Il taglio di questo contributo è quello della "comunicazione scientifica", per due ragioni: sia perché è quello più coerente con la mia esperienza diretta e con le mie competenze; ma soprattutto perché l'evoluzione viventi è stato il primo, e forse è ancora oggi il principale, caso scientifico "popolare", si potrebbe quasi dire mass-mediatico. È stato subito oggetto di infuocati dibattiti e di accese polemiche che hanno immediatamente travalicato i confini delle accademie e delle aule universitarie e hanno trovato amia risonanza nell'opinione pubblica riuscendo a raggiungere tutti gli ambienti e tutti i livelli di conoscenza. Tanto da far dire a Jacques Monod: "Un altro aspetto curioso della teoria dell'evoluzione è che chiunque pensa di capirla".
Non è però altrettanto "popolare" una sua visione critica. Lo ha confermato un interessante articolo apparso su Le Scienze 1 commentando una serie di indagini svolte nelle scuole italiane e analizzando testi e sussidi didattici. Osservano gli autori che in generale "la parte critica sui meccanismi evolutivi non viene sufficientemente sviluppata", e ancora: "Ci si può chiedere perché una teoria scientifica che ha al suo interno tante contraddizioni e che fornisce un'immagine così riduttiva del valore dell'individuo, si sia diffusa tanto largamente".
C'è quindi, nella divulgazione (e nella scuola), la pressante
esigenza di un approccio critico, aperto, che non escluda a priori alcuni
fattori compresenti in processi naturali così intrinsecamente complessi.
Ma per arrivare ad una visione critica, il lavoro più faticoso
è quello preliminare di sgomberare il campo da equivoci, di rimuovere
tanti luoghi comuni radicati e spacciati per certezze scientifiche. Le
osservazioni seguenti intendono muoversi in tale direzione.
I presupposti culturali del darwinismo
È necessario anzitutto, come per ogni teoria scientifica,
considerare il contesto e i presupposti culturali all'origine della
teoria darwinista e neo-darwinista. E prima ancora, c'è da dissipare
un equivoco legato alla stessa terminologia: è tuttora diffusa la
definizione che fa coincidere evoluzione con darwinismo e ciò comporta
spesso che un accenno di critica al darwinismo venga interpretato come
un tentativo di mettere in dubbio il fatto storico dell'evoluzione e quindi
venga subito bollato come antiscientifico e possibile ostacolo al progresso
della ricerca.
Tornando al contesto che ha ospitato le teorie darwiniste, possiamo
distinguere un punto di vista più strettamente scientifico ed uno
culturale in senso lato.
:: Dal punto di vista scientifico, si può osservare che le varie
versioni del darwinismo si sono mosse all'interno di alcuni paradigmi
dominanti2; ciò da un lato è inevitabile, come insegnano
le moderne analisi epistemologiche, e può svolgere una funzione
positiva fornendo agli scienziati delle piste sulle quali indirizzare i
loro sforzi; a volte però il paradigma può diventare uno
schema rigido e trasformarsi in fattore frenante, col risultato di irrigidire
fino a bloccare la ricerca.
Nel caso di Darwin, il paradigma dominante era il meccanicismo Newton,
che tanto aveva contribuito alla costruzione dell'edificio della fisica,
scienza principe dei due secoli precedenti e punto di riferimento di ogni
scienziato. A metà Ottocento la fisica era ancora lontana dagli
sconvolgimenti probabilistici, relativistici e quantistici e si reggeva
ben solida sui pilastri delle tre leggi fondamentali della meccanica. Darwin
immagina di erigere un sistema analogo per la biologia, fissando i tre
cardini per spiegare la varietà e l'evoluzione dei viventi:
- le mutazioni casuali, per giustificare il sorgere di nuove specie;
- la lotta per l'esistenza, che premia le mutazioni più adatte
- la selezione naturale per isolamento geografico, che favorisce lo
sviluppo di alcune specie e l'estinzione di altre.
Per il neo-darwinismo, il riferimento è la meccanica statistica,
che aveva già impresso una prima svolta alla fisica dei processi
termodinamici e che in biologia, spostando l'attenzione dall'individuo
alle popolazioni, sembrava poter risolvere il problema dei tempi lunghi
necessari alla selezione naturale per produrre i combiamenti documentati
dalla ricostruzione storica.
