vita
Nato nel 1889, di origini umili (il padre era sacrestano in un piccolo paese della Baviera) Martin Heidegger ebbe formazione filosofica e teologica (entrò dai Gesuiti, ma fu per poco, e ruppe con la Chiesa cattolica nel 1919) dapprima liceale poi all'università di Friburgo, dove avrebbe poi insegnato, dapprima come assistente di Husserl, dal '19 al '23.
Si sposò nel '17 con Elfride Petri, da cui ebbe due figli. Dopo la docenza a Friburgo insegnò dal 1923 al '28 a Marburgo. Discusso fu il suo rapporto del nazismo: egli si iscrisse al Partito Nazionalsocialista, ma lo fece per poter assumere (il 27 maggio 1933) l'incarico di Rettore dell'Università di Friburgo, carica a cui era stato chiamato il 21 aprile dello stesso '33; in quei mesi, tra il '33 e il '34 pronunciò discorsi che oggettivamente fiancheggiavano le idee politiche del nuovo regime, ma tale ambigua compiacenza durò meno di un anno. Nel '34 infatti Heidegger si dimette da Rettore e consuma una sostanziale rottura col regime nazista: secondo la sua stessa testimonianza il motivo principale su la sua volontàdi non sottomettersi alle interferenze politiche sulle nomine di presidi di facoltà; qualcuno ha voluto vedere in documenti di archivio successivamente analizzati un motivo alternativo nella volontà di Heidegger di esercitare una egemonia sulla vita culturale tedesca, volontà che venne frustrata dalla diffidenza dei gerarchi nazisti: ma anche ciò prova una sua irriduducibilità al progetto nazista.
In realtà non è legittimo ritenere che Heidegger sia stato un sostenitore del nazismo: basta guardare il suo pensiero per capire che egli non aveva molto da spartire con l'ideologia hitleriana; la sua critica alla concettualizzazione dell'essere non è considerabile una forma di irrazionalismo, e nulla in lui fa pensare a una esaltazione di individui o razze eccezionali. Tuttavia, pur essendosi ben presto smarcato dal nazismo, le sue scelte del '33 gli costarono isolamento e amarezze nel dopoguerra: venne umiliato in molti modi ed estromesso dall'insegnamento. Continuò a riflettere e a produrre, pubblicando solo una ristretta parte di tale ingente meditazione (è tuttora in corso di pubblicazione la sua opera omnia, prevista in circa 100 volumi), nel suo esilio tra i boschi della Foresta Nera. Morì nel maggio del 1976.
collocazione
fonti
Tra i suoi punti di riferimento possiamo ricordare
- Husserl, di cui fu apprezzato discepolo (“la fenomenologia siamo io e Heidegger”),
- Kierkegaard, con il suo senso del limite, della finitezza umana, e, per motivi simili
- Dostojevskij;
- Dilthey, con la sua sottolineatura della centralità della storia, e dunque in qualche modo del tempo;
- Nietzsche, che influisce su di lui da un lato per il suo antirazionalismo, ma dall'altro (specie nella seconda fase della riflessione heideggeriana) come uno degli esiti più eclatanti dell'oblio dell'essere, coltivato dalla metafisica occidentale.
esistenzialista?
Nella prima fase del suo pensiero, espressa ad esempio in Essere e tempo, egli privilegia l'Esserci, cioè l'Uomo, come luogo in cui soltanto affiora il senso dell'essere, e dunque come centro della realtà.
Nella seconda fase del suo pensiero, successiva alla Kehre (attorno al 1930), Heidegger rifiutò la definizione di esistenzialista (in particolare nella Lettera sull'umanesimo del 1947): il baricentro di tutto non è più l'uomo, ma l'essere.
pensiero
fine e limiti della filosofia
Con Husserl, Heidegger rinuncia a una interpretazione globale della realtà, cioè alla metafisica (intesa almeno in senso classico): la ragione non può interpretare esaurientemente il senso dell'essere; in altre parole l'uomo non può, ragionando, arrivare a dire: “ecco, adesso ho capito perché c'è la realtà che vedo e perchè io vivo”. Come per Husserl tutto quello che la filosofia può fare è, piuttosto che intrepretare, descrivere, e ciò che è descritto è il fenomeno. La filosofia è fenomenologia, inventario descrittivo dei fenomeni.
Ma a differenza di Husserl, che era più fiducioso nella possibilità di cogliere delle strutture universali del fenomeno (mediante l'intuizione eidetica), Heidegger rinuncia a una analisi fenomenologica del mondo, del fenomeno in sé, ritenendo unico ambito legittimo di indagine il fenomeno per me, soggetto esistente individuale.
