Nato a Röcken, vicino a Lutzen, nel 1844 (il 15 ottobre), ebbe una vita ordinata fino all'impatto col mondo universitario di Bonn (volgare e disordinato), dove studiò filologia classica. A modificare il suo pensiero e la sua vita concorse in modo decisivo anche l'incontro con Schopenhauer, di cui lesse Il mondo come volontà e rappresentazione, restandone avvinto. Il risultato fu che prese a "odiarsi e a dilaniarsi", come lui stesso testimonia ("qui io guardavo come in uno specchio il mondo, la vita e la mia propria anima, grandiosi di orrore").
Seguì un periodo di insegnamento universitario (dal 1869 al 1879) di filologia, contrassegnato anche dalla amicizia con Wagner. Frutto di questo periodo fu La nascita della tragedia (1872), dove elaborò la sua celebre teoria su apollineo e dionisiaco, la bellezza statica e l'ebbrezza orgiastica, in cui vedeva tra l'altro una via di aquietamento della furia della cieca Volontà. L'opera fu inizialmente molto criticata da parte del mondo accademico, spingendo a sua volta N. su posizioni decisamente critiche nei riguardi dell'ambiente universitario tedesco; di lì a non molto ruppe anche con Wagner (documento di questa svolta e l'opera Umano, troppo umano (1878). Nel '79 abbandonò definitivamente la cattedra universitaria.
Il successivo periodo della vita di N. si caratterizza per la sua solitudine, e la sua precaria salute: vagabondò tra la Svizzera e l'Italia settentrionale, specie la Liguria, raccogliendo come prezioso oracolo ogni parola e pensiero che da lui procedeva, sforzandosi di imporsi, di stupire, di dimostrare acume nell'evidenziare paradossi o nel formulare tesi singolari. Degna di nota la sua tormentata vicenda con la giovane Lou Salomè, conosciuta nel 1882, che non corrispose al suo amore e alle sue richieste di matrimonio. Gli ultimi anni della sua vita lo vedono cadere in preda alla pazzia (manifestatasi a Torino nel 1889 e definitivamente vincente in lui per tutti i dieci anni seguenti). In tali anni fu per lo più assistito dalla sorella, il comportamento del resto fu per molti aspetti tutt'altro corretto nei suoi confronti. Morì nel 1900.
| Die Geburt der Tragödie aus dem Geist der Musik | La nascita della tragedia dallo spirito della musica | 1872 |
| Unzeitgemäße Betrachtumgem | Considerazioni inattuali | 1873/6 |
| Menschliches, alzu menschliches | Umano, troppo umano | 1878/9 |
| Der wanderer und sein Schatten | Il viandante e la sua ombra | 1880 |
| Morgenröte | Aurora nascente | 1881 |
| Die fröliche Wissenschaft | La gaia scienza | 1882 |
| Also sprach Zarathustra | Così parlò Zaratustra | 1885 |
| Jenseits von Gut und Böse | Al di là del bene e del male | 1886 |
| Zur Genealogie der Moral | La genealogia della morale | 1887 |
| Götzendämmerung | Il crepuscolo degli idoli | 1889 |
| Ecce homo | postumo | |
| Der Antichrist | L'Anticristo | postumo |
| Der Wille zur Macht | La Volontà di Potenza | postumo (vedi nota) |
La Volontà di potenza, uscito nel 1901, è uno scritto di problematica attendibilità, per il probabile rimaneggiamento di alcune sue parti ad opera della sorella di N..
Per Nietzsche la filosofia non è questione teoretica (infatti non si dà verità da contemplare), ma è una scelta, assolutamente arbitraria (è una questione di naso, cioè di gusto, non di ragione: "rispetta il mio naso, come io rispetto il tuo").
Non si dimostra che la propria tesi è vera o che quella antagonista alla propria è falsa, ma
si mostra come nasce la tesi opposta, e ciò facendo la si distrugge. È il cosiddetto metodo "genealogico", che dispensa da un serio esame delle tesi avversarie.
In altri termini l'origine soggettiva di qualcosa è la consistenza di questa cosa, la realtà non ha più una sua struttura intelligibile oggettiva (analogamente a Feuerbach e al Freud "filosofo") non importa sapere se qualcosa sia vero o no, ma solo quale motivo soggettivo spinga ad affermarlo come tale.
