di fisico fortissimo, combatté durante la guerra del Peloponneso, a Potidea e a Delo, dimostrando coraggio.
O miei concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo; ma obbedirò piuttosto al Dio che a voi; e finché io abbia respiro, e finché io ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di esortarvi e ammonirvi, chiunque io incontri di voi e sempre, e parlandogli al mio solito modo, così: "O tu che sei il migliore degli uomini, tu che sei Ateniese, cittadino della più grande città e più rinomata per sapienza e potenza, non ti vergogni tu a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne quante più puoi, e della fama e degli onori; e invece della intelligenza e della verità e della tua anima, perché ella diventi quanto è possibile ottima, non ti dai affatto né pensiero né cura?". E se taluno di voi dirà che non è vero, e sosterrà che se ne prende cura, io non lo lascerò andare senz'altro, né me ne andrò io, ma sì lo interrogherò, lo studierò, lo confuterò; e se mi paia che egli non possegga virtù ma solo dica di possederla, io lo svergognerò dimostrandogli che le cose di maggior pregio egli tiene a vile e tiene in pregio le cose vili. E questo io lo farò a chiunque mi capiti, a giovani e a vecchi, a forestieri e a cittadini; e più ai cittadini, a voi, dico, che mi siete più strettamente congiunti. Ché questo, voi lo sapete bene, è l'ordine del Dio,; e io sono persuaso che non ci sia per voi maggior bene nella città di questa mia obbedienza al Dio. Né altro in verità io faccio con questo mio andare attorno se non persuadere voi, e giovani e vecchi, che non del corpo dovete aver cura né delle ricchezze né di alcun'altra cosa prima e più che dell'anima, così che ella diventi ottima e virtuosissima; e che non dalle ricchezze nasce virtù, ma dalla virtù nascono ricchezze e tutte le altre cose che sono beni per gli uomini, così ai cittadini singolarmente come allo Stato.
Platone, Apologia di Socrate, 29 d - 30 b (traduzione di M. Valgimigli).
questione socratica
Socrate non ha voluto scrivere niente, diffidando dalla comunicazione scritta, che inganna e illude, per puntare tutto sul dialogo vivo; Come possiamo allora sapere che cosa ha detto? Fondandoci sulle testimonianze di chi lo ha conosciuto: Aristofane, Policrate, Senofonte, Platone, e di chi, senza averlo conosciuto, ne ha sentito parlare da testimoni diretti, come Aristotele.
Aristofane ne parla nella commedia Le nuvole (rappresentata
ad Atene nel 423), presentandolo in prospettiva denigratoria, accostandolo
ai sofisti e ai naturalisti (e in questo si riferisce probabilmente al periodo giovanile di Socrate). Socrate vi è descritto come un perdigiorno
seduto a mezzaria su un pensatoio
e tutto intento a corrompere
la mente dei giovani, insegnando loro tesi naturalistiche crica gli
dèi, negatrici della tradizionale religione della polis.
Policrate fu un sofista e avversò Socrate accusandolo, nella Accusa contro Socrate del 393, di conservatorismo politico e di disprezzo per la democrazia. Queste notizie non toccano le tesi filosofiche di Socrate, ma rappresentano una forzatura caricaturale di atteggiamenti che in Socrate furono tutt'altro che centrali.
Senofonte fu discepolo di Socrate, ma non avendo una mente filosofica ne comprese ben poco il messagio più profondo: il ritratto che ce ne lascia ne I Memorabili è perciò banalizzante e macchiettistico. Il maestro, che Senofonte ricoda con venerazione, viene descritto soprattutto nei suoi tratti esteriori di bonarietà e pazienza.
Platone oltre che essere discepolo di Socrate ebbe una intelligenza filosofica che gli consentì di penetrare appieno il senso del messaggio socratico; ma proprio per questo la filosofia del maestro viene vista attraverso l'ottica, forte e creativa, del discepolo, per cui non è sempre facile capire dove finisca Socrate e dove cominci Platone. Di sicuro nei dialoghi platonici giovanili più forte è l'incidenza del Socrate reale, mentre in quelli successivi Platone mette in bocca a Socrate le sue tesi.
Aristotele ebbe il pregio di essere un autentico filosofo, abilitato a comprendere in profondità le tesi filosofiche di Socrate, ma il limite di non averlo conosciuto personalmente.
Laddove tali testimonianze concordano e attribuiscono a Socrate delle tesi che prima di lui nessno aveva sostenuto e dopo di lui entrarono in circolazione nella filosofia greca, diventa del tutto verosimile ritenere che tali tesi siano state davvero quelle sostenute da Socrate.
Sembra che in una prima fase, giovanile, Socrate fosse influenzato dai fisici naturalistici, in particolare da Anassagora. In tale fase egli pensava fosse possibile un sapere del cosmo.