È vero che Heidegger parla di cogliere il senso dell'essere, che è il fenomeno per eccellenza, ma in realtà per “cogliere il senso” egli dimostra di intendere solo una descrizione dei fenomeni in cui l'essere si manifesta a me, al singolo, all'Esser-ci.
il “primo” Heidegger
Abbiamo virgolettato primo
perché a ben guardare ci sono ben più di due fasi nel pensiero di Heidegger: sia la prima sia la seconda possono essere ulteriormente suddivise; tuttavia è schematicamente accettabile quella essenziale divisione, che lo stesso filosofo ha voluto esplicitamente tracciare.
essere e tempo
Sein und Zeit (Essere e tempo) è il titolo dell'opera principale di Heidegger (del suo “primo periodo”, ma anche, secondo molti, dell'intera sua produzione). Per lui la metafisica occidentale avrebbe, lungo tutto il corso della sua lunga storia, da Platone in poi, ridotto quello che dovrebbe, a sua stessa detta, essere il suo oggetto, cioè l'essere, a una sola delle sue dimensioni, l'ente in quanto presente e disinteressatamente contemplabile, presumendo di poterlo oggettivare e possedere.
L'essere infatti, se si dà solo negli enti, è però ben più che gli enti: gli enti sono qualcosa di rassicurante nella loro presunta stabilità, ma l'essere va oltre l'ente, è inafferrabile, anche e soprattutto per la sua estensione a tutte le dimensioni del tempo, non solo il presente, ma anche il passato e sopratutto il futuro.
La metafisica conosciuta finora è stata invece una metafisica della presenza, che ha arbitrariamente tagliato via le dimensioni non possedibili dell'essere per limitarsi all'ente come presenza, oggettivabile concettualmente.
l'analitica esistenziale
Nella prima fase del suo pensiero Heidegger attribuisce all'uomo un ruolo decisivo nel coglimento del senso dell'essere. L'essere si dà solo negli enti, e in particolare in quell'ente privilegiato che è l'Esserci, il Da-Sein, ossia l'uomo come esistente individuale. L'uomo, l'Esserci, non è una cosa tra le cose, che possa contemplare disinteressatamente il mondo mettendo tra parentesi la propria soggettività. Questa è invece orizzonte intrascendibile. Non possiamo cogliere il senso dell'essere in sè, ma solo il senso dell'essere per me.
Il senso dell'essere sarà dunque colto nell'esistenza: quello che occorre perciò è una analitica dell'esistenza, una analitica esistenziale, che come analitica renda esplicito ciò che è già implicato nella nostra esperienza e nei nostri giudizi, e in quanto esistenziale colga l'uomo non come un quid da definire, oggettivandolo (come specie animale o fenomeno psicologico), ma come un quis, come soggettività esistente.
L'analitica esistenziale inventaria gli esistenziali, cioè le caratteristiche essenziali dell'esistenza, e che Heidegger distingue, in quanto modi di essere dell'uomo, del Dasein, implicanti uno Zu-sein, un aver-da-essere e quindi la libertà, dalla categorie, che sono modi di essere delle cose in sé stesse.
I principali esistenziali sono
- l'in-der-Welt-Sein
- significa che l'Esserci è nel mondo vitale con immediata apertura; non si dà un diaframma tra io e mondo, come aveva pensato il dualismo gnoseologico moderno (da Cartesio in poi); in questo superamento del dualismo gioca il recupero brentaniano-husserliano del concetto aristotelico-scolastico di intenzionilità, tuttavia a differenza che in Aristotele e nel pensiero medioevale l'apertura intenzionale al mondo non è anzitutto teoretica, ma pratica: col mondo abbiamo ha ache fare immediatamente, ma per affrontarlo.
- lo Zuhandenheit
- Infatti il primo atteggiamento dell'Esserci è pratico-affettivo, non è uno stupore distinteressato, ma un preoccuparsi, un prendersi cura (Bosorgen): il mondo ci è immediatamente dato come qualcosa che sollecita la nostra cura, non la nostra curiosità; le cose, prima che belle o vere, ci si danno come utilizzabili (è il loro essere-alla-mano, Zuhandenheit).
- il Verstehen
- La comprensione viene dopo, è il secondo atteggiamento verso il mondo, e non consiste tanto in una conoscenza contemplativa, ma nel proiettare delle possibilità
- il mit-Sein
- È l'essere-con-gli-altri, che sono dati immediatamente, seppur non come soggetti, come altri io, come persone determinate, ma come costituenti il medesimo mondo, come altri-in-generale.
