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la lotta per la libertas Ecclesiae

il problema

La Chiesa medioevale si trovò, dal IX secolo, a dover subire l'ingerenza del potere politico, anzitutto di quello imperiale.

L'ingerenza si svolse a due livelli:

  1. a livello centrale: la scelta del Papa
  2. a livello periferico: la nomina dei vescovi

1. l'ingerenza nella nomina del Papa

Il vescovo di Roma veniva eletto, per tradizione, «dal clero e dal popolo» (per clerum et populum) della città di cui assumeva la guida pastorale.

l'età ferrea del papato

Nel IX secolo tali elezioni dei pontefici furono soggette a crescenti ingerenze da parte delle grandi famiglie aristocratiche romane, che vedevano, nella elezione di un loro rappresentante (per lo più un parente) un'occasione davvero ghiotta di acquistare una supremazia contro le famiglie rivali.

Non dimentichiamo infatti che da tempo Roma e il territorio circostante erano governate dal Papa, erano il patrimonium Petri, quello che poi si sarebbe chiamato Stato della Chiesa: il vescovo di Roma quindi aveva non solo un potere spirituale, ma anche politico. Per questo occupare questa carica faceva gola ai potenti del tempo, alle famiglie aristocratiche romane, che utilizzavano la parte del popolo di Roma legata a loro per cercare di flettere la scelta del nuovo pontefice sul proprio candidato.

La conseguenza di tale prassi era una situazione molto negativa per la Chiesa:si parla di età ferrea del Papato, per indicare quel secolo circa (tra la fine del IX secolo e la metà del X), in cui il Papato versò in condizioni di sottomissione al potere temporale degli aristocratici romani, con una serie di Papi quanto mai indegni e interessati più a favorire politicamente la loro fazione che a espletare il loro compito spirituale.il concilio del cadavere

L'episodio forse più emblematico di questo clima di decadenza fu il cosiddetto Concilio del cadavere, in cui venne processato il già defunto papa Formoso (891-896), nel gennaio dell'897, con la presenza della sua spoglia già in decomposizione.

il privilegium Othonis

Questa situazione legittimò Ottone I a stabilire un suo diritto di approvazione della nomina effettuata dal clero e dal popolo, quella prerogativa che si ricorda col nome di privilegium Othonis (febbraio 962). In base a tale privilegium non era l'imperatore a nominare il Papa, ma senza la sua approvazione l'elezione non aveva valore effettivo.

L'uso che Ottone I e i suoi successori fecero del privilegium fu, nel merito, positivo per il Papato, nel senso che vennero scelti di fatto papi spiritualmente degni, al di sopra delle fazioni romane, e venne notevolmente innalzato il livello di autorevolezza del papa, con benefici effetti su tutta la Chiesa.

Tuttavia, se nel merito le scelte furono accorte e saggie, il principio che fosse l'autorità politica a dover confermare la massima autorità della Chiesa non era accettabile: la Chiesa infatti deve la sua esistenza a un Fondatore divino (divino-umano, per l'esattezza: Gesù Cristo) e non a una autorità terrena.

Tanto più che le cose peggiorarono quando si passò dal privilegio di confermare una nomina già avvenuta al diritto di scegliere, direttamente, chi dovesse essere Papa: ciò che accadde col privilegio di Sutri (1046), ottenuto da Enrico III da un Concilio riunitosi in tale località.

2. l'ingerenza nella nomina dei vescovi: i vescovi-conti

Nell'877, in piena crisi del potere centrale, l'Impero aveva dovuto concedere, con il Capitolare di Kierzy, l'ereditarietà dei feudi maggiori. Questa concessione, che sottraeva all'autorità imperiale la nomina dei feudatari “maggiori”, alla morte di un dato feudatario, richiava di disgregare ulteriormente la già vacillante unità dell'Impero.

Per ovviare almeno in parte agli effetti disgregatori di Kierzy, gli imperatori, dal X secolo, iniziano a nominare sui feudi maggiori dei feudatari che non possono lasciare in eredità ad alcuno, non avendo figli (legittimi, almeno): i vescovi. Nasce così la pratica di nominare dei vescovi-conti.

Questa prassi era un bene per l'Impero, ma per la Chiesa era un grave problema: la scelta del vescovo-conte era infatti affidata all'Imperatore, che sceglieva tali personalità più per le loro virtù politico-militari che per quelle spirituali. E poteva accadere che la personalità chiamata ad essere vescovo-conte non avesse affatto una autentica vocazione religiosa.

Questo comportava delle vere piaghe per la Chiesa, soprattutto la simonia (cioè l'offerta di denaro per l'ottenimento della carica di vescovo-conte) e il nicolaismo (o concubinato, ossia l'elusione, ufficiosa, dell'obbligo del celibato ecclesiastico).

la lotta per risolverlo

Grande importanza ebbero, per la presa di coscienza della serietà del problema e per una impostazione di una soluzione accettabile, i nuovi ordini monastici (certosini, camaldolesi, cistercensi e cluniacensi), che sorgono tra il IX e il X secolo: rispetto al monachesimo benedettino, da cui pure sorgono e di cui conservano molto, questi nuovi ordini avevano il vantaggio, dal punto di vista di una incidenza sul mondo a loro contemporaneo, di un maggior coordinamento tra le diverse sedi, garantito dai periodici capitoli, in cui si riunivano i rappresentati dei monasteri di tutta la Cristianità.

