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Leibniz

il mondo come armonia razionale

vita

Nato a Lipsia nel 1646, da famiglia protestante, personalità poliedrica, oltre che filosofo fu impegnato in campo diplomatico-politico e si interessò anche di storia, di teologia, di matematica e di scienza. Studiò anzitutto filosofia all'università di Lipsia, con Jacob Thomasius, aristotelico, poi matematica all'università di Jena e infine diritto all'università di Altdorf, dove si laureò nel 1666. Viaggiò molto, fin da giovane: lo troviamo nel 1672 a Parigi, dove conobbe Arnauld e Malebranche e lo scienziato Huygens, poi si recò a Londra, dove conobbe Newton e divenne membro della Royal Society, e infine in Olanda dove conobbe un biologo (Antonio van Leeuwenhoeck, 1623-73), inventore del microscopio e scopritore dei capillari e dei microbi, e Spinoza, che gli fece conoscere la sua Etica.

Si stabilì quindi, dal 1676, ad Hannover, presso il duca di quella città, che lo assunse prima come bibliotecario, poi come consigliere e storiografo della dinastia. Scoprì il calcolo infinitesimale, per una via diversa da Newton e ne diede un resoconto pubblico nel 1684, con l'opera Nova methodus pro maximis et minimis. Successivamente riprese a viaggiare, in Austria e in Italia, anche per acquisire documenti sulla casa degli Hannover, di cui era storiografo ufficiale.

Nel 1700 promosse la fondazione dell'Accademia di Berlino. Nel 1711 divenne consigliere segreto dello zar Pietro il Grande, di Federico I di Prussia e dell'imperatore Leopoldo. Si adoperò per favorire la riconciliazione tra le diverse confessioni cristiane (protestanti e cattolici, in particolare). Tenne un fitto carteggio con i più importanti intellettuali, scienziati e filosofi dell'epoca, tra cui Hobbes, Huygens, Arnauld e Malebranche.

Nel 1713 fu ingiustamente accusato dalla Royal Society di aver copiato da Newton la scoperta del calcolo infinitesimale. In realtà pare l'abbia effettivamente scoperto indipendentemente dallo scienziato inglese, benché dopo di lui e pur avendo pubblicato la sua scoperta prima di Newton (che la rese pubblica solo nel 1692). Nel 1714 il duca di Hannover divenne Re d'Inghilterra col nome di Giorgio I e non difese Leibniz dalle accuse appena ricordate, lasciandolo ad Hannover senza portarlo con sé a Londra. Leibniz morì ad Hannover due anni dopo, in solitudine, nel 1716.

indirizzo fondamentale

Uno dei tratti più caratterizzanti della sua personalità e del suo pensiero fu la costante ricerca di una mediazione sintetica. Così, in ambito religioso, egli cercò di riconciliare le diverse confessioni cristiane (protestanti, cattolici, greco-ortodossi), e in campo politico di favorire una stabile pacificazione tra le nazioni europee.

Analogamente nella sfera culturale egli ritenne non si dovessero contrapporre, come invece molti facevano, tradizione antica e progresso, e filosofia (metafisica) e scienza. Ad esempio, inserendosi nel dibattito sulla preferibilità della cultura antica o di quella moderna, sostenne la possibilità e la opportunità di trattenere il meglio della cultura antica e quello della cultura moderna, per operare una sintesi.

Entrando nel merito del suo pensiero, possiamo dire che Leibniz è da un lato preoccupato di salvaguardare l'apertura alla Trascendenza, contrastando espressamente quella che andava delineandosi come una deriva immanentistica e materialistica della cultura europea; d'altro lato egli partecipa di una concezione razionalistica, che lo porta ad esagerare la portata conoscitiva della ragione, riducendo specularmente le distanze tra l'Infinito e il finito. La filosofia è sì contrassegnata da religiosità, ma si tratta di una religiosità venata di tratti razionalistici.

il mondo

Il concetto fondamentale della metafisica leibniziana è quello di monade: così egli chiama quella che Aristotele chiamava sostanza. La monade di Leibniz è in qualche modo a metà tra la sostanza aristotelica, che era relativamente indipendente e la Sostanza spinoziana, assolutamente indipendente: per Leibniz ogni monade ha una autosufficienza molto più accentuata della sostanza aristotelica, ma si tratta di autosufficienza relativamente alle altre monadi finite, ferma restando una dipendenza dal Creatore, Dio.

analogie poetiche

Una raffigurazione letteraria di quanto qui dice Leibniz la possiamo trovare nell'Odissea, o nella Divina Commedia: quando Ulisse tenta di abbracciare la madre le sue braccia si richiudono sul suo petto, perché ciò che gli appare non è esteso, o quando, nel XXI canto del Purgatorio, Stazio cerca vanamente di «abbracciar li piedi» di Virgilio
Già s'inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».
Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
quand'io dismento nostra vanitate,
trattando l'ombre come cosa salda».
.

