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Pascal

vita

Biagio, figlio di Stefano Pascal, autoritario e rigido, nacque a Clermont, in Alvernia (Francia centrale), il 19 giugno 1623 da famiglia altolocata. La madre morì quando lui aveva tre anni (1626); ebbe due sorelle: Gilberte e Jacqueline. Fu Gilberte a lasciarci una Vita di B. Pascal, scritta poco dopo la morte del fratello, e pubblicata la prima volta nel 1684, a Amsterdam.

l'interesse per la scienza

Il padre lo educò tenendolo dapprima lontano dalla matematica, per fargli prima ben apprendere le lettere classiche, ma Biagio si rivelò capace di leggere Euclide di nascosto e di capirlo da solo, costringendo il padre ad arrendersi all'evidenza di una vocazione più scientifica che umanistica del figlio. Così il padre lo condusse regolarmente alle riunioni di scienziati che si tenevano presso il P. Mersenne. Pascal manifestò un vero genio matematico e già a 16 anni scrisse un Traité des Coniques. Comunque la sua formazione non fu solo scientifica. La stessa sorella Gilberte dice che il fratello continuava a studiare il latino e il greco, ed oltre a ciò, «durante o dopo il pasto, mio padre lo intratteneva ora sulla logica, ora sulla fisica e sulle altre parti della filosofia».

Dunque, prima che filosofo, Pascal fu scienziato e inventore. Nel 1639 per dare una mano al padre, mandato a riscuotere le tasse nella turbolenta Alta Normandia (a Rouen), inventò una macchina calcolatrice.
A ventitré anni, avendo appreso l'esperienza di Torricelli, fece diversi esperimenti sul vuoto e preparò un Trattato sul vuoto. Non ne uscirono, se non più tardi (nel 1663) che due estratti: De l'équilibre des liqueurs e De la pesanteur de l'air. Ma ci resta un Frammento del Trattato sul vuoto del 1647, che -sostiene la Vanni Rovighi- «è interessante perché ci fa vedere l'atteggiamento di Pascal per quel che riguarda la conoscenza scientifica. È il medesimo atteggiamento che troviamo in Galileo, in Bacone, in Cartesio. Quando si tratta di fisica, di studio della natura, è vano rivolgersi agli antichi, per sapere che cosa abbiano pensato: la testimonianza degli altri, degli antichi servirà per le conoscenze storiche, non per la fisica.»

Anche nel suo interesse scientifico fu uomo dal forte attaccamento all'esperienza concreta; Sciacca (cit., p. 24) sottolinea come, a differenza di Cartesio, più astratto e interessato all'algebra, Pascal fosse attratto dalle, più concrete, fisica e geometria.

la prima conversione

Nel 1646 il contatto con Guillebert, parroco di Ronville, che poi diventò direttore spirituale di tutta la famiglia Pascal, e che era giansenista, determinò quella che si suole chiamare la prima conversione di Pascal. Pascal era sempre stato religioso, ma da quel momento decise, secondo Gilberte, di rinunciare alle soddisfazioni mondane e di dedicarsi totalmente alla ricerca di Dio. Continuò però i suoi studi scientifici, a Parigi si incontrò con Cartesio (1647) col quale ebbe discussioni sul vuoto.
Contemporaneamente si recò dai “solitari” di Port-Royal ed ebbe modo di trattenersi con loro.

il periodo “mondano”

Nel 1651 morì il padre di Pascal; la sorella Jacqueline, dopo esserne stata ostacolata dal fratello, entrò come monaca a Port-Royal (1652). Cominciò invece per Biagio un periodo “mondano”, durante il quale Pascal divise il suo tempo fra la ricerca scientifica e le conversazioni, il divertissement, con le persone di mondo. Uno di questi “mondani”, il Cavaliere di Méré, ci ha lasciato una versione un po' strana, e probabilmente non del tutto attendibile, del rapido mutamento di Pascal che, dall'atteggiamento di totale astrazione nelle matematiche, sarebbe passato all'apprezzamento delle qualità che fanno l'uomo di mondo, l'honnête homme, nel linguaggio di allora.
«Al di sopra delle regole, della riflessione, Méré pone qualche cosa che egli si rifiuta di definire e a cui dà i nomi di sentimento, di cuore, di esperienza e di istinto, tutti nomi che si ritroveranno con frequenza sotto la penna di Pascal» (Br. min., p. 116). Essere “honnête homme” o “galant homme” vuol dire aver tatto, saper trattare gli uomini, avere senso del concreto. Altro personaggio col quale Pascal ebbe a che fare in questo periodo fu Miton, mondano disincantato e pessimista, che suscitò l'ammirazione di Pascal.
Forse appartiene al periodo mondano di Pascal, se è suo, il Discours sur les Passions de l'amour, nel quale troviamo già la distinzione fra esprit géométrique e esprit de finesse, che sarà ripresa nei Pensieri.