Da tale convinzione si staccò, probabilmente in modo graduale, riflettendo
sulle contraddizioni in cui si erano arenati i fisici
, anche se
qualcuno (come il Taylor) parla di una crisi brusca, prendendo sul serio la
narrazione fatta da Platone nell'Apologia circa il colloquio di Socrate
con la Sibilla. Quest'ultima gli avrebbe rivelato che lui era il più sapiente
di tutti i greci, proprio per il suo sapere di non sapere nulla, in particolare
riguardo al cosmo e all'essere.
Così Socrate si concentrò solo su un certo tipo di sapienza, la sapienza riguardante l'uomo, la anthropìne sofìa.
Il fine della filosofia non è, come per i sofisti, la persuasione a tutti i costi (anche a scapito della verità) di un uditorio numeroso, con discorsi lunghi (macrologie) e che facevano leva sull'emotività, ma l'educazione dell'individuo, dell'anima, sul fondamento della verità, razionalmente raggiunta, con discorsi brevi e logici (brachilogie).
Il metodo dialettico di Socrate prevedeva essenzialmente il rapporto con altri nella elaborazione della verità. La verità non è faccenda esclusivamente individuale, non nel senso che un individuo non la possa cogliere e difendere anche contro altri individui, fossero pure numerosissimi, come accadde quando Socrate fu condannato, ma nel senso che solo confrontandosi con sincerità umana con altri uno può diventare sempre più certo della verità. Solo se viene comunicata e confrontata con altri, l'individuo ne può essere in possesso. Una verità non condivisa e non confrontata diventa meno verità per l'individuo che l'abbia intravvista. Poi, che gli altri la accettino o meno, è un altra questione: possono anche rifiutarla, o possono rifiutarsi di cercarla, ma il filosofo ha assolto la sua funzione, ha adempiuto il suo compito. Dunque dialettica come dialogo. In un senso dunque parzialmente diverso da quello di Zenone di Elea, che intendeva la dialettica come contrapposizione, Socrate intende il dialogo e il metodo dialettico non come aprioristica negazione di una tesi avversaria, ma come un cammino comune verso la verità, in cui l'altro può giocare una funzione realmente costruttiva.
La dialettica si scandiva in quattro aspetti, o momenti, fondamentali:
so di non sapere nulla), con cui Socrate invece di proporre la propria concezione lascia che sia l'interlocutore a esprimersi, fingendosi appunto
ignorante;
Il suo rifiuto di riflettere su temi metafisici o cosmologici è stato variamente interpretato. Per alcuni sarebbe l'indizio di uno scetticismo, che lo accumunerebbe ai sofisti. Non sembra però che questa sia la conclusione giusta: Socrate testimoniò con la parola e la vita di credere in una verità assoluta, in obbedienza alla quale affrontò la morte. Piuttosto percepì versosimilmente la maggiore urgenza di soffermarsi sul tema antropologico, allora più sentito, tanto più forse dopo le deludenti contraddizioni a cui era sembrata approdare la parabola della precedente riflessione metafisico-cosmologica.
La cosa più importante, ciò che davvero vale è l'anima, che infatti è di livello superiore al corpo (come e più di quanto un vegetale sia superiore a una pietra, o un animale a un vegetale); e infatti l'anima dura oltre il corpo. Tale tesi non era nuova nella cultura greca: tutto il filone cosiddetto mediterraneo (preindoeuropeo), ossia orfico-misterico, il filone della religiosità dionisiaca contrapposto a quella olimpica, poneva la vera consistenza dell'uomo nella sua anima; tuttavia Socrate è il primo a fondere in unità l'idea di anima spirituale immortale con il carattere della razionalità: il filone orfico-misterico infatti collocava l'essenza dell'anima nella irrazionalità, o almeno in una istintività affettivo-emozionale;
Come abbiamo appena detto: l'uomo si trova non nei momenti in cui abdica alla razionalità (come nelle feste dionisiache), ma riflettendo, usando la sua consapevolezza;
Nietzsche pensava che con Socrate cominciasse la corruzione del pensiero occidentale: il filosofo ateniese avrebbe inaridito la spinta spontaneo-istintiva sottoponendola al vaglio di una riflessione razionale che frena e imbriglia l'immediato.
Non si può negare che vi sia in lui il rischio di un eccesso di razionalizzazione (in senso diverso da quello di Freud, beninteso), ad esempio nell'intellettualismo socratico, o, per citare un esempio esistenziale, nella sua, proverbiale, imperturbabilità, con cui egli sembrava azzerare la normale componente di emotività e di affettività. Si pensi al suo rifiuto di reagire ai lazzi di certi ragazzini ateniesi, che invece provocavano l'ira dei suoi discepoli, o al suo compassato atteggiamento nell'imminenza della morte.
Tuttavia, più di tali limiti è giusto riconoscere a Socrate dei meriti:
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