Dalle altre monadi ogni singola monade è autosufficiente, poiché, come dice una celebre espressione di Leibniz, essa è «senza porte e senza finestre», e lo è in quanto composta da due fattori, come la sostanza aristotelica, materia e forma, dove però la materia qui è concepita come inestesa. Il carattere inesteso della materia di cui sono composte le monadi corporee rende impossibile un influsso reciproco tra le stesse.

[2] È necessario che ci siano sostanze semplici, poiché ci sono dei composti. Il composto, infatti, non è altro che un ammasso, o aggregato di semplici.
[3] Dove non ci sono parti non ci sono né estensione, né figura, né divisibilità possibili. Queste monadi sono perciò i veri atomi della natura e, in una parola, gli elementi delle cose.(...)
[7] Non c'è modo di spiegare come una monade possa venir alterata o mutata al suo interno da qualche altra creatura, poiché non vi si può trasporre nulla, né concepire in essa alcun movimento interno che possa essere suscitato, diretto, aumentato o diminuito, come invece è possibile nei composti, nei quali hanno luogo mutamenti tra le parti. Le monadi non hanno finestre attraverso cui qualcosa possa entrare in o uscire da esse.

La negazione dell'estensione si spiega, da un punto di vista storico-culturale, con la volontà leibniziana di contrastare il passo, nel modo più energicamente risolutivo, al meccanicismo, passibile di sviluppi materialistici e potenzialmente atei.

In effetti la cosmologia di Leibniz rifiuta decisamente l'indirizzo meccanicistico, che da Galileo a Cartesio e a Spinoza aveva dominato nella filosofia egemone in Europa, e lo fa recuperando la concezione ilemorfica aristotelica, con la riaffermazione della forma come costitutivo pricipale della realtà corporea, e andando più in là di Aristotele in una direzione tendenzialmente spiritualistica, ossia sostenendo il dinamismo.

l'armonia prestabilita

Ma, se non vi è influsso causale tra le monadi (che sono, ripetiamo «senza porte e senza finestre») che cosa causa il divenire? Dio stesso, sostiene Leibniz, ha creato tutte le monadi in modo tale che vi fosse una corrispondenza tra ciò che accade in una e ciò che accade nelle altre. È il Creatore del mondo ad aver fatto sì che le sue creature, pur non influenzandosi realmente le une le altre, sincronizzassero perfettamente.

Quando l'acqua posta nella pentola bolle, non è per influsso del fuoco che arde sotto di lei, ma per un interno sviluppo di quell'acqua, che il Creatore ha fatto predisponendola in modo tale che nello stesso momento in cui, quella volta, si fosse accesa in quella stufa quella monade fuoco, lei, con perfetto sincronismo, raggiungesse l'ebollizione.

spazio e tempo

Newton sosteneva il carattere assoluto di spazio e tempo, come due dimensioni che esisterebbero anche se non esistessero corpi (estesi e divenienti). Con ciò il grande scienziato inglese andava oltre Aristotele, che vedeva nello spazio e nel tempo due accidenti della sostanza corporea, inconcepibili perciò senza questa, e proponeva una visione dell'universo che a Leibniz appariva inaccettabilmente incline al materialismo.

una conseguenza

Se non esiste oggettivamente uno spazio tridimensionale, se le cose (le monadi) non sono estese, ne segue che due cose perfettamente identiche non si possano distinguere. L'unico fattore infatti che potrebbe rendere distinte, diverse, due cose perfettamente identiche sotto ogni altro aspetto, è lo spazio, uno spazio reale: il fatto cioè che una si trovi in un certo punto dello spazio e l'altra in un altro punto. Questa tesi si chiama principio di identità degli indiscernibili.

Per illustrare tale principio Leibniz amava raccontare che le dame della corte di Hannover si aggiravano invano nel parco del castello alla ricerca di due foglie perfettamente uguali: non riuscirono mai a trovarne.

Leibniz sostiene non solo, come Aristotele, la relatività di spazio e tempo alla sostanza materiale, ma, più drasticamente, la loro relatività alla prospettiva soggettiva dell'uomo.

