Come il maestro, Socrate, Platone avversava il libro scritto (cfr. il Fedro) a vantaggio della parola viva; tuttavia accettò di scrivere, seppur nella forma più vicina possibile al dialogo diretto: scrisse perciò delle opere in forma di dialogo.
In tali dialoghi Socrate figura come simbolo della filosofia stessa, solo in alcuni dei primi dialoghi rappresentando il Socrate storico; per lo più Platone gli attribuisce il proprio pensiero.
Si può leggere anche una scheda di approfondimento sul metodo espositivo di Platone.
In comune Platone in questi dialoghi cerca il ti esti, l'essenza universale di dati fenomeni, respingendo le definizione degli interlocutori, che riducono le essenze a degli esempi particolari. Secondo Abbagnano il senso complessivo di questi dialoghi è evidenziare l'impossibilità di definire singole virtù isolandole dal contesto totale: unica è la virtù, come unico è il sapere.
In generale Platone cerca di fondare in questi dialoghi un sapere assoluto e universale. E per far ciò affronta il pensiero dei Sofisti, che negano un criterio trascendente l'immediato: l'antirelativismo segna perciò questi dialoghi. Un altro tema, attiguo, è quello della insegnabilità della virtù /sapere (raggiungibilità del vero).
Vi critica la retorica, quale arte di persuadere, avente per fine il piacevole e l'utile, non il meglio e il giusto. Essa è paragonabile all'arte culinaria, che alletta il gusto, superficialmente.
Inoltre essa è indifferente alla giustizia e conduce a considerare preferibile fare piuttosto che subire l'ingiustizia.
In effetti Callicle tematizza la convenzionalità della giustizia (come leggi civili) rispetto alla naturale tendenza del più forte a dominare. Dunque la vera giustizia per lui è la forza, la potenza; mentre le leggi sono fatte dai deboli.
In essi elabora la teoria, centrale nel suo pensiero, delle Idee, quale unica adeguata a fondare l'assolutezza della verità e della virtù, e quale modello cui ispirarsi per plasmare la polis nella giustizia e per saziare il desidero individuale di assoluto bene e assoluta bellezza.
Vi si affronta l'esistenza del mondo intelligibile, necessario
a) ontologicamente come perfetto, assoluto, eterno e immutabile fondamento dell'imperfetto, relativo, effimero e mutevole mondo sensibile
b) valorialmente, come unica adeguata spiegazione dell'umano agire, inspiegabile meccanicisticamente (come puro urto di corpi), ma solo in riferimento a valori, a fini che lo motivano, ultimamente fondati nell'Idea.
Platone vi dimostra anche l'immortalità dell'anima, in base a quattro argomenti:
Platone vi stempera il rigoroso dualismo mondo intelligibile/mondo sensibile proprio della maturità, recuperando il valore del concreto (metafisicamente nel Parmenide e nel Sofista, cosmologicamente nel Timeo, eticamente nel Filebo, politicamente nel Politico e nelle Leggi), senza peraltro abdicare all'antirelativismo.
quiete identico
essere
movimento diverso
L'ammissione del diverso (per cui ogni Idea non è le altre) e del movimento (come tensione dinamica da Idea a Idea) scardinano le basi dell'eleatismo. Si introduce così il concetto di essere come potenza, possibilità (sviluppato poi da Aristotele) , e come relazione (si conosce solo relazionando una Idea con le altre: vi è una dialettica tra le idee, per cui ogni Idea richiama il suo opposto, in organica connessione.
Vi si incontra un influsso pitagorico, con valorizzazione dell'idea di misura: tanto a livello ontico quanto a livello etico.
Vi distingue quattro categorie supreme:
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il peras (limitante) [cfr. la forma aristotelica] |
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la causa intelligente |
il misto [cfr. il sinolo aristotelico] |
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l'apeiron (illimite) [cfr. la materia aristotelica] |
Ciò, a livello morale, significa che l'uomo, nè dio, nè bestia, deve agire con misura, ponendo un limite (ordine razionale) all'illimite del piacere, dell'istintività immediata (non tutti i piaceri sono leciti), ottenendo così una vita mista (nè divina, nè animalesca), armonica ed equilibrata.