Infine, in alcune tendenze attuali che qualcuno denomina
post-neo-darwiniste,
i paradigmi dominanti sono quello ambientale e la nascente scienza dei
sistemi complessi: si tratta di una prospettiva interessante, sulla quale
vale la pena ritorneremo in seguito.
Dal punto di vista culturale più generale, va sottolineato
il carattere fortemente ideologico che contraddistingue sia il darwinismo
che il neodarwinismo.
Non si può che concordare con G. Basti quando sostiene che
l'evoluzionismo
era "una questione mal posta". Il problema infatti era: constatata una
tendenza all'evoluzione, come documentarla in modo non frammentario, come
verificare se i cambiamenti avvenivano sempre nella direzione di un progresso,
come render ragione dell'apparire di nuove specie; come giustificare i
tempi di sviluppo; come render ragione delle notevoli varietà ambientali,
e così via. Invece la questione predominante è stata: come
evitare ogni spiegazione finalistica, come liberare la biologia dal vincolo
del finalismo. Lo si constata, oltre che dall'andamento del dibattito successivo
alla pubblicazione della Origine delle specie, andando a leggere gli scritti
giovanili, dove l'autore indica come suo bersaglio la mente dell'uomo,
"la cittadella che doveva essere conquistata dalla teoria evoluzionista
per la vittoria del materialismo"3.
A ulteriore riprova del carattere ideologico, del movente
pre-scientifico
che ha guidato la ricerca darwiniana, si possono fare le seguenti osservazioni:
- Darwin afferma di aver seguito "veri principi baconiani", cioè
empirici, di "aver raccolto una quantità di fatti senza alcuna teoria"
ma, d'altra parte deve ammettere di non avere "prove puntuali" dell'avvenuta
produzione di nuove specie per selezione naturale;
- alcuni critici moderni4 mostrano che il suo approccio era più
deduttivo che induttivo;
- l'epistemologia moderna ha superato ogni posizione esclusivamente
empirista: è ormai chiaro che una teoria è ben di più
della sommatoria dei dati e che non è imposta automaticamente dai
fatti; nella scienza c'è un inevitabile livello meta-scientifico
intrinseco, che spesso risulta anche utile e fecondo e che comunque è
inutile tentare di nascondere o minimizzare;
- d'altro canto, lo scienziato serio non deve tralasciare nessun fattore
se emerge dall'evidenza empirica; invece, per una preoccupazione palesemente
ideologica Darwin ha ignorato fatti ed evidenze (come la sofisticata e
mirabile struttura dell'occhio, difficilmente spiegabile come esito di
tanti piccoli aggiustamenti graduali), pur riconoscendolo in alcuni casi,
en passant, in successive edizioni dell'Origin.
Passando alla neo-sintesi, è abbastanza evidente
la sua impostazione basata su quello che il già citato articolo
de Le Scienze definisce "riduzionismo spinto", che programmaticamente riconduce
tutti i fenomeni biologici ai livelli più bassi della scala naturale
(fino al Dna) e soprattutto passa con disinvoltura da un livello all'altro.
Lo si può notare anche semplicemente nell'uso (o abuso) di alcune
metafore: come quella della macchina chimica per descrivere la cellula
o la similitudine organismo-macchina.
Lo stesso Monod peraltro affermava: "Il meccanismo di replicazione
del Dna non potrebbe sfuggire a una perturbazione senza violare le leggi
della fisica. Spinto all'eccesso questo riduzionismo può sfociare,
per assurdo, addirittura in una forma di vitalismo con la personificazione
del Dna"5.