la “seconda conversione”

Secondo Gilberte fu la sorella Jacqueline, religiosissima, ad essergli di esempio: «gli aprì il cuore alla Grazia». Preparato da tale influsso, un evento molto importante nella sua vita fu la cosiddetta seconda conversione, incentrata nella Nuit de feu del 23 novembre 1654, e testimoniata dal Memoriale, un foglio che Pascal portava cucito nei suoi abiti, e che riportiamo qui di seguito:

Feu
Dieu d'Abraham,
Dieu d'Isaac,
Dieu de Jacob,
non des philosophes et des savants.

Certitude.

Certitude.

Sentiment.

Joie.

Paix.
Dieu de Jésus-Christ.
Deum meum et Deum vestrum.
Ton Dieu sera mon Dieu.
Oubli du monde et de tout, hormis Dieu.
Il ne se trouve que par les voies enseignées dans l'Evangil.
Grandeur de l'âme humaine.
Père juste, le monde ne t'a point connu, mais je t'ai connu.
Joie, joie, joie, pleurs de joie.

Fuoco
Dio di Abramo
Dio di Isacco
Dio di Giacobbe
non dei filosofi e dei dotti.

Certezza.

Certezza.

Sentimento

Gioia

Pace

Dio di Gesù Cristo

Deum meum et Deum vestrum.

Il tuo Dio sarà il mio Dio.

Oblio del mondo e di tutto, tranne Dio.

Egli non si trova se non nelle vie indicate nel Vangelo.

Grandezza dell'anima umana.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto.

Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia.

Je m'en suis separé.

Dereliquerunt me fontem aquae vivae.
« Mon Dieu, me quitterez-vous ? »
Que je n'en sois pas séparé éternellement.
Cette est la vie éternelle, qu'ils te connaissent seul vrai Dieu, et celui que tu as envoyé, Jésus-Christ.
Jésus-Christ.
Jésus-Christ.
Je m'en suis séparé; je l'ai fui, renoncé, crucifié.
Que je n'en sois jamais séparé.
Il ne se conserve que par les voies enseignées dans l'Évangile:
Renonciation totale et douce.
Soumission totale à Jésus-Christ et à mon directeur.
Éternellement en joie pour un jour d'exercice sur la terre.

Me ne sono separato.

Dereliquerunt me fontem aquae vivae

Mio Dio, mi abbandonerete voi?
Che io non Ne sia separato eternamente
Questa è la vita eterna, che conoscano Te, solo vero Dio
e Colui che Tu hai inviato, Gesù Cristo

Gesù Cristo
Gesù Cristo

Me ne sono separato, l'ho fuggito, abbandonato, crocifisso

Che non ne sia più separato

Egli non si conserva che nelle vie indicate dal Vangelo.

Rinuncia totale e dolce.
Sottomissione totale a Dio e al mio direttore spirituale

Eternamente felice per un solo giorno di obbedienza sulla terra.

Non obliviscar sermones tuos. Amen.


Da allora la sua vita fu tutta dedicata alla preghiera, alla lettura della Bibbia, alla mortificazione. Si ritirò in campagna, poi in una casa vicina a Port Royal, fra i solitari.


Di natura estremista e sdegnosamente ostile a ogni conformismo, si buttò completamente nelle esperienze che intraprendeva, prima nella fisica, poi nella vita mondana e infine nella fede.

Anche per questa sua estrema serietà il suo stile è spesso polemico e sferzante, poco incline al sorriso e all'indulgenza. La sua prosa peraltro è di rara efficacia espressiva, nella sua aforistica essenzialità.

Blaise Pascal rese l'anima a Dio il 19 agosto 1662.

1) il problema: l'esistenza concreta

Pascal è in qualche modo un antesignano dell'esistenzialismo, cioè di quella impostazione filosofica che si incentra sull'esistenza, vista come qualcosa di non spiegabile da una ragione “puramente logica”, a motivo della sua drammaticità.

Egli rivendica, contro l'astrattezza di molta filosofia, e in particolare di Cartesio, la centralità dell'uomo concreto nella riflessione filosofica: se Cartesio cerca un sapere che consenta un potere dell'umana collettività sul mondo fisico, a Pascal interessa un sapere che illumini il senso ultimo dell'esistenza personale.

