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Tommaso

Tommaso

esposizione

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vita

Tommaso d'Aquino, santo e dottore della Chiesa. (Roccasecca 1224 - Fossanova 1274). Filosofo e teologo, da molti ritenuto il maggior pensatore cattolico ("Doctor Communis"). Figlio del conte Landolfo d'Aquino, dopo aver ricevuto la prima educazione a Montecassino, studiò a Napoli. Affascinato dal nuovo Ordine dei domenicani a Napoli, volle entrarvi contro il parere dei parenti, che lo volevano monaco (con la prospettiva, più che probabile, di raggiungere la prestigiosa funzione di abate di Montecassino), e fu da quelli angariato in molti modi (al punto che tentarono di farlo "cadere" cercandogli una donnina di facili costumi). Ma Tommaso non cedette e si mantenne fermo nella sua decisione.

Studiò teologia alla scuola di Alberto Magno a Colonia e a Parigi (1245-1252). Lì seguì il corso di studi di filosofia e teologia, divenendo prima baccalaureus (bacceliere) biblicus (1252/4) e sententiarius (1254/6), e poi (nel 1256) Magister.

Pur essendo di grandissima dottrina e intelligenza, il suo animo si mantenne umile, per la sua viva fede. Guglielmo di Tocco potè scrivere nella sua biografia:

Tommaso sentiva bassamente di sé, era puro di corpo e d'anima, fervoroso nella preghiera, risoluto nel consiglio, riboccante d'amore, di mente serena, di spirito forte, previdente nel giudicare, dotato di tenace memoria, libero da ogni sensualità, tenne a vile qualunque cosa terrena.

Spesso durante la Messa si commuoveva fino alle lacrime. E quando passava a piedi per i campi, i contadini meravigliati dalla sua imponenza si voltavano verso di lui. Amante della verità sopra ogni cosa, consacrava tutto il suo tempo alla riflessione. Cosicché anche durante i pasti egli continuava a pensare, e i suoi confratelli potevano cambiagli le pietanze nel piatto senza che egli se ne accorgesse. Stimava talmente il valore della sincerità che, giovane, non si sottrasse all'invito di alcuni suoi confratelli burloni, che gli dicevano: "Tommaso, vieni a vedere un bue che vola!" Taciturno, era chiamato dai suoi condiscepoli "Bue muto", "il gran bue muto di Sicilia" (così i confratelli tedeschi, per i quali tutta l'Italia era Sicilia): ma Alberto Magno, suo maestro e che ben lo conosceva, li ammoniva quando muggirà, farà tremare il mondo!

La sua vita si svolse soprattutto nello studio e nell'insegnamento, all'Università di Parigi (1256/9), poi presso lo studium curiae, legato alla Curia pontificia (1259/68), e poi ancora a Parigi (1268/72), presso la cattedra che la Sede Apostolica aveva riservato all'Ordine dei Predicatori. Infine insegnò allo Studium generale dei domenicani a Napoli (1272/4). Morì ospite di un'abbazia cistercense, mentre si recava al concilio di Lione.

Negli ultimi tempi della sua vita, a chi gli chiedeva insistentemente indicazioni concettuali su come completare la Summa Theologiae, Tommaso disse queste parole, che testimoniano la sua grande umiltà e il vivo senso della sproporzione tra l'attuale conoscenza intellettuale di Dio e l'incontro con Lui nella vita che speriamo: mihi videtur ut palea (mi sembra paglia). Alle soglie del grande Incontro faccia a faccia tutto quello che aveva scritto (su Dio) gli sembrava paglia, cioè poca cosa: stava per vedere, in modo pieno e totale, Ciò di cui aveva parlato in modo comunque approssimativo. Così, anche nella sua vita, testimoniò come la fede, caparra della visione (beatifica) conta più della ragione.

Il suo corpo, come non era infrequente, venne presto bollito per favorirne una migliore conservazione.

