Marx
Marx
esposizione
esposizione
vita
- nato da genitori ebrei (dalla cui cultura avrebbe ereditato un messianismo come inquieta insoddisfazione dell'esistente: su questo cfr. Maritain e Cottier); dalla forzata conversione del padre al protestantesimo (1817) derivò poi una accentuata sfiducia nella religione, da cui peraltro, secondo Cottier, Marx non fu mai tormentato.
- troviamo che Marx fu inquieto goliardo, per cui da Bonn, in cui aveva iniziato l'università, il padre lo trasferì nella più austera Berlino, dove frequentò il Doctorclub, con intellettuali hegeliani radicali di sinistra (tra cui B.Bauer, Ruge, Hess).
- La tesi di laurea fu sulle Differenze tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro, 1841 (Marx vi apprezza Epicuro: automovimento degli atomi, dunque più importanza all'azione umana, e vi traccia una analogia tra le scuole post-aristoteliche e le scuole post-hegeliane: in comune esse avrebbero il fatto di tornare alla realtà dopo grandi sistemi astrattamente teorici).
- Si diede al giornalismo (essendo chiuse le porte per la carriera universitaria, per le sue posizioni politiche, come fu per Bauer, il Robespierre della teologia, che fu solo per poco docente),
- collaborò alla Gazzetta Renana (1841/3), organo dei radicali (come Bauer, Hess, etc.) scrivendovi articoli ispirati a istanze umanistiche (secondo la Vanni Rovighi), ad esempio a proposito dei furti di legna dei vignaioli della Mosella
- per Maritain documentano senso di ribellione all'imperatore di questo mondo
- ma secondo Cottier, meglio documentato, Marx era già ateo in partenza, non fu scandalizzato dal Cristianesimo, in quanto supporto teorico di ingiustizie sociali.
- Datosi alla lettura di Feuerbach, scrive nel '43 Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie, di cui pubblica a Parigi la Introduzione (1844), divenuto condirettore, con Ruge, degli Annali Franco-tedeschi. Sempre a Parigi conobbe Proudhon, Blanc, Heine, Bakunin e soprattutto Fr. Engels e scrisse i Manoscritti (nel 1844, pubblicati postumi, nel 1932), La questione ebraica (1844), Le tesi su Feuerbach (1845), Die Heilige Familie (La sacra famiglia) (1845)
- a Bruxelles, dove ripara, espulso da Parigi, scrive Die deutsche Ideologie (1845), e Misère de la Philosophie (1847), e si dedica all'organizzazione degli operai comunisti, nel '48
- a Londra (dal '49), aiutato da Engels si dedicò allo studio degli economisti classici
opere
| Grundgrisse der Kritik der politischen ökonomie | Lineamenti di critica dell'economia politica | (postumo) |
| Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie | Critica alla filosofia del diritto di Hegel | 1843 |
| Thesen über Feuerbach | Tesi su Feuerbach | 1845 |
| Die deutsche Ideologie | L'ideologia tedesca | 1845 |
| Die Heilige Familie | La sacra famiglia | 1845 |
| Misère de la Philosophie | Miseria della filosofia | 1847 |
| Zur Kritik der politischen ökonomie | Per una critica dell'economia politica | 1859 |
| Das Kapital | Il Capitale | 1867(1°)/postumi(altri) |
critica a filosofie precedenti (pars destruens)
Hegel
<<Marx riconosce a Hegel il merito di aver colto il carattere dialettico della realtà:
"è stato il primo a esporre consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico." (Das Kapital)
>>tuttavia
- il suo idealismo rovescia la realtà
per cui "fa degli individui i predicati di una mistica sostanza universale"
- per Maritain non trova alternativa all'idealismo hegeliano che nel materialismo: non vede il realismo, confondendo oggetto con materia; certo vi è una spinta giusta alla rivalutazione della causalità materiale, riconosce Maritain;
- per Cottier l'Hegel di Marx, pur avendo visto che la religione è illusoria, non sa andare al fondo cogliendo la causa di questa illusione.