In tale senso egli contrappone conoscenza delle cose (esterne), ossia sapere scientifico o astrattamente speculativo, a conoscenza di sé, del proprio concreto e personale destino (che egli chiama anche, nei passi sotto citati, “morale”, “science des meures”):

La scienza delle cose esterne non mi consolerà dell'ignoranza della morale, nei tempi di afflizione; ma la scienza dei costumi mi consolerà sempre dell'ignoranza delle cose esterne.

L'uomo ha anche meno studiosi della geometria. Ed è solo perché non si sa studiare l'uomo che si cerca il resto.

Egli insomma applica alla situazione della filosofia (del suo tempo, ma non solo) la grande e decisiva domanda di Gesù: «Che serve all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina sé stesso?»

E l'uomo concreto non è qualcosa di chiaro e distinto, come pensava Cartesio, non è esauribile dall'intelligenza raziocinante, ma è mistero a sé stesso, è una realtà complessa e contraddittoria.
Pascal avverte molto la dimensione della indicibiltà dell'uomo; mentre per Cartesio la "res extensa" e la "res cogitans" esauriscono l'essere umano, per Pascal questo è sempre eccedente, è mistero. Consapevole che l'uomo è un atomo sperduto nell'universo, con profonda sensibilità, egli coglie la sproporzione fra la creatura e la realtà circostante:

L'uomo contempli dunque tutta la natura nella sua sublime e piena maestà (...). Tornato alla considerazione di sé, l'uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da queste piccole celle dove si trova rinchiuso, voglio dire l'universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos'è un uomo nell'infinito?.

Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell'eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che vedo inabissato nell' infinita immensità degli spazi che m'ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c'è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per comando e per opera di chi mi sono destinati questo luogo e questo tempo?

2) gli strumenti con affrontare il problema

Pascal sottolinea l'insufficienza di una pura ragione filosofica, quale quella cartesiana: la certezza che essa ci può dare su Dio e l'anima è una certezza astratta, fredda, incapace di reggere il peso della esistenza reale, con il suo urgere drammatico, contrappuntato dal male e dal dubbio.

L'uomo non è che un essere pieno di errore: di errore naturale e ineliminabile senza la grazia. Tutto lo inganna: questi due principi di verità, la ragione e i sensi (...) si ingannano reciprocamente

E' solo il cuore che può fornire la certezza adeguata all'uomo concreto che noi siamo. Il cuore, ovvero, l'esprit de finesse, cioè la capacità di intuire, senza pretendere lo stesso tipo di dimostrabilità matematica, che possiamo pretendere quando ci rivolgiamo al mondo fisico, indagandolo scientificamente.

Pascal infatti contrappone due “spiriti”

l'esprit de géometrie i cui principii sono *lontani dall'uso comune (essendo propri della cultura "astratta"), per cui bisogna volgere lo sguardo da una parte diversa da quella verso cui si guarda abitualmente, *pochi e *tangibilmente (grossolanamente) evidenti *colti raziocinando
l'esprit de finesse *di uso comune (quotidiano, esperienziale/esistenziale): sono disposti sull'asse della normale percezione *moltissimi (tanto che "è quasi impossibile che non ne sfugga qualcuno"), occorre avere buona vista *non grossolanamente marcati, ma tenui e appena percettibili *li si coglie non per concatenazioni logiche, ma d'un sol colpo

3) l'uomo come paradosso

Secondo P. siamo una realtà paradossale: vi sono infatti in noi aspetti fortemente contrastanti. Da un lato una dimensione di grandezza e dall'altro una di miseria. Lo evidenziamo nello schema seguente:


Miseria

Grandezza

“giunco”

“pensante”

basta un vapore ad ucciderlo

ma è consapevole: vale più del mondo intero

“spodestato”

“Re”

“né angelo”

“né bestia”

“desideriamo la verità”

“non troviamo in noi che incertezza”

“cerchiamo la felicità”

“non troviamo che miseria e morte”

“siamo incapaci di non desiderare la verità e la felicità”

“e siamo incapaci della certezza e della felicità”[437]


Questa dimensione paradossale costituisce un problema e rende la vita drammatica. Ma vediamo più in dettaglio come Pascal descrive con termini netti ed incisivi la condizione umana, la sua problematicità e l'apparente contraddizione:

Descrizione dell'uomo: dipendenza, desiderio d'indipendenza, bisogno.

Condizione dell'uomo: incostanza, noia, inquietudine.