Giovanni XXII lo dichiarò santo nel 1323 (tot miracula fecit, quot articula scripsit); Pio X proclamò “Dottore della Chiesa”, raccomandandone lo studio come autore particolarmente affidabile.

opere

In Petri Lombardi IV libros Sententiarum 1253/5
De ente et essentia 1255
In Boethium de Trinitate 1256/8
De veritate (quaestio disputata) 1256/9
Summa contra Gentiles 1258/63
De potentia (quaestio disputata) 1259/68
Contra errores graecorum 1263
Compendium theologiae 1265-7
De regimine principum 1266
De anima (quaestio disputata) 1266
Summa theologiae 1266/73
De spiritualibus creaturis 1266/9
De unione Verbi incarnati 1269/71
De malo (quaestio disputata) 1269/72
De unitate intellectus 1270
Contra impugnantes Dei cultum 1270
De aeternitate mundi 1270 (-71)

senso generale

Tommaso d'Aquino ha avuto il merito di integrare la filosofia aristotelica in una sintesi cristiana. Ha dimostrato cioè che si poteva usare Aristotele, senza divenirne succubi: per lui il pensiero del Filosofo era un utile strumento (superando le diffidenze della corrente agostinista, forte soprattutto tra i francecani), non un assoluto (come invece era per l'averroismo latino, ad esempio Sigieri di Brabante).

Per cui Tommaso segue Aristotele dove Aristotele ha detto cose vere, integrabili con la fede cattolica ossia espressive di una sana ragione, ma non lo segue su tutto, non dove lo Stagirita contraddice al contempo la fede e la ragione (sull'eternità del mondo e sulla mortalità personale), e lo integra su più punti, tanto con la tradizione patristica e agostiniana, quanto con un suo personale e creativo apporto (come nel caso dell'actus essendi).

L'aristotelismo di S.Tommaso è evidente nella sua gnoseologia, che vede tutta la conoscenza umana prendere le mosse dal sensibile, senza alcuna forma di innatismo (dal che segue il rifiuto delle prove a-priori dell'esistenza di Dio), e nella sua antropologia che vede una stretta unità dell'anima e del corpo, laddove il precedente agostinismo pensava a una maggiore indipendenza dell'anima dal corpo.

Aristotelismo però non significa naturalismo, e men che meno materialismo: Tommaso non dimentica che il livello principale dell'uomo è lo spirito, il cui dinamismo è tutto orientato a un compimento trascendente e soprannaturale: l'uomo è desiderio di Dio.

fede/ragione

L'opera di Tommaso è fondamentale per la filosofia e la teologia del Medioevo; se l'agostinismo aveva dominato nel primo periodo della scolastica, nei secoli XIII e XIV la soluzione offerta da Tommaso ("il Dottore Angelico") sul problema del rapporto tra fede e ragione innovò, pur senza rovesciarla, la soluzione tradizionale, nel senso di una maggiore importanza attribuita alla ragione.

grafico sul rapporto fede/ragione in formato SVG

Il Santo, sostenendo che la ragione giova alla fede, riconosce l'esistenza di un livello naturale come fornito di un significato per sé stante, intelligibile per la ragione, indipendentemente da ogni presupposto religioso (E. P. Lamanna). Ciò però significa più una distinzione che una separazione: la ragione e la natura trovano il loro pieno compimento nella fede e nella grazia (secondo il celebre adagio tomista: "gratia naturam perficit"). In effetti Tommaso respinse la teoria averroistica della doppia verità: per lui la verità è una. Alcune verità come l'esistenza di Dio, infinitamente Perfetto, la spiritualità e l'immortalità dell'anima sono verità razionali e verità di fede ad un tempo; perciò Tommaso affida alla teologia naturale il compito di dimostrare filosoficamente le verità di ragione, che rappresentano i presupposti della fede (preambula fidei).

Questo nuovo spazio dato alla ragione significava in concreto accogliere la filosofia di Aristotele, che in quel tempo era comparsa sulla scena della cultura occidentale come un dato nuovo, per certi aspetti (la tesi della eternità del mondo, la ambiguità sulla immortalità dell'anima, la negazione della Provvidenza) inquietante, a differenza del platonismo, che per secoli era stato il fedele alleato della teologia (pur essendo esso stesso reso compatibile col Cristianesimo solo mediante una consistente riplasmazione). Tommaso, utilizza categorie aristoteliche, come potenza ed atto, materia e forma, sostanza e accidenti, intelletto attivo e passivo, ripensandole in modo originale in una sintesi che può dirsi senz'altro cristiana.