Nei capitoli era possibile un confronto di informazioni, di giudizi e di proposte operative tra monaci provenienti da tutta Europa, come non lo potevano fare i benedettini. In effetti è anzitutto e soprattutto tra i monaci dei nuovi ordini che si sviluppa il movimento per la libertas Ecclesiae: si parte dalla presa di coscienza che la situazione creatasi con il privilegium Othonis e la nomina dei vescovi-conti era insopportabilmente negativa per la Chiesa e si cerca di proporre una soluzione.

la riacquistata libertà di elezione del Papa

Si deve a papa Niccolò II il merito di aver svincolato l'elezione papale dall'ingerenza imperiale, senza ricadere nelle interferenze delle famiglie aristocratiche romane.

La soluzione venne elaborata dal Sinodo lateranense del 1059, che nello Statutum de electione papae stabilì che l'elezione del Papa è riservata al Collegio dei cardinali, che sono i rappresentanti del clero e del popolo di Roma, riuniti in assoluto isolamento dal resto del mondo (conclave), al punto che la comunicazione dell'esito delle votazioni avviene mediante una fumata (nera o bianca).

La reazione imperiale fu piuttosto blanda, anche perché il Niccolò II poté giovarsi dell'aiuto dei normanni, installatisi nel Sud Italia.

la riacquistata libertà di nomina dei vescovi

Ben più lunga e tormentata fu la lotta per riaffermare che solo la Chiesa può nominare vescovi, lotta passata alla storia col nome di lotta per le investiture.

Gregorio VII e Enrico IV

Momento drammaticamente culminante della lotta fu lo scontro tra papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana) e l'imperatore Enrico IV di Franconia.

Nel Dictatus Papae (1075) Gregorio VII affermava che solo il Papa può nominare i vescovi, che lui è la massima autorità spirituale della cristianità, e che a lui spettava il diritto di deporre gli imperatori. Così egli ingiungeva a Enrico IV, l'imperatore, di non nominare più vescovi-conti.

Al rifiuto di questi, che evidentemente si sentiva troppo danneggiato da tale richiesta, seguì, nel 1076, la scomunica e la conseguente deposizione dalla carica imperiale: il Papa scioglieva i sudditi dall'obbligo di obbedire a Enrico, egli non era più imperatore. Non poteva essere capo politico della Cristianità uno scomunicato.

Il colpo fu duro: la grande maggioranza dei feudatari accettò l'indicazione del Papa, ed Enrico fu effettivamente privato del suo potere. Egli dovette perciò umiliarsi e andare a supplicare umilmente il perdono del Papa: per giorni dovette aspettare, al freddo dell'inverno, davanti al castello di Canossa, dove il papa era ospite della marchesa Matilde. Il Papa, che come persona dotata di intuito politico, poteva sospettare una non autentica “conversione” di Enrico, come sacerdote non potè negare il perdono a uno che lo chiedeva. Pertanto revocò la scomunica reintegrando Enrico nel suo potere.

Ma l'imperatore ben presto rivelò il suo vero intento: assicuratosi l'appoggio dei feudatari ecclesiastici e di una parte notevole di quelli laici, sferrò un nuovo attacco al Papa, riunendo un sinodo di vescovi che lo dichiarò deposto. La nuova scomunica che Gregorio gli lancò (nel 1080), questa volta si rivelò molto meno efficace e Enrico potè mantenere l'iniziativa, forte della sua ritrovata e rinsaldata potenza politico-militare e costrinse il Papa ad abbandonare Roma, dove insediò un antipapa (Clemente III).

il concordato di Worms

Sarebbe dovuto passare quasi mezzo secolo prima di arrivare a una soluzione condivisa: il concordato di Worms, siglato nel 1122 tra papa Callisto II ed Enrico V.

In esso si stabiliva, da un lato, che solo alla Chiesa spettava nominare i vescovi, scegliendoli secondo i suoi criteri, spirituali e pastorali, non politici, dall'altro però all'imperatore era consentito assegnare a un vescovo un certo feudo, investendolo del titolo di conte.

Si trattava di un compromesso, in cui però la Chiesa era riuscita a ottenere ciò che più le interessava, che non venissero consacrati dei vescovi da mani laiche, essendosi ristabilito il principio della autonomia della Chiesa dal potere temporale. Di fatto le nomine venivano sostanzialmente concordate tra Chiesa e Impero, ma non sarebbe più potuto accadere che l'Impero nominasse un vescovo non ritenuto degno o motivato solo politicamente.

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