Gli uomini non sopportano rimanere tranquilli, a riposo, perché sentirebbero emergere dal profondo di se stessi quell'inquietudine e quel vuoto esistenziali che nascono dalla consapevolezza della propria piccolezza e dell'incapacità di risolvere il bisogno più vero dell'anima.

Nulla è tanto insopportabile per l'uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l'affanno, il dispetto, la disperazione.

E' nel riposo, dunque, che diventa sensibile il significato della nostra condizione, debole, mortale, dipendente. Il nostro desiderio d'indipendenza crea il bisogno.

Rendiamoci dunque conto delle nostre possibilità: noi siamo qualcosa, ma non siamo tutto; quel tanto di essere che possediamo ci nasconde la vista dell'infinito. [...] Questa è la nostra vera condizione, la quale ci rende incapaci di sapere con certezza e di ignorare assolutamente. Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti ed instabili, sballottati da un capo all'altro. Qualunque scoglio a cui pensiamo di attaccarci e restare saldi, viene meno e ci abbandona e, se l'inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma. Questa è la nostra naturale condizione, che tuttavia è la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all'infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s'apre in abissi.

Questa è la condizione umana: l'uomo non è un essere instabile ed incerto; “non è né angelo né bestia”.(fr. 358). D'altra parte l'uomo non può essere definito dal suo limite, dalla sua contraddizione, poiché egli stesso ha coscienza della propria miseria:

La grandezza dell'uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile..

La grandezza e la miseria dell'uomo sono, dunque, profondamente connesse l'una all'altra; non è possibile slegarle, poiché ciò equivarrebbe ad una riduzione dell'io umano. Infatti è: “pericoloso mostrare troppo all'uomo quanto è simile alla bestia, senza mostrargli la sua grandezza. Ed è ancora pericoloso lasciargli ignorare l'una e l'altra. Ma è utilissimo prospettargli l'uno e l'altra.”(fr. 418). Pascal vuol dirci che l'uomo non deve credere di essere una bestia, ma neppure deve avere la presunzione di ritenersi un angelo. Proprio per questo:

se si esalta, l'abbasso; se s'abbassa, lo esalto; lo contraddico sempre fino a che comprenda che è un mostro incomprensibile.

Pascal sa che gli uomini, basandosi solo sulle proprie forze, potranno solamente arrivare alla consapevolezza della propria incomprensibilità, ma non a trovare il senso vero e ultimo dell'umana esistenza.

L'uomo è, dunque, consapevole del suo stato e si riconosce infelice, ma questa sua infelicità è una prova della sua grandezza; bisogna quindi ammettere che le sue miserie sono quelle di un gran signore, “miserie di un re spodestato”. (fr. 398).

Nel famosissimo fr. 347, si afferma che la grandezza dell'uomo è nel pensiero:

L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno che tutto l'universo s'armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. E' con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensare bene: questo è il principio della morale.

E' il pensiero a rendere l'essere umano diverso da tutte le altre creature che non sanno di esistere.

Tutto l'universo non può realizzare una sola azione dell'io umano, poiché qualsiasi atto posto dall'io è di un ordine infinitamente superiore alla materia del cosmo. L'uomo è l'unico punto nell'infinito che può pensare ed avere coscienza di sé e della realtà. Bisogna riconoscere come acutamente Pascal colga, sia a livello intellettivo che esistenziale, il senso profondo del Mistero.


Il dramma che è la nostra vita può essere a) fuggito, o b) affrontato in modo parziale e riduttivo, oppure può essere c) affrontato in modo adeguato.


3a) la fuga dal dramma: il divertissement

Gli esseri umani cercano di sfuggire al dramma e al problema costituito dalla loro stessa esistenza, dalla loro persona rifuggendolo, non pensandoci: si tuffano perciò nel divertimento (divertissement), che non comprende solo lo svago e il gioco, ma qualsiasi attività l'uomo intraprenda, lavoro incluso, che abbia come reale fine non l'interesse positivo che si prova in quella occupazione, ma la distrazione dal pensiero circa il proprio dramma, il proprio destino.

Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici. (fr. 168).

Gli uomini cercano con affanno il piacere, il divertimento, perché non sanno restare tranquilli in una camera [ ...] e non si cercano le conversazioni e i divertimenti, se non perché non si può restare in casa propria con piacere (fr. 139).

Essi non cercano un godimento tranquillo e pacifico, ma il rumore e il trambusto, la distrazione che distoglie dal pensare seriamente a se stessi.

“Noi non cerchiamo né il godimento tranquillo e pacifico che ci lascia pensare alla nostra infelice condizione, né i pericoli della guerra né la preoccupazione delle cariche, ma cerchiamo proprio il trambusto che ci distoglie dal pensarci e ci diverte” (fr. 139).

