la diffusione della Riforma

aspetti cronologici

Abbiamo accennato al fatto che Lutero avvertiva angosciosamente il problema della propria salvezza, constatando dolorosamente la propria incapacità di essere coerente con la legge di Dio. A un certo punto, leggendo S.Paolo (il mio giusto vive di fede, egli ebbe una intuizione: è chiaro, se guardo alle opere non potrò mai salvarmi, quindi non sono le opere che salvano, ma la fede: solo la fede e la sola fede salva. è questo il punto di partenza profondo della Riforma, più che l'indignazione per la scandalosa pratica della vendita delle indulgenze.

la vendita delle indulgenze e la reazione di Lutero

Quest'ultima fu comunque l'occasione concreta su cui Lutero cominciò a sfidare Roma. In effetti anche in Germania si era diffusa la pratica di presentare le donazioni in favore del Papato (che allora raccoglieva offerte per la costruzione di una nuova, imponente basilica di S.Pietro a Roma) come capaci di assicurare meccanicamente l'indulgenza, cioè il perdono dei peccati per i propri cari defunti: si sintetizzava tale concetto nel motto appena la monetina tocca il fondo della cassetta, l'anima si leva verso il cielo (Sobald das Geld im Kasten klingt, die Seele in den Himmel springt!), insomma la monetina scende e l'anima sale. Si dimenticava così la dimensione più importante di una sana pratica delle indulgenze, che è il coinvolgimento attivo del soggetto, l'impegno di una preghiera e di una vita santa, a vantaggio di un automatismo (donazione → risultato) oggettivamente scandaloso. Così faceva ad esempio il predicatore domenicano Johann Tetzel.

Contro tale pratica non del tutto a torto insorge Lutero, con le 95 tesi apposte il 31 ottobre 1517, sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Tali tesi, pur con sottolineature unilaterali e ambiguità, poteva ancora essere intese in senso cattolico: si nega alla Chiesa il potere di vincolare le decisioni divine, il Papa può abrogare una pena da lui stesso inflitta, ma non un castigo deciso da Dio.

lo scontro

Il Papa Leone X reagì in modo duro, non concedendo nulla a Lutero, con la bolla Exsurge Domine (giugno 1520), ordinando che gli scritti di Lutero fossero bruciati.

La risposta di Lutero fu altrettanto dura, nel dicembre di quello stesso 1520: bruciò in pubblico la bolla papale; era la rottura con Roma.

Lutero trovò allora protezione nel duca di Sassonia Federico il Savio, che lo convinse anche ad appellarsi all'imperatore Carlo V, a cui spettava di rendere esecutiva la condanna papale. Carlo V indisse una Dieta a Worms, nel 1521, a cui Lutero fu ammesso, munito di salvacondotto imperiale, che gli avrebbe dovuto evitare di fare la fine di Hus a Costanza poco più di un secolo prima.

Lutero a Worms tenne una linea intransigente, rifiutando di ritrattare alcunché, sostenendo di dover obbedire piuttosto alla sua coscienza che al papa. Così pur potendo allontanarsi immune da Worms (Carlo V fu fedele alla parola data), egli venne dichiarato da allora in poi nemico pubblico, così che chiunque avrebbe potuto ucciderlo impunemente. Deciso allora fu l'appoggio del duca di Sassonia (che lo portò al sicuro nel proprio castello della Wartburg, in Turingia), a cui si unirono molti altri principi tedeschi, e col consenso di una buona parte della popolazione tedesca, insofferente della dipendenza da Roma.

Una parte importante dei principi tedeschi in effetti aderì alla Riforma. Il motivo lo abbiamo già detto: in tal modo essi acquisivano un potere politico sulla nuova chiesa riformata, e potevano incamerare i cospicui beni economici della Chiesa stessa, e in particolare degli ordini religiosi, che la Riforma soppresse. Per cui Carlo V ebbe insuperabili difficoltà a estinguere l'incendio ormai scoppiato e dilagante in Germania.

le rivolte dei cavalieri e dei contadini

Si trattò di due fenomeni involontariamente provocati da Lutero, il cui messaggio veniva inteso come un generico ritorno allo spirito evangelico e come una conseguente rivolta contro le autorità costituite.

I primi a ribellarsi furono i cavalieri, cioè la piccola nobiltà, nel 1521-23. Si scatenò una vera e propria guerra civile, ma la grande feudalità ebbe buon gioco a reprimere rapidamente la rivolta, con plauso dello stesso Lutero.

Più difficile si rivelò reprimere la rivolta dei contadini (1524-25). A muoversi in effetti furono ingenti masse di contadini in un po' tutta la Germania, riuscendo a darsi una certa organizzazione e un programma preciso, compendiato nei 12 articoli, e una guida, che divenne Thomas Müntzer (1490-1525), di idee comunistiche (prima di morire gridò: tutte le cose appartengono a tutti).

Lutero stesso intervenne pesantemente contro i contadini in rivolta, chiedendo ai signori legittimi di schiacciarli senza pietà (Nessuna misericordia, nessuna pazienza verso i contadini, solo ira e indignazione). E alla fine la rivolta venne sanguinosamente sedata con la battaglia di Frankenhausen (1525), e Müntzer venne catturato, torturato e decapitato.

Per motivi analoghi a quelli a cui vi aderirono i principi tedeschi, aderirono alla Riforma luterana i Re di Svezia e di Danimarca-Norvegia.