Infine, c'è da considerare il presupposto culturale che
fa da sfondo e da brodo di coltura, non solo della neo-sintesi ma di quasi
tutta la cultura contemporanea: è quel nichilismo scettico
che evita ogni interrogativo sul senso e il significato delle scienza e
delle sue scoperte e lascia ogni teoria in balìa di se stessa, priva
di qualsiasi ancoraggio ontologico. L'evoluzione, sotto l'apparente entusiasmo
per un cammino di progresso continuo non trova altro che il nulla e si
rivela, secondo una penetrante immagine di Jean Guitton, come "un lampo
tra due nulla". Emblematiche di questa posizione nichilista sono due passi
che suggellano i due libri più famosi di due grandi scienziati
contemporanei,
entrambi premi Nobel: il fisico Steven Weinberg così concludeva
la sua, peraltro affascinante, descrizione dei primi istanti di esistenza
del cosmo: "Quanto più l'universo diventa comprensibile, tanto più
ci appare senza scopo"; mentre Monod, nel celebre Il caso e la necessità,
così sintetizza la sua posizione: "L'antica alleanza è infranta;
l'uomo finalmente sa di essere solo nell'immensità dell'universo
dal quale è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino,
non è scritto in nessun luogo".
Di fronte a simili pronunciamenti, viene spontaneo chiedersi che cosa
umanamente può motivare la ricerca; vale la pena dedicarsi alla
scienza in questa prospettiva?
Equivoci
Se queste sono state le premesse del darwinismo nelle sue varie
versioni, ancor più pesanti sono le sue conseguenze. La polemica,
già così aspra fin dagli inizi, ha lasciato nell'opinone
pubblica equivoci e luoghi comuni che non risparmiano la stessa comunità
scientifica e si trascinano nonostante il dibattito sia oggi sempre più
differenziato e, apparentemente, più pluralistico. In effetti oggi
criticare Darwin non è più un tabù, come dimostrano
un certo numero di articoli apparsi su riviste qualificate o il successo
editoriale dei libri di un "eretico" come Stephen J. Gould e le sue
conferenze-show.
Anche se si può notare una tendenza a trasferire l'intoccabilità
del maestro su alcuni discepoli speciali, come ad esempio Richard Dawkins,
biologo americano ormai entrato prepotentemente nello star system
internazionale...
Vediamo allora alcuni dei più radicati equivoci.
Evoluzione e teorie evolutive
Se si può affermare con ragionevole certezza che l'evoluzione è un fatto, suffragato da numerosi e coerenti riscontri osservativi, altrettanto chiaramente va detto che non esiste un'unica ed esauriente teoria in grado di rendere ragione di tale fatto: le teorie evolutive per spiegarne i meccanismi sono tante e diversificate ed è un'operazione culturalmente equivoca, anche se diffusa, quella di trasferire la certezza circa il fatto dell'evoluzione su una data teoria evolutiva attribuendo a quest'ultima indebitamente una validità che è ben lungi dal possedere.
Descrivere non è spiegare
Uno degli equivoci più persistenti e sottili è quello che fa coincidere, nel caso dell'evoluzione dei viventi, descrizione con spiegazione. La selezione naturale infatti, punto cardine del sistema darwiniano, è una "descrizione" non una spiegazione.
:: L'affermazione "il più adatto sopravvive" non è altre
che una tautologia. Chi è infatti il più adatto? È
quello che sopravvive. È la stessa tautologia che si verifica quando
si dice "vinca il migliore", dal momento che il migliore è proprio
colui che vince...
"Quali sono gli individui più adatti? Essi possono venir definiti
solo a posteriori. Quale accorgimento ci mette al riparo dal rischio che
venga indicato come migliore quello che più piace per ragioni soggettive
e non per fatti obiettivi?"6.
Per sostenere il valore esplicativo della selezione naturale bisogna
affermare che la natura ha un criterio di scelta tra un numero indefinito
di possibili mutazioni; ma dire criterio significa pensare alla
possibilità
di un paragone con una soluzione ottimale e quindi introdurre un elemento
finalistico che la teoria vorrebbe escludere a priori. Oppure ci vuole
un tempo indefinitamente lungo perché, solo con il "caso cieco",
si verifichi la mutazione giusta; un esempio proposto da R. Morchio7 è
illuminante: calcolando in quanti modi si può fare una catena proteica
medio-piccola (100 amminoacidi), si trova un valore pari a 20100 = 10130;
ipotizzando di costruirne una al secondo, il tempo richiesto vale 10130
secondi, molto di più della stessa età della Terra che è
di ... soli 1017 secondi (5 miliardi di anni). D'altra parte un batterio
semplice come il ben noto Escherichia Coli ha più di 5.000 tipi
di proteine!