- in particolare
(contro l'assolutizzazione di forme politiche contemporanee)
Hegel secondo Marx ha legittimato come manifestazione dell'assoluto quella che è semplicemente una situazione contingente (quella tedesca, che è un anacronismo oltretutto rispetto a quella francese: la Germania infatti è al passo coi tempi solo filosoficamente, le manca la realizzazione pratica:
Ciò che allora occorre non è né il rifiuto della filosofia, né il fermarsi ad essa, ma il mediarla nella prassi, facendola diventare di massa, allorché il bisogno della classe operaia sarà giunto al suo culmine (cfr. Cottier, L'ateismo del giovane Marx, p. 214 sgg.) vedi il testo della Critica della Filosofia del Diritto
contro Bauer e la Sinistra hegeliana
Ne
La questione ebraica
- Per Bruno Bauer basta che uno stato sia non confessionale (=cristiano), garantendo piena eguaglianza giuridica a tutti i cittadini e non discriminando più in ragione del credo religioso (ad esempio gli ebrei non potevano accedere a tutte l cariche pubbliche).
- Per Marx invece bisogna porre in discussione lo stesso Stato (come *mediatore e *astratto): l'eguaglianza politica è puramente formale se non diventa anche sociale. Perciò la rivoluzione borghese, quella ad esempio francese del 1789, come quella che in fondo auspica Bauer, resta a mezza strada: emancipa a livello dello stato, dell'astratto citoyen, ma resta ancora da compiere una emancipazione a livello della società.
contro Feuerbach
Nelle Tesi su Feuerbach
- Da un lato ritiene valido il suo materialismo (implicante il discorso sulla alienazione): il reale è la materia, il sensibile, fondando il vero materialismo e la scienza reale; apprezzato da Marx anche il suo collettivismo e la critica alla religione.
- Tuttavia F. non va a fondo sulla causa dell'alienazione, ossia l'alienazione economico-sociale (non coglie la religione come aroma spirituale dell'ingiustizia concreta, oppio dei popoli) restando così in un atteggiamento speculativo e in una concezione naturalistica (non storica) dell'uomo: non basta invece contemplare il mondo, bisogna ora trasformarlo. Non basta cambiare le idee, bisogna cambiare le realtà, eliminando la concreta alienazione per eliminarne gli effetti religiosi (si veda il testo delle Tesi su Feuerbach).
contro il socialismo utopistico e Proudhon
a)Proudhon
- Proudhon in Qu'est-ce la proprieté (1840) e ne la Philosophie de la misère (1846) aveva auspicato una società fondata sulla giustizia (e caratterizzata da piccola proprietà, autogestione, con una forte carica di antistatalismo) da raggiungere senza violenza.
- Ma egli peccava, per Marx (Miseria della filosofia, 1847), di inconcludente moralismo. Proudhon infatti valutava la realtà storica in base a una giustizia concepita come un ideale assoluto e metastorico, e riteneva che la società capitalistica fosse ingiusta in senso morale, nel senso di una infrazione della giustizia metastorica. Secondo Marx invece non ha senso parlare di giustizia metastorica, come più in generale non ha senso parlare di valori metastorici e di natura umana immutabile e universale: esiste solo la storia, che è lotta, dialettica tra classi inevitabilmente contrapposte. Perciò, partendo da un presupposto falso, la proposta di Proudhon si rivela per Marx una utopia priva di fondamenti economico-sociali, e nutrita solo di ideali astratti.
b) i socialisti utopisti
Nel Manifesto Marx sostiene che Babeuf, St.Simon, Fourier, Owen non capiscono che
- il socialismo non è un ideale di giustizia, che vada calato nella società in virtù di uno sforzo volontaristico, ma
- è insito nel dinamismo stesso della storia, è l'esito necessario di un processo storico, di cui occorre capire le leggi (scientificamente); inoltre i citati socialisti "utopisti", pur avendo visto l'antagonismo delle classi, negano al proletariato una funzione autonoma;
Egualmente condannati
- il socialismo reazionario (nostalgico del feudalesimo, di una società precapitalistica): non si tratta, invece di tornare al passato, anche se in esso vigevano valori meno individualistici e più comunitari, perché comunque anche nelle società precapitalistiche esisteva una alienazione e uno sfruttamento della classe lavoratrice; bisogna superare alla radice ogni forma di alienazione, mirando alla rivoluzione, al futuro, a una cosa totalmente nuova. Al socialismo reazionario viene associato da Marx anche il socialismo pretesco, che cerca di dare al Cristianesimo una verniciatura socialisteggiante, di cui egli diffida.