Anche un re non può sfuggire a questa misera condizione umana: se è lasciato senza divertimenti è assalito dalle preoccupazione e dalle incertezze della vita. E proprio per poter essere felice, “il re è circondato da gente che pensa soltanto a divertire il re e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché se pensa, quantunque re, è un infelice” (fr. 139).

Gli uomini, dunque, non sanno stare soli con se stessi e ricercano il giuoco, la guerra non perché, nel profondo del cuore, desiderano il denaro o la vittoria, ma perché l'occupazione li distrae e impedisce loro di pensare: “questo è tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per diventare felici.” (fr. 139).

I filosofi, i quali giudicano il mondo poco ragionevole quando passa tutto il giorno ad inseguire una lepre, non conoscono la vera natura umana e non capiscono che gli uomini amano la caccia e non la preda: “quella lepre non ci garantirebbe dalla visione della morte e delle miserie, ma la caccia, che ce ne distoglie, ci garantisce” (fr. 139). Ma questi stessi uomini che possiedono l'istinto che li porta a cercare il divertimento e l'occupazione, “hanno un altro istinto segreto che è un residuo della grandezza della nostra primitiva natura, il quale fa loro conoscere che la felicità si trova effettivamente nel riposo e non già nel tumulto” (fr. 139). E così sono portati al riposo mediante l'agitazione e ad immaginarsi sempre la soddisfazione che non possiedono, che “arriverà una buona volta”. (fr. 139)

D'altra parte nel divertimento non può essere la vera felicità perché esso è fondato sull'illusione. Esso è la più grande delle nostre miserie perché è uno sfuggire il paradosso che è l'uomo reale, la contraddizione che questi non sa risolvere; è fondamentalmente una fuga dalla consapevolezza dell'umana miseria.

Se il divertimento aiuta a sfuggire alla noia, esso però ci allontana dalla nostra realtà e ci conduce, senza che ce ne accorgiamo, alla perdizione di noi stessi.

L'unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore delle nostre miserie. Perché è esso che principalmente ci impedisce di pensare a noi e ci porta inavvertitamente alla perdizione. Senza di esso noi saremmo annoiati, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne. Ma il divertimento ci divaga e ci fa arrivare inavvertitamente alla morte.(fr. 171).

Von Balthasar osserva che Pascal passa in rassegna le varie forme di divertimento, anche quelle che più ci sembrano naturali poiché in esse viene riconosciuta “sempre la fuga dall'essere con se stessi, cioè dal rientro in Dio, dal “redire ad cor”. Dallo sport alle varie forme di intrattenimenti sociali fino al lavoro scientifico, Pascal vede tutto un sol traffico dell'uomo sotto la legge di questa segreta, pazza, fuga. Vivere nel futuro o nel passato solo per sottrarsi al sì dell'ora presente” (Balthasar, p. 196).

“Non stiamo mai nei limiti del tempo presente. Anticipiamo l'avvenire come se fosse troppo lento ad arrivare, quasi per affrettare il suo corso; oppure rievochiamo il passato per fermarlo; quasi troppo precipitoso; siamo così imprudenti da scorazzare in tempi che non ci appartengono e da non pensare all'unico tempo che ci appartiene; siamo così fatui da sognare i tempi che non esistono più e da fuggire senza riflettervi, il solo che sussiste. Perché, di solito, il presente ci tormenta. [...] Per questo, non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo diverremo giammai.” (fr. 172)

3b) le false soluzioni

I più pensosi tra gli uomini però hanno affrontato in qualche modo il problema, ma chi si è fermato alla sola filosofia ha comunque ridotto il problema, cercando di non vedere il paradosso e limitandosi a considerare soltanto uno dei due lati dell'uomo: o la sola grandezza (è l'errore degli stoici) o la sola miseria (è l'errore degli scettici).

Pascal evidenzia il vano tentativo degli stoici (e in particolare di Epitteto) di trovare una soluzione al problema dell'uomo: “quei grandi sforzi interiori, a cui l'anima arriva talvolta, sono cose in cui essa non dura; vi si slancia soltanto, non come sul trono, per sempre, ma per un momento solo”. (fr. 351)

Se la filosofia di Epitteto conduce quindi alla superbia, quella di Montaigne ne corregge gli eccessi razionalistici, coinvolgendo “ogni cosa in un dubbio universale e così generale che questo dubbio coinvolge se stesso, e cioè il fatto stesso che egli dubiti, e dubitando anche di quest'ultima proposizione, la sua incertezza si avvolge su se stessa in un circolo perpetuo e senza soste.”(Pascal, Pensieri).