Altrettanto efficace l'espressione del cosmologo F. Hoyle, che ha paragonato
il processo casuale di costruzione di una proteina in tempo utile sulla
Terra alla risoluzione di un cubo di Rubik "con gli occhi bendati".
Alcuni sono giunti alla conclusione che, nella maggioranza dei casi,
la selezione naturale non può funzionare perché "non ha niente
da selezionare..."
:: Lo stesso Darwin ha ammesso, alla sesta edizione dell'Origin, che "selezione naturale è un termine erroneo e neppure come metafora andrebbe usato".
:: Ancor oggi molto resta da spiegare e il modello neo-darwiniano non
è adeguato per spiegare una serie di fenomeni come:
- gli eventi catastrofici e i grandi mutamenti repentini che contraddicono
l'ipotesi di un'evoluzione graduale;
- i tempi lunghi necessari per l'affermarsi delle nuove specie;
- il ruolo delle mutazioni neutrali che costituiscono la maggioranza
delle mutazioni;
- le varie forme di cooperazione tra i viventi che scalzano l'immagine
di un mondo dominato esclusivamente dalla lotta per la sopravvivenza;
- l'ereditarietà dei caratteri acquisiti, dogmaticamente proibita
dal darwinismo ma che recenti ricerche tendono a riconsiderare in alcuni
casi;
- per non parlare dell'uomo e della sua irriducibilità agli
altri esseri viventi: "L'emergere di una coscienza totale, in grado di
riflettere su di sé, è certamente uno dei miracoli più
grandi" (K. Popper); "Ciascuno di noi è un grande mistero, nel suo
venire all'esistenza come essere che sa di essere unico. È questo
mistero che mi ha guidato ed ispirato nella mia vita di neurofisiologo"
(J. Eccles).
Ma soprattutto resta il grande problema della fondazione teorica della biologia, che è ancora ben lontana all'orizzonte.
:: Tre piste di indagine promettenti e che si discostano dal paradigma
darwiniano sono quella morfologica, quella ambientale e quella già
citata della complessità.
- La creazione di nuove forme (morfogenesi) è un campo di ricerca
vastissimo che richiede nuovi approcci: in molti infatti non basta la
funzionalità
per render conto della comparsa di forme prima inesistenti.
- L'interazione con ambiente è un altro fattore decisivo nel
determinare il cammino dell'evoluzione. Con la notazione che si tratta
di un'interazione dinamica: mentre l'organismo si adatta all'ambiente questo
cambia per effetto dello stesso organismo; ciò rende oltremodo difficile
lo studio dei reciproci effetti e impone di evitare semplicistiche
schematizzazioni.
- I viventi rientrano in quella categoria classificabile come "sistemi
altamente complessi", oggetto recente di analisi per le quali si stanno
approntando nuovi strumenti di rappresentazione e nuovi apparati concettuali.
Sono sistemi costituiti da sotto-sistemi mutuamente interagenti e per modificarli
in un modo utile devono verificarsi simultaneamente mutazioni coordinate
in tutti i sotto-sistemi; tale simultaneità è difficile da
tenere sotto controllo e rende vana ogni interpretazione deterministica.
Inoltre è evidente che più il sistema è complesso
più è difficile modificarlo; la sua velocità di variazione
non può essere regolare: nvece l'albero dell'evoluzione dei viventi
si allarga continuamente e ciò implica la presenza di fattori ancora
da individuare.
Per tutti questi motivi, stupiscono le affermazioni di perentoria
certezza nelle teorie evolutive. Talora pateticamente contraddittorie,
come quelle di R.S. Lull8, docente all'università di Yale all'inizio
di questo secolo:
"Fin dai tempi di Darwin, l'evoluzione ha incontrato accettazione sempre
maggiore, tanto che oggi, nelle menti informate e pensanti, non c'è
dubbio che essa sia il solo modo logico con cui si possa interpretare e
comprendere la creazione. Non siamo altrettanto sicuri sul modus operandi,
ma possiamo sentirci fiduciosi che il processo è avvenuto in accordo
con grandi leggi naturali, alcune delle quali sono ancora sconosciute e
forse inconoscibili".