- una variante del socialismo reazionario è quello piccolo-borghese, il cui esponente era soprattutto lo svizzero Sismondi, che incarna la nostalgia della piccola borghesia rovinata dallo sviluppo di grandi aziende: il suo progetto non è quello di cambiare radicalmente la società, ma di recuperare forme di vita economica più "decentrata" (ad esempio il corporativismo): non è vero socialismo.
- quello conservatore. Infatti questo tipo di socialismo si limita a proporre qualche rimedio alle più vistose ingiustizie del capitalismo, senza porre la scure alla radice, cioè la proprietà privata dei mezzi di produzione. Tipico esponente di questo indirizzo Proudhon.
proposta (pars costruens)
in sintesi
a) non esiste alcuna verità assoluta, e perciò nessuna giustizia assoluta, e nemmeno può esistere Dio.
b) ciò che esiste è solo materia, una materia dialettica e non statica. nel mondo materiale una particolare prerogativa l'ha l'uomo in quanto particolarmente capace di dinamismo attivo: l'uomo produce.
- Solo questo lo distingue dagli animali: non vi è in lui alcuno spirito. Ne segue che quelle che vengono credute attività spirituali (cioè la cultura: arte, letteratura, musica, filosofia, ma anche il diritto e la politica) altro non sono che proiezioni di dinamiche materiali (sovrastruttura);
- l'uomo non ha alcuna natura metastorica: all'interno di un orizzonte che è interamente materiale e diveniente l'uomo è un essere storico.
- inoltre l'uomo è un essere sociale: non esiste come persona, ma come classe
c) la storia, supremo emergere, massima condensazione del reale, è appunto lotta di classe, lunghissimo conflitto tra oppressori e oppressi, destinato a concludersi con la finale vittoria degli oppressi, il proletariato, che con una rivoluzione violenta spezzerà le proprie catene e instaurerà una società di perfetta e totale attuazione dei bisogni umani.
più in dettaglio
la storia
Per Marx essa è sempre (se si eccettua una fase comunitaria primordiale, sulla quale egli non si sofferma, e che svolge il ruolo di originaria tesi, in senso hegeliano, per potervi contrapporre poi l'antitesi della storia come lotta di classe e il comunismo come sintesi finale) stata determinata dalla lotta di classe: così egli rilegge episodi della storia antica, come lo scontro tra patrizi e plebei nella Roma repubblicana, come documentazione di tale tesi. Così vi sarebbe stata, a suo parere, una lotta di classe anche tra «servi della gleba e feudatari, tra garzoni e maestri di bottega», rispettivamente nell'Alto e nel Basso Medioevo. Così, soprattutto, vi è stata lotta di classe tra la borghesia capitalistica e il proletariato operaio nel capitalismo moderno.
Lotta di classe significa strutturale e necessaria contrapposizione di interessi inconciliabili, non componibili: ciò che va bene agli uni non può andare bene agli altri, necessariamente. Non si tratta, per il discepolo di Hegel, di una situazione contingente, superabile con della buona volontà. Né si tratta di una situazione che possa mutare a seconda dei diversi luoghi o dei diversi tempi: sempre, ovunque e necessariamente c'è stata (e ci sarà, fino a che non si instaurerà il comunismo) lotta di classe.
un uomo senza lacrime
In questa idea di lotta di classe si vede il peso dell'eredità hegeliana in Marx: la realtà è dialettica, cioè contrapposizione, ma la contrapposizione dialettica (che vuol dire anche sofferenza, inquietudine, impossibilità di essere in pace con gli altri) non deve essere vista, nel maestro come nel discepolo, come lacerante ferita, ma come un dato di cui prendere atto con volontaristica fermezza: Hegel e Marx hanno radicalmente bandito il pianto, il loro sguardo alla realtà è programmaticamente senza lacrime. Perciò è disumano.
