo 7 di Daniele —, si è fermamente proclamato Messia. Ma nella domanda stessa l’aggiunta al titolo di Messia, il Cristo, dell’espressione «Figlio di Dio» (che Gesù aveva usato) fa filtrare un allarme già esistente che Gesù con la sua dichiarazione conferma. Il Sinedrio risponde, con il suo gesto di indignazione, all’obiezione moderna secondo cui Gesù nel Vangelo non si sarebbe proclamato Dio, ma Figlio di Dio.»

la non banalità della sua ultima affermazione

Giussani sottolinea come, se Cristo si fosse detto semplicemente Messia, un Messia umano, non avrebbe detto una bestemmia passibile di condanna a morte. Solo il suo dirsi Dio poteva giustificare la reazione estrema dei farisei.

«Evidentemente le autorità religiose del tempo riconoscevano in quella frase dell’uomo di Nazareth una identificazione col divino, una pretesa sentita come confusione tra la realtà umana e quella divina, che giustificava l’accusa di bestemmia. Di nessuno, tra i molti che a quell’epoca si erano dichiarati Messia, si era detto che bestemmiava. Anzi, poiché il Messia era atteso, i capi religiosi intelligenti seguivano una linea di verifica semplicissima. Se qualcuno fosse stato davvero il Messia, il liberatore che tutti attendevano, avrebbe ottenuto dei risultati, in caso contrario avrebbe fallito. Nulla poteva indurre il Sinedrio a distaccarsi da quell’atteggiamento "sensato", per prendere una posizione così grave come quella di un’accusa di bestemmia, se questa non fosse stata provocata da qualcosa di più, da qualcosa che turbava, che metteva in gioco l’idea stessa di Dio che essi onoravano e difendevano da qualsiasi equivoco, da qualsiasi cosa che potesse falsare e corrompere la concezione pura che avevano di Jahve.

La condanna a morte di Gesù davanti al Sinedrio fu per bestemmia, così come fu esplicitata al governatore romano: «Perché s’è fatto Figlio di Dio», anche se a Pilato si sottolineò pure la pretesa di Gesù di essere Re dei Giudei, appellativo che avrebbe potuto infastidire il rappresentante dell’impero.»


Da Luigi Giussani, All'origine della pretesa cristiana.

Si può sentire anche 🗣️ l'audio di don Giussani (con qualche leggera differenza rispetto al testo scritto), sul Podcast, E voi chi dite che io sia?, all'episodio 5, “La dichiarazione esplicita”.