L’Invincibile Armata sconfitta
uno smacco per la Spagna
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Alcune battaglie segnano il corso della storia: quella tra l’Invincibile Armata spagnola e la flotta inglese, svoltasi nelle acque della Manica nell’estate del 1588, è tra queste. Il suo epilogo lanciò l’Inghilterra verso una straordinaria ascesa e sancì l’inizio del declino della potenza spagnola. Eppure fu una battaglia anomala, decisa non tanto dall’abilità militare quanto dalla situazione meteorologica.
La cattolica Spagna era all’apice del suo splendore: aveva circa 10 milioni di abitanti, governava l’Italia meridionale, il Ducato di Milano, le Fiandre e controllava Messico, Perù, Antille, Venezuela. Quando Filippo II divenne nel 1581 re del Portogallo, la Spagna assunse il controllo del Brasile e delle colonie portoghesi d’Africa e Asia, insediandosi nelle Filippine (che presero il loro nome proprio da quello del re spagnolo) e fondando la colonia della Florida. L’Inghilterra di Elisabetta, con i suoi 4 milioni di abitanti, si stava invece faticosamente riprendendo dopo le guerre interne che l’avevano dilaniata nei secoli precedenti.
Per alcuni anni Filippo ed Elisabetta avevano avuto rapporti sereni: dal 1554 al 1558 erano stati cognati, avendo Filippo sposato Maria la Cattolica, sorellastra della protestante Elisabetta e regina prima di lei. Rimasto vedovo, il re chiese alla cognata di sposarlo per non spezzare il legame tra Spagna e Inghilterra ma ne ebbe un rifiuto, che tuttavia non intaccò i loro buoni rapporti. Negli anni seguenti però gli interessi dei due paesi si scontrarono in modo sempre più evidente: il conflitto tra le loro opposte scelte religiose fu aggravato dalla politica anticattolica e antispagnola intrapresa da Elisabetta. Restauratrice del protestantesimo dopo la parentesi cattolica del regno di Maria e scomunicata da papa Pio V nel 1570, la nuova regina sostenne i ribelli protestanti delle Fiandre controllate da Filippo e mise in atto una guerra “di corsa” contro la Spagna, alleata del papa: protagonisti ne erano i corsari che, diversamente dai pirati che praticavano la rapina indiscriminata, erano autorizzati dai loro sovrani ad attaccare e derubare le navi nemiche (diffusa fin dal XII secolo, la guerra di corsa fu proibita dalle potenze europee nel Trattato di Parigi del 1856). I corsari di Elisabetta depredavano le navi spagnole cariche di merci e ricchezze ricavate dalle attività coloniali e metà del bottino confluiva nelle casse dello Stato.
Artefici di queste ardite scorribande erano John Hawkins, nominato cavaliere da Elisabetta per la sua abilità come trafficante di schiavi dall’Africa al Nuovo Mondo, e Francis Drake, che odiava spagnoli e cattolici (suo padre, che si era rifiutato di abiurare al protestantesimo, fu perseguitato dalla regina Maria).
Dopo il grande viaggio per mare dei fratelli veneziani Caboto al servizio del re Enrico VII Tudor, che portò alla scoperta del Nord America nel 1497, l’Inghilterra aveva interrotto le esplorazioni transoceaniche [cfr. 12.4]. Drake, inviato da Elisabetta, riuscì a ripetere tra il 1577 e il 1580 la pericolosa circumnavigazione del globo già intrapresa da Magellano (1519-22) e mai più tentata da altri. La traversata fu un’ulteriore occasione per depredare le navi spagnole. Elisabetta, dopo questa straordinaria impresa, insignì Drake del titolo di Sir e si assicurò nuove enormi ricchezze. L’orgoglio e l’euforia degli inglesi erano all’apice.
Gli spagnoli odiavano Drake per le sue imprese spettacolari e fortunate e lo consideravano una specie di demonio. Nel 1587, intuendo che l’offensiva spagnola fosse imminente, il corsaro assaltò temerariamente le coste del regno di Filippo, incendiando 32 navi spagnole a Cadice e 24 a Lisbona e distruggendo le riserve di legno stagionato da cui i marinai spagnoli ricavavano i contenitori per le provviste. Qualche mese prima Elisabetta aveva fatto decapitare Maria Stuart. Filippo non poteva più stare a guardare: decise di attaccare l’Inghilterra.