Non c'è dunque neutralità possibile, nel valutare qualsivoglia problema: o si sta con gli oppressi o si sta con gli oppressori (è quasi una trascrizione laica, e atea, della radicalità evangelica: “o con Me o contro di Me”). Non si può ad esempio dire di una politica economica che è “buona”, in assoluto: se lo sarà per gli uni, non lo sarà per gli altri.
verso lo smascheramento finale
L'analisi marxiana della storia si sofferma, come del resto è logico, sulle ultime epoche, sinteticamente il feudalesimo medioevale e il capitalismo moderno.
Egli, anche qui hegelianamente, ritiene che la storia abbia un senso, e sia orientata a una perfezione finale, raggiungibile però solo atraverso il “purgatorio” dell'antitesi: occorre che l'umanità passi attraverso il fuoco della contraddizione spinta al suo parossismo, perché possa poi, proprio grazie a tale esasperazione, far leva su di essa per attuare quella rivoluzione destinata a portarlo al comunismo.
In questo senso il capitalismo moderno ha avuto il merito, rispetto al feudalesimo, di chiarire i termini reali del rapporto di classe: se nel Medioevo ci poteva essere ancora qualche incertezza sul carattere di sfruttamento degli uni sugli altri, dato che le classi allora dominanti amavano presentarsi come animate da nobili e disinteressati intenti, preoccupate del bene comune più che di sé stesse, con il capitalismo lo sfruttamento ha tolto la maschera e si è svelato in tutta la sua cruda brutalità.
Se anche la condizione della classe sfruttata è in tal modo peggiorata, ciò deve essere visto come la necessaria premessa alla rivoluzione.
l'analisi del capitalismo nel Capitale
1. Marx ritiene che debba essere problematizzato il concetto di merce, che l'economia classica dava come ovvio; e per definire esattamente il concetto di merce, egli distingue due tipi di valore che la contraddistinguono:
- il valore d'uso, ossia quel valore che deriva dalla effettiva utilità che la merce, l'oggetto passibile di scambio, ha, ossia il suo (più o meno) corrispondere a bisogni precisi;
- il valore di scambio, ossia il valore che determina il prezzo di un prodotto, il suo costo.
Potremmo definire il valore d'uso come v. teleo-logico (da telos=fine) e il valore di scambio il v. archeo-logico (da archè=origine) di una merce. In effetti secondo Marx non vi è necessaria coincidenza tra v. d'suo e v. di scambio: in parole povere una cosa può anche esere di grande utilità e costare poco, e viceversa. Che cosa allora determina il valore di scambio?
Marx non ha dubbi: è la quantità di lavoro necessario a produrlo. Quanto maggiore sarà stato il lavoro, tanto maggiore sarà il valore di scambio, cioè il prezzo, della merce prodotta.
Obiezione: il lavoro è
un fattore che determina il prezzo, non l'unico, e non necessariamente il principale. Un bozzetto fatto da Leonardo o da Picasso vale miliardi, anche se è stato frettolosamente realizzato in pochi minuti; viceversa un lavoro che abbia richiesto anni e anni di fatica, ma non sia "apprezzato" dal mercato (come una pittura fatta da un non artista, sia pure a prezzo di immani sforzi) non varrà comunque niente.
