| Contra academicos | ||
| Contra Faustum manichaeum | ||
| De libero arbitrio | ||
| De magistro | ||
| De natura et gratia | ||
| De spiritu et littera | ||
| De vera religione | ||
| Contra Cresconium grammaticum Donatistam libri quatuor | ||
| De Trinitate | La Trinità | |
| De vita beata | ||
| De ordine | ||
| Soliloquia | ||
| De immortalitate animae | ||
| De quantitate animae | ||
| De musica | ||
| De mendacio | ||
| Retractationes | ||
| De anima et eius origine contra Vincentium Victorem | ||
| De catechizandis rudibus | ||
| De disciplina christiana | ||
| De genesi ad litteram | ||
| De agone christiano | ||
| De gratia Christi et de peccato originali contra Pelagium | ||
| De natura boni contra Manichaeos | ||
| De utilitate credendi | ||
| In Evangelium Ioannis tractatus | ||
| In Epistolam Ioannis | ||
| Enarrationes in Psalmos | ||
| Expositio epistolae ad Galatas | ||
| Quaestionum Evangeliorum libri duo | ||
| Quaestionum in Heptateuchum libri septem | ||
| De gratia et libero arbitrio | 388/95 | |
| Confessiones | Confessioni | 395/410 |
| De doctrina christiana | 397 | |
| De civitate Dei | La città di Dio | 413/26 |
Lo spirito di Agostino è così riassumibile:
1. Un vivo senso della drammaticità dell'esistenza umana, della possibilità cioè che l'uomo non giunga al suo compimento, che d'altra parte non può non desiderare con tutto il suo cuore (inquietum est cor nostrum): il male insidia l'uomo,corrodendone la vita.
2. Perciò la filosofia non è oziosa riflessione accademica, ma vivente impegno con questo dramma: deve servire a rispondere alle domande dell'uomo concreto, non a astratte curiosità.
3. In questo senso una formula che esprime lo spirito di Agostino è la celebre frase: Deum et animam meam scire cupio. (..) Nihil aliud, cioè non desidero conoscere altro che Dio e la mia anima. La mia anima, cioè il desiderio di piena felicità, la domanda di pienezza, e Dio, il Mistero infinito che è la Risposta alla domanda che io sono.
che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde o rovina sé stesso?
Ma perché Agostino dice "niente altro" ("nihil aliud") oltre a Dio e all'anima, oltre al desiderio di felicità e di verità e alla Risposta esauriente a tale desiderio? Non significa "tagliar via" il terzo fattore della realtà, cioè il mondo, la realtà materiale e gli altri esseri umani?
Da un lato, se per mondo si intende la realtà ontologica del mondo (e degli altri) tale realtà è esaurientemente ricompresa in Dio, che è la Totalità, presente in ogni cosa: amare Dio implica amare la sua creatura, la verità della sua creatura. Ma l'amore alla creatura non sarebbe vero se da un lato non partisse dal desiderio di felicità che anima ognuno, e che sarebbe diabolico pretendere di anestetizzare per un preteso amore "disinteressato" o per un dovere di tipo kantiano, e dall'altro non riferisse la creatura a Dio, che solo ne conosce e ne può il vero bene.
D'altro lato se si intende mondo in senso morale (quel "mondo" per cui Cristo non ha pregato nell'ultima cena) è pienamente cristiano che Agostino escluda che esso possa interferire tra sè e il Destino: non devo obbedire alle convenzioni e alle mode di una mentalità succube della Menzogna, ma ovunque necessario ognuno deve sfidare "questo mondo" e il suo tenebroso e ottenebrante Principe.
Non si tratta dunque di evasione dal mondo, ma di chiarezza del Destino ultimo, senza del quale il mondo stesso si sbriciolerebbe nel nulla. Quanto Dio contasse per Agostino è possibile vederlo in moltissime sue pagine, ma esemplari sono certi passaggi delle Confessioni, ad esempio l'inizio. Lì il Mistero è visto come "laudabilis valde", degno di molta lode da parte di un uomo che, pur nel suo limite (limite ontologico: è mortale, etico: è peccatore, gnoseologico: la sua mente inciampa per la sua superbia), non può non essere tutto proteso al Dio che l'ha creato per Sè, e senza del quale il suo cuore resta inquieto.
Il dramma dell'io umano è riassumibile nello schema seguente.
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L'uomo non supera con le sue forze questo circolo vizioso di non poter non desiderare quello che poi non può ottenere: in polemica contro Pelagio, egli sostiene che solo la grazia di Cristo ci salva. E ciò perché l'uomo non è in uno stato di natura integra (=sana), ma di natura decaduta: la natura umana è come ferita (per cui l'intelligenza non pensa come dovrebbe, cogliendo [sempre e solo] il vero, e si producono errori e incertezze che "naturalmente" non ci dovrebbero essere; e la volontà non è stabile nel volere il bene, ma si piega al male), ed è ferita da quel fatto che sta all'inizio della storia umana e si chiama peccato originale.