l'essere come atto

É merito dei suoi studiosi novecenteschi l'aver sottolineato questa componente della filosofia tommasiana: rispetto ad Aristotele la grande originalità di Tommaso è l'idea dell'esse ut actus: la polarità metafisica decisiva non è quella materia/forma, ma quella essenza/esistenza. Non solo la forma è atto, ma anche l'essere, e ben più propriamente. La forma è atto rispetto alla materia che è (pura) potenza: ma a loro volta sia la forma sia la materia sono costitutive dell'essenza (almeno delle sostanze corporee), essenza che è potenziale rispetto all'atto, ultimo e decisivo, che è l'essere, l'esistenza. Perciò Tommaso può dire:

ipsum esse est perfectissimum omnium; comparatur enim ad omnia ut actus; nihil enim habet actualitatem nisi inquantum est; (l'essere è quanto di più perfetto vi sia; si rapporta a tutto come atto: niente infatti è attuale se non in quanto è)

unde ipsum esse non comparatur ad alia sicut recipiens ad receptum, sed magis sicut receptum ad recipiens. (perciò l'essere stesso non si rapporta agli altri fattori [del reale] come qualcosa di recettivo, bensì come ciò che è ricevuto)

L'essere è atto, ossia perfezione. L'essenza lo limita (in questo senso è receptum, mentre è l'essenza ad essere recipiens), senza la limitazione dell'essenza l'essere sarebbe infinito. E infatti Dio è l'Ipsum Esse Subsistens: senza alcuna limitazione (la sua essenza è l'Essere).

Mentre Aristotele riteneva che la perfezione suprema fosse la forma, per Tommaso essa è l'essere. In qualche modo la filosofia greca dava per scontata la realtà della realtà, mentre il cristiano Tommaso d'Aquino si stupisce per l'essere. Non è scontato l'esserci delle cose, nè il mio, il tuo esserci.
Corollario è che grande è il valore dell'esistere di qualunque cosa, piuttosto che il progetto, o il sogno. Si deve partire da ciò che esiste, prenderne anzitutto, umilmente ma realisticamente, atto.

Questo va contro la mentalità contemporanea, che vede invece un primato del progetto umano: così si sognano grandi cose inesistenti, perfezioni impossibili, e si dimenticano le piccole cose esistenti, la limitata, ma reale perfezione dell'esistente, e del possibile, che nell'esistente si radica.

Dio e la creazione

Dio e il suo rapporto con il mondo sono al centro della speculazione tomistica. Che Dio esista non è evidente a-priori (STh, I, q.II, a.1), ma può essere dimostrato razionalmente (ibi, a. 2). Tommaso elabora a tal fine cinque vie, per cui risaliamo a Dio, rispettivamente come Movente immobile, Causa prima, Essere necessario, Perfezione assoluta, Fine ultimo. La semplice ragione dunque, conduce l'uomo a riconoscere di non essere lui stesso il creatore di sé e della realtà, ma di dipendere strutturalmente da un Altro, che, Infinitamente Perfetto, è il Creatore di tutto.

Certo Dio è Mistero e la ragione ha la capacità di riconoscerNe l'unità, l'infinità, la perfezione assoluta, l'onnipotenza, ma, senza la Sua Rivelazione l'uomo concreto avrebbe avuto una conoscenza di Dio difficoltosa e vacillante: la verità su di Lui sarebbe stata conosciuta

da pochi, dopo molto tempo, e con mescolanza di molti errori (STh, I, q.I, a.1: a paucis, et per longum tempus, et cum admixtione multorum errorum)

E ciò perché la ragione ha la forza intrinseca di riconoscere Dio, ma essa è di fatto la ragione, cioè lo strumento conoscitivo, di un soggetto che si trova debilitato dal peccato originale. Invece la ragione non ha la capacità di riconoscere l'essere trinitario del Mistero, che è conosciuto solo per fede. Tuttavia la ragione può vedere l'inconsistenza di tutte le obiezioni contro il mistero della Trinità.

All'inizio della realtà finita vi è l'atto creatore di Dio, che ha liberamente deciso di creare, non spinto da alcuna necessità. Che il mondo abbia avuto un inizio però è solo verità di fede, non di ragione (secondo la quale sarebbe anche possibile una creazione eterna): in ciò Tommaso dissente da Bonaventura, per il quale la ragione stessa può escludere l'eternità del mondo.