Dal momento infatti che le monadi sono inestese, lo stesso spazio non è, per Leibniz, oggettivamente tridimensionale: lo spazio ci appare come esteso, ma si tratta di una nostra prospettiva. Non nel senso però di una illusione chimerica, bensì di un phaenomenon bene fundatum

Analogamente il tempo non ha una realtà oggettiva indipendente dal soggetto, ma è una nostra prospettiva, un nostro modo di vedere «l'ordine dei successivi».

l'esistenza di Dio

Leibniz attribuiva molta importanza alla dimostrazione razionale dell'esistenza di Dio, sostenendo che se si riuscisse ad elaborarne una veramente rigorosa e inattaccabile, si farebbe una cosa più meritoria, per la religione, dell'opera di molti missionari.

Egli elaborò tre prove: la prima è la quella ex contingentia, e la si trova nella Monadologia. Contingente è ciò che non ha in sé la ragione sufficiente del suo essere, e dunque deve averla in altro; ma a sua volta questo altro se è esso pure contingente rimanda ad altro ancora. Si deve perciò arrivare a un Essere che abbia in sé la ragion sufficiente del proprio essere, cioè a un Essere necessario, cioè, appunto, a Dio.

La seconda arriva a Dio come ragion d'essere non dell'esistente, ma del possibile, delle essenze. Se non esistesse infatti Dio non solamente non vi sarebbe nulla di reale, ma non vi sarebbe neppure nulla di possibile. Il possibile è ciò che è pensabile, cioè non-contraddittorio, in quanto pensato dall'Intelligenza divina, infinita.

La terza è a-priori e argomenta che a) se Dio è possibile, Dio esiste, b) ma Dio è possibile, c) dunque Dio esiste. La attenzione maggiore di Leibniz è sulla premessa minore.

Dio e il mondo: la “teodicea”

Nel tratteggiare la sua concezione di Dio Leibniz tradisce l'ambiguità della sua impostazione: egli vuole sì “difendere Dio”, ma per ridurlo a una misura un po' troppo umana.

L'intento di Leibniz nella Teodicea è difendere Dio dalla accusa derivante dalla presenza del male nel mondo.

Il fulcro della sua tesi è che questo è «il migliore dei mondi possibili»: Dio infatti, Monade suprema e creatrice, prima di creare questo mondo ha esaminato tutte le possibiltà che si davano, tutti i mondi possibili cioè, e ha scelto, tra tutti, quello migliore.

Certo, in questo mondo c'è del male, ma evidentemente è quella porzione di male che non era evitabile, in vista di quel bene più grande e complessivo che è l'universo tutto.

È la nostra limitatezza conoscitiva a farci apparire come insuperabile obiezione il male che noi constatiamo, ma se noi vedessimo le cose nella loro profondità e complessità, conosceremmo che anche il male concorre in ultima analisi al bene, e che meglio di come è fatto questo mondo, non era possibile fare.

Nota bene. L'idea del «migliore dei mondi possibili» era stata affrontata e scartata dai filosofi medioevali: per loro la infinita Potenza del Mistero non è esauribile da nessuna opera finita. Dunque il concetto di «migliore dei mondi possibili» era visto come intrinsecamente contraddittorio. Per Lebniz invece, nella curvatura razionalistica del suo pensiero, è come se Dio avesse un limite oltre cui non può andare.

la conoscenza

l'innatismo virtuale

Dato che ogni monade è autosufficiente, essa lo è anche conoscitivamente: essa cioè contiene già tutto ciò che sarà conosciuto nel corso della sua vita.

In questo senso Leibniz è innatista, ancor più di Cartesio, per il quale solo alcune idee sono innate, quelle chiare e distinte; per lui invece non solo sono innate tutte le idee, ma anche la stessa esperienza sensibile.

D'altro lato egli è, per così dire meno innatista di Cartesio e di altri (come Spinoza), in quanto ciò che è innato non è fin dall'inizio pienamente attuato, ma è presente nella monade in germe, e solo progressivamente viene svolgendosi. Per questo quello di Leibniz viene detto anche innatismo virtuale.

esperienza e pensiero

Le verità che la mente umana può conoscere si distinguono per lui in v. di ragione (il cui opposto è contraddittorio) e v. di fatto (il cui opposto è falso, ma non contraddittorio).

Tale distinzione è dovuta all'imperfezione della nostra umana conoscenza: per Dio i due tipi di verità coincidono, Egli infatti vede come tutto ciò che di fatto accade ha una sua ragione. In altri termini la contingenza che noi percepiamo nelle cose dipende dal nostro limite conoscitivo.