Definì un piano con due eroi della battaglia di Lepanto (1571), il marchese di Santa Cruz e il duca Alessandro Farnese di Parma, condottiero e governatore delle Fiandre per conto della Spagna: un’ingente flotta, detta Invincibile Armata, con 130 navi, 30 mila uomini e 4000 marinai, sarebbe partita da Lisbona per raggiungere le coste d’Inghilterra; intanto, nei Paesi Bassi Alessandro Farnese si sarebbe posto a capo di altri 30 mila soldati, pronto a intervenire. L’obiettivo era di invadere l’isola ed espugnare Londra. La conquista, quindi, non era affidata alle battaglie navali, rischiose per via dell’eccellenza della marina inglese: la partita decisiva si sarebbe condotta a terra. Poco dopo però il marchese, che avrebbe dovuto dirigere la flotta, morì e il re lo sostituì con il duca di Medina Sidonia, non abbastanza esperto per un ruolo così cruciale.
Filippo era molto fiero della sua Invincibile Armata, mai sconfitta da più di un secolo: fece pubblicare e distribuire a Roma, Parigi e Amsterdam degli opuscoli che ne magnificavano l’imponenza e la forza. Ma ora la realtà era ben diversa. L’equipaggio, decimato dalle epidemie e dalle diserzioni favorite dalla lunga attesa (la partenza fu rimandata per ben tre volte: prima per l’attacco di Drake a Cadice e Lisbona, poi per la morte del marchese, infine per una bufera), era composto anche di contadini inesperti, detenuti scarcerati, ammalati prelevati dagli ospedali. I viveri, requisiti dalle case dei cittadini (ispettore incaricato era Cervantes, il futuro autore del Don Chisciotte), dopo che Drake aveva distrutto le riserve di legno stagionato, erano conservati in barili di legno giovane in cui rischiavano il deterioramento. Inoltre a sostenere l’Inghilterra c’era una piccola flotta olandese lungo le coste delle Fiandre, con il compito di impedire l’imbarco delle truppe di Alessandro Farnese.
Il duca di Medina Sidonia espose la situazione a Filippo invitandolo a rinunciare ma il re fu irremovibile: per lui questa guerra aveva il valore di una crociata. Prima di partire i marinai spagnoli presero la comunione in una solenne cerimonia in cattedrale; con loro viaggiavano 200 sacerdoti per le messe e le preghiere quotidiane. «Lo scopo della nostra spedizione – dichiarò Filippo – è restituire alla Chiesa terre ora oppresse dai nemici della vera fede. [...] Dio accompagnerà le nostre gesta».
Le due flotte si cimentarono solo in qualche scontro nelle acque della Manica a fine luglio. Quando Drake fu avvertito dell’arrivo del nemico stava giocando a bocce e disse: «Ho tutto il tempo di finire la partita e vincere la battaglia». Le agili navi inglesi – grazie all’impiego della colubrina, cannone dotato di maggiore gittata, e dei brulotti, imbarcazioni senza equipaggio lanciate con un carico di esplosivo contro il nemico – si tennero a debita distanza dai pesanti galeoni spagnoli, impedendo loro di praticare la collaudata tecnica dell’abbordaggio e dei combattimenti corpo a corpo, in cui eccellevano.
Le navi spagnole avevano nomi come Santa Maria delle Grazie e Nostra Signora del Rosario, quelle inglesi portavano nomi come Senza Paura, Toro, Tigre; anche in questi particolari sta il senso di una lotta tra due mondi diversi, affrontata con stati d’animo diversi.
Il 9 agosto Elisabetta rivolse ai suoi soldati un discorso memorabile «So di possedere il corpo debole e fragile di una donna ma ho il cuore e lo stomaco di un re, e di un re d’Inghilterra per giunta, e provo orrore al pensiero che Parma o la Spagna o qualsiasi principe d’Europa osi invadere il mio regno. Io stessa sarò il vostro generale». Ma non fu necessario: lo sbarco non avvenne mai. L’Invincibile Armata non riuscì neanche a raggiungere le truppe comandate dal Farnese, ostacolata dal forte vento e dalla piccola flotta olandese all’ingresso delle Fiandre. Il piano era fallito.
Stremati dalla fatica e dalla fame per via delle provviste ormai immangiabili, gli spagnoli decisero di ritirarsi ma il vento e la corrente del golfo, sconosciuta all’epoca, li spingevano a nord, verso il mare aperto. Circumnavigarono le coste britanniche ma una serie di furiose tempeste fece schiantare un terzo della flotta contro le alte scogliere scozzesi e distrusse 65 navi, contro le 8 abbattute dagli inglesi.
La disfatta dell’Invincibile Armata divenne lo sfondo di uno dei tanti ritratti di Elisabetta: simbolicamente, la sua mano destra era ben salda sul globo terrestre.