Dio è l'essere sussistente, colui che è e si conosce perfettamente, conoscendo così tutte le ragioni o forme (l'universale ante rem) delle cose che verranno create. L'essere divino si distingue dall'essere creato o partecipato, in quanto in Lui vi è identità di essenza ed esistenza, mentre si dà tra esse reale distinzione nell'essere partecipato: per questo la definizione di Dio, che ricorre più spesso nella Summa Theologiae, è di Ipsum Esse Subsistens.

Dio poi è causa prima di tutto, mentre le creature sono cause seconde che agiscono per realizzare il loro appetito di perfezionamento secondo la loro natura. Ne segue che Dio esercita un "governo" sul mondo creato, una Provvidenza, a cui nulla sfugge (a differenza di Aristotele anche le realtà singolari e i fatti sono soggetti alla divina provvidenza, che tutto conosce e governa, e senza della quale nessuna realtà finita potrebbe mantenersi nell'essere).

cosmologia


La realtà creata non solo è buona
ma ha una sua sottolineata consistenza

Il mondo creato è formato da sostanze, alcune puramente spirituali (pure forme: gli angeli), altre corporeo-spirituali (l'uomo: forma sussistente unita a una materia), altre corporee (composte di materia e di forma). Tommaso dunque segue la teoria ilemorfica, per cui le cose corporee sono composte di materia e forma. Ciò che distingue gli individui nell'ambito della specie, è la loro materia (materia signata quantitate), dove non c'è materia, non si dà neppure, propriamente, individuo (i singoli angeli formano pertanto tante specie individuali).

Il mondo è così un ordine, una armonia razionalmente e gerarchicamente strutturata. Rispetto a S.Bonaventura in Tommaso c'è minore sottolineatura della bellezza del cosmo, ma ammirazione per il suo ordine.

antropologia

L'uomo è formato di anima e di corpo. L'anima è l'unica forma sostanziale dell'uomo ed è anche principio delle sue funzioni vegetative e sensitive: non esiste infatti per lui, come pensava invece Bonaventura, una forma del corpo distinta dall'anima, né l'anima è una sostanza (in qualche modo in sé completa), come tendeva a pensare molto agostinismo platonizzante. In tal modo Tommaso afferma con più forza l'unità di anima e corpo e l'improponibilità di una interiorità slegata dal riferimento alla oggettività esterna.

Esiste comunque l'anima come realtà qualitativamente superiore al corpo, e sussistente, cioè capace di esistere anche senza il corpo (come infatti accade nel momento della morte individuale e fino al giorno del Giudizio Universale, allorché ogni anima si riapproprierà del suo corpo, soprannaturalmente trasfigurato ad immagine del corpo risorto di Gesù Cristo). E tale sussistenza di un'anima spirituale e immortale può essere razionalmente provata, soprattutto con la capacità dell'intelletto di operare in modo spirituale, smaterializzando gli aspetti intelligibili mediante la astrazione.

Infatti l'intelletto astrae le specie intelligibili, mediante le quali si fa intenzionale alle essenze delle cose corporee alle quali è limitata la sua cognizione propria. Tommaso afferma poi il primato dell'intelletto sulla volontà: per poter amare, occorre prima conoscere; mentre infatti la volontà è in qualche modo soggettiva, l'intelletto ci unisce massimamente all'oggetto, a cui è totalmente spalancato, e ci "adegua" ad esso nel fulgore della verità che è appunto adaequatio rei et intellectus.

etica

Unico tra le creature visibili, l'uomo non raggiunge in modo necessario la sua realizzazione: è affidata alla sua libertà l'accettazione del progetto che il Creatore ha avuto su di lui creandolo, cioè la attuazione della sua umanità, della sua natura umana. Se l'uomo accetta di obbedire a Dio, obbedendo alla legge naturale, che è il cammino da seguire per attuare la sua natura, può giungere alla compiuta realizzazione di sé e quindi alla felicità, a cui Dio lo ha destinato. Se invece rifiuta il Disegno creativo di Dio, non può attuarsi, va inevitabilmente contro sé stesso, e si condanna all'inquietudine e all'infelicità.

