Craxi indagato: la prima pagina del Corriere della Sera

Mani Pulite

una rivoluzione giudiziaria

il nome

In senso stretto “Mani Pulite” è il nome dato all'operazione giudiziaria anti-corruzione che ebbe come epicentro Milano, con il pool guidato da Francesco Saverio Borrelli, e composto dai PM Antonio Di Pietro (che ne fu il personaggio giornalisticamente più in vista), Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini e Armando Spataro. Tuttavia con tale nome spesso si intende, come qui comunque si fa, l'insieme delle indagini giudiziarie che coinvolsero uomini politici della Prima Repubblica da un capo all'altro del Belpaese.

introduzione

Le indagini giudiziarie sui fenomeni di corruzione (la “tangenti”) in cui erano coinvolti molti esponenti della Prima Repubblica, svolte nella prima metà degli anni '90, ebbero un ruolo determinante nel crollo appunto della stessa Prima Repubblica.

Non è stato questo l'unico caso in cui delle indagini giudiziarie abbiano portato alla rovina di un politico: nei paesi democratici accade che la magistratura metta sotto inchiesta dei politici, anche molto potenti, e giunga a una loro condanna.

Ma non si erano mai dati casi in cui ad essere messo sotto accusa fosse non un singolo uomo politico, o un gruppo di uomini politici, non un partito, o alcuni partiti, ma un intero sistema istituzionale. Perché tale fu l'esito a cui Mani Pulite contribuì potentemente: a mettere sotto accusa il sistema istituzionale su cui si reggeva la Prima Repubblica. Per non parlare poi della crisi che investì interi partiti politici, decretandone una fine ingloriosa.

Insomma, Mani Pulite fu una stagione di inchieste giudiziarie e di processi (con relative condanne) che ebbe, come mai accaduto in passato o altrove, un rilevantissimo impatto politico-costituzionale.

Un crollo pienamente motivato?

colpa del sistema proporzionale?

Non si può negare che esista un possibile nesso tra la mancanza di alternananza al potere, che caratterizzò di fatto la Prima Repubblica, e i fenomeni di corruzione. Dove c'è alternanza al governo infatti la concreta possibilità di dover andare all'opposizione, in seguito alle elezioni, e di perdere così molto del proprio potere, per lo più tende a rendere più cauti i politici nell'esercizio del loro potere.

Ma la ragione per cui nella Prima repubblica non c'era alternanza al governo non è solo né sopratutto nei meccanismi istituzionali della Prima Repubblica, come il sistema elettorale proporzionale. Quest'ultimo infatti esisteva anche, negli stessi anni, in altri paesi come la Germania (sia pure con qualche come la soglia di sbarramento per i partiti che non raggiungevano una certa quota di voti, il che evitava la frammentazione politicacorrettivo in più), dove l'alternanza si verificava.

Più che istituzionale, dunque, il problema era politico: ossia la grande forza che in Italia aveva di fatto un Partito, quello Comunista, legato a doppio filo al totalitarismo sovietico, nemico dell'Occidente e della democrazia, e perciò ritenuto un pericolo per la dialettica democratica ed escluso dalle funzioni anche se esisteva una diffusa pratica di consociativismodirette di governo. A ciò si aggiungeva che, sul fronte opposto, di estrema destra, uno spazio elettorale non esiguo (mediamente sul 10% o poco meno), lo occupava un altra forza politica non a torto ritenuta democraticamente inaffidabile, per il suo legame col fascismo, il MSI. Che non a caso molti chiedevano di dichiarare illegale, in quanto ricostruzione «XII E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.» (Costituzione della Repubblica italiana, Disposizioni Transitorie e Finali, § XII).

Se quindi quasi un 40% dello spazio politico in Italia era occupato da forze anti-sistema (PCI ed MSI), era giocoforza che al potere ci stessero, con poche varianti, sempre le stesse forze, più o meno “di centro”.