In fondo Epitteto e Montaigne indicano due modi astratti di guardare alla condizione umana: l'uno considerando la grandezza dell'uomo la identifica con l'autosufficienza, l'altro cogliendo la miseria umana la chiude nei confini dell'insignificanza; l'uno fa dell'uomo un Dio, l'altro lo degrada a livello delle bestie. Ecco cosa dicono gli stoici: “Alzate gli occhi al cielo [...] mirate colui al quale rassomigliate e che vi ha creato perché lo adoriate. Voi potete rendervi simile a lui; la saggezza li renderà uguali a lui se volete seguirla”. (fr. 431). E gli scettici: “Abbassate i vostri occhi verso la terra, miserabili vermi che siete, e mirate le bestie di cui siete compagni” (fr. 431). Ma entrambi non hanno trovato la via giusta. Infatti

“Considerando gli uni la natura come incorrotta e gli altri come inguaribile, non hanno potuto evitare l'orgoglio o la pigrizia, che sono le due sorgenti di tutti i vizi; poiché non possono fare altro che o abbandonarvisi per viltà o uscirne per orgoglio. Infatti, se conoscevano l'eccellenza dell'uomo, ne ignoravano la corruzione, cosicché evitavano bensì la pigrizia ma si perdevano nella superbia; e se riconoscevano l'infermità della natura, ne ignoravano la dignità, di modo che potevano evitare la vanità ma solo per precipitare nella disperazione”.(fr.435)

Così nello stoicismo e nello scetticismo del suo tempo Pascal incontra elementi stimolanti che lo inducono a riflettere sul problema dell'uomo, ma non trova la soluzione. Anzi, più si riflette sulla situazione della realtà umana e più ne aumenta la conoscenza, “a mano a mano che in noi cresce la luce, scopriamo maggiore grandezza e maggiore bassezza nell'uomo.”(fr. 443).

Osserva Von Balthasar che “per Pascal la conclusione della via filosofica consiste nel lasciare al loro posto Epitteto e Montaigne confrontati tra loro, l'uno che pretende la grandezza dall'uomo e l'altro che dimostra la grandezza che non ha, e nel lasciarli precisamente come contrapposti che non si integrano, per esempio, nell'immagine di una maestà armonica o tragico-eroica dell'uomo, nel lasciarli cioè come contraddizioni i cui estremi si distruggono espressamente a vicenda invece di integrarsi.” (Von Balthasar, Gloria, Stili laicali, tr. it. Jaca Book, p. 197).

3c) la vera soluzione: la fede cristiana (peccato originale e vocazione all'Infinito)

Il Cristianesimo si presenta come qualcosa che supera la razionalità filosofica, ma che risulta essere l'unica spiegazione della realtà, e dell'uomo, in grado di risolvere tutti i problemi che quella ha posto, in particolare la condizione paradossale prima evidenziata, di intreccio tra grandezza e miseria.

Perché? Perché con i suoi dogmi spiega l'uomo, non censurando nessun fattore della sua esperienza: spiega il male e la miseria dell'esistenza umana con il dogma del peccato originale; e spiega la grandezza dell'uomo con il suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio e redento da Cristo, che lo chiama, per grazia e mediante il Suo sacrificio redentore, a partecipare alla vita di Dio.

il peccato originale

L'uomo è proteso verso la verità, ma non riesce ad afferrarla: “Desideriamo la verità, e in noi non troviamo che incertezza”, (fr. 437); aspira prepotentemente alla felicità, a trovare una risposta esauriente al significato della vita, ma deve amaramente constatare che “siamo incapaci di non desiderare la felicità e la verità e siamo incapaci della certezza e della felicità” (ivi 437).

Il conflitto tra i desideri dell'uomo e la sua realtà, fra la grandezza e la miseria, inducono a riconoscere che la natura umana è una natura decaduta: “Questo desiderio ci viene lasciato sia in punizione sia per farci sentire da che punto siamo caduti” (ivi fr. 437).

“L'uomo avverte nella sua condizione, in alcuni dei caratteri della sua esistenza, dei pesanti limiti, la presenza di qualcosa che non dovrebbe esserci, o l'assenza di qualcosa che dovrebbe esserci; non potrebbe riconoscere tutto questo, se non avesse in sé l'idea di un valore - o di un complesso, o di un'unità di valori - e l'aspirazione ad esso ( o ad essi). La coscienza della miseria nasce cioè nell'uomo insieme con l'idea di una grandezza oggi non attuale ma alla quale l'uomo tende.” (Bausola, p. 46). Anche Von Balthasar mette in evidenza che: “L'uomo non è nel suo stato congenito; è in una situazione esistenziale di estraneazione. Qui, in questo rapporto verticale dell'esistenza superiore congenita e dell'attuale esistenza inferiore innaturale, sta il primo accesso verso una leggibilità della sua figura.”. (Von Balthasar, p. 193).

