Nato a Parigi il 18 ottobre 1859, si laureò in lettere, e in matematica, conseguì il dottorato in filosofia, seguendo i corsi di Ollé-Laprune e di Boutroux. Insegnò in diversi Licei e poi, dal 1900 al 1924, al Collège de France. Personalità affascinante e parlatore fluente, sapeva risultare gradevole anche a un pubblico non accademico, che affluiva numeroso alle sue conferenze.
J. Chevalier, autore di una biografia di Bergson, racconta con accento emozionato l'atmosfera che aleggiava alle lezioni di Bergson: «La personalità di Bergson non era certamente estranea al suo successo. Il silenzio calava nell'aula, un fremito arcano percorreva gli animi, quando lo si vedeva apparire sul fondo dell'anfiteatro, sedersi sotto la luce di una lampada discreta, le mani libere e di solito giunte, privo di appunti, la fronte enorme, gli occhi chiari come due luci sotto le folte sopracciglia, i lineamenti delicati che esprimevano la potenza spirituale del volto e la forza immateriale del pensiero. La sua parola era calma, nobile e ritmica, al pari della sua prosa; di una straordinaria sicurezza e di una precisione sorprendente, con delle intonazioni cattivanti e musicali, e un difetto di aspirazione che era una sfumatura di civetteria».
Di origine ebraica, la sua filosofia ebbe all'inizio forti venature di panteismo, per avvicinarsi poi sempre più alla Chiesa cattolica; ma non volle divulgare la sua conversione, ormai sostanzialmente compiuta, essendo quelli anni di persecuzione antiebraica. I nazisti, quando occuparono Parigi nel '40 lo trattarono con un certo riguardo, a motivo della sua età avanzata e della sua notorietà, ma egli non volle avvalersi di alcun privilegio, sottoponendosi alla schedatura. Morì nel 1941.
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Saggio sui dati immediati della coscienza |
1889 |
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Materia e memoria |
1896 |
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Il riso. Saggio sul significato del comico |
1900 |
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Introduzione alla metafisica |
1903 |
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L'evoluzione creatrice |
1907 |
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Le due fonti della morale e della religione |
1932 |
La filosofia di Bergson può essere visto come contrapposta alla pretesa positivista di sottoporre tutto, anche l'uomo e la dimensione spirituale, all'oggettivazione scientifica. Contro lo scientismo positivista Bergson si ripropone quindi di salvaguardare la specificità e il primato dello spirito/coscienza sulla materia:
"l'esistenza di cui siamo più certi è senza dubbio la nostra" (L'Evoluzione creatrice)
Tuttavia la sua filosofia differisce dallo spiritualismo, diffuso in Francia lungo il corso del XIX secolo, e a cui alcuni storiografi ascrivono lo stesso Bergson, per la sua chiara prospettiva cosmica e non certo intimistica. L'uomo non va isolato dal cosmo naturale.
La relativizzazione della scienza ha un punto di forza nella relativizzazione del modo con cui la scienza riduce una dimensione che per l'uomo reale è decisiva, il tempo.
La scienza infatti suppone un tempo spazializzato e discreto-discontinuo, in cui ogni istante è esterno all'altro, omogeneo, reversibile.
Bergson non nega che questo tempo spazializzato della scienza abbia una sua utilità, ma esso non rappresenta la realtà profonda del tempo, che è durata.
La vera dimensione del tempo, quello della vita, è colto dalla coscienza come durata, ossia come flusso continuo (non scindibile in atomi discreti), irreversibile, cumulativo (l'ora è influenzato dal prima), eterogeneo.
"Fuori di noi, esteriorità reciproca senza successione
dentro di noi, successione senza esteriorità reciproca."
Affrontando un tema molto presente nella tradizione filosofica francese dai tempi di Cartesio, quello del rapporto tra spirito e corpo, Bergson critica il dualismo cartesiano; tra materia e spirito non vi è separazione , né lo spirito può essere positivisticamente visto come epifenomeno del corpo: il cervello non spiega lo spirito:
“in una coscienza umana c'è molto di più che nel cervello corrispondente”
Piuttosto tra le due dimensioni vi è unità. Bergson lo dimostra ad esempio analizzando il fenomeno della sensazione, che non è qualcosa di puramente fisiologico. Percepire è infatti selezionare, attribuendo diversa importanza a ciò che entra nel nostro orizzonte percettivo, e questa selettività, che si nutre della memoria, è dimostrazione della presenza orientatrice dello spirito nella stessa attività, fisica, del sentire.Il corporeo è dunque permeato dallo spirituale.