Nietzsche si interessò alla cultura classica, che affrontò in modo originale, come documenta la sua tesi sulla Nascita della tragedia (1872), con la celebre distinzione, divenuta poi largamente accettata, tra apollineo e dionisiaco.
Apollo |
Dioniso |
|---|---|
|
|
La tragedia greca univa questi due aspetti:quello apollineo, espresso dalle arti figurative con la loro scenicità definita, inalveamento delle domande esistenziali nel logos, e quello dionisiaco, espresso dalle musica con la sua incontenibilità in forme determinate, simbolo della vita spontanea.
Già Euripide tende a eliminare dalla tragedia l'elemento dionisiaco, col predominio del raziocinio; è Socrate comunque il principale responsabile dell'inaridimento della cultura occidentale:
lui e Platone sono "gli strumenti della dissoluzione greca, gli pseudogreci, gli antigreci". Loro hanno usato di quella dialettica, che "può essere solo un'estrema risorsa nelle mani di chi non ha più armi [..] Quel che si lascia dimostrare ha poco valore." Socrate fu ostile alla vita, volendo dominare e soffocare l'istintività
spontanea in nome della ragione. Fu malato.
Il tema è affrontato soprattutto in Sull'utilità e il danno della storia per la vita (seconda delle Considerazioni inattuali). Nietzsche sostiene che i fatti in sé
sono stupidi: occorre l'interpretazione. Sono le teorie ad essere intelligenti.
Il senso della storia è spesso nemico della vita, in quanto ci rende schiavi del passato, passivi, costretti a "chinare la schiena e piegare il capo" dinanzi alla "potenza della storia", per l'"idolatria del fatto" che avviene laddove si verifica una "saturazione" di storia. Ne consegue una sfiducia nella propria capacità creativa, e il formarsi di una pura erudizione da enciclopedie ambulanti, che annulla la personalità: "nessuno osa più esporre sé stesso, ma ciascuno prende la maschera di uomo colto, di dotto, di poeta" Si diventa così "uomini che non vedono quello che anche un bambino vede".
l'uomo invidia l'animale, che subito dimentica [..] l'animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..]
l'uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte.
Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità.
La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.
Pur non essendo del tutto negativa (come pensa N. soprattutto inUmano, troppo umano, Aurora,La gaia scienza), in quanto libera dalla vecchia concezione del mondo, essa facilmente conduce all'adorazione della verità oggettiva, rende l'uomo schiavo dell'oggettività esterna, e contrapposta alla vita.
In realtà non ci sono dati, fatti oggettivi (antipositivisticamente),ma solo interpretazioni
"Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una scienza "scevra di presupposti". La domanda se sia necessaria la verità, non soltanto deve avere avuto già in precedenza risposta affermativa, ma deve averla avuta in grado tale da mettere quivi in evidenza il principio, la fede, la convinzione che "niente è più necessario della verità e che in rapporto a essa tutto il resto ha soltanto un valore di secondo piano". Questa incondizionata volontà di verità, che cos'è dunque? [...] Ebbene, si sarà compreso dove voglio arrivare, vale a dire che è pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza; che anche noi, uomini della conoscenza di oggi, noi atei e antimetafisici, continuiamo a prendere anche il nostro fuoco dall'incendio che una fede millenaria ha acceso, quella fede cristiana che era anche la fede di Platone, per cui Dio è verità e la verità è divina... Ma come è possibile, se proprio questo diventa sempre plu incredibile, se niente più si rivela divino salvo I'errore, la cecità, la menzogna, se Dio stesso si rivela come la nostra più lunga menzogna?" (La gaia scienza, 344)
Nietzsche, ancora, denuncia lo schematismo degli scientisti, che non si accorgono della polimorfia del reale, pretendendo di ricondurlo a pochi principi meccanici.
Nietzsche indica nel risentimento l'origine dei valori cristiani, morale dei deboli, dei malati, degli sconfitti, risentiti contro la vita. Il risentimento è un autoavvelenamento dell'animo che si produce in chi, debole e vile, non sa reagire adeguatamente, affidandosi alla sua vitalità spontanea e aggressiva, alle sfide del contesto. In tal modo alla lunga egli si convince che il suo comportamento, frutto in realtà di debolezza e viltà, è l'unico ad essere virtuoso: ed eleva così il valore del perdono e della remissività a valori supremi. Gettando disorientamento e confusione nella società tutta.