La legge morale dunque non è nient'altro che la via al fine, la strada da percorrere per arrivare a quella meta che è la compiuta attuazione della propria natura. Essa appare però gravosa all'uomo, in seguito al peccato originale, e solo la grazia soprannaturale di Cristo può perciò permettere all'uomo di essere morale, accettando il progetto di Dio e ricevendo la forza di attuarlo.

Di fatto, nell'ordine concreto della Redenzione, il fine ultimo dell'uomo è una realizzazione della sua natura che va oltre la semplice natura: l'uomo è chiamato alla divinizzazione. La natura umana infatti, pur tendendo alla sua perfezione naturale, ha un unico fine ultimo reale, che è soprannaturale, ed è offerto dalla grazia che Dio le partecipa gratuitamente: soltanto in Gesù Cristo l'uomo trova il suo compimento.

politica

Per Tommaso d'Aquino la società è un fenomeno naturale e non convenzionale: l'uomo è naturalmente sociale. E in questo egli concorda con tutta la tradizione cristiana, precedente e successiva.


Per Tommaso la convivenza è naturale:
la sua visione è meno drammatica di quella agostiniana
Rispetto ad Agostino egli pensa che anche lo stato sia naturale e non conseguenza del peccato originale: in questo si esprime il suo realismo e la avversione a ogni sogno utopico. L'uomo avrebbe comunque avuto bisogno di una organizzazione statale, di leggi, strutture, istituzioni.

Ogni individuo ha dei doveri verso lo stato; tuttavia lo stato non gli può chiedere tutto. In particolare non gli può chiedere di andare contro coscienza: le leggi positive, emanate dagli stati, in tanto sono obbliganti in quanto rispecchiano la legge naturale, che ogni uomo può avvertire nella sua coscienza.

Ciò non significa peraltro individualismo. Importante è infatti il concetto di bene comune, a cui l'individuo deve indirizzare la sua azione.

per un giudizio

per un giudizio

Valore di Tommaso

Tommaso d'Aquino è senza dubbio uno dei più grandi astri del pensiero cattolico. Chiunque voglia pensare (filosoficamente e teologicamente) in modo cristiano non può non fare i conti con lui, che non per nulla è stato ripetutamente indicato da Sommi Pontefici, soprattutto nell'Ottocento (si veda in particolare la Aeterni Patris di Leone XIII) e, in parte, nel Novecento (in particolare Paolo VI), come fonte assolutamente autorevole e sicura in campo filosofico e teologico: Doctor Communis oltre Doctor Angelicus.

Eccessi di zelo...

Tuttavia si è spesso verificato, presso alcuni suoi "discepoli", quella che a nostro sommesso avviso è una esagerazione: ritenere cioè il pensiero di Tommaso non solo come un pensiero affidabile e prezioso, ma passibile di arricchimenti e integrazioni, bensì come la manifestazione perfetta e insuperabile della concezione cristiana, espressa nella sua forma compiuta e irriformabile.
Non sono mancati in tal senso pensatori "tomisti" che ritenevano il pensiero di Tommaso superiore allo stesso vangelo (non nella sostanza, ma nella modalità espressiva).
Che tale impostazione sia eccessiva appare anche dal fatto che il tomismo non fu subito apprezzato dalla autorità ecclesiale, venendo anzi condannato nel 1277 dal vescovo di Parigi; ma soprattutto va ricordato che il tomismo assurse a rango di "filosofia cristiana" per eccellenza (anzi filosofia tout court: "Philosophia perennis") solo nel momento in cui, nell'Ottocento, il pensiero cristiano si percepì come stretto d'assedio da una cultura immanentista e laicista. Fu un modo di "far quadrato", nel momento di una minaccia mortale, attorno a qualcosa di assolutamente sicuro.

"Con" e "oltre" Tommaso

Una impostazione puramente autodifensiva non può reggere a lungo. E ben lo capirono autori come il card. Newman, J.A. Moehler, R.Guardini, De Lubac, von Balthasar, per non citare che alcuni. Essi, pur apprezzando e valorizzando Tommaso, si sforzarono da un lato di riscoprire la Patristica e dall'altro di dialogare fecondamente con istanze moderne.