«La grandezza dell'uomo è così evidente che si deduce dalla sua miseria. Infatti ciò che è natura negli animali lo chiamiamo miseria nell'uomo; dal che deduciamo che essendo oggi la sua natura simile a quella degli animali, egli è decaduto da una migliore natura che un tempo gli era propria.» (fr. 409)

A tal punto, continua Pascal, «questa duplicità dell'uomo è cosi evidente che alcuni hanno creduto persino che abbiamo due anime.» (fr. 417)

«Umiliati, ragione, impotente; taci natura imbecille, impara che l'uomo sorpassa infinitamente l'uomo, e impara dal tuo Signore la tua vera condizione che ignori. Ascolta Dio.» (fr. 434)

Noi non possiamo concepire lo stato glorioso di Adamo dall'istante stesso della sua creazione al momento della sua caduta, né come il suo peccato possa trasmettersi in noi, ma ciò che ci è utile sapere per uscire dalla contraddizione esistenziale è che «siamo miserabili, corrotti, separati da Dio, ma riscattati da Gesù Cristo.» (fr. 560)

Se soltanto la primitiva caduta umana può spiegare la miseria dell'uomo, solo l'avvenimento della Redenzione, può soddisfarne l'anelito alla felicità e alla verità, quei desideri naturali del suo cuore, tracce indelebili dell'originale grandezza, “perché gli uomini sono nel medesimo tempo indegni di Dio e capaci di Dio: indegni per la loro corruzione, capaci per la loro primitiva natura.” (fr. 557).


il Cristianesimo

Non si potrebbe spiegare la grandezza dell'uomo se non ammettendo quello che dice il dogma cristiano: l'uomo è stato creato per un Destino di gloria, per qualcosa di grande; nel suo cuore brucia un anelito di felicità perfetta, che non si potrebbe spiegare in un semplice ammasso di materia, al confine col nulla.

Certo, questa argomentazione non è una vera prova razionale della verità del Cristianesimo, ma evidenzia come il Cristianesimo sia l'unica spiegazione che non trascuri nessun fattore della realtà, e come, voltando le spalle ad esso, resta solo una alternativa: l'assurdo.

«Le prove della nostra religione non sono tali da potersi dire assolutamente convincenti. Ma sono tali che non si può affermare che il crederci significa mancare di ragione. C'è in essi evidenza e oscurità per illuminare gli uni e confondere gli altri. Ma l'evidenza è tale che sorpassa, o almeno uguaglia, l'evidenza del contrario; cosicché non è la ragione a determinarci a non seguirla, ma soltanto la concupiscenza e la malizia del cuore. In questo modo c'è in essa abbastanza per convincere: affinché sia chiaro che in quelli che la seguono è la grazia e non la ragione a spingerli a seguirla, mentre in quelli che la fuggono è la concupiscenza e non la ragione a farla fuggire.» (fr. 564)

4) Dio

Pascal dedica, ovviamente, delle riflessioni alla questione della ragionevolezza dell'esistenza di Dio. Da un lato egli non contesta il valore intrinseco, logico, delle prove tradizionali della Sua esistenza. Tuttavia tali prove non hanno il potere di convincere esistenzialmente l'uomo. Convincono la testa, l'intelligenza, ma non il cuore, non hanno la forza di cambiare la vita, con il suo urgere drammatico, intessuto di contraddizioni e di limiti.

Le prove metafisiche di Dio sono tanto lontane dal modo di ragionare degli uomini e tanto complicate, che colpiscono poco; e quando anche servissero per alcuni, servirebbero solo nel momento che essi vedono la dimostrazione, ma un'ora dopo temerebbero d'essersi ingannati.

L'unica dimostrazione che Pascal propone è, se così la si può chiamare, l'argomento della scommessa, il pari: nella incertezza se Dio esista o meno, è giusto puntare su ciò che più ci conviene; ovvero ci conviene puntare sul fatto che Dio esista, in quanto se tale ipotesi si rivelasse vera avremmo "vinto tutto", mentre se anche si rivelasse falsa non avremmo "perso niente" (dato che la vita non sarebbe allora che un niente sospeso nel niente).