Nietzsche ha comunque una segreta, profonda nostalgia dell'Assoluto, come testimoniano questi versi:
All meine Tränenbäche laufen zu Dir den Lauf!
Und meine letzte Herzensflamme -
Dir glüht sie auf!
O, Komm zurück,
Mein unbekannter Gott!
Mein Schmerz! mein letztes Glück!,
(F. Nietzsche, Dionysos - Dithyramben)
Ciò non toglie che il suo sia il più radicale ateismo della storia della filosofia. Per lui infatti Dio in quanto tale si oppone all'uomo: deve morire, affinché l'uomo viva.
"Egli è morto, noi lo abbiamo ucciso. Ma questo non è affare di poco" (Also sprach Zarathustra).
Dire che noi siamo gli assassini di Dio accentua il carattere volontaristico dell'ateismo: non si tratta di prendere atto che Dio non esiste, o di dimostrarne la non-esistenza (ciò è intrinsecamente impossibile e N. non tenta nemmeno una tale strada), quanto piuttosto di volere che Dio non esista, affinché possa esistere l'uomo, o meglio il Superuomo (l'uomo come superuomo, ossia come "dio" egli stesso). Si tratta allora di una impresa titanica: "non è affare di poco".
Perciò Nietzsche si schiera contro gli atei volgari(i ridanciani) che non si rendono conto della posta in gioco, e credono che sia facile "sbarazzarsi" di Dio. Mentre si tratta di un'opera immane, da far tremare le vene ai polsi:
Come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare, bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare?
Con che acqua potremo lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande per noi la grandezza di questa azione? (La Gaia scienza, n.125)
Si tratta della proposta "in positivo" di N.: occorre abbattere la morale (tradizionale) e la fede religiosa in Dio, affinché il superuomo sia.
Come si configura questa realtà? Si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo, un tipo di umanità quale mai si era vista nella storia, la cui distanza dall'uomo come noi lo abbiamo conosciuto finora non è minore di quella che esiste tra la scimmia e l'uomo (in qualche modo, dunque la scimmia sta all'uomo, come l'uomo sta al superuomo).
Il tratto fondamentale del superuomo è la sua assoluta libertà (e potere) di autoaffermazione: in qualche modo, come per Hegel, Comte, Marx, l'uomo è divino, è "dio". Con la differenza che mentre per i citati pensatori il cosmo stesso (la natura non-umana) partecipa e concorre alla divinizzazione dell'uomo, in N. il superuomo ha a che fare con una natura e un mondo umano irrazionali: con tanto più veemente impeto allora allora la sua volontà di potenza dovrà imporsi per domarli e soggiogarli al suo progetto.
Zarathustra (...) parlò così:
L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi.
La grandezza dell'uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell'uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto.
Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all'altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo. (Così parlò Zarathustra, prefazione di Zarathustra)
Così, il Superuomo è chi disprezza anche la propria felicità: è "l'uomo del grande disprezzo", è colui che dice: «Che importa la mia felicità! Essa è indigenza e feccia e un miserabile benessere.» (ibidem). E si butta, senza una ragione, senza ragione, verso una scommessa irrazionale, tuffandosi nel vuoto più nero (verso il tramonto).
Così non insegna a fare il Cristianesimo, che invita a prendere sul serio la propria umanità, e la propria esperienza elementare, ritornando "come bambini", determinati dalla realtà e non da tenebrosi sogni e da elucubrazioni allucinate.
bibliografia essenziale| De Lubac H. | Il dramma dell'umanesimo ateo | tr. it Jaca Book | Milano 1944(1) |
| Nolte Ernst | Nietzsche e il nitzscheanesimo | ||
| Vanni Rovighi S. | Uomo e natura. Appunti per una antropologia filosofica | Vita e Pensiero | Milano 1980 |
Ottimo lo studio di De Lubac, dal punto di vista teologico, e quello della Vanni Rovighi dal punto di vista filosofico (a pp. 32/49 del testo citato).
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