Le cose avrebbero potuto andare diversamente se, ad esempio, gli elettori italiani di sinistra invece che riversarsi prevalentemente su un PCI legato all'Unione Sovietica, avessero concentrato il loro voto su un partito democraticamente affidabile come lo era in Germania la SPD: a quel punto ci sarebbe più facilmente potuta essere una alternanza (come ci fu in Germania tra la CDU/CSU e la SPD, con i liberali ago della bilancia), senza che occorresse passare a un sistema elettorale maggioritario.

ombre su Mani Pulite

Non è in ogni caso attribuibile a un'intenzione dei magistrati lo smantellamento di un sistema istituzionale (consensuale-proporzionalistico) additato come causa della corruzione. È però più difficilmente negabile che il forte impatto politico, che ebbe l'operazione Mani Pulite, sia senza qualche responsabilità in alcuni settori della magistratura. Al riguardo sono state avanzate delle critiche per il modo con cui è stata gestita tutta la vicenda.

In sintesi c'è chi sostiene che se le indagini giudiziarie hanno avuto un effetto politico, ciò non è frutto del caso, ma è la conseguenza necessaria di una natura indebitamente politica della stessa azione giudiziaria.

E qui si impone una digressione che inquadri i motivi di tale natura politica.

presupposti ideologici

Quando Silvio Berlusconi parlava di “toghe rosse”, usava un linguaggio poco istituzionale, ma un fondo di verità in tale espressione c'era. Nel senso anzitutto che in generale esiste una certa naturale affinità tra diritto e difesa dei più deboli (cioè un atteggiamento “di sinistra”): il diritto infatti nasce proprio per tutelare sì tutti, ma soprattutto i più deboli, dalla prepotenza di chi, senza la legge, “spadroneggerebbe” senza freni. La legge, il diritto, è (soprattutto) un freno alla prepotenza dei più forti.

una vignette contro le toghe rosse
il giudice Caselli come “toga rossa”

A tale generica e pre-ideologica affinità si aggiunge una componente specificamente ideologica. Ossia l'influsso delle tesi di Marx, secondo cui le istituzioni non possano mai essere neutrali: stanno sempre o dalla parte degli sfruttatori, i forti, o dalla parte degli sfruttati, i deboli. E in effetti in seguito alla diffusione della mentalità marxista, il comportamento di alcuni settori della magistratura è compatibile con l'idea di un loro ruolo giudiziario non in termini di neutrale, asettica obbedienza alla legge, ma in termini di (attiva e “colorita”) militanza.

In altri termini non è inverosimile pensare che una certa parte della magistratura si sia attribuita un ruolo, poco o tanto, politico. Un ruolo, quanto meno, di “difesa dei più deboli” (se non di lotta di classe), che si può esercitare in due possibili livelli:

Ed è proprio questo secondo livello quello che secondo molti sarebbe in qualche modo applicabile all'azione giudiziaria di Mani Pulite: aver voluto colpire una certa area politica.

scorrettezze procedurali

In ogni caso è un dato difficilmente contestabile che le indagini di Mani Pulite siano state accompagnate da una intensa e sistematica campagna mass-mediatica, tesa a suscitare sentimenti di forte e inappellabile indignazione contro i politici finiti sotto inchiesta. I suicidi che avvennero tra di loro, additati a una impietosa gogna mediatica, ne sono una eloquente testimonianza. E già questo rappresenta un allontanamento da una corretta prassi giudiziaria, a cui spetta accertare la pura verità dei fatti, senza appoggiarsi al “tifo da stadio” da parte di una piazza di una indignazione accuratamente alimentata da mezzi di informazione che facevano una fortissimo appello all'emotivitàindignata, per promuovere una palingenesi totalizzante della società. L'obiezione che che solo così, con una mobilitazione forte, ci si potesse assicurare che le indagini non venissero, come in passato era avvenuto per altri scandali, col trasferimento dei magistrati indaganti, ad esempio, e mettendo tutto a tacere grazie a mezzi di informazione compiacenti“insabbiate”, può valere fino a un certo punto. Infatti un magistrato deve affrontare anche il rischio di pagare un prezzo pur di svolgere correttamente il suo dovere. E concepire una azione giudiziaria come una vera e propria guerra contro alcune realtà collettive, piuttosto che come accertamento di responsabilità personali, non è tipico di uno Stato di diritto.

