Da "Tempi", Numero: 26 - 24 Giugno 2004. Titolo originale: "Inquisizione. Il mito e la realtà"
(...) I dati parlano chiaro.
«Tra il 1540 e il 1700 l’Europa vide svolgersi oltre 100mila processi a carico di persone accusate di stregoneria. Di queste, oltre 50mila vennero messe al rogo da tribunali civili. I tribunali ecclesiastici, invece, misero al rogo meno di 100 persone. Per l’esattezza 4 in Portogallo, 59 in Spagna, 36 in Italia.»
così il professor Agostino Borromeo, martedì 15 giugno 2004, a margine della conferenza stampa di presentazione del Volume da lui curato L’inquisizione. Atti del Simposio Internazionale, redatto dalla Commissione teologico-storica del Comitato Centrale del grande Giubileo dell’Anno 2000.
Sono dati imprevisti che fanno rivalutare l’idea di una Chiesa assassina di
migliaia di persone. Nessuno, nemmeno i cardinali presenti alla conferenza
stampa e neppure il Santo Padre che tanto ha caldeggiato la pubblicazione di
questi atti, ha voluto sminuire la gravità di quanto accaduto ai tempi
dell’Inquisizione, quasi a voler cambiare la cronaca da nera in rosa. E nessuno
pensa che il numero ridotto di vittime (rispetto a quanto da sempre si pensava)
debba far improvvisamente scomparire le colpe di chi, nella Chiesa, si è
macchiato di tali delitti. Tuttavia, puntualizzare scientificamente cosa
all’epoca è realmente successo può permettere a tutti di dare giudizi più giusti
ed equi.
«Lo scopo del simposio tenutosi nel 1998 e di cui oggi offriamo a tutti gli
atti», ha detto il card. Georges Cottier, «fu di carattere scientifico. Perché
una domanda di perdono che la Chiesa deve fare a riguardo dei propri errori del
passato non può che riguardare fatti veri e obiettivamente riconosciuti. Non si
chiede perdono per alcune immagini diffuse dall’opinione pubblica che hanno più
del mito che della realtà».
La verità non può far paura e di certo non la teme Giovanni Paolo II che si è
sempre prodigato verso una piena conoscenza di essa, arrivando con puntualità a
chiedere perdono laddove venivano smascherate colpe imputabili alla Chiesa. «Fu
Giovanni Paolo II», ha ricordato il card. Etchegaray «a chiedere chiarezza
sull’Inquisizione, ricordando la Tertio millennio adveniente che evoca
l’Inquisizione come “un capitolo doloroso sul quale i Figli della Chiesa non
possono non tornare con animo aperto al pentimento” (n. 35)».
In una lettera scritta proprio in questi giorni ad Etchegaray, il Papa afferma
che «è giusto che la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del
peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell’arco
della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo
Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai
valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere
forme di antitestimonianza e di scandalo. Nell’opinione pubblica l’immagine
dell’Inquisizione rappresenta quasi il simbolo di tale antitestimonianza e di
scandalo. In quale misura questa immagine è fedele alla realtà? Prima di
chiedere perdono, è necessario avere una conoscenza dei fatti e collocare le
mancanze rispetto alle esigenze evangeliche là dove esse effettivamente si
trovano».
Furono i circoli protestanti che, attorno al XVI secolo, fecero girare notizie
false sui tribunali ecclesiastici, additandoli come spietati operatori di
tremendi delitti. È vero che i tribunali esistevano ed è anche vero che di
delitti ne hanno compiuti, ma sapere effettivamente quante persone furono da
essi condannate e conseguentemente bruciate vive è l’unica modalità per non
essere faziosi e permettere sia alla Chiesa di chiedere perdono delle sue
effettive colpe, sia a chi accusa di parlare a proposito e cioè con fondamenti
scientifici.
Col senno di poi, fa ridere l’accusa di uno storico spagnolo, Juan Antonio
Llorente che, agli inizi dell’Ottocento, imputò all’Inquisizione centomila
vittime. Di cifre simili ne sono state riportate parecchie, anche ai giorni
nostri, a testimonianza che la verità può essere falsata e che, sulla scia
dell’entusiasmo e della superficialità, i giudizi umani possono essere spietati
e possono portare a cambiare le carte in tavola a seconda delle convenienze. Se
è sempre giusto riconoscere i propri errori, è altrettanto ingiusto dover pagare
colpe per altri mai commessi. Si dovrebbe, invece, essere sempre al servizio
della verità perché, come ricorda Dignitatis Humanae, essa «non si impone che
per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e
insieme con vigore» (n. 1). Basiamoci allora su di essa e da uomini veri stiamo
di fronte ad essa con pudore e rispetto. Se è lealtà riconoscere di aver
commesso delitti, lo è altrettanto non colpevolizzare senza cognizione di causa.
L’esempio recente di Tangentopoli può forse esserci utile?
di Paolo Luigi Rodari