- l'essere-per-la-morte
- Poiché l'esistenza è temporalità, nella quale siamo inesorabilmente gettati e che ha come dimensione decisiva il futuro, la morte, che del futuro è l'inevitabile approdo non è un particolare insignificante o trascurabile, ma un tratto definitorio della stessa vita.
le due possibilità: esistenza inautentica e autentica
L'essere gettato verso un futuro inesorabile e non-possibile, dove ogni determinatezza dell'ente si infrange, in ultima analisi essere gettato verso la morte, non è automaticamente e facilmente accettabile: la libertà dell'Esserci si esercita come accettazione o rifiuto della propria veità: si ha così una esistenza inautentica e una esistenza autentica.
l'esistenza inautentica
Sue caratteristiche è il perdersi nell'anonimato del “si” (“si dice”, “si muore”), fermandosi a livello delle cose, degli enti, come se in essi, o in alcuni di essi si esaurisse l'essere, dimenticando, censurando il proprio essere-per-la-morte, e dando vita così a fenomeni come:
- la chiacchera (che si ferma alle parole), e, legata ad essa, la curiosità,
- l'equivoco (che non va mai al fondo delle parole e dei discorsi),
- la paura (con cui cerca di esorcizzare l'angoscia, focalizzando solo pericoli determinati e circoscritti e censurando la morte),
- un modo di vivere il tempo, per cui
il presente è l'ora
e il futuro il risultato.
l'esistenza autentica
È quella che accetta l'angoscia, seguendo la “voce della coscienza”, andando fino in fondo e accettandosi come si è, come radicale possibilità e finitezza, come essere-per-la-morte.
in essa il tempo è vissuto senza censure: il passato come tradizione, il presente come istante, e il futuro come attesa, anticpatrice della morte.
dopo la svolta
Tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta Heidegger matura la Kehre, la svolta, come lui stesso la definì (la Kehre è una svolta ina strada di montagna, un tornante, che da un lato prosegue la strada precedente, ma in una direzione quasi opposta).
Il contenuto di tale svolta è un abbandono di una prospettiva che metteva l'Esserci al centro, per collocarvi invece lo stesso Essere, di cui Heidegger sottolinea da un lato (con maggior vigore di quanto già in precedenza sostenuto) l'inafferrabilità, l'inesauribilità, dall'altro la possibile iniziativa di rivelarsi lui stesso all'uomo.
Centrale in questo senso è il concetto di Lichtung, che è un neologismo con cui Heidegger chiama la luminosità improvvisa in cui un viandante che cammini in mezzo a un bosco di fitti alberi può trovarsi, allorché sbuchi in una radura, dove può ammirare, sia pura per un breve tratto del cammino, un prama ben più vasto e bello di quallo che vedeva all'ombra degli alti e spssi alberi.
Nella Lichtung è l'Essere stesso che si rivela, non noi che cerchiamo di ingabbiarlo nei nostri schemi. In questa fase Heidegger insiste ul concetto di verità come a-létheia, come non-nascondimento, dunque come autosvelamento che l'Essere fà, come e quando vuole.
Alla verità come α-ληθεια si è sostituita, da Platone in poi, un'idea di verità come correttezza (orthotes) di sguardo e di discorso, con cui si è preteso di possedere l'essere nell'ente presente.
All'essere che si rivela nella Lichtung occorre una risposta di abbandono (Gelassenheit).
Il linguaggio che meglio può cogliere l'essere non è quello concettuale-filosofico (che ridurrebbe l'essere ad ente) ma quello artistico, e specialmente quello poetico. Grande è stato il suo interesse in particolare a Hoelderlin.
Wege, nicht Werke
«Mi ritiro al cospetto di uno che non è ancora qui
e mi inchino, un millennio prima della sua venuta
dinanzi al suo spirito» (Heinrich von Kleist)
Wege, nicht Werke: vie, itinerari, non opere, con questa epigrafe Heidegger sottolinea la strutturale, consapevole incompiutezza della sua produzione. In effetti quello di Heidegger, soprattutto nell'ultima fase della sua riflessione, non ha voluto essere un pensiero sistematico, definitivo: egli concepisce piuttosto la sua ricerca come un segnavia per un'opera che è ancora tutta da attuare.
per un giudizio
per un giudizio
Positiva in Heidegger è la volontà di obbedienza al dato, al reale, all'essere; negativo il credere che l'essere sia totalmente non-concettualizzabile: egli reagisce, giustamente a una lunga tradizione metafisica parzialmente intaccata da un astratto essenzialismo, ma sospinge l'essere troppo oltre la ragione concettuale. Questa non possiede l'essere, è vero, ma lo attinge, sia pur imperfettamente.
testi
testi
[
segnala questa pagina ad un amico][
stampa questa pagina]
MondoPc: consigli su PC e internet
Buon Natale e felice anno nuovo!