Ma anche autori contemporanei, come il già citato Dawkins9, nonostante
il continuo affiorare di elementi problematici, non esitano a ribadire
la convinzione che "l'esistenza dell'uomo, un tempo il massimo di tutti
i misteri, oggi non è più tale perché l'enigma è
stato risolto per merito di Darwin e Wallace ai cui risultati noi continueremo
per un bel po' di tempo ad aggiungere note in calce".
Ciò che sta uscendo dai laboratori e dai centri di ricerca anche
solo in questi anni è ben più di qualche "nota in calce"...
Caso e causa
Nella cultura degli ultimi due secoli si è diffusa una
confusione sistematica tra caso e causa. Si deve invece precisare quanto
segue.
- Caso non vuol dire assenza di cause; col termine caso ci si riferisce
ad un insieme di cause accidentali che determinano comportamenti impredicibili,
casuali appunto. Se si considerano i sistemi complessi non-lineari, oggi
oggetto di interessanti studi, si vede come in ogni processo l'esito è
impredicibile ma, passo passo, le cause esistono e sono ben determinate.
- Il caso è un meccanismo di scelta tra alternative pre-esistenti,
quindi non genera le alternative, non crea novità.
Il riferimento al caso quindi non elimina le cause; anzi ripropone
il problema delle cause più in profondità. Da dove deriva
l'irriducibile novità della venuta all'esistenza di ogni essere?
Che cosa determina la differenza specifica di ciascun individuo, che lo
caratterizza come soggetto ben preciso, distinto dagli altri? (anche della
sua stessa specie; nella realtà non esistono le specie, esistono
i singoli individui concreti e sono tutti diversi ....).
È un problema di informazione: da dove viene il plus di informazione
che genera la novità (iniziale, tra le specie, tra gli individui,
tra gli altri viventi e l'uomo)? È tutta già scritta nel
codice genetico? Ma quanti bit ci vogliono, per tener conto di tutte le
possibili variazioni ambientali cui l'individuo potrebbe reagire nel corso
della sua vita. In effetti il modello del codice genetico che lo assimila
a un software non regge (e anche la metafora del "codice" genetico è
ambigua).
La strada che alcuni stanno percorrendo porta a ipotizzare un
meccanismo adattivo, col quale l'organismo, in base all'interazione con
l'ambiente, ridefinisce continuamente le alternative possibili; tra queste
poi possono essere cause accidentali a scegliere, anche casualmente ...
Una volta superata l'idea di caso come alternativa a Dio creatore,
diventa possibile recuperare un ruolo positivo anche al caso, come hanno
proposto alcuni autori: il caso, lungi dall'essere inteso come rivale di
Dio, viene visto come componente importante del suo disegno; sia all'origine
che oggi, la presenza del caso nella realtà naturale costituisce
un elemento di vantaggio, altamente positivo nel contribuire a un mondo
più ricco, più vivo, più libero, dove "un alto grado
di casualità nel processo evolutivo può essere coerente con
un fine determinato, poiché ci sono indubbi vantaggi nel creare
un ambiente caratterizzato da varietà e imprevedibilità"10.
Evoluzione e Creazione
Si assiste oggi ad una riduzione sistematica del concetto di creazione:
non più come creazione dal nulla (secondo la grande tradizione
giudaico-cristiana
che l'ha introdotta come assoluta novità nella cultura umana) ma
semplice meccanismo di scelta tra alternative ...
Bisogna riflettere invece sul fatto che per spiegare la natura osservata
non bastano le leggi fisiche, chimiche o biologiche: queste agiscono sui
dati iniziali e su date condizioni al contorno che non sono ricavabili
dalle leggi medesime; senza questi elementi "dati", le leggi non sono che
vuote formule e la loro capacità esplicativa risulta vana.
C'è da aggiungere che oggi tutte le teorie sulle varie
"origini" (cosmo, vita, uomo) sono in discussione; lo stesso modello del
big bang è oggetto di radicali revisioni. Stupisce quindi la presunzione
di chi sostiene che la scienza può spiegare la creazione...
In ogni caso, non c'è neppure bisogno di risalire al fatidico
momento delle origini per sfoderare le armi pro o contro la creazione:
in ogni momento, dalle maglie della critica più rigorosa affiora
una natura che non si è fatta da sé e che comprende al suo
interno una realtà, l'essere umano, che eccede ogni pretesa di
schematizzazione.