Oltre Lutero

l'anglicanesimo

Un caso a sé quello dell'Inghilterra, che passò alla Riforma senza rinnegare, almeno all'inizio, i dogmi cattolici, ma semplicemente nella forma di uno scisma. Il pretesto è noto: la mancata concessione del divorzio a Enrico VIII. È vero che il papato aveva, per opporre tale diniego, anche dei motivi politici, cioè per non inimicarsi la Spagna (dato che la consorte legittima del Re era la spagnola Caterina di Aragona); tuttavia, anche da un puro punto di vista politico, sul piatto della bilancia, la possibile reazione della Spagna per un divorzio concesso, sarebbe comunque stata meno grave di quella minacciata da Enrico VIII. Appare difficilmente immaginabile che la Spagna rinnegasse il Cattolicesimo, mentre la perdita dell'Inghilterra, Paese in forte ascesa e prevedibilmente destinato a continuare tale ascesa, fu per il Papato un duro colpo. E perciò degno di nota come il Papa anteponesse, alla Ragion di Stato e al suo interesse politico, una questione di principio: il matrimonio è indissolubile, e non lo si può sciogliere nemmeno se a chiederlo è un Re.

Enrico VIII si fece proclamare, con l'Atto di supremazia (1534), capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, o Chiesa anglicana, non sottomessa al Papa, vietò il pagamento delle decime a Roma, pretese per sé il diritto di scomunicare e di designare i candidati all'episcopato, soppresse i monasteri e ne requisì i beni per poi rivenderli e assicurarsi in tal modo il prezioso appoggio politico di nobili e piccola e media borghesia, interessati all'acquisto. Da notare che il filosofo Tommaso Moro, già cancelliere del re, rifiutò di aderire alla politica del sovrano e pagò con la vita tale scelta.

Ma quello operato da Enrico VIII era più uno scisma, come abbiamo detto, che una rottura sul piano dottrinale. Questa si compì col figlio Edoardo VI (1547-53). Questi fece approvare il Book of Common Prayer (1549), una dottrina e una liturgia ufficiali, in cui confluivano sia elementi luterano (prevalenti), sia elementi zwingliani e calvinisti.

Una parentesi fu rappresentata dal regno di Maria (1553-58), figlia di Caterina d’Aragona e moglie del re di Spagna Filippo II: tale sovrana, cattolica, bloccò per qualche tempo, in modo peraltro maldestro, la Riforma cercando di attuare una restaurazione del cattolicesimo in Inghilterra.

Alla morte di Maria la sorellastra Elisabetta (1533-1603, figlia di Anna Bolena e protestante) riportò anche ufficialmente l'Inghilterra al protestantesimo. Nel 1559 Elisabetta fece nuovamente approvare dal Parlamento l'Atto di supremazia, con cui si ripristinava la legislazione antipapale di Enrico VIII, e l'Atto di uniformità, che ristabiliva la riforma liturgica di Edoardo VI. Nei Trentanove articoli di fede (1562) furono elaborati i tratti specifici dell'anglicanesimo, in qualche modo sintesi tra le posizioni teologiche cattolica luterana e calvinista.

il calvinismo

Diverso dal passionale e istintivo Lutero, il freddo e lucidamente calcolatore Calvino (1509/64) elaborò una nuova Riforma, che non faceva appello ai principi e ai Re, ma alla coscienza degli individui, specialmente appartenenti alle élites (economiche, sociali o intellettuali).

Centrale, in Calvino, è l'idea di predestinazione: se l'uomo non ha più libero arbitrio, chi decide tutto è Dio. Dio che governa infallibilmente non solo il mondo naturale, ma anche la vita e il destino degli uomini, predestinando gli uni alla eterna salvezza, gli altri alla eterna dannazione.

Tuttavia ciò non comporta alcuna conseguenza fatalistica: anche se il suo destino è già scritto, l'uomo deve impegnarsi in tutti i modi per diventare certo della sua predestinazione alla salvezza. In effetti lo sforzo non può essere teso a meritare la salvezza (essa è già decisa), ma solo ad esserne certo. Qual è, dunque, il segno, per l'uomo, della propria predestinazione alla salvezza eterna?

E' il successo: da qui l'insistenza calvinista sull'importanza del successo, anche economico, come segno; e di qui la totale decolpevolizzazione del profitto, che ha autorizzato Max Weber a indicare nel calvinismo un potente impulso ideologico al capitalismo. Se il cattolicesimo aveva in passato frenato sul valore di un arricchimento individuale sganciato da riferimenti comunitari, ora non solo non sussiste più alcun freno, ma viene attivato un potente incentivo: guadagnare, in questa vita, è garanzia anche di salvezza nell'altra, e definitiva, vita.

Inoltre Calvino volle che le realtà dominate dalla sua nuova interpretazione del Cristianesimo, come Ginevra, «la Città dei Santi», fossero governate con ferrea disciplina per far osservare il più possibile la legge morale. Al contrario di Lutero, che affidava la stessa chiesa allo stato, Calvino pretese che lo stato fosse sottomesso alla sua chiesa.

Nota bene. Lo sforzo calvinista di moralizzare non solo la vita pubblica, ma anche quella privata, va ben oltre l'idea tradizionalmente cattolica. Per il Cattolicesimo, anche nel Medioevo, pur auspicandosi che tutti, sempre e ovunque accolgano la proposta di Cristo, non si concepiva una imposizione forzata di un certo livello di moralità. Il progetto di Calvino è meno rispettoso del valore della coscienza individuale, e mette a repentaglio la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata; in qualche modo può essere visto come un inquietante prodromo di una mentalità totalitaria, che nel '900 avrebbe seminato amari frutti di violenza e di sopraffazione.

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