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Occidente e Islam

di F.B.
pubblicato su Libertà di educazione

Una tesi che circola, in alcuni ambienti cattolici, sul rapporto tra Occidente e Islam è che occorra tenere ben distinti Occidente e Cristianesimo, salvaguardando quest’ultimo, ma giudicando il primo, per come è oggi, al culmine di un lungo processo di scristianizzazione giunto ormai al nichilismo più spinto, indifendibile e meritevole di essere abbandonato al suo destino, per riconoscere invece qualche benemerenza all’Islam, che, se non altro, ateo e nichilista non è, e può persino dare una mano a un recupero della Trascendenza.

Così, ad esempio Michele Brambilla, brillante giornalista e saggista, ha sostenuto recentemente, nel corso di una nota trasmissione radiofonica, che l’impatto con l’Islam deve essere per l’umanità occidentale occasione per recuperare quei valori che in questi ultimi decenni sono stati abbandonati, col risultato che l’Occidente si trova ad essere sì tecnologicamente, economicamente e militarmente forte, ma moralmente debole e intimamente infelice. Dunque, prima e piuttosto che accusare l’Islam che ci minaccia, pensiamo ad essere un po’ più bravi noi. A nulla infatti servirà la superiorità materiale, se non ci sarà un recupero di saldezza morale e spirituale.

 

Non si vuol dire che tali tesi non contengano una parte di verità: è vero che l’Occidente, nelle sue élites fin dagli albori dell’epoca moderna, e in modo sempre più radicale e diffuso dopo la rivoluzione francese, si è allontanato dal Cristianesimo e così facendo ha sperperato la sua ricchezza più preziosa.

Tuttavia ci sono dei notevoli limiti in una impostazione che riduca la questione in tali termini. Anzitutto perché facilmente può istituire un cortocircuito moralistico: come se si trattasse di raggiungere un certo “livello morale”, sotto il quale non si sarebbe degni di dire alcunché e nemmeno di autodifendersi. Ora, come già osservava Hegel contro Kant (l’interminabile duello allo specchio per raggiungere l’inarrivabile adeguazione tra essere e dover essere), il moralismo è un gorgo vorticoso da cui è impossibile uscire, senza metterne radicalmente in discussione lo stesso principio, che cioè il problema sia quello di conformarsi a una legge astratta.

Un autoavvitamento moralistico dell’Occidente è del resto improponibile per varie ragioni: prima di tutto perché è ingiusto, in secondo luogo perché è o inutile o (potenzialmente) dannoso. Ingiusto: perché non è il metodo adeguato per proporre quella pienezza di umanità, che è la sola degna meta di un cammino morale; non si tratta di essere “più bravi”, più coerenti moralmente, spinti come muli, frustati dall’urgere di circostanze esterne. E poi, o inutile o dannoso: inutile in quanto l’umanità occidentale ha dimostrato per due secoli di essere, in nome della “libertà”, sorda a un richiamo moralistico, quale è stato purtroppo troppo spesso quello risuonato nelle chiese, anche in quella cattolica; dannoso, in quanto semmai un tale richiamo avesse effetto, avrebbe come conseguenza quella di disarmare quella lucidità di vigilanza e quella prontezza di riflessi che sono tanto più necessarie in quest’ora di serissime minacce terroristiche. Tutti presi dalla smania di autocorrezione moralistica, gli occidentali sarebbero propensi a minimizzare e perdonare qualsiasi cosa, se non addirittura a considerarla come salutare purificazione.

 

Ciò detto, resta da vedere quale valutazione si possa dare dell’Occidente in merito al suo legame col Cristianesimo. Se la distinzione tra Occidente e Cristianesimo è indiscutibile, per i motivi già accennati e che sono da molto tempo opinione largamente condivisa dentro e fuori del mondo cattolico, resta da vedere quanto resta, in questo mondo secolarizzato e disparatamente nichilista, di quel Cristianesimo che ne è comunque stato il fondamento e l’anima.

Personalmente ritengo che vi sia più eredità cristiana di quanto non si ammetta comunemente, anche nel pensiero e nelle manifestazioni più dichiaratamente atee e nichiliste dell’Occidente. Al di là, ripeto, della esplicita autocoscienza di gran parte dell’Occidente.

L’Occidente deve molto al Cristianesimo: il senso della persona come valore infinito, e al contempo il valore della solidarietà verso tutti e non solo verso chi appartiene alla Umma, il senso del lavoro come operosità positivamente costruttiva, la stima per la razionalità, da cui è nata la scienza, il valore della donna, il senso della giustizia sociale, per non citare che alcune delle maggiori idee di cui l’Occidente è debitore, seppur ingrato, al Cristianesimo.

In un certo senso si potrebbe dire che tutto quanto di positivo e di costruttivo sia stato affermato dall’Occidente sia di matrice oggettivamente cristiana, a dispetto dei ciclopici tentativi, fatti nel XIX e XX secolo, per strapparsi di dosso tale marchio.