In particolare è difficile negare che il segreto d'ufficio non sia stato rispettato nei limiti previsti dalla legge, e che la carcerazione preventiva sia stata usata oltre i limiti previsti dalla legge. Tali limiti sono

Anche quando tali elementi non sussistevano, gli inquisiti venivano tenuti preventivamente in carcere. E questo poco o tanto si configurava come una forma di pressione affinché “facessero i nomi” dei presunti complici. Come se ciò fosse l'unico modo per dimostrare di essere davvero pentiti, e quindi di non poter reiterare il reato (di cui erano sospettati).

Ora, in uno Stato di diritto vale la presunzione di innocenza, e quindi la pretesa che uno “faccia i nomi” dei complici presuppone precisamente ciò che invece deve ancora essere dimostrato, ossia la colpevolezza dell'Gli indagati oltretutto non erano stati per lo più colti in flagranza di reatoindagato.

mandanti extra-giudiziari

Se Mani Pulite ha avuto un indubbio impatto politico (anzi politico-istituzionale) ciò spinge alcuni a pensare che dietro a tale operazione ci sia stata una ben precisa “regia” (extra-giudiziaria).

C'è ad esempio chi ha ipotizzato un coinvolgimento degli Stati Uniti. Altri pensano invece all'interesse del PCI.

gli Stati Uniti?

Ora, qualche interesse alla liquidazione della Prima Repubblica gli Stati Uniti l'avevano. Perché la DC era un enigma imprevedibile, sfuggente (un “partito cristiano”, anzi “cattolico”) per molti a Washington; e soprattutto la politica estera a guida DC poteva apparire troppo debolmente filo-atlantica, troppo propensa al compromesso e alla mediazione. In particolare sulla questione, molto importante oltre Atlantico, israelo-palestinese la politica democristiana, e ancor più quella craxiana, appariva troppo attenta alle esigenze dei palestinesi.

Senza contare che alla mentalità anglosassone un sistema proporzionale non piace, e quindi sbarazzarsene non poteva certo dispiacere a Washington.

Quanto però gli Stati Uniti abbiano potuto direttamente agire a favore di Mani Pulite è difficile dirlo. Come minimo si può arguire che il solo loro influsso non sarebbe stato sufficiente a innescare tutta la potenza distruttiva di cui godette Mani Pulite.

il PCI?

Certamente anche il PCI aveva delle ottime ragioni per gettare più fango possibile sulla classe politica della Prima Repubblica, e in particolare sull'odiato Bettino Craxi.

E in effetti si è accennato come il probabile sottofondo ideologico di molti magistrati di Mani Pulite pescasse proprio nella cultura marxista. Di qui, però, a dire che Mani Pulite sia stata direttamente manovrata dal PCI, ce ne corre.

Il fatto che il PCI, al potere al Comune di Milano per periodi sostanzialmente non meno lunghi di quelli in cui al potere ci fu la DC, sia uscito immune dalle indagini, non è in quanto tale una prova decisiva. È noto infatti che Primo Greganti, a cui erano documentatamente arrivate delle tangenti, sostenne, sia pure contro ogni ragionevolezza, di essere stato l'ultimo destinatario di tali tangenti, e non un tramite verso il PCI, a cui pure apparteneva. Si addossò insomma tutta la colpa, “salvando” così il Partito. Ma il pool Mani Pulite lo aveva comunque fatto arrestare e aveva cercato di fargli confessare la complicità di altri, nel PCI. Ma Greganti, il “compagno G.”, continuò a negare il coinvolgimento del Partito, addossandosi tutta la colpa.