La realtà è un tutto unitario, che fluisce in modo continuo e irreversibile; non si possono isolare, se non con l'astrattezza dei concetti, atomi di realtà parziali.
In questo tutto distinguiamo la componente attiva e creativa, lo slancio vitale (élan vitale) e la componente inerziale e frenante, la materia. Quest'ultima è un fattore di inerzia, è élan vitale depotenziato, che ha perso creatività, e ora ostacola l'evoluzione del successivo slancio; come l'onda di risacca, che nel suo rifluire ostacola l'onda successiva.
la vita infatti è un dinamismo attivo che sempre si evolve, ma l'evoluzione non va intesa né in senso meccanicistico, come nel darwinismo, né in senso finalistico; anche una evoluzione intesa come finalizzata sarebbe comunque necessaria, sarebbe lo snodarsi di un preciso piano, di un disegno che precede la libertà, e non liberamente creatrice.
Invece per Bergson l'evoluzione è creatrice di sempre nuove forme, grazie all'élan vitale.
Così la vita, di continuo arricchentesi, si dirama come un fuoco d'artificio, che sempre esplode in nuovi sottogruppi, sventagliandosi in direzioni differenti, come un fascio di steli, fino a giungere all'uomo.
Bergson distingue questi tre gradi nell'attività umana che si rapporta al reale:
Esso utilizza strumenti organici, che trova a portata di mano, nell'immediato; è ripetitivo:
ha una struttura quasi immutabile, non potendo modificarsi senza una modificazione della specie
Essa appare nell'uomo, e costituisce l'homo faber, usando il concetto, che è valido praticamente, ma non speculativamente, non coglie la strutura profonda del reale.
L'intelligenza costruisce, andando oltre l'istinto, strumenti artificiali, di difficile uso, e lo fa con fatica, sì, e con imperfezioni, ma tali strumenti possono sempre essere perfezionati, e assumere le forme più diverse.
Essa va lontano, ma non ha presa sulla corposità del reale:
"l'indole puramente formale dell'intelligenza la priva della zavorra necessaria a che possa posarsi sugli oggetti di maggior interesse speculativo" (L'evoluzione creatrice)
Estremo affinamento dell'intelligenza è la scienza, che fraziona la durata reale in parti astratte, traducendola in etichette e simboli, il cui valore è economico e non conoscitivo.
È la sintesi: "l'istinto divenuto disinteressato, cosciente di sè, capace di riflettere sul proprio oggetto e di ampiarlo indefinitamente." (L'evoluzione creatrice)
L'intelligenza divide il suo oggetto nella molteplicità dei concetti, che alterano l'unità fluida e continua del reale, l'intuizione inevce cogliendo immediatamente il dato nella sua unitarietà, arriva al livello più vero e profondo della realtà.
Essa è "simpatia, mediante cui ci si inserisce nell'interiorità di un oggetto per coincidere con ciò che c'è in esso di unico"(Introduzione alla metafisica)
Bergsono afronta questo tema ne Les deux sources de la morale et de la réligion 1932
La morale ha due sorgenti possibili, ossia
Ora, per Bergson, il Cristianesimo prima e l'industrialismo poi permettono l'avvento di una società aperta, dinamica, democratica e non violenta, il cui fondamento è la morale aperta, basata sulla personalità creativa, l'eroe morale, appunto, come lo sono stati Socrate e Gesù.
La morale aperta ha come fine l'umanità intera, come contenuto l'amore per tutti gli uomini, e come caratteristica l'innovazione morale, secondo una ispirazione libera, oltre gli schemi fissi delle società chiuse.
Bergson ammise che l'avvento di una società basata su una morale aperta presenta dei rischi, ma nutrì la speranza in un nuovo salto evolutivo, che porti ad un amore universale.
Analogamente alla distinzione operata tra due tipi di morale, Bergson pone una distinzione tra due grandi tipi di religiosità:
Apprezzabile è la sua contestazione dello scientismo, che riduce l'uomo a oggetto esaurientemente indagabile e nega la trascendenza. Apprezzabile è anche il suo respiro non angustamente intimistico, ma cosmico.
Tuttavia B. si spinge troppo oltre nel suo ridimensionamento della ragione, negando al concetto una valenza rivelativa del reale, e riducendolo a mero strumento di una operatività trasformatrice.
La sua stima per la possibilità del nuovo, in sé giusta non arriva a individuare quale possa essere la fonte della novità, che in realtà è solo Dio come Infinito, lasciando la questione in un'ambiguità, che può essere vista come negatrice del principio di non contraddizione, per il quale dal meno non può venire il più.
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