Lo scienziato serio, più attento alle osservazioni che alle sue
idee, è costantemente messo di fronte allo spettacolo della creazione,
con tutta la sua carica di imprevedibilità ma soprattutto di bellezza,
di meraviglia, di inesauribilità.
Dio creatore non va inteso come la prima di una catena di cause ...
è totalmente altro , irriducibile ai fenomeni e questa sua
alterità
è la condizione permanente che consente al reale di esistere e di
procedere secondo le leggi che la scienza via via scopre pur senza arrivare
mai a possedere "la chiave dell'universo". Dio in quanto Creatore dal nulla,
è il fondamento permanente dei fenomeni naturali, non il burattinaio
che si diverte a cambiare le carte per mettre fuori gioco la nostra
capacità
(pure questa creata da Lui) di comprendere la realtà.
D'altra parte il fattore più sorprendente dell'universo
è proprio la sua contingenza, la singolarità dei fenomeni,
la non meccanicità dei processi a tutti i livelli della gerarchia
naturale.
Una contingenza che le scienze della complessità stanno rivelando
un po' ovunque e che rimanda all'esistenza di un livello che trascende
i fenomeni naturali: il solo in grado di fornire quel plus di informazione
necessario per una effettiva evoluzione.
Una contingenza che si manifesta anzitutto nelle condizioni al contorno
di cui sopra; che le scienze possono solo constatare ma non spiegare e
che rivelano un cosmo così ben calibrato da favorire l'evoluzione
che la biologia documenta: sono tante contingenze, quindi tanti eventi
di per sé non necessari, ma che convergono tutti verso una direzione,
cioè il cosmo così come oggi lo sappiamo descrivere.
Un cosmo calibrato in modo sottile e che oggi più che
mai mostra quel caratterre della sottigliezza che già Einstein additava:
"Dio è sottile ma non maligno". Alla stessa idea di natura sottile
fa riferimento il teologo anglicano J. Polkinghorne: "L'equilibrio reale
che percepiamo tra caso e necessità, contingenza e potenzialità,
è a mio avviso coerente con la volontà di un Creatore paziente
e sottile, pago di raggiungere i propri scopi atraverso il disvelamento
di un processo e disposto perciò ad accettare un certo grado di
vulnerabilità e precarietà che sempre caratterizza il dono
della libertà per un atto d'amore"11.
Il carattere sottile dovrebbe dissuadere da quell'operazione,
identificata col termine concordismo, che portano i credenti troppo
semplicisticamente
a leggere in alcune teorie scientifiche le prove di una visione del cosmo
e della storia propria della esperienza di fede; quasi che quest'ultima
trovi la sua consistenza nella oggettività della scienza e non nella
persuasività di un'esperienza incontrata.
Viceversa, è proprio in forza di tale esperienza che può
essere positivamente affrontata anche la conoscenza scientifica,
senza l'ansia di risolvere tutti i problemi e con l'apertura e la
disponibilità
a qualsiasi confronto.
Vale la pena ricordare un'espressione del card. Newman (il maggior
teologo cattolico al tempo di Darwin, che non si è mai preoccupato
di controbattere il darwinismo):
"credo in un disegno perché credo in Dio, non in un dio perché
vedo il disegno"
note
1B. Isolani, P. L. Manachini, "Lo sviluppo del pensiero di Darwin tra eresia e superstizione", Le Scienze, Aprile 1995.
2 Cfr. G. Basti, La filosofia dell'uomo, Edizioni Studio Domenicano, 1995.
3P. H. Barrett, Darwin Early Unpublished Notebooks, E. P. Dutton, 1974.
4 Ad esempio L. Eisely, Il secolo di Darwin, Feltrinelli, 1975
5 Cfr. nota 1.
6 P. Omodeo, Nuova Secondaria, Settembre 1995
7 R. Morchio, Nuova Secondaria, Settembre 1995
8 R. S. Lull, Organic Evolution, MacMillan, 1917
9 R. Dawkins, L'orologiaio cieco
10 D. Bartolomew, Dio e il caso, SEI, 1987
11 J. Polkinghorne, Scienza e fede, Mondadori, 1987