Del resto, tra le forze politiche italiane, ad avvantaggiarsi dell'operazione Mani Pulite non fu solo il PCI, trasformatosi più o meno nel frattempo in PDS, ma anche e più ancora la Lega Nord, che “cavalcava” potentemente ”la tigre” del giustizialismo. Tra i temi della Lega, a inizio anni '90, finché la DC e il PSI non furono definitivamente smantellati, ci fu, oltre alla lotta contro le tasse, anche la condanna della corruzione che si annidava tra i partiti della Prima Repubblica. La retorica accesamente populista di Bossi si abbinava perfettamente con l'emotivismo populista che circondava Mani Pulite.

conclusione provvisoria

Apparirebbe semplicistico pensare in termini di “mandanti”, se si intendesse l'azione dei magistrati come essenzialmente eterodiretta, telecomandata. Non c'è infatti motivo di pensare che i magistrati di Mani Pulite (sia come singoli sia come “gruppo”) non fossero mossi anzitutto e soprattutto da una loro convinzione di essere nel giusto, di star facendo cioè “pulizia” da quel male che era la corruzione, che era effettivamente qualcosa di reale.

Questo non toglie che l'azione giudiziaria sia stata favorita e sostenuta (anche) “dall'esterno”, soprattutto grazie a un sapiente e spregiudicato uso dei mezzi di informazione, che ha creato un pesante clima di demonizzazione verso “i corrotti”; ed è a quel livello che pensare a una regia può avere qualche senso.

Probabilmente non si può parlare di un solo soggetto, che fosse interessato al cambiamento favorito da Mani Pulite.

diversi stili

Giulio Andreotti
Giulio Andreotti

Il leader che uscì più “malconcio” dalla indagini di Mani Pulite fu senza dubbio Bettino Craxi, che con tale vicenda perse non solo il potere politico e la stima di tantissimi, ma la sua stessa vita. Scelse infatti di abbandonare l'Italia, per evitare l'arresto e riparò in Tunisia, ad Hammamet (1994), dove però, consumato dal dolore per la vicenda che ne aveva fatto, agli occhi di tantissimi, un “mostro”, morì non molto tempo dopo (nel 2000).

Craxi reagì alle indagini che avevano coinvolto il suo partito, il PSI, e lui in prima persona, in modo molto veemente. Accusando i magistrati del pool di intollerabile faziosità e presentandosi quindi come vittima di un uso politico della magistratura.


Un altro leader fortemente colpito dalla indagini giudiziarie fu Giulio Andreotti. Che però, benché accusato di un cioè la collusione con la mafiareato peggiore del furto, reagì in modo ben diverso da Craxi. Fedele al suo stile, ironico e signorile, si guardò bene dall'accusare i giudici, come faceva Craxi, di sbagliare in malafede. Si limitò a che poi lo pensasse anche, è altro discorsodire che sbagliavano. Semplicemente. Andò, al suo processo, a stringere la mano del PM suo accusatore. E scrisse un libro Cosa loro. Mai visti da vicino, in cui non rinunciava, anche nel cuore del ciclone che lo travolgeva, al suo umorismo: Visti da vicino era infatti il titolo di un suo libro pubblicato in precedenza, mentre Cosa nostra è l'espressione con cui la mafia si definiva, quella mafia con cui era accusato di essere colluso. Scrivendo Cosa loro, perciò, sottolineava spiritosamente la sua estraneità al fenomeno mafioso.

Andreotti, pur essendo più vecchio di Craxi (era nato nel 1919), gli sopravvisse diversi anni (morì nel 2013), senza fare un solo giorno di prigione.

Per un giudizio

Che i fenomeni di corruzione siano da perseguire è fuori discussione.

Ma il modo con cui fu condotta la lotta contro la corruzione da Mani Pulite ebbe gravi limiti:

E tutto questo non corrisponde a verità.

Chiunque ne sia stato il responsabile, da un punto di vista della oggettività dei fatti, l'aver dato a una indagine giudiziaria una valenza palingenetico-totalizzante risponde a una concezione della giustizia diversa da quella che dovrebbe animare uno Stato costituzionale democratico. In cui l'azione giudiziaria deve essere continua (e non “condensata” in operazioni “speciali”) e imparziale, senza appoggiarsi a fenomeni di isteria collettiva e di demonizzazione emotivistica di stampo giustizialista.

📚 Bibliografia essenziale

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