Schematizziamo senza pretesa di completezza alcuni momenti-cardine della recezione del pensiero platonico.
a) in età antica: Aristotele e la prima Accademia privilegiano il Platone metafisico delle Idee;
b) il neoplatonismo, la Patristica e il Medioevo, come molti rinascimentali, sottolinearono la componente mistico-religiosa di Platone (l'Idea del bene-Uno identificata a Dio, e una idea di ascesi accostata a quella cristiana);
c) nell'Ottocento si scopre l'evoluzione del pensiero platonico:
ad opera di Hermann (nel 1839), L.Campbell (fine '800) e soprattutto del suo
discepolo Lutoslawski (Londra 1897), che inventò il criterio stilometrico.
d) nel Novecento si verificò una esplosione di studi platonici:
Per Platone la realtà vera, come già detto, non è il mondo materiale, sensibile, ma il mondo delle Idee. Sembrerebbe esserci una somiglianza in ciò con l'idealismo, con Hegel, ma è opportuno evidenziare una differenza notevole.
A differenza di Hegel, che assorbe tutto nel Pensiero umano, suo Dio, totalità onniavvolgente, Platone ritiene che il pensiero umano deve conformarsi a una Oggettività che lo precede e misura. Se per Hegel il pensiero umano (sia pure non quello individuale) è misura di tutto, per Platone il pensiero è misurato, è dipendente dalla Oggettività del mondo intelligibile.
Parallelamente, mentre per Hegel il finito è inconsistente, contraddittorio, si risolve esaurientemente nell'Infinito, Platone riconosce al mondo sensibile, pur ombra dell'intelligibile, una certa consistenza reale.
In questo senso, pur differenziandosi dalla cultura cristiana, che vede l'Oggettività suprema nel Soggetto Trinitario, nel Tu tripersonale del Mistero Infinito, e non in una schiera di idee impersonali e finite, e che riconosce una piena consistenza reale a quel finito, in cui il Figlio ha voluto incarnarsi, valorizzandone ogni minimo dettaglio, Platone è comunque più vicino al Cristianesimo di Hegel.
Abbiamo detto che non sono da intendere nel senso corrente, di concetti, presenti (solo) nella nostra mente: eidos, idea indicano invece una struttura ontologica, l'essenza intelligibile delle cose (a partire dal senso più immediato del termine, che indica la figura esteriore, si risale al senso di intimo costititutivo, il ciò-per-cui una realtà è quella realtà).
Aristotele le intendeva come ipostatizzazione di concetti, ma l'intenzione di Platone, secondo G.Reale, era piuttosto quella di affermare, contro il relativismo sofistico e il mobilismo eracliteo, l'esistenza di un livello della realtà assoluto e immutabile.
Le idee sono comprensibili in rapporto alle cose sensibili, come dal seguente schema:
| cose | idee |
|---|---|
| relative | assolute (in sè) |
| mutevoli | immutabili (se mutassero le cause, non vi sarebbero causati) |
| essere in senso derivato e partecipato | essere in senso pieno, non partecipato |
| visibili, sensibili | invisibili |
| corruttibili (nascono e muoiono) | eterne |
A differenza di Parmenide, a cui pure Platone deve molto (come la contrapposizione tra doxa, apparenza sensibile, e aletheia, verità intelligibile) la realtà vera, pur eterna e immutabile, non è assolutamente una, bensì molteplice.
Certo è una molteplicità non caotica, ma organizzata, quindi in qualche modo unificata, facente capo ad una Idea suprema (il Bene-in-sè). Negli ultimi dialoghi (come il Parmenide e il Sofista Platone tematizza l'impossibilità di una unità (monolitica) come la pensava Parmenide: l'uno non può essere senza i molti, l'identico non può essere senza il diverso.
Recenti studi hanno dato ampio spazio a quanto Platone non avrebbe scritto, ma trasmesso oralmente ai suoi discepoli. Si tratterebbe di dottrine in cui molto forte sarebbe l'influsso pitagorico e l'importanza dei numeri.
Al vertice della realtà vi sarebbero l'Uno e la Diade (grande-piccolo), l'Uno essendo il principio di ordine e di misura, e la Diade essendo una sorta di informe materia intelligibile. Da tali due fattori supremi deriverebbero dapprima le idee-numeri, poi le Idee vere e proprie, con la loro interna gerarchia già sopra accennata; tele mondo intelligibile costituirebbe nel suo insieme un principio di limite (limitante) che si unirebbe poi (grazie al Demiurgo) all'illimite della materia sensibile per dar luogo al mondo sensibile che noi conosciamo.
Come ricordato parlando del Timeo, il mondo sensibile non è stato creato (dal nulla), ma plasmato da una materia preesistente, la chora. Il mondo corporeo non è stato creato:
perché ill divino per Platone non è Infinito, non è Onnipotente, ma ha una perfezione limitata, finita. Divine sono le Idee, ma sono impersonali, intelligibili, ma non intelligenti (per Platone l'intelligibile è superiore all'intelligenza,
perché la regola e la misura e non ne dipende), non sono dei "TU", centri di consapevolezza e di libertà (il Bene è theion, non theos), e inoltre non possono generare che Idee (secondo una tesi comune al pensiero greco, per cui il supremo non può "abbassarsi" verso l'inferiore); e divino è il personaggio del Demiurgo, meno perfetto delle Idee, ma essere personale, buono e perfetto (finitamente).
Il Demiurgo trova la materia già esistente, come qualcosa di indeterminato, inintelligibile, oscuro, informe, caotico, retto da cieca necessità, quale spazialità "ricettacolo di tutto ciò che si genera, quasi una nutrice". Tale materia, più consistente in un certo senso di quella aristotelica, che è puro principio, non è il non essere, ha una sua realtà. Tale chora è fattore di relatività, di instabilità, di fenomenicità.
Il Demiurgo non può azzerarne tali caratteristiche negative, che non lui ha creato; cerca però di attutirne al massimo la negatività, infondendo in essa una somiglianza e una partecipazione delle Idee. Da tale opera di plasmazione esce, dal caos che precedeva, un cosmos, quanto più possibile armonico e ordinato.
Il male che ancora sussiste nel cosmo, consistente essenzialmente in un disordine, in una irrazionale disarmonia, non è dovuto all'azione plasmatrice del divino, ma alla resistenza opposta dalla materia caotica, che non ha potuto essere totalmente piegata e vinta.
La dottrina cosmologica imperniata sul mito del Demiurgo può essere vista nel senso di una rivalutazione del mondo sensibile, e di una superamento della negazione parmenidea del molteplice: i fenomeni molteplici hanno un certo essere, una certa realtà, un essere imperfetto e frammentato, ma diverso dal puro non-essere. Ne segue anche che la conoscenza del mondo sensibile, la doxa, pur non essendo piena verità, aletheia, non è nemmeno assoluta ignoranza.
Platone paragona il mondo sensibile a un vivente perfetto, anzi a una sorta di "dio visibile", in quanto plasmato dal Demiurgo; di questo dio visibile il corpo è il mondo, e l'anima è estesa a tutto il mondo, permeandolo e contenendolo, secondo proporzioni e intervalli numerici di una scala musicale. Oltre al dio visibile dell'ambiente terrestre, il Demiurgo ha plasmato anche altri dèi visibili:
Il tempo: è immagine mobile dell'Eterno, ed è nato con il cielo.
Il cosmo ha avuto un inizio (con l'opera del Demiurgo), ma non ha termine, è incorruttibile.
Come la realtà nel suo insieme è divisa in due livelli, quello intelligibile, perfetto, e quello sensibile-materiale, imperfetto, così l'uomo è concepito dualisticamente, diviso in anima e corpo pensate come due sostanze solo estrinsecamente unite: l'anima è la componente dell'uomo imparentata col mondo intelligibile, il corpo quella imparentata col mondo sensibile.
Poiché solo il mondo intelligibile è buono, mentre il mondo sensibile è intriso di materia, che è cattiva, la componente davvero buona dell'uomo è l'anima, mentre il corpo viene visto con diffidenza, perché ci lega alla materia.
Non facile è quindi l'armonia tra le componenti umane: Platone esprime questo tema nel mito del carro alato, dove l'uomo è presentato come una realtà contraddittoria. Il carro alato infatti è guidato da un auriga (l'anima razionale) che deve faticare non poco a indirizzare i due cavalli che tirano il cocchio, l'uno dei quali, quelo bianco, è buono, e vorrebbe salire verso il cielo, l'altro, quello nero, è cattivo e vorrebbe andare verso la terra.
L'anima è immortale. Platone cerca di argomentare in vari modi questa verità:
Se l'anima è immortale, che cosa le accade dopo la morte del corpo? Platone affida al mito la risposta a questa domanda, non sentendosi di configurare con precisa esattezza i contorni del destino ultraterreno dell'uomo, ma delinenandone comunque alcuni tratti essenziali.
Il più fondamentale dei quali è che il destino ultraterreno è proporzionato al comportamento umano nella vita terrena: la vita dell'al-di-là si configura come un premio o una sanzione per quanto operato in questa vita.
La metempsicosi è un altro tratto della concezione platonica: essendo le anime, spiega Platone nella Repubblica, in numero finito (come, spazialmente, finito è il mondo) ed essendo il tempo infinito (non avrà fine) occorre ammettere (in assenza di un Dio creatore) che le anime si reincarnino, per assicurare la permenenza del genere umano. È probabile che questa tesi vada intesa in senso letterale, mentre dubbi si possono avere sul reale significato di altre tesi, presentate in forma di mito.
Nel Fedone in particolare egli ipotizza che non ci sia solo reincarnazione in altri esseri umani, ma anche, per i cattivi, in animali (ognuno reincarnandosi in un animale rappresentativo del proprio vizio predominante), e per gli stessi buoni ci sarebbe la possibilità di abitare, oltre che corpi umani, anche corpi di animali, seppur mansueti e socievoli. Riguardo a queste tesi vale l'avvertenza che non si deve prendere il mito in senso necessariamente letterale.
Nella Repubblica il premio o il castigo vengono dati all'anima nel mondo intelligibile, dove essa sosta, tra una reincarnazione e l'altra, per mille anni (eccetto il caso di anime particolarmente scellerate, il cui castigo può protrarsi più a lungo).
Soprattutto nel Teeteto Platone sviluppa la sua gnoseologia "negativa", chiarendo che cosa non sia vera conoscenza:
La conoscenza vera deve essere immutabile e assoluta, e deve cogliere un dato universale e definibile in modo chiaro e stabile.
Soprattutto nella Repubblica Platone chiarisce questo tema. Ciò che è massimamente conoscibile (dunque oggetto di vera conoscenza) è ciò che massimamente è: vi è corrispondenza tra essere e conoscere, tra ontologia e gnoseologia.
L'essere sensibile, intermedio tra il nulla e il vero essere è perciò oggetto una conoscenza imperfetta, a metà tra la scienza e l'ignoranza, ossia la doxa. Solo dell'essere intelligibile si da vera scienza (episteme).
| conoscenza | realtà | ||
|---|---|---|---|
| doxa | eikasia | immagini sensibili | mondo sensibile |
| pistis | oggetti sensibili | ||
| episteme | dianoia | oggetti matematici | mondo intelligibile |
| noesis | Idee | ||
Per Platone, come ricordato sopra, non può essere la sensazione a darci il sapere assoluto: questo deve venire da un oggetto assoluto, che abbiamo potuto vedere solo quando l'anima non era legata al corpo, ma contemplava il mondo intelligibile.
Perciò conoscere è ricordare quanto si è già visto, nel mondo intelligibile, l'iperuranio. La vera conoscenza è anamnesi, reminiscenza. Conoscere in modo vero e assoluto è far riemergere ciò che già sappiamo.
È soprattutto nel Menone che Platone precisa queste sue tesi. L'anima, prima di unirsi a un corpo è stata in contatto diretto con il mondo intelligibile, con le Idee (l'anima non viene creata contestualmente al concepimento di un nuovo individuo, ma trasmigra, reincarnandosi in successive vite corporali: Platone fa propria la metempsicosi, già affermata dai pitagorici). Nel Menone egli parla appunto di uno schiavo così chiamato che, del tutto ignaro di geometria, giunge a dimostrare il teorema di Pitagora: a prova che le verità matematiche (e in generale le verità assolute) non sono ricavate dall'esterno, dall'esperienza sensibile, ma sono tratte dall'interiorità, dal di dentro, dall'anima, che ricorda ciò che ha visto e sapeva quindi già, ben prima che l'esperienza glielo richiamasse.
Anche nel Fedone egli dimostra che gli oggetti di conoscenza più perfetti (come quelli matematici) non possono venire dai sensi (dato che nessun oggetto sensibile è perfetto) nè essere creati dal soggetto, che invece li "trova": perciò devono essere già presenti nell'intimo della mente, e ricordati in occasione della sensazione.
La conoscenza vera dunque è ricavata in qualche modo a-priori, non è data dalla sensazione; tuttavia a differenza di Kant tale a-priori non è qualcosa di soggettivo, ma è impresso in noi dalla Oggettività delle Idee, che esistono "prima e fuori" di noi. Come tutto il grande pensiero classico, anche Platone si inchina di fronte alla Oggettività misurante, che precede e trascende il soggetto umano.
Nella Repubblica e in dialoghi successivi Platone delinea la ascesa alla conoscenza dell'intelligibile mediante la dialettica, procedimento insieme discorsivo e intuitivo, che coglie le Idee e i loro nessi: a) risalendo dalle idee inferiori verso quelle superiori fino al "vertice" del Bene in sè (d. ascensiva, da alcuni accostata al metodo socratico e al momento dell'ipotesi in matematica), b) discendendo poi col dividere le idee particolari contenute nelle idee generali, e stabilendo così i gradi della gerarchia intelligibile (d. diairetica o discensiva).
Capita su alcuni manuali scolastici di leggere interpretazioni a dir
poco riduttive, eco di una cultura marxista che, pur sconfitta sul campo della
politica, tende a perpetuarsi in ambito accademico-educativo.
In che cosa consiste la riduzione? Nel fare dell'interesse per la politica
l'interesse non solo prevalente e centrale in Platone (tesi tutt'altro che pacifica),
ma addirittura l'unico ed esclusivo. Tagliando così completamente fuori
la componente metafisica, la ricerca platonica dell'assoluto, che ha dei
riverberi sulla politica solo perché prima di tutto interessa la ragione
e il cuore dell'uomo, assetato di significato pieno e totale.
In Platone invece esiste una forte componente metafisica, che a nostro avviso (alla scuola di studiosi di riconosciuto valore come Giovanni Reale, E.Berti, che pur da forte rilievo alla componente politica, e altri) è addirittura centrale.
Per avere un esempio di una interpretazione che abbiamo definito riduttiva rimandiamo al commento fatto del mito della caverna sul sito dello SWIF (mi auguro non condiviso da tutto lo staff).
Meriti di Platone |
suoi limiti |
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Sui limiti del Platone teorico dell'amore e pedagogo consigliamo gli scritti dello psicanalista Giacomo Contri e dei suoi collaboratori (si veda il loro sito www.Studiumcartello.it): irrealistica vi appare la sua idea di amore (/sessualità) e negativa la sua concezione di rapporto adulto/ragazzo.
Resta il fatto che Platone è stato uno dei più grandi filosofi della storia, e maestro di un altro tra i più grandi, Aristotele: non a caso a lui si sono rifatti moltissimi filosofi a lui successivi (come Cartesio e Hegel, per citarne solo alcuni).
Degno di nota, dal nostro punto di vista, è l'influenza che esercitò sulla filosofia cristiana del Medioevo, e in particolare su S.Agostino e i suoi "seguaci", influenza che possiamo giudicare come di ambivalente valore:
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Per moltissimi testi (la Repubblica, il Simposio, Fedone, Menone, Fedro, Teeteto e altro, in traduzione italiana) si veda su E-texts.