Poiché scegliere bisogna, vediamo ciò che vi interessa di meno. Voi avete due cose da perdere: il vero e il bene; e due cose da impegnare nel gioco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da fuggire: l'errore e la miseria. (...) 

Valutiamo questi due casi: se guadagnate, voi guadagnate tutto; se perdete, non perdete niente. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare.

Come si vede non si tratta di una vera prova, ma piuttosto di un argomento che evidenzia come valga la pena cercare con tutte le proprie forze se Dio sia, dato che la alternativa a Lui è il vuoto, il nulla.


Dio come Lo presenta Pascal è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, non il Dio freddo geometrico dei filosofi: cioè è un Dio vivo, un Tu esistente, che interpella perciò tutta la nostra persona e non può non com-muovere tutto il nostro essere, pensiero, cuore ed emozioni.


E' anche un Deus abscobnditus, un Dio nascosto: ma non, come spiega bene Guardini, perché sia intrinsecamente oscuro, quanto piuttosto per via del peccato che è in noi, e che causa in noi un appannamento, un diaframma nei confronti della Sua sfolgorante Luce.

Per questo per ammettere la Sua esistenza non occorre "aumentare il numero delle prove", ma "diminuire" le "passioni" (fr. 233): lottare contro il male, il peccato (le "passioni") infatti è rimuovere il fattore che si frappone come un diaframma tra noi e Dio. Se togliamo il motivo per cui Lo neghiamo, ossia la nostra volontà ribelle e disobbediente (e perciò incline al male), avremo rimosso il principale impedimento, affettivo piuttosto che conoscitivo, al riconoscimento del nostro Creatore. Il tema è tipicamente agostiniano, o meglio, più generalmente, tradizionale: la vita dell'intelligenza non è separabile dalla vita personale nella sua totalità, per cui essere nella verità è il modo migliore per pensare nella verità.

5) i tre ordini

Non vi sono solo due livelli di realtà, come pensava, più o meno subdolamente, molto razionalismo contemporaneo a Pascal (ad esempio Cartesio): non vi sono solo il livello corporeo, quello della res extensa, e il livello spirituale, quello della res cogitans. Vi è un terzo livello, separato dal secondo da un abisso più profondo di quello che lo divideva dal primo: è il livello della carità, ossia della grazia, soprannaturale, con cui l'uomo è assimilato all'Infinito Mistero di Dio.

Servirebbe ben poco far vincere lo spirito sul corpo: servirebbe solo a insuperbire, cioè a dannarsi. Il punto non è: essere spirituali, far vincere la ragione sull'istinto, la legge sulla carne. Fin lì potrebbe arrivare anche un filosofo pagano o, diremmo oggi, un asceta orientale. Il punto è aprirsi a una misura infinita, quella della carità appunto, per cui aderiamo all'Infinito e diventiamo capaci, per sua grazia, di amare e perdonare senza limite.

La dottrina pascaliana dei tre ordini sottolinea appunto questa irriducibilità della carità allo spirito, o a un'etica puramente naturale. Quello a cui Cristo chiama l'uomo è un compito che trascende le capacità e i limiti della pura natura, e pur senza cancellarli dilata realmente l'uomo al "senza limiti". Come i Santi testimoniano in modo più evidente, ma come ogni cristiano almeno un po' sperimenta nella sua esperienza.


Per uno schema sintetico [immagine vettoriale SVG] del pensiero di Pascal.

per un giudizio

  • Pascal è un apprezzabile apologeta del Cristianesimo, riuscendo a immedesimarsi come pochi altri autori cattolici moderni nelle angosce e nei dubbi dell'umanità moderna.
  • Opportuna è la sua critica allo spiritualismo razionalista di Cartesio.
  • Non senza qualche ragione sono anche certe sue critiche ai gesuiti, benché espresse con un livore talora astioso e implacabile, privo di un ultimo senso lietamente ironico.
  • Lo spirito giansenista, pur non determinandolo totalmente, aleggia nel suo pensiero e nella sua figura, soffondendovi un'ombra di tristezza greve, una venatura di cupo rigorismo.
  • Eccessiva è la sua critica alla capacità della ragione filosofica, di cui egli non combatte solo un uso "eccessivo" (vedi Cartesio), ma la stessa "presa" sugli aspetti profondi della realtà.

testi

di Pascal

su Pascal

Bibliografia essenziale

solidarietà ai cristiani perseguitati

Asia Bibi, una donna pakistana, rischia la condanna a morte per non essersi convertita all'Islam:
informazioni su Asia News, TV2000 lancia una campagna in sua difesa: per aderire.

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