Nel costo della merce giocano infatti più fattori di quanti non pensasse Marx:
- la disponibilità e il valore delle materie prime (un diamante vale comunque tanto, anche se il lavoro richiesto alla sua commercializzazione fosse minimo)
- il lavoro, ma non solo nella sua quantità, quanto piuttosto nella sua qualità, nella capacità di fare un buon prodotto
- l'apprezzamento del mercato, cioè la legge della domanda e dell'offerta, inclusa la dimensione della "pubblicità", cioè la capacità di rendere attraente una merce (a nulla vale fare molta fatica, per produrre un oggetto che il mercato non richiede, o che è già offerto in quantità superiore alla domanda)
2. Egli ritiene poi di individuare lo specifico modo con cui il capitalismo affronta il rapporto tra merce e denaro contrapponendolo alle società precapitalistiche:
| società precapitalistiche |
M-D-M (merce-denaro-merce) |
il denaro serve solo come fattore di scambio: ciò che interessa è la fruizione della merce, dei prodotti |
| capitalismo |
D-M-D' (denaro-merce-denaro) |
il denaro, il capitale è il fine di tutto: si parte da esso e si vuole arrivare non tanto alla fruizione di beni, quanto a un sempre maggior accumulo di capitale |
Marx fissa la sua attenzione sul fatto che nel ciclo D-M-D, tipico del capitalismo, il capitale finale (D') è maggiore di quello inizialmente investito (D), e si chiede da dove provenga questo surplus, che egli chiama plusvalore.
Il plusvalore non può venire dallo scambio, egli argomenta, in quanto lo scambio si fonda sul principio di eguaglianza. Perciò egli ritiene che non a livello dello scambio, ma a livello della produzione si situi l'origine del plusvalore. Ovvero il capitalista defrauda, non occasionalmente o contingentemente, il lavoratore salariato, ma strutturalmente e necessariamente: lo defrauda considerando il suo lavoro non, come è davvero, il fattore che dà valore (la differenza tra v. d'uso e v. di scambio) alla merce, ma come merce, come una merce accanto ad altre; considera cioè il suo lavoro come forza-lavoro, pagandone solo il necessario alla sopravvivenza fisica.
Obiezione: ciò che Marx trascura nell'analizzare il concetto di plusvalore è che
- la ricerca del profitto è antica quanto il mondo: perché mai uno dovrebbe investire del capitale, rischiando di perderci, se non perché conta e spera di guadagnarci? In effetti investire comporta un rischio, ma pare che questa dimensione non venga presa in esame da Marx, che fa come se tutto fosso assicurato.
- perché non dovrebbero essere dei fattori inerenti alla ideazione, alla modalità di produzione e alla commercializzazione i fattori che assicurano il plusvalore? Ossia l'intelligenza con cui uno fiuta i bisogni del mercato, la creatività con cui sa trovare soluzioni nuove e interessanti a tali bisogni, la persuasività con cui sa trattare le varie componenti del processo, dai fornitori di materie prime fino all'utente finale, attuando accorte campagne promozionali.
per un giudizio
per un giudizio
- Marx sbaglia negando che esistano una verità e una giustizia assolute. Sbaglia, di conseguenza, negando che esista Dio, ed è tanto più inescusabile in quanto egli liquida il problema senza nemmeno affrontarlo [1]. Dando "per scontato", con Feuerbach, che l'esigenza religiosa altro non sia che una proiezione illusoria di aspirazioni puramente umane. Sbaglia e pone in questo modo le premesse della violenza, che in effetti venne poi ampiamente applicata in suo nome: se non c'è verità, l'unico modo che si ha per far valere le proprie ragioni è la violenza (come menzogna e come sanguinosa violenza fisica).
- Sbaglia negando che esista, oltre la materia, una dimensione spirituale. Si condanna così a misconoscere la più vera ricchezza dell'uomo, che non è mangiare, bere, copulare e morire, ma innalzare il proprio sguardo verso il proprio Destino pieno e totale, pienezza di felicità, di verità, di giustizia. Così Marx riduce la cultura a sovrastruttura, puro riflesso di interessi materiali, negando nell'uomo ogni nobiltà e ogni capacità di gratuità.
- Sbaglia negando che esista una natura umana. E si contraddice in questo, perché come si può parlare di oppressione, se non in rapporto a parametri assoluti e metastorici.
- Sbaglia riducendo l'uomo a mero essere sociale, e negando il valore della persona, giustificando anche così le più violente e sanguinose aberrazioni (vedi CEKA, GPU, NKVD, Lager, Siberia [2]).
- Sbaglia pensando che da una rivoluzione possa sorgere una totale palingenesi dell'umanità. E la storia si è infatti incaricata di mostrare la folle e criminale illusorietà di questo sogno.
testi
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bibliografia essenziale
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