Polemizzando con Locke, nel Nuovo saggio sull'intelletto umano, Leibniz sostiene che le verità più fondamentali non sono quelle di fatto, cioè le v. particolari, empiriche, ma quelle universali. Riprendendo la formula lockiana nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, egli la completa così: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, nisi intellectus ipse; l'intelletto quindi precede l'esperienza, contenendo germinalmente ciò che nell'esperienza è destinato a squadernarsi.

la logica

Leibniz ha difeso la logica aristotelico-sillogistica, ma al contempo ha cercato di operarne una matematizzazione (auspicando la nascita di una matematica universale). In questo senso egli è tra gli antesignani della logica simbolica (o formale), che si sarebbe sviluppata nel Novecento.

Tale era la speranza che Leibniz riponeva nello sviluppo della logica da prevedere che sarebbe un giunto un giorno in cui non si sarebbe più detto “adesso discutiamo”, bensì “adesso calcoliamo”.

la libertà

Nel sistema di Leibniz c'è poco spazio per una vera e propria libertà di arbitrio nell'uomo.

Confligge con essa il concetto di armonia prestabilita: ogni monade creata contiene già fin dall'inizio in sé tutto ciò che poi le accadrà, se ci fosse un atto imprevisto salterebbe, per così dire, tutto il sistema di sincronie dell'armonia prestabilita.

Certo, la Monade suprema, Dio, è libera. Anche se, pure in Dio c'è un limite alla libertà: Dio può scegliere di non creare, ma una volta che abbia deciso di creare un mondo, non può che creare questo mondo. Ma il caso dell'uomo è diverso. Nella Confessio philosophi (1673) egli dice che Giuda peccò perché stimò bene quello che faceva, a causa del suo temperamento e delle circostanze in cui si trovò.

Del resto sia Dio sia l'uomo scelgono sempre in base a ciò che conoscono: Dio vuole sempre ciò che è meglio (ciò che conosce essere tale, e la sua conoscenza è infallibile), l'uomo sceglie sempre ciò che gli appare meglio.

la legge naturale

Essa è presente universalmente in tutti gli uomini (virtualmente innata) e consiste in precetti generalissimi: in scala crescente si passa dal livello più basso, della giustizia commutativa (neminem laedere) per risalire attraverso la giustizia distributiva (unicuique suum tribuere) fino ad arrivare alla perfezione della legge, che è il sacrificio di sé per il bene altrui.

angelo con la falce per un giudizio

Da un lato Leibniz dispiega uno sforzo per restituire alla cultura europea un riferimento alla spiritualità e alla trascendenza, contro la deriva potenzialmente atea del meccanicismo e dello scientismo.

D'altro lato tale progetto appare viziato da un tendenziale razionalismo, che lo porta a ridurre la Trascendenza a una misura, come già dicevamo, “troppo umana”.

testi

le entelechie

Si potrebbero chiamare entelechie tutte le sostanze semplici o monadi create. Esse, infatti, portano in sé una certa perfezione, vi è in esse un’autosufficienza che le rende fonti quasi automatiche delle loro azioni interne e, per così dire, automi incorporei.

l'uomo, superiore agli animali

Ma la conoscenza delle verità necessarie ed eterne è ciò che ci distingue dai semplici animali e ci porta in possesso della ragione e delle scienze, mentre ci eleva alla conoscenza di noi stessi e di Dio. E questo è ciò che in noi si chiama anima razionale o spirito.

l'armonia del mondo

Infine, sotto questo governo perfetto, non ci saranno mai una buona azione senza ricompensa, una malvagia senza pena, e tutto deve concludersi nel bene dei buoni, ossia di coloro che non sono per nulla scontenti in questo grande stato, che si affidano alla provvidenza dopo aver fatto il loro dovere e che amano e imitano come si deve l'autore di ogni bene, che provano piacere dalla considerazione delle sue perfezioni secondo la natura del vero amore puro, che ci dà piacere attraverso la felicità di chi amiamo. Questo è ciò che spinge le persone sagge e virtuose ad impegnarsi in tutto ciò che sembra conforme alla volontà divina presuntiva o antecedente, e di contentarsi tuttavia di ciò che Dio fa giungere direttamente attraverso la sua volontà segreta, conseguente e decisiva, riconoscendo che, se potessimo capire abbastanza l'ordine dell’universo, troveremmo che esso sorpassa tutte le supposizioni dei più saggi, e che è impossibile renderlo migliore di quello che è, non solo per il tutto in generale, ma anche per noi stessi in particolare, se siamo attaccati come si deve all'autore del tutto, non solo come all'architetto e alla causa efficiente del nostro essere, ma anche come al nostro maestro e alla causa finale che deve costituire l'intero scopo della nostra volontà e l'unico che può renderci felici.

solidarietà ai cristiani perseguitati

Asia Bibi, una donna pakistana, rischia la condanna a morte per non essersi convertita all'Islam:
informazioni su Asia News.

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