Conseguenze: viene così battuta in breccia ogni pretesa moralistico-farisaica; l'uomo non riesce ad essere buono, basandosi sulle sue forze. Lo può essere solo accettando l'aiuto di Cristo, nella Chiesa. Viene così a delinearsi come pienamente umano un atteggiamento di umiltà verso sé stessi, perché non si sfugge alla fragilità, e di non-giudizio verso gli altri. Così, risulta impraticabile una visione della realtà umana che divida in buoni e cattivi, con i primi che riuscirebbero ad essere coerenti in virtù di una loro energia, e i secondi che sarebbero da puntare a dito come malfattori e farabutti, perché infrangono delle leggi. Il vero punto di discrimine etico non è tra chi osserva le regole e chi non le osserva, ma tra chi mendica la grazia, riconoscendosi non-autosufficiente e avendo lo sguardo su anzitutto Altro da sé, e chi si ritiene autosufficiente, come i farisei, che si ritenevano giusti, perché osservavano (o dicevano di osservare) quattro regolette, che si erano ritagliati su misura per i loro comodi.
L'uomo non è, in generale, autosufficiente: segnato dal peccato originale, è chiamato alla comunione con Dio, in Cristo. Questa non-autosufficienza la si vede anche in campo conoscitivo. È solo Cristo che consente alla conoscenza umana di raggiungere uno stato di certezza e di stabile verità (come Maestro interiore, mediante l'illuminazione)
Che l'uomo non fluttui nell'incertezza, nell'assenza di riferimenti veritativi assoluti lo si può capire anche "dal basso", con una riflessione filosofica che fa appello ad evidenza naturali (anteriori alla fede); infatti, dice Agostino nel Contra Academicos, se anche dovessimo dubitare di tutte le verità che si riferiscono al mondo esterno, se anche dubitassimo di tutto, almeno dell'atto del dubitare, almeno dell'esistenza di me, soggetto che dubito, non potrei dubitare. So almeno questo, che io esisto. Ma sapere che esisto aggiunge una seconda certezza, quella appunto che, oltre che esistente, io sono conoscente. E infine io, esistente e conoscente, posso scegliere che cosa pensare o fare, dunque sono anche volente.
Esse, nosse, velle (esistere, conoscere, volere) sono dunque le prime tre certezze, che segnano il superamento del dubbio. E' dunque il soggetto, l'io, nella sua realtà ontologica, il dato di certezza primo, e nelle prime tre certezze di cui è fatto l'io si rispecchia lo stesso Mistero trinitario (il Padre, Origine dell'essere, il Figlio, Verbo del Padre, e lo Spirito, Amore infinito).
Basandosi sulle sue sole forze conoscitive naturali, l'uomo non andrebbe però molto lontano: gli manca un "centro di gravità permanente", che gli consenta di giudicare in modo stabile e adeguato la realtà che è oggetto della sua esperienza.
Mutevole e instabile è tale realtà del mondo sensibile, come mutevole e instabile è la stessa anima umana, lo stesso io e la sua mente, che deve continuamente ricredersi sulle cose, cambiando opinione con facilità, e restando preda di un turbine di ipotesi piuttosto che camminando con pacificata sicurezza sulla via maestra di una verità assoluta. Tale è la condizione dell'uomo, e Agostino ha il merito di riconoscerne con chiarezza la non-auspicabilità: non si può certo dire che sia un vantaggio fluttuare nell'incertezza. Ma in tale condizione si rimane finché non sia appunto aiutato da qualcosa di superiore: Colui che vede tutto con perfetta e stabile chiarezza, Cristo, partecipa alla mente umana un po' di tale chiarezza, rendendo possibile giudicare in modo nitido e sicuro.
È ancora Cristo che consente alla affettività umana di sottrarsi alla grettezza di un amor sui come misura ultima di tutto, e di tuffarsi nella buona avventura dell'amor Dei, che supera l'amore egoistico a sè, pur essendo l'unico a fare il proprio vero bene.
La sua grazia, ricevuta dal nostro libero arbitrio, lievita la nostra natura, decaduta in seguito al peccato originale, e ci rende capaci di bene, superando appunto il male (come progetto sulla vita), che tanto aveva angosciato Agostino prima della conversione;
È sempre Cristo che dà senso al tempo, permettendogli di essere non più dispersa molteplicità, sciame informe di vuote apparenza, ma sensata unità raccolta nella attesa della eternità beata.
Quella del tempo è un dimensione molto sentita da S.Agostino: tutto è instabile, provvisorio; questa vita non dà tregua, non si può mai in essa riposarsi definitivamente.
Da un lato il tempo è contrassegno della finitudine dello uomo, disperso e come disgregato nelle molteplicità degli instanti, che si susseguono inesorabilmente. Per cui esso è indizio della drammaticità della vita, di un suo non-autopossesso: per la
inconsistenza del tempo (il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente stesso non è che un attimo inafferrabile, senza spessore, sfuggente).
D'altro lato la coscienza del tempo indica una elevazione dell'uomo sopra la molteplicità dispersa degli istanti; sintetizzando il molteplice egli si avvicina all'eterno presente di Dio: il tempo è distensio animi, l'animo si dilata ad abbracciare l'estensione altrimenti desolatamente disgregata della successione temporale (in te, anime meus, tempora metior).
Per brani relativi al tempo: si vedano i testi di S.Agostino.
Il nostro giudizio su S.Agostino è prevalentemente positivo. Non crediamo sia un caso se per un millennio il pensiero cristiano occidentale si è ispirato esplicitamente a lui, e anche quando, dal XIII secolo Tommaso d'Aquino lo ha in qualche modo "surclassato" come pensatore più apprezzato dalla autorità ecclesiastica cattolica, egli è rimasto uno delle pietre miliari del Cristianesimo, a cui lo stesso Tommaso è debitore, e non poco (come dimostrano le abbondantissime citazioni agostiniane nelle pagine tomiste).
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bibliografia essenziale