Ma la personalità che più di tutti ha mostrato, nei fatti, come sia possibile e fecondo andare "con Tommaso oltre Tommaso" è senza dubbio papa GP2.php">Giovanni Paolo II, estimatore di un tomismo non esclusivo del grande patrimonio agostiniano-patristico e di una assimilazione del positivo presente nel moderno (in particolare nella fenomenologia).

cosa trattenere e cosa abbandonare

Senza alcuna pretesa di completezza, indichiamo quali sono a nostro avviso alcuni, "fondamentalissimi", punti fermi da conservare, da trattenere, già presenti nel tomismo, e quali altri andrebbero integrati in una sintesi cristiana, "importandoli" per così dire dall'agostinismo (vedi Agostino, Bonaventura, Duns Scoto) o assimilandoli criticamente dal moderno.

da trattenere da integrare

positivol'oggettività del vero

negativol'importanza del coivolgimento affettivo-volizionale.

positivol'importanza essenziale dell'esperienza sensibile

negativoil desiderio di totalità come molla per scoprire, nel sensibile, un Centro soprannaturale.

positivola possibilità di articolare(/comunicare) la verità in un discorso intelligibile e relativamente stabile

negativola impossibilità di racchiudere esaurientemente in un discorso il Vero vivente, che è un Tu e implica un continuo rapporto esistenziale, fatto di mendicanza e di affezione.

testi

testi

Per i testi che seguono, dentro questo box si veda su E-texts

la Summa Theologiae (testo latino)

  • prima pars
  • I, q.1, De sacra doctrina
  • I, q.2, De Dei existentia
  • I, q.3, De Dei simplicitate
  • I, q.4, De Dei perfectione
  • I, q.5, De bono in communi
  • I, q.6, De bonitate Dei
  • I, q.6, De infinitate Dei

testi filosofici vari

  • Il De ente et essentia(in latino)
  • una lettera sul metodo dello studio (in latino)
  • Le 24 Tesi tomistiche (una sorta di sintesi del tomismo, fatta nell'800, su indicazione del Magistero della Chiesa)

testi spirituali

  • Il commento al Padre Nostro

testi spirituali

Per i testi seguenti si veda nel sito cultura cristiana

librobibliografia essenziale

Bouillard H. Conversion et grâce chez Saint Thomas d'Aquin Aubier Paris 1944
Bruyne E. de Saint Thomas d'Aquin. Le milieu, l'homme, la vision du monde Bruxelles 1928
Campodonico Angelo Alla scoperta dell'essere Jaca Book Milano 1986
Chenu M.-D. La théologie comme science au XIII siècle Vrin Paris 1957
Chenu M.-D. Introduction à l'étude de Saint Thomas d'Aquin Vrin Paris-Monréal 1984
De Wulf M. Initiation à la philosophie thomiste Louvain 1932
Gilson E. Le philosophe et la théologie Paris 1960
Gilson E. Le Thomisme Vrin Paris 1979(6)
Gilson E. Saint Thomas d'Aquin Gabalda Paris 1925
Jolivet R. Le Thomisme et la critique de la connaissance Paris 1931
Olgiati F. L?anima di San Tommaso Vita e pensiero Milano 1924
Rousselot P. "Théorie des concepts par l'unité fonctionelle suivant les principes de Saint Thomas. Sinthèse aperceptive et connaissance d'amour vecue" 1960
Rousselot P. "Idéalisme et thomisme" 1979
Rousselot P. Métaphysique thomiste et critique de la connaissance
Sertillanges A.-D. "L'être et la connaissance dans la philosophie de S.Thomas d'Aquin" Mélanges thomistes Paris 1934
Sertillanges M.D. Les grandes thèses del philosophie thomiste Paris 1928
Sertillanges M.D. La filosofia di S.Tommaso Paoline
Sertillanges M.D. "L'idée générale de la connaissance dans saint Thomas d'Aquin" 1908
Torrell Jean-Pierre Tommaso d'Aquino. L'uomo e il teologo Piemme Casale Monferrato 1994

Buono lo studio del Gilson, Le Thomisme, per l'equilibrio tra la scientificità (prevalente ad esempio in Chénu) e l'afflato affettivo-attualizzante, che porta alcuni studiosi, come Lonergan e Rousselot, a forzare il pensiero di Tommaso d'Aquino.

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