 

Troppo spesso invece, nel mondo cattolico, si è avuto uno sguardo sussiegoso, incapace di valorizzazione e di recupero del positivo, una sdegnosa schizzinosità: verso la scienza prima, verso il mercato e la ricerca del benessere poi, e dopo ancora verso la democrazia e la giustizia sociale. Ciò che era oggettivamente figlio, è stato ripudiato e spinto lontano. O, almeno, non è stato riconosciuto come figlio, aiutandolo a correggere i propri errori, che certo c’erano e non erano pochi.

Per dirla con Eliot (Cori della Rocca), se in parte è stata l’umanità ad abbandonare la Chiesa, in parte è stata però la Chiesa ad abbandonare l’umanità (occidentale), bacchettandone gli errori piuttosto che tentando di incanalarne il positivo in una orientazione pienamente costruttiva.

Non è detto infatti che lo Spirito soffi solo su chi ha … la tessera dell’Azione cattolica o frequenti l’Oratorio con devota ossequiosità. Quante volte un atteggiamento clericale, così splendidamente condannato da Péguy, non ha aiutato a riconoscere anche nel grido di un ateo un brandello di verità. Ci sono volute, nel XX, intelligenze come don Giussani e de Lubac hanno saputo trovare del vero anche in atei, come Leopardi, o Nietzsche, o Pascoli, o Pasolini.

 

In un certo senso, in effetti, ci sembra che l’Occidente, anche in molte sue proposte che dicono di rinnegare il Cristianesimo, sia comunque più vicino, dialetticamente se non staticamente, al Cristianesimo, di quanto non lo sia il più devoto mussulmano.

Usiamo i termini dialettico e statico nel senso usato da Kierkegaard: statica è la distanza di fatto in un certo momento, senza che sia dia possibilità di modifica, dialettica è quella che facilmente potrebbe cambiare, ove intervenissero (come possibile, se non probabile) certe condizioni. Così una moglie che abbia litigato aspramente col marito è staticamente più vicina al primo passante che incontra, ma dialetticamente resta comunque più legata al marito, nel senso che potrebbe bastare un attimo, la parola giusta, lo sguardo giusto, per riavvicinarla al marito, mentre col primo che passa, pur non essendoci ostilità, c’è comunque una estraneità di fondo.

Si badi: non stiamo parlando dell’intenzione morale delle singole persone, della loro qualità morale, per così dire; non stiamo dicendo che gli occidentali religiosamente indifferenti siano in quanto tali e comunque più buoni degli islamici più devoti; stiamo parlando di un substrato culturale, di idee, che sostanziano delle mentalità, in qualche modo malgrado i singoli.

 

Così ci sembra che i funerali dei morti di Nassyria abbiano dimostrato che, almeno in Italia, sotto la cenere di un apparentemente totalizzante nichilismo consumista, vive una insospettata brace di nostalgia per una tradizione, a cui molti, più di quanto non si potesse pensare, non vogliono rinunciare soprattutto ora che essa appare drammaticamente minacciata.

Più in generale dopo l’11 settembre ho l’impressione che anche sotto certe forme, che in passato si sarebbero più tranquillamente definite come beotamente superficiali, come il luccichio (letterale e metaforico) natalizio, si celi, almeno per molti, un inespresso e implicito bisogno di una tradizione, che evidentemente desta uno struggimento di nostalgia. La stessa moda delle piccole croci al collo, non saremmo così sicuri che non esprima in molti casi, per quanto rozzamente e incoscientemente, una oggettiva nostalgia identitaria, il cui nocciolo positivo sarebbe più saggio recuperare che reprimere. Ci sembra in effetti che il compito di chi ha una coscienza più matura e lucida non sia quello di sferzare questi timidi, balbettanti e magari contorti vagiti, ma di offrire loro l’aiuto di una testimonianza di pienezza umana, perché diventino un primo ponte verso un recupero totale del loro Fondamento adeguato.

 

Tutto questo non toglie che ci sia anche una cultura occidentale, lucidamente anticristiana, e vaccinata a ogni ritorno alla Verità su cui si è costruita l’Europa, una cultura sazia del proprio nichilismo e del proprio cinismo. È chiaro che questo settore è di per sé indifendibile.

Se non che da un lato questa cultura si intreccia nelle stesse persone e negli stessi gruppi con quel residuo di nostalgia cristiana non priva di aperture, di cui abbiamo sopra detto; e d’altro lato, nella misura in cui essa si presenta allo stato puro, è proprio questa cultura lucidamente e cinicamente anticristiana a proporre un abbraccio con quell’Islam più anticristiano, in funzione di una espulsione di Cristo dalla realtà concreta dell’Europa.

 

Non si tratta allora di puntellare qualcosa di immorale, un Impero decadente che starebbe cadendo sotto la pressione delle forze fresche e vitali dei nuovi barbari, ma di aiutare l’Occidente a ritrovare le sue più vere radici, non insistendo tanto sull’osservanza di leggi e di valori, che rischierebbe un inconcludente e stantio moralismo, ma testimoniando che quella Novità imprevedibile che l’ha plasmato è ancora viva, “ieri oggi e sempre”, con la sua forza umanizzatrice, con quella pace e quella gioia “che il mondo non può dare” e che altrove invano si cercherebbe.

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