Dionigi è il primo a tematizzare in modo sistematico l'apofatismo, ovvero a elaborare una "teologia negativa".
La sua teologia si scandisce in tre momenti:
"Le mie vie non sono le vostre vie.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
le mie vie vie sovrastano le vostre vie."
(Is, 55,8)
L'apofatismo dice che Dio è Mistero. Ne segue che misterioso è anche il suo operare. Dio non opera come opereremmo noi, creature dall'intelligenza finita, limitata. La sua intelligenza, per così dire, è infinitamente superiore alla nostra. Perciò il Mistero vede come anche ciò che a noi, a prima vista, non sembra utile, o sembra addirittura negativo, sia invece, tutto considerando, utile e positivo.
Anche la malattia, anche i terremoti, anche le inondazioni -in una parola il male, e non solo quello naturale, ma anche quello umano, storico- concorre, in un modo misterioso alla nostra debole e limitata intelligenza, a un Bene ultimo.
L'apofatismo insomma è una radicale contestazione all'idea che la ragione umana sia la misura di tutte le cose, come pensavano i sofisti e come avrebbe pensato la modernità antropocentrica, a partire da Cartesio. Ed è un antidoto alla classica e ricorrente obiezione del male ("Si Deus est, unde malum?", per cui Dio o non sarebbe onnipotente o non sarebbe buono): non c'è contraddizione tra l'esistenza di un Mistero creatore infinitamente potente e buono e il male. Ci sarebbe contraddizione solo tra il male e un "dio" pensato come un ... "super-uomo", come una entità a misura d'uomo, come un essere che pensasse bassamente, secondo categorie limitate e corte, tipiche di una intelligenza finita, e non di Quella infinita.
Quindi l'apofatismo, esistenzialmente, ci dice: "non scandalizzatevi se le cose vanno diversamente da come le fareste andare voi. Voi infatti non avete un intelletto infinito". Non è buia (cioè assurda) la realtà, è buio (perché limitato) il nostro sguardo sulla realtà. Quando, se Dio vorrà, "vedremo tutto", nella Luce totale del Mistero infinito, allora capiremo il perché di tutto quanto è accaduto, e come lo stesso male ha finito col concorrere al bene: omnia propter electos.
A Dionigi va anche riconosciuta una importanza decisiva nella elaborazione di una compiuta angelologia, con la delineazione, nel De coelesti hierarchia, di una gerarchia dei puri spiriti divenuta poi classica: angeli, arcangeli, cherubini, serafini, troni, dominazioni, principati, potestà.
A questa celeste gerarchia corrisponde, nella grande armonia del cosmo creato dal Mistero ineffabile, una gerarchia ecclesiastica (titolo di un'altra opera di Dionigi), garanzia certa di nesso con l'Eterno.
Così, l'uomo che abbia il cuore semplice, non deve arrabattarsi in complicate e sterili ricerche: gli è dato, per grazia, di inserirsi dentro una grande liturgia cosmica, già immersa nella Luce della eterna liturgia di pacifica e gioiosa adorazione del Mistero del Dio Unitrino.
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Il Medesimo è soprasostanzialmente eterno, invariabile, rimane sempre in se stesso, è sempre nella stessa maniera e si mantiene ugualmente presente a tutte le cose, collocato egli stesso per se stesso e da se stesso stabilmente e intemeratamente nei bellissimi confini di un'Identità soprasostanziale, senza cambiamento, senza perdita, inflessibile, invariabile, non mescolato, immateriale, semplicissimo, senza bisogno, senza crescita, senza diminuzione, senza nascita: non nel senso che non sia ancora creato o che sia incompiuto (...) ma congiunge gli esseri gli uni con gli altri, in quanto abbondante e causa di identità che contiene in antecedenza in sé, alla stessa maniera, anche le cose contrarie secondo una sola ed unica Causa sovraeminente di tutte l'identità. (Dionigi Areopagita, De divinis nominibus, IX, 4, 912 B-C, trad. di P. Scazzoso)
Dio è Alterità per il fatto che mediante la sua provvidenza è presente a tutti e si fa tutto in tutti per la salvezza di tutti, rimanendo in se stesso e fermo nella sua propria identità, mantenendosi secondo un'azione unica e ininterrotta e dandosi con una forza che non viene mai meno per la deificazione di quelli che si rivolgono a lui. Bisogna credere che la diversità delle figure varie di Dio secondo le multiformi apparizioni indicano qualche cosa di diverso da ciò che appaiono per coloro ai quali appaiono (...). Ora guardiamo la stessa Diversità divina, non come un mutamento entro l'Identità inconvertibile, ma come Unità di lui capace di moltiplicarsi e procedimenti della fecondità che produce tutti gli esseri .
(Dionigi Areopagita, De divinis nominibus, IX, 5, 912 D - 913 